4 - competitività
Up one levelCapitolo 4 - Gioacchino Garofoli - Fattori di attrattività e di debolezza
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4.1 Introduzione
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4.2 Competitività e trend localizzativi
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4.3 Le risorse specifiche della Lombardia
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4.4 Interdipendenze produttive, relazioni tra imprese, relazioni con le istituzioni della formazione e della ricerca
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4.5 I fattori di contesto
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4.6 Osservazioni conclusive
Estratto
4.1 - Introduzione
La competitività del sistema economico lombardo, come quella della
maggior parte delle regioni europee, non può che essere basata sulla
capacità di innovazione e di introduzione continua di prodotti nuovi e
di qualità; in altri termini la competitività lombarda dovrebbe essere
basata sulla qualità delle risorse umane e sulla capacità di costruire
saperi, conoscenze e competenze specifiche come fattori differenziali
rispetto alle opportunità produttive delle altre regioni.
La competitività regionale si basa, dunque, sempre più sulla dinamica interattiva tra attori e organizzazioni capaci di costruire un ambiente favorevole all’innovazione e, dunque, un territorio attrattivo nei riguardi delle “intelligenze” e delle risorse umane e professionali più orientate al cambiamento e al rischio.
Dagli anni novanta l’economia lombarda è entrata in una prolungata fase di transizione, dopo le fasi della forte dinamica industriale (negli anni cinquanta e sessanta) e della fase di industrializzazione diffusa e di intensa natalità imprenditoriale (nella seconda parte degli anni Settanta e negli anni Ottanta). In questa fase di transizione sono venuti meno alcuni “motori” della dinamica evolutiva e sono emersi comportamenti inerziali e d’attesa, oltre che di ripiegamento. E’ questa la fase, da un lato, legata all’emergere di Milano come “città della moda e del design” e, dall’altro, al formarsi progressivo della cd. “città infinita”1, con tutti i problemi non solo di congestione e di difficoltà di comunicazione ma anche di difficoltà di percezione delle identità e delle specificità, delle emergenze e delle nuove dinamiche economiche e sociali. In questo periodo cambia il posizionamento relativo dell’economia lombarda: le dinamiche dell’economia lombarda si affievoliscono, i settori di prevalente specializzazione perdono quote di mercato (indebolendo alcune delle specificità dell’economia regionale), si riduce la capacità di riproduzione imprenditoriale, specie nel settore manifatturiero. In questa fase, soprattutto, i processi localizzativi delle imprese manifestano un doppio fenomeno: da un lato, il forte rallentamento di nuove localizzazioni industriali nelle aree più sviluppate e più antropizzate della regione (sia per il rarefarsi di aree idonee all’insediamento produttivo sia per la crescita dei processi di decentramento internazionale della produzione e di delocalizzazione all’estero da parte delle imprese lombarde) e, dall’altro, la forte ripresa di interesse del capitale straniero (all’inizio di questo decennio) ad investimenti in Lombardia, ove si concentra ormai il 48,9% degli investimenti diretti dall’estero nel nostro paese.
1 Cfr. A. Bonomi e C. Donegà, La geocomunità della città infinita. La Pedemontana lombarda, in Bonomi A. (a cura di), Per un credito locale e globale, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2003.
La competitività regionale si basa, dunque, sempre più sulla dinamica interattiva tra attori e organizzazioni capaci di costruire un ambiente favorevole all’innovazione e, dunque, un territorio attrattivo nei riguardi delle “intelligenze” e delle risorse umane e professionali più orientate al cambiamento e al rischio.
