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Autori

Carluccio Bianchi

Professore ordinario
di Politica economica
presso la Facoltà di
Economia dell’Università
degli Studi di Pavia.
Autore di numerose
pubblicazioni
scientifiche su tematiche
di economia monetaria,
macroeconomia e
politica economica,
con particolare
riferimento ai problemi
e alle prospettive
dell’economia italiana.

 

1 - evoluzione macroeconomica

Up one level
Capitolo 1 - Carluccio Bianchi - L'evoluzione macroeconomica della regione Lombardia nell'ultimo decennio
1 - evoluzione macroeconomica 1.1 Il processo di crescita regionale: una problematica performance assoluta e relativa
1 - evoluzione macroeconomica 1.2 Il processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia
1 - evoluzione macroeconomica 1.3 La dinamica della produttività come fattore alla radice dello sviluppo economico regionale
1 - evoluzione macroeconomica 1.4 L’evoluzione del mercato del lavoro
1 - evoluzione macroeconomica 1.5 Conclusioni

Estratto



1.1 - Il processo di crescita regionale: una problematica performance assoluta e relativa
L’aspetto più saliente dell’evoluzione macroeconomica della Lombardia, e dell’intero Paese, nell’ultimo decennio è costituito dalla debole crescita reale, in termini tanto assoluti (rispetto al passato meno recente) quanto relativi (a confronto con gli altri paesi industrializzati): un’evoluzione che ha dato origine a un intenso e acceso dibattito sul tema del supposto “declino” della nostra economia. La fig. 1.1 consente di evidenziare i termini essenziali della questione, mettendo a confronto i tassi di crescita sperimentati nei principali sistemi economici nel periodo fra il 1995 e il 2003: si evidenzia da un lato la forte differenziazione geografica del processo di sviluppo mondiale e dall’altro il modesto risultato ottenuto dalla Lombardia, anche in rapporto all’Italia.
Nell’arco temporale considerato la crescita più sostenuta è stata realizzata dagli Stati Uniti, con un incremento medio annuo del PIL intorno al 3,2%, che ha reso l’economia americana un termine ideale di riferimento e un prototipo di successo da imitare. Molto più ridotta è stata, invece, la crescita europea (mediamente il 2,1% l’anno), con un gap negativo rispetto agli Stati Uniti persistente in tutto il decennio.



Ancora più debole in tale contesto è stata la dinamica dell’economia italiana, dove, con le sole eccezioni del 1995 e del 2000, in concomitanza con la svalutazione del cambio, la crescita del reddito si è mantenuta al di sotto dei due punti percentuali (mediamente 1,7% nell’intero periodo, ma solo 1,5% escludendo il dato iniziale).
Come già sottolineato all’inizio, l’evoluzione recente dell’economia lombarda ha sostanzialmente seguito il rallentamento nazionale, per certi aspetti accentuandone le caratteristiche negative. In particolare, tanto nella media dell’intero periodo 1995-2003 (+1,4% contro +1,7%) quanto nel lasso di tempo più recente la regione si caratterizza per una performance al di sotto di quella italiana, evidenziando chiaramente, soprattutto nell’ultimo quinquennio, maggiori difficoltà ad affrontare le sfide dell’economia internazionale contemporanea.
La considerazione delle diverse dinamiche demografiche, inoltre, mentre attenua le differenze registrate a livello internazionale, accentua quelle rilevabili a livello territoriale interno: sempre nel periodo 1995-2003, infatti, il PIL pro capite è cresciuto a un tasso medio rispettivamente pari al 2,3%, 1,8%, 1,5% e 1% negli Stati Uniti, nell’Unione europea, in Italia e in Lombardia1.
L’evoluzione economica recente, regionale e nazionale, può essere spiegata facendo riferimento a fattori di natura congiunturale o strutturale. Fra le spiegazioni di carattere congiunturale si devono ricordare le politiche economiche restrittive, soprattutto fiscali, attuate negli anni novanta e rese indispensabili dalla necessità di completare il processo di convergenza richiesto dalla creazione dell’Unione monetaria europea (UME).
La stessa introduzione materiale dell’euro ha contribuito a frenare l’espansione economica italiana a causa, da un lato, dell’aumento dell’incertezza dovuto alla non completa prevedibilità delle sue conseguenze e, dall’altro, del rallentamento dei consumi privati connesso agli effetti della moneta unica sull’inflazione, percepita ed effettiva. Un importante effetto dell’adozione materiale della moneta unica europea riguarda infatti la dinamica dei prezzi. Nel biennio 2002-2003 il tasso di inflazione italiano è stato superiore di ben otto decimi di punto alla media europea. Rispetto alle tendenze nazionali, la situazione in Lombardia appare lievemente migliore, posto che l’inflazione regionale si è attestata, nello stesso periodo, su un valore medio del 2,2%, inferiore a quello italiano (+2,4%)2. Infine l’economia italiana, e quella regionale, hanno risentito in maniera assai significativa della recessione mondiale dei primi anni del nuovo secolo.
Con riferimento alle spiegazioni di carattere strutturale due elementi appaiono di particolare rilevanza: il deterioramento della competitività del Paese, che si è riflessa in un notevole peggioramento dell’interscambio con l’estero, e la mancanza di una risposta sistemica adeguata ai cambiamenti in atto nell’economia mondiale, soprattutto con riferimento agli effetti dell’introduzione delle nuove tecnologie e all’evoluzione della produttività, in un contesto di progressiva globalizzazione e finanziarizzazione.