Dagli anni novanta l’economia lombarda è entrata in una prolungata fase di transizione, dopo le fasi della forte dinamica industriale (negli anni cinquanta e sessanta) e della fase di industrializzazione diffusa e di intensa natalità imprenditoriale (nella seconda parte degli anni Settanta e negli anni Ottanta). In questa fase di transizione sono venuti meno alcuni “motori” della dinamica evolutiva e sono emersi comportamenti inerziali e d’attesa, oltre che di ripiegamento. E’ questa la fase, da un lato, legata all’emergere di Milano come “città della moda e del design” e, dall’altro, al formarsi progressivo della cd. “città infinita”1, con tutti i problemi non solo di congestione e di difficoltà di comunicazione ma anche di difficoltà di percezione delle identità e delle specificità, delle emergenze e delle nuove dinamiche economiche e sociali. In questo periodo cambia il posizionamento relativo dell’economia lombarda: le dinamiche dell’economia lombarda si affievoliscono, i settori di prevalente specializzazione perdono quote di mercato (indebolendo alcune delle specificità dell’economia regionale), si riduce la capacità di riproduzione imprenditoriale, specie nel settore manifatturiero. In questa fase, soprattutto, i processi localizzativi delle imprese manifestano un doppio fenomeno: da un lato, il forte rallentamento di nuove localizzazioni industriali nelle aree più sviluppate e più antropizzate della regione (sia per il rarefarsi di aree idonee all’insediamento produttivo sia per la crescita dei processi di decentramento internazionale della produzione e di delocalizzazione all’estero da parte delle imprese lombarde) e, dall’altro, la forte ripresa di interesse del capitale straniero (all’inizio di questo decennio) ad investimenti in Lombardia, ove si concentra ormai il 48,9% degli investimenti diretti dall’estero nel nostro paese.
1 Cfr. A. Bonomi e C. Donegà, La geocomunità della città infinita. La Pedemontana lombarda, in Bonomi A. (a cura di), Per un credito locale e globale, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2003.
4.2 - Competitività e trend localizzativi
Le analisi condotte da istituti (Institute for Management Development,
World Economic Forum, ..) specializzati sull’analisi della
competitività dei vari paesi indicano la progressiva perdita di
posizioni dell’Italia negli ultimi anni. La Lombardia soffre degli
stessi punti di debolezza del sistema nazionale nel suo complesso, che
sono tra l’altro accentuati in alcuni casi (come per esempio, la
maggiore congestione del traffico con la conseguente difficoltà in
termini di comunicazione e di accesso ai mercati da parte delle
imprese).
Alcuni lavori di analisi comparata regionale e diversi indicatori statistici sottolineano la perdita di competitività dell’economia e dell’industria lombarda o, almeno, la perdita di velocità relativa rispetto ad altre regioni europee. La riduzione della quota lombarda sulle esportazioni italiane (dal 30,2% al 28,5%) dal 1995 al 2003 è un chiaro segnale in tale direzione2; indicazioni analoghe vengono fornite dalla riduzione del grado di apertura sui mercati esteri (dato dal rapporto relativo tra esportazioni e valore aggiunto a livello regionale e nazionale)3 e dal progressivo avvicinamento del valore delle esportazioni per addetto in Lombardia rispetto all’analogo valore a livello nazionale4.
Negli ultimi tempi si è sempre più diffusa e consolidata l’opinione secondo cui l’internazionalizzazione produttiva, attraverso investimenti diretti all’estero (IDE), rappresenti un importante fattore di competitività e di stimolo alla crescita dei paesi e delle regioni. L’“internazionalizzazione attiva”, ossia l’espansione produttiva all’estero di imprese nazionali e regionali, viene considerata non solo la conseguenza della dotazione di risorse esclusive che vengono valorizzate sui mercati internazionali, ma anche il presupposto per l’ulteriore accumulazione di vantaggi competitivi. L’“internazionalizzazione passiva”, cioè la presenza di imprese multinazionali estere nel paese e nella regione, può invece favorire lo sviluppo locale, attraverso l’allargamento e il consolidamento della base produttiva, il trasferimento di tecnologie e competenze (sia in modo diretto che per effetto di spillover), lo stimolo alla competizione e l’inserimento dei fornitori nei circuiti internazionali5.
La lettura degli indicatori degli investimenti diretti dall’estero in Lombardia e degli investimenti delle imprese lombarde all’estero e l’interpretazione della loro dinamica possono aiutare a comprendere alcuni degli effetti combinati delle strategie delle imprese, dei fattori di competitività e della capacità di attrattività della Lombardia.
Si hanno a disposizione due fonti complementari di dati per ragionare sulla dinamica degli investimenti diretti esteri e all’estero: la serie storica dei dati relativi ad imprese, addetti e fatturato delle imprese estere controllate e partecipate da imprese italiane e delle imprese italiane controllate e partecipate da imprese straniere (data base Reprint, Politecnico di Milano – ICE) e i dati relativi ai flussi di capitale (per acquisizione di imprese) all’estero e dall’estero (Ufficio italiano cambi).
La situazione a metà degli anni Novanta era sufficientemente delineata, essendo in gran parte determinata dai flussi di capitale che si erano avuti negli anni di forte sviluppo, soprattutto negli anni Sessanta, quando gli investimenti esteri market seeking avevano fortemente privilegiato la Lombardia in considerazione dell’elevato potenziale di mercato. Nel 1996 l’attenzione delle imprese multinazionali estere era fortemente concentrata sul controllo e sulla partecipazione delle imprese lombarde, che rappresentavano il 45,7% delle imprese italiane controllate e che occupavano il 49,9% degli addetti delle imprese italiane controllate da imprese multinazionali (IMN) estere (tab. 4.1). Per quanto riguarda la distribuzione regionale degli investimenti esteri (IDE), nel 19976 la Lombardia copriva il 37,8% del flusso di investimenti produttivi dall’estero ma addirittura il 52,8% degli investimenti distribuibili per regione. In quello stesso anno la gran parte del flusso degli investimenti all’estero proveniva dalle imprese lombarde che coprivano il 55,4% degli investimenti italiani all’estero e il 60,4% degli investimenti distribuibili per regione (tab. 4.2a e tab. 4.2b).



A metà degli anni Novanta, tuttavia, era molto più accentuato il flusso degli investimenti lombardi (ma analogamente avviene a livello nazionale) all’estero piuttosto che il flusso dei movimenti di capitale in entrata: il valor medio degli investimenti lombardi all’estero degli anni 1997-98 è, infatti 4,5 volte superiore al valore degli IDE in entrata in Lombardia, come conseguenza della ritardata ma diffusa attenzione – anche da parte delle PMI – alle strategie di internazionalizzazione, agli investimenti produttivi all’estero e ai processi di delocalizzazione. La dinamica degli IDE in Lombardia è, negli anni successivi, profondamente modificata: gli investimenti all’estero si stabilizzano7, mentre aumentano incredibilmente (con una moltiplicazione di quasi sette volte), nel periodo considerato, gli IDE in entrata8.
La serie storica degli investimenti diretti esteri in Lombardia mostra chiaramente la modificazione del grado di attrattività relativa del territorio lombardo, che assorbe una quota crescente degli IDE in entrata in Italia: la Lombardia assorbe infatti alla fine del periodo (media triennale) il 43,1% degli investimenti lordi dall’estero9. Al contrario, la quota lombarda degli investimenti italiani all’estero è diminuita, passando da una quota del 46% all’inizio del periodo (media triennale) al 35,1% nella media degli ultimi tre anni10.
Il grado di internazionalizzazione dell’economia lombarda è aumentato a ritmi sufficientemente elevati nel periodo considerato: è aumentato notevolmente sia il numero delle imprese localizzate in Lombardia a partecipazione estera (ormai oltre 3.000), con un aumento dell’occupazione del 69,2% tra 1996 e 2003, sia il numero delle imprese estere partecipate da imprese lombarde (ormai oltre 5.000), con un aumento dell’occupazione dell’ 87%. Le informazioni della banca dati Reprint mostrano come ormai si sia costituito in Lombardia un numeroso gruppo di piccole e medie imprese multinazionali, nonostante sia possibile sottolineare come il processo di delocalizzazione produttiva sia cresciuto più intensamente in altre regioni italiane.
2 Cfr. C. Bianchi, L’evoluzione macroeconomica della regione Lombardia nell’ultimo decennio, in questo rapporto.
3 Il valore dell’indice, per la Lombardia, passa da 120,5 nel 1995 (cfr. F. Onida, Che cosa scambia l’economia lombarda? L’oggetto della competizione futura, in AA.VV., Scenari dello sviluppo, Consiglio Regionale della Lombardia – Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia, Guerini e Associati, Milano, 1999, Tab. 2) a 109,3 nel 2002 (Istituto nazionale per il commercio estero (ICE), L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto ICE 2002-2003, Roma, 2003).