1 La ancor meno favorevole evoluzione regionale in termini di reddito pro capite sopra descritta deriva da una dinamica della popolazione residente più sostenuta della media nazionale (+0,4 contro +0,2%), in conseguenza soprattutto dei flussi di immigrazione. Malgrado le tendenze recenti, il reddito pro capite della Lombardia rimane comunque superiore del 28% circa a quello medio italiano.
2 È utile, comunque, sottolineare come la minore inflazione regionale registrata negli ultimi anni segua una fase opposta riscontrata nel periodo fino al 1999. Se si considera l’intero periodo 1995-2003, la crescita complessiva dei prezzi in Italia e in Lombardia risulta sostanzialmente analoga.




1.2 - Il processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia
La globalizzazione ha inciso in maniera significativa sul sistema produttivo italiano, che si è trovato costretto a fronteggiare una concorrenza sempre più agguerrita, dal basso in termini di prezzo da parte dei paesi emergenti3 e dall’alto in termini di qualità e sviluppo tecnologico da parte dei paesi avanzati, i quali hanno saputo sfruttare al meglio le potenzialità offerte dall’impiego delle nuove tecnologie.
In un mondo in cui la crescita e il successo sono sempre più dipendenti dal miglioramento dell’efficienza e della profittabilità, tanto l’economia nazionale quanto quella lombarda hanno evidenziato negli ultimi anni significative perdite di competitività sia in senso stretto (di prezzo) sia in senso lato (di sistema). Al riguardo gli indicatori di competitività globale, calcolati ogni anno dall’IMD4, evidenziano nettamente tanto il mediocre posizionamento nazionale e regionale quanto il loro deterioramento temporale, con riferimento a tutti gli aspetti considerati (performance economica, efficienza del governo, efficienza d’impresa, infrastrutture). A livello regionale, inoltre, i dati pubblicati dall’ IMD evidenziano come la competitività globale della Lombardia, pur risentendo dell’appartenenza al sistema Italia, sia la più bassa rispetto alle altre aree europee considerate dall’Istituto di rilevazione (Catalogna, Baviera, Île de France e Rhône-Alpes)5.
Tenuto conto dei costi notevolmente più bassi dei paesi di nuova industrializzazione e del peggioramento della competitività di prezzo del nostro Paese nell’ultimo decennio6, non è sorprendente riscontrare che la quota delle esportazioni italiane di merci sul totale mondiale sia scesa dal 4,5% del 1995 al 3,6% del 2003. Anche in rapporto al PIL l’incidenza delle esportazioni si è ridotta dal 21,3 al 19,9%.
Con riferimento agli scambi di merci dell’economia lombarda verso il resto del mondo, l’incidenza delle esportazioni regionali rispetto al PIL si è ridotta nel periodo esaminato di più di tre punti percentuali, passando dal 31,3 al 28,1%7. Nel medesimo periodo si è registrato, invece, un incremento del peso delle importazioni, salito dal 34 al 36,6%. La quota delle esportazioni lombarde sul totale nazionale si è continuamente ridotta, passando dal 30,2% del 1995 al 28,5% del 2003 (fig. 1.2), con un’ulteriore lieve flessione di due decimi di punto percentuale nel primo semestre dell’anno in corso8.
Al riguardo la competitività regionale di prezzo ha subito di recente un peggioramento più marcato di quello del Paese nel complesso: in effetti, come mostra la fig. 1.3, il costo del lavoro per unità di prodotto nel periodo 1995-2003 ha mostrato un incremento del 26,7% in Lombardia, a fronte di un corrispondente aumento del 21,9% nella media nazionale.