4 Il valore delle esportazioni per addetto in Lombardia è ovviamente superiore all’analogo valore a livello nazionale, ma la quota tra i due valori scende da 135,1 del 1996 (nostre elaborazioni da F. Onida, Che cosa scambia .., cit., Tab. 2) a 130,4 nel 2002 (nostre elaborazioni da ICE, L’Italia nell’economia …, cit., Tavola 7.3).
5 Cfr. S. Mariotti e M. Mutinelli, L’internazionalizzazione della produzione: un confronto tra Italia e principali Paesi industrializzati, in Galli G. e Paganetto L. (a cura di), La competitività dell’Italia. Vol II: Le imprese, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 2002.
6 Primo anno per il quale è disponibile la serie storica regionalizzata degli investimenti dall’estero e all’estero.
7 Il valor medio a prezzi correnti degli IDE in uscita nel 2002-2003 è pari al 96,7% del valor medio ottenuto nel 1997-1998.
8 La serie storica dei flussi di investimento mostra una accentuata volatilità temporale, soprattutto con forti fluttuazioni dei disinvestimenti che aumentano ancora più velocemente degli investimenti lordi.
9 Contro un valor medio dei primi tre anni del 40,1%; l’aumento della quota della Lombardia è di quasi 12 punti qualora si prendano in considerazione gli investimenti netti (al netto, cioè, dei disinvestimenti) dall’estero.
10 La diminuzione percentuale è di oltre 22 punti qualora si prendano in considerazione solo gli investimenti netti all’estero.
Alcuni lavori di analisi comparata regionale e diversi indicatori statistici sottolineano la perdita di competitività dell’economia e dell’industria lombarda o, almeno, la perdita di velocità relativa rispetto ad altre regioni europee. La riduzione della quota lombarda sulle esportazioni italiane (dal 30,2% al 28,5%) dal 1995 al 2003 è un chiaro segnale in tale direzione2; indicazioni analoghe vengono fornite dalla riduzione del grado di apertura sui mercati esteri (dato dal rapporto relativo tra esportazioni e valore aggiunto a livello regionale e nazionale)3 e dal progressivo avvicinamento del valore delle esportazioni per addetto in Lombardia rispetto all’analogo valore a livello nazionale4.
Negli ultimi tempi si è sempre più diffusa e consolidata l’opinione secondo cui l’internazionalizzazione produttiva, attraverso investimenti diretti all’estero (IDE), rappresenti un importante fattore di competitività e di stimolo alla crescita dei paesi e delle regioni. L’“internazionalizzazione attiva”, ossia l’espansione produttiva all’estero di imprese nazionali e regionali, viene considerata non solo la conseguenza della dotazione di risorse esclusive che vengono valorizzate sui mercati internazionali, ma anche il presupposto per l’ulteriore accumulazione di vantaggi competitivi. L’“internazionalizzazione passiva”, cioè la presenza di imprese multinazionali estere nel paese e nella regione, può invece favorire lo sviluppo locale, attraverso l’allargamento e il consolidamento della base produttiva, il trasferimento di tecnologie e competenze (sia in modo diretto che per effetto di spillover), lo stimolo alla competizione e l’inserimento dei fornitori nei circuiti internazionali5.
La lettura degli indicatori degli investimenti diretti dall’estero in Lombardia e degli investimenti delle imprese lombarde all’estero e l’interpretazione della loro dinamica possono aiutare a comprendere alcuni degli effetti combinati delle strategie delle imprese, dei fattori di competitività e della capacità di attrattività della Lombardia.
Si hanno a disposizione due fonti complementari di dati per ragionare sulla dinamica degli investimenti diretti esteri e all’estero: la serie storica dei dati relativi ad imprese, addetti e fatturato delle imprese estere controllate e partecipate da imprese italiane e delle imprese italiane controllate e partecipate da imprese straniere (data base Reprint, Politecnico di Milano – ICE) e i dati relativi ai flussi di capitale (per acquisizione di imprese) all’estero e dall’estero (Ufficio italiano cambi).