Il fenomeno della globalizzazione citato all’inizio di questo paragrafo presenta, accanto alla dimensione reale, una ben più rilevante ed estesa dimensione finanziaria, riconducibile ai movimenti di capitale fra paesi. All’interno di tali flussi, quelli più rilevanti per il processo di crescita sono costituiti dagli investimenti diretti esteri. Al riguardo, l’economia italiana e quella lombarda evidenziano nell’ultimo quinquennio un’evoluzione analoga. Dal punto di vista degli investimenti nazionali all’estero, se si confrontano i dati relativi al biennio 1997-1998 con quelli del biennio 2002-2003, si rileva come i flussi netti, in rapporto al PIL, si riducano dall’1,1 allo 0,9% per l’Italia e addirittura dal 2,4 all’1% per la Lombardia9. Tale risultato sembra suggerire come la delocalizzazione dell’attività produttiva abbia mostrato in regione un rallentamento più marcato rispetto alla media nazionale. Un incremento straordinario si rileva, invece, per gli investimenti diretti netti provenienti dall’estero: al termine del periodo in esame, infatti, l’incidenza di tali flussi rispetto al PIL appare quasi quadruplicata in regione (dallo 0,6 al 2,3%) e triplicata nell’intera economia italiana (dallo 0,4 all’1,2%). Si tratta di un risultato indubbiamente positivo, in quanto denota da un lato una notevole capacità di attrazione di capitali stranieri e dall’altro, in prospettiva, la possibilità di importare e di adottare le tecnologie più moderne ed efficienti.
La globalizzazione dell’economia, peraltro, procede accanto a una progressiva terziarizzazione dei sistemi economici, in parte dovuta all’espansione dei servizi forniti alle imprese e al fenomeno dell’outsourcing.10  Segnali rilevanti di tale evoluzione si riscontrano nella dinamica del peso del settore terziario, con riferimento ai fenomeni tanto della produzione quanto dell’occupazione. In particolare, nell’economia nazionale e in quella regionale l’incidenza sul valore aggiunto del terziario privato tra il 1995 e il 2003 è salita di circa tre punti percentuali (dal 48 al 51% in Italia e dal 47 al 50% in Lombardia)11. Conclusioni analoghe sull’entità delle tendenze in atto si raggiungono anche con riferimento alla struttura dell’occupazione, con un incremento del peso del terziario (dal 60 al 63% nell’economia nazionale e dal 53 al 58% in quella regionale), a discapito della quota di occupati nell’industria, che evidenzia un calo abbastanza vistoso12.
Nel mondo contemporaneo, peraltro, la terziarizzazione dipende soprattutto dal forte sviluppo di alcuni comparti trainanti (il cosiddetto terziario avanzato). Tale fenomeno appare molto rilevante per l’economia lombarda, con particolare riferimento alla dinamica del valore aggiunto dei servizi di intermediazione monetaria e finanziaria: in effetti quest’ultimo, nel periodo dal 1995 al 2002, cresce del 33% circa, cosicché la sua incidenza sul totale del terziario passa dall’11,4% al 12,9%. Tale evoluzione appare significativamente più accentuata di quella nazionale, in termini sia assoluti sia relativi13,14.

3 Particolarmente significativo appare al riguardo il ruolo svolto dall’economia cinese, che ha visto raddoppiare dal 1995 al 2002 la quota delle sue esportazioni sia sul mercato statunitense (dal 6,2 all’11,1%) sia su quello europeo (dal 3,7 al 7,5%).
4 L’International institute for management and development (IMD) di Losanna pubblica ogni anno un rapporto sulla competitività di paesi e regioni, denominato “World competitiveness yearbook”.
5 Si noti al riguardo come la posizione in graduatoria della Lombardia risulti peggiore di quella di ogni altra regione considerata dall’IMD con riferimento a tutti e quattro gli indicatori specifici, con la sola eccezione della performance economica, in cui la Lombardia supera Île de France e Rhône-Alpes.
6 Nel periodo 1995-2003 il tasso di cambio reale dell’Italia è peggiorato del 16% circa con riferimento ai prezzi alla produzione e addirittura del 36% con riferimento al costo del lavoro per unità di prodotto nell’industria manifatturiera.
7 Aumenta, peraltro, la quota sul PIL delle esportazioni di prodotti a elevata o crescente produttività: dal 10% del 1995 al 10,4% del 2002.
8 Nel medesimo periodo la quota delle importazioni lombarde risulta invariata al 37,3% del totale nazionale.
9 I dati, di fonte UIC, sono disponibili solo per gli ultimi sette anni. Il riferimento a medie biennali cerca di cogliere le tendenze di fondo del fenomeno in esame, evitando le possibili anomalie connesse a rilevazioni puntuali.
10 Il tema è esaminato in modo approfondito in UNCTAD,  World investment report, 2004.
11 A fronte di tale dinamica, a quota dell’industria diminuisce, sulla base dei dati ISTAT, in entrambe le aree considerate (dal 30 al 28% in Italia e dal 38 al 35% in Lombardia); inoltre, con riferimento all’economia nazionale, si riduce pure il peso dei servizi pubblici (dal 19 al 18%), che rimane invece costante in Lombardia al 12,6%. Nel periodo in esame, infine, l’incidenza del valore aggiunto agricolo subisce lievissime variazioni, scendendo dal 3,2 al 2,8% in Italia e salendo dall’1,7 all’1,8% in regione.
12 Tale flessione si commisura dal 34 al 32% in Italia e dal 44 al 40% in Lombardia.
13 Nel medesimo periodo il valore aggiunto dell’intermediazione monetaria e finanziaria cresce nell’economia nazionale del 16% e l’incidenza del comparto rimane pressoché stabile al 9%.
14 È interessante sottolineare invece come il valore aggiunto dei servizi forniti alle imprese, pur denotando in generale una dinamica più sostenuta di quella complessiva del terziario (+23% contro +17,6% per la Lombardia), fa segnare in regione progressi un po’ più lenti di quelli propri della media del Paese (dove la crescita del valore aggiunto settoriale è pari al 23,7%). In tal modo, e contrariamente alle attese, una parte importante del terziario moderno e avanzato sostiene in misura meno accentuata il processo di crescita regionale. Peraltro, se si limita l’analisi al comparto dell’attività immobiliare e imprenditoriale, con riferimento ai dati sull’occupazione (gli unici disponibili al riguardo) si registra in regione una dinamica più accentuata.





1.3 - La dinamica della produttività come fattore alla radice dello sviluppo economico regionale
L’evidenza internazionale sulla scomposizione della crescita e sui contributi a essa forniti rispettivamente dall’accumulazione dei fattori e dall’aumento della loro produttività evidenzia chiaramente come il grosso gap registrato nell’ultimo decennio fra l’espansione statunitense e quella europea sia da attribuire in buona parte alla diversa dinamica della produttività. In particolare, sulla base dei dati recentemente resi disponibili dall’OCSE15, la crescita della produttività totale dei fattori (PTF) nel periodo fra il 1995 e il 2000 si sarebbe attestata in America su una media annua dello 0,7%, contro un valore europeo che non raggiungerebbe lo 0,5% e un contributo nell’economia italiana limitato allo 0,1-0,2%.