La situazione a metà degli anni Novanta era sufficientemente delineata, essendo in gran parte determinata dai flussi di capitale che si erano avuti negli anni di forte sviluppo, soprattutto negli anni Sessanta, quando gli investimenti esteri market seeking avevano fortemente privilegiato la Lombardia in considerazione dell’elevato potenziale di mercato. Nel 1996 l’attenzione delle imprese multinazionali estere era fortemente concentrata sul controllo e sulla partecipazione delle imprese lombarde, che rappresentavano il 45,7% delle imprese italiane controllate e che occupavano il 49,9% degli addetti delle imprese italiane controllate da imprese multinazionali (IMN) estere (tab. 4.1). Per quanto riguarda la distribuzione regionale degli investimenti esteri (IDE), nel 19976 la Lombardia copriva il 37,8% del flusso di investimenti produttivi dall’estero ma addirittura il 52,8% degli investimenti distribuibili per regione. In quello stesso anno la gran parte del flusso degli investimenti all’estero proveniva dalle imprese lombarde che coprivano il 55,4% degli investimenti italiani all’estero e il 60,4% degli investimenti distribuibili per regione (tab. 4.2a e tab. 4.2b).



A metà degli anni Novanta, tuttavia, era molto più accentuato il flusso degli investimenti lombardi (ma analogamente avviene a livello nazionale) all’estero piuttosto che il flusso dei movimenti di capitale in entrata: il valor medio degli investimenti lombardi all’estero degli anni 1997-98 è, infatti 4,5 volte superiore al valore degli IDE in entrata in Lombardia, come conseguenza della ritardata ma diffusa attenzione – anche da parte delle PMI – alle strategie di internazionalizzazione, agli investimenti produttivi all’estero e ai processi di delocalizzazione. La dinamica degli IDE in Lombardia è, negli anni successivi, profondamente modificata: gli investimenti all’estero si stabilizzano7, mentre aumentano incredibilmente (con una moltiplicazione di quasi sette volte), nel periodo considerato, gli IDE in entrata8.
La serie storica degli investimenti diretti esteri in Lombardia mostra chiaramente la modificazione del grado di attrattività relativa del territorio lombardo, che assorbe una quota crescente degli IDE in entrata in Italia: la Lombardia assorbe infatti alla fine del periodo (media triennale) il 43,1% degli investimenti lordi dall’estero9. Al contrario, la quota lombarda degli investimenti italiani all’estero è diminuita, passando da una quota del 46% all’inizio del periodo (media triennale) al 35,1% nella media degli ultimi tre anni10.
Il grado di internazionalizzazione dell’economia lombarda è aumentato a ritmi sufficientemente elevati nel periodo considerato: è aumentato notevolmente sia il numero delle imprese localizzate in Lombardia a partecipazione estera (ormai oltre 3.000), con un aumento dell’occupazione del 69,2% tra 1996 e 2003, sia il numero delle imprese estere partecipate da imprese lombarde (ormai oltre 5.000), con un aumento dell’occupazione dell’ 87%. Le informazioni della banca dati Reprint mostrano come ormai si sia costituito in Lombardia un numeroso gruppo di piccole e medie imprese multinazionali, nonostante sia possibile sottolineare come il processo di delocalizzazione produttiva sia cresciuto più intensamente in altre regioni italiane.
2 Cfr. C. Bianchi, L’evoluzione macroeconomica della regione Lombardia nell’ultimo decennio, in questo rapporto.
3 Il valore dell’indice, per la Lombardia, passa da 120,5 nel 1995 (cfr. F. Onida, Che cosa scambia l’economia lombarda? L’oggetto della competizione futura, in AA.VV., Scenari dello sviluppo, Consiglio Regionale della Lombardia – Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia, Guerini e Associati, Milano, 1999, Tab. 2) a 109,3 nel 2002 (Istituto nazionale per il commercio estero (ICE), L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto ICE 2002-2003, Roma, 2003).
4 Il valore delle esportazioni per addetto in Lombardia è ovviamente superiore all’analogo valore a livello nazionale, ma la quota tra i due valori scende da 135,1 del 1996 (nostre elaborazioni da F. Onida, Che cosa scambia .., cit., Tab. 2) a 130,4 nel 2002 (nostre elaborazioni da ICE, L’Italia nell’economia …, cit., Tavola 7.3).