Un’evoluzione più favorevole rispetto alla media nazionale sembra peraltro avere caratterizzato l’economia lombarda (fig. 1.4): una stima ad hoc della PTF regionale indica, infatti, come tale grandezza sia cresciuta nel periodo tra il 1995 e il 2002 a un tasso medio annuo dello 0,4%16,17. Alcuni segnali di difficoltà sembrano tuttavia emergere in prospettiva temporale, posto che la dinamica della PTF evidenzia come a una prima fase di incremento faccia seguito un rallentamento e poi una flessione nell’ultimo biennio di analisi.
Molti fattori possono spiegare la ridotta crescita della produttività totale dei fattori nell’economia italiana e in quella lombarda. Particolarmente significativi appaiono al riguardo la modesta quota di risorse destinate alla ricerca e sviluppo, l’insufficiente progresso nel campo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (le cosiddette ICT) e il ridotto stock di capitale umano.
Per quanto riguarda il primo dei fattori citati, è opportuno sottolineare come la spesa in ricerca e sviluppo dell’industria si attesti nell’economia italiana su un livello pari allo 0,5% del valore aggiunto settoriale, contro l’1,4% in Francia, l’1,7% in Germania, l’1,9% negli Stati Uniti e addirittura il 2,3% in Giappone. Più elevata, ma comunque inferiore ai valori registrati nelle più importanti economie industrializzate, appare la spesa effettuata nell’economia lombarda, che raggiunge un livello pari allo 0,9% circa. Al riguardo si deve comunque sottolineare come la regione si ponga in questo ambito su posizioni di eccellenza all’interno dell’economia italiana, in quanto l’investimento delle imprese lombarde rappresenta circa un terzo del totale nazionale18. Molto elevato appare, inoltre, in regione anche il numero degli addetti alla ricerca e sviluppo19.
Considerazioni analoghe possono essere svolte con riferimento al ruolo e all’incidenza delle ICT. Confrontando i dati relativi alla quota di valore aggiunto industriale e di occupazione attribuibili ai settori delle nuove tecnologie, si riscontra come entrambi gli indicatori risultino nella media nazionale inferiori, rispettivamente, di mezzo punto e di un punto percentuale rispetto ai paesi OCSE e dell’Unione europea. Anche in questo caso la situazione lombarda appare lievemente più favorevole, come evidenziato dalla maggiore incidenza dell’occupazione nei settori delle ICT e dalla maggiore diffusione dell’impiego di tecnologie informatiche nella produzione. Il ritardo nell’impiego delle nuove tecnologie nel nostro Paese può essere spiegato in buona parte da fattori strutturali facilmente individuabili. La maggior parte delle imprese italiane, a causa delle peculiarità del sistema produttivo nazionale e soprattutto della ridotta dimensione media delle aziende, mostra una carenza sia nelle competenze possedute sia nella struttura organizzativa che impedisce un impiego efficiente delle ICT20. Poiché inoltre, per le cosiddette esternalità di rete, i benefici dell’utilizzo delle nuove tecnologie per ciascun utente crescono al crescere del numero dei soggetti che le impiegano, l’arretratezza di parte del sistema economico nazionale rappresenta un ostacolo all’adozione delle ICT anche per le imprese delle aree tecnologicamente più avanzate, come la Lombardia.
Ancora modesto, infine, appare nell’economia nazionale lo stock di capitale umano, come evidenziato dal livello di istruzione, sia della popolazione sia della forza lavoro, che si attesta su valori significativamente inferiori alla media OCSE. Il ritardo dell’Italia in tale ambito si evidenzia con riferimento all’incidenza tanto dell’istruzione più avanzata quanto del suo livello medio21. Ancora una volta l’economia lombarda denota un gap strutturale minore rispetto alla realtà nazionale, con livelli di istruzione più elevati, pur all’interno di un processo di catching up da parte delle altre regioni italiane22.

15 Si veda OCSE, The Sources of Economic Growth in the OECD Countries, 2003.
16 La stima della PTF è stata ottenuta utilizzando i dati di contabilità regionale su prodotto, unità di lavoro, salari e redditi totali e ricostruendo una serie dello stock di capitale regionale con il metodo dell’inventario permanente.
17 Si noti che una conclusione opposta sulla dinamica relativa della produttività si ottiene esaminando il PIL per addetto, dato che tale variabile evidenzia nell’economia nazionale un incremento maggiore di quello registrato in Lombardia. Questo risultato, peraltro, dipende soprattutto dalla maggior crescita occupazionale in regione, e quindi, come si evidenzierà nel prossimo paragrafo, dai diversi effetti delle recenti modificazioni che hanno interessato il mercato del lavoro.
18 La quota della Lombardia scende a circa il 20% se si considera anche la ricerca pubblica.
19 Sulla base dei dati ISTAT, gli addetti alla ricerca e sviluppo in regione risultano pari al 18,7% del totale nazionale, una percentuale in linea con la quota dell’occupazione complessiva della regione (18,3%). Rispetto al totale della popolazione, l’incidenza in regione è pari nel 2001 allo 0,32%, contro una media nazionale dello 0,27%.
20 La letteratura empirica sull’impiego delle ICT evidenzia il ruolo essenziale delle cosiddette micro-complementarietà tra nuove tecnologie, nuovi modelli organizzativi e nuove competenze (si veda per esempio Trento S. e Warglien M., Tecnologie digitali e cambiamento organizzativo, in Rossi S., La Nuova Economia. I fatti dietro il mito, Il Mulino 2003).
21 Con riferimento al primo aspetto è utile sottolineare la minore incidenza di laureati sulla popolazione, pari a circa il 6% in Italia e superiore al 10% nella media OCSE e nei principali paesi industrializzati. Riguardo al secondo, a titolo di esempio, la percentuale di diplomati sulla popolazione di età fra i 25 e i 34 anni è pari al 57% in Italia, contro una media del 74% nei paesi OCSE.
22 Sia il numero di laureati sulla popolazione (6% contro 5,6%) sia il numero medio di anni di istruzione della popolazione (8,8 contro 8,6) sono maggiori in Lombardia che in Italia. Per entrambe le variabili, tuttavia, i tassi di crescita regionali nel periodo 1995-2002 sono stati inferiori a quelli medi nazionali (rispettivamente +24 contro +29% per la quota di laureati e +6,3 contro +7,2% per gli anni medi di istruzione).
 



1.4 - L’evoluzione del mercato del lavoro
Nel periodo 1995-2003 il mercato del lavoro ha mostrato un’evoluzione piuttosto soddisfacente, a livello tanto nazionale quanto regionale, con una significativa espansione occupazionale, in continua accelerazione, e una progressiva riduzione del tasso di disoccupazione.
Più precisamente, nel periodo in esame, si possono chiaramente riconoscere due fasi distinte, che vanno rispettivamente dal 1995 al 1997 e dal 1998 a oggi (fig. 1.5).