5 Cfr. S. Mariotti e M. Mutinelli, L’internazionalizzazione della produzione: un confronto tra Italia e principali Paesi industrializzati, in Galli G. e Paganetto L. (a cura di), La competitività dell’Italia. Vol II: Le imprese, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 2002.
6 Primo anno per il quale è disponibile la serie storica regionalizzata degli investimenti dall’estero e all’estero.
7 Il valor medio a prezzi correnti degli IDE in uscita nel 2002-2003 è pari al 96,7% del valor medio ottenuto nel 1997-1998.
8 La serie storica dei flussi di investimento mostra una accentuata volatilità temporale, soprattutto con forti fluttuazioni dei disinvestimenti che aumentano ancora più velocemente degli investimenti lordi.
9 Contro un valor medio dei primi tre anni del 40,1%; l’aumento della quota della Lombardia è di quasi 12 punti qualora si prendano in considerazione gli investimenti netti (al netto, cioè, dei disinvestimenti) dall’estero.
10 La diminuzione percentuale è di oltre 22 punti qualora si prendano in considerazione solo gli investimenti netti all’estero.
4.3 - Le risorse specifiche della Lombardia
La letteratura recente su fattori di competitività delle nuove regioni
di successo ha fortemente posto l’attenzione sulla presenza di risorse
e assets specifici11 non trasferibili ad altri territori (e
non quindi risorse standard) come “attrattori” dei soggetti
maggiormente orientati all’investimento e all’innovazione. La presenza
di professionisti e tecnici e di istituzioni di ricerca con alte
competenze attraggono in molte regioni europee ed extra-europee gli
investimenti delle imprese orientate all’innovazione (cfr. il caso di
Toulouse nel settore aeronautico e dell’industria spaziale) e i cui
investimenti non sono decisi sulla base dei costi di produzione12.
Nella percezione dell’opinione pubblica la Lombardia assume un’immagine di regione evoluta e fortemente indirizzata alle nuove tecnologie e alle nuove professioni. La presenza di dodici Università, di numerosi centri di ricerca, di un numero rilevante di headquarters di grandi imprese nazionali e multinazionali, la presenza di prestigiose istituzioni finanziarie, della Borsa e delle grandi fiere consolidano questa immagine. Questa immagine è parzialmente vera; alcuni indicatori confermerebbero questa percezione (la quota di brevetti europei depositati da imprese lombarde è pari al 31,6% del totale nazionale), ma già la quota di personale impiegato in attività di R&S nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche (pari al 24,6% del totale nazionale, che scende tuttavia al 21,5% quando si consideri anche il personale universitario) comincia ad erodere questa immagine di prestigio essendo non molto superiore alla quota lombarda del PIL nazionale (pari, infatti, al 20,1%).
Tra le risorse specifiche sono da includere, senza dubbio, le risorse organizzative-imprenditoriali, che certamente manifestano differenze notevoli tra le varie regioni come la letteratura sulla formazione di nuove imprese ha da tempo sottolineato. A tal fine, occorre ricordare l’elevata densità imprenditoriale della Lombardia, specie nel settore industriale. I tassi di natalità imprenditoriale sono stati negli anni Settanta ed Ottanta incredibilmente superiori a quelli registrati nelle altre regioni europee13. Negli ultimi anni, tuttavia, si manifesta un forte rallentamento dei tassi di natalità in Lombardia, specie nel settore manifatturiero (tab. 4.3), probabilmente anche per profondi cambiamenti nelle condizioni minimali di gestione dell’impresa che si sono manifestati negli ultimi anni e che hanno fortemente rallentato il processo di mobilità sociale e di formazione di classe imprenditoriale attraverso le tradizionali forme di apprendimento sul lavoro.

E’ difficile capire se, negli ultimi anni, vi sia stato un forte aumento di nuove ed elevate professionalità in Lombardia, anche perché questo dovrebbe essere obiettivo di una ricerca specifica che non è stata prodotta negli ultimi anni. Se utilizziamo alcuni semplici indicatori sulla presenza di tecnici specializzati nella ricerca (es. quota di addetti alla R&S) come proxy dell’esistenza di figure professionali di elevato livello e necessarie per avviare percorsi innovativi, i dati per la Lombardia non sono particolarmente confortanti. In Lombardia sono presenti 3,2 addetti ai settori della R&S ogni 1.000 abitanti contro una media italiana di 2,7. La presenza in Lombardia di tecnici della ricerca e sviluppo non è dunque particolarmente intensa (infatti in Piemonte la quota giunge a 4,2 e nel Lazio giunge a 5,4; addirittura la quota lombarda è inferiore a quella dell’Emilia Romagna e del Friuli Venezia Giulia). Analogamente la quota delle spese in R&S sul PIL in Lombardia è pari all’1,2% (e, quindi, sostanzialmente, allineata alla media nazionale che è pari all’1,1%), molto distante dalle quote raggiunte in Piemonte (1,7%) e nel Lazio (2,1%). Né migliore è la dinamica registrata negli ultimi anni; basti ricordare che gli addetti alla R&S nelle imprese lombarde sono diminuiti del 24,9% tra il 1989 e il 2000 (contro una diminuzione dell’11,1% a livello nazionale), mentre la spesa in R&S delle imprese è diminuita in Lombardia del 32,1% (a prezzi correnti!) tra il 1989 e il 2000 (a fronte di una pressoché analoga diminuzione a livello nazionale, pari al 28,3%).
11 Cfr. G. Collettis e B. Pecqueur, Dinamica territorial y factores de la competencia espacial, in Garofoli G. - Vazquez Barquero A.(eds.), Desarrollo Economico Local en Europa, Economistas Libros, Madrid, 1995
12 Cfr. C. Longhi, L’innovazione nei settori strategici: l’industria aerospaziale in Francia, in Quadrio Curzio A., Fortis M., Galli G. (a cura di), La competitività dell’Italia. Scienza, ricerca, innovazione, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 2002 e C. Dupuy – J.P. Gilly, Gruppi industriali e sviluppo territoriale: il caso della Matra-Marconi-Space a Tolosa, in Garofoli G. (a cura di), Impresa e territorio, Il Mulino, Bologna, 2003. Processi analoghi avvengono negli altri poli tecnologici di successo (Silicon Valley, Cambridge; Grenoble) e, in genere, in tutte le aree innovative e di elevata attrattività.
13 Alla fine degli anni Ottanta i tassi di formazione di nuove imprese manifatturiere in Italia erano tre volte superiori a quelli realizzati negli altri paesi avanzati (cfr. G. Garofoli, Formazione di nuove imprese e job creation: un’analisi comparata internazionale, in Garofoli G. (a cura di), Formazione di nuove imprese: un’analisi comparata a livello internazionale, Franco Angeli, Milano, 1994.
14 Per il triennio 1987-89 le informazioni a livello nazionale sono estese a 84 province (sulle 95 allora esistenti) (Fonte: G. Garofoli, La formazione di nuove imprese in Italia: analisi dei differenziali territoriali, in Garofoli G. (a cura di), Formazione di nuove imprese: un’analisi comparata a livello internazionale, Franco Angeli, Milano, 1994). Per la Lombardia sono escluse le province di Como e Milano. Per gli altri anni le informazioni sono estese a tutte le province.
Nella percezione dell’opinione pubblica la Lombardia assume un’immagine di regione evoluta e fortemente indirizzata alle nuove tecnologie e alle nuove professioni. La presenza di dodici Università, di numerosi centri di ricerca, di un numero rilevante di headquarters di grandi imprese nazionali e multinazionali, la presenza di prestigiose istituzioni finanziarie, della Borsa e delle grandi fiere consolidano questa immagine. Questa immagine è parzialmente vera; alcuni indicatori confermerebbero questa percezione (la quota di brevetti europei depositati da imprese lombarde è pari al 31,6% del totale nazionale), ma già la quota di personale impiegato in attività di R&S nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche (pari al 24,6% del totale nazionale, che scende tuttavia al 21,5% quando si consideri anche il personale universitario) comincia ad erodere questa immagine di prestigio essendo non molto superiore alla quota lombarda del PIL nazionale (pari, infatti, al 20,1%).
Tra le risorse specifiche sono da includere, senza dubbio, le risorse organizzative-imprenditoriali, che