Il primo sottoperiodo si caratterizza per una sostanziale stazionarietà del numero di lavoratori impiegati: l’incremento medio annuo è infatti pari a un modesto 0,1% nell’economia italiana e 0,3% in Lombardia. È interessante osservare, peraltro, come la modesta crescita occupazionale in tale triennio avvenga in presenza di un’espansione produttiva abbastanza favorevole, con valori medi attorno al 2%. Alla sostanziale stabilità dell’occupazione nel primo sottoperiodo fa seguito negli anni successivi un sostenuto incremento del numero di occupati, che crescono in media fra il 1998 e il 2003 dell’1,5% l’anno in Italia e dell’1,6% in Lombardia23. In maniera speculare rispetto all’esperienza del periodo precedente, la fase di rapida espansione dell’occupazione si affianca a una ridotta crescita del prodotto, pari all’1,5% nella media nazionale e all’1,1% in regione.
Il confronto fra le dinamiche occupazionali dei due periodi evidenzia dunque cambiamenti strutturali assai significativi, con il passaggio da una fase di “crescita senza occupazione” a una opposta di “occupazione senza crescita”. Tale mutamento strutturale della relazione fra prodotto e occupazione è del resto confermata dai dati relativi all’elasticità storica degli occupati rispetto al PIL, la quale subisce un eccezionale incremento, passando in regione da un valore attorno a 0,1 nel periodo 1995-97 a un valore superiore a 1 in quello successivo.
L’evoluzione descritta può essere attribuita all’operare congiunto di molti fattori. In primo luogo l’insieme di provvedimenti adottati fra il 1997 e il 2001 ha aumentato in maniera significativa la flessibilità del mercato del lavoro, introducendo nuove forme contrattuali e ampliando le possibilità di applicazione di quelle già esistenti24. In secondo luogo la dinamica delle retribuzioni è risultata mediamente inferiore a quella dell’inflazione, cosicché il costo del fattore lavoro si è ridotto, anche in termini relativi rispetto al capitale, rendendone più conveniente l’impiego nella produzione. Un ultimo elemento rilevante, infine, è rappresentato dai sussidi alle assunzioni introdotti nella seconda parte degli anni novanta, i quali hanno determinato un incentivo all’ingresso sul mercato di lavoratori disoccupati25 nonché all’emersione di lavoro irregolare.
È importante peraltro sottolineare come la consistente crescita occupazionale degli anni più recenti, legata alla maggiore flessibilità acquisita sul mercato del lavoro, si sia accompagnata a una significativa precarizzazione del lavoro dipendente, come testimoniato, tra l’altro, dalla forte espansione del cosiddetto “lavoro atipico”, cresciuto a partire dalla seconda metà degli anni novanta di oltre il 45% nelle sue diverse forme (lavoro temporaneo, part-time e lavoro parasubordinato). Inoltre, sebbene i vari indicatori sulla distribuzione personale del reddito e della ricchezza non sembrano indicare, a livello aggregato, sensibili mutamenti equitativi, tuttavia le recenti tendenze del mercato del lavoro hanno prodotto notevoli cambiamenti nella distribuzione del reddito tra le varie classi di lavoratori, con un peggioramento delle condizioni di operai e impiegati e un miglioramento di quelle dei lavoratori autonomi. Nel complesso, quindi, l’evoluzione del mercato del lavoro italiano non ha potuto sfuggire al trade-off tra efficienza ed equità che ha caratterizzato in maniera ben più profonda il modello ideale di riferimento costituito dall’economia statunitense.

23 Si noti che nel medesimo periodo il tasso di disoccupazione passa dall’11,8 all’8,7% in Italia e dal 5,5 al 3,6% in Lombardia.
24 Si ricordano, in particolare, il cosiddetto “pacchetto Treu” del 1997, la “legge Salvi” del 2000 e i provvedimenti sui contratti a termine del 2001.
25 I sussidi introdotti riguardano i lavoratori con più di venticinque anni disoccupati da almeno due anni, e sono di entità diversa nel nord e nel Mezzogiorno.




1.5 - Conclusioni
Negli ultimi dieci anni il quadro macroeconomico lombardo ha mostrato un deterioramento congiunturale, ma anche soprattutto strutturale. Quest’ultimo è riconducibile da un lato all’emergere di problemi di competitività e dall’altro al ritardo accumulato dal sistema paese nel costruire le condizioni per aumentare la produttività totale dei fattori, le dotazioni di capitale umano e la diffusione delle nuove tecnologie. L’analisi dei dati disponibili mostra che la Lombardia, pur restando su posizioni di eccellenza, ha perso terreno, in questi ultimi anni, non solo rispetto ad alcune virtuose regioni europee, ma anche rispetto allo stesso sistema economico nazionale. Il mercato del lavoro regionale, peraltro, grazie agli stimoli forniti dalle riforme strutturali introdotte, ha mostrato un’evoluzione ancor più favorevole di quella media italiana, di per sé già straordinaria rispetto agli standard passati.





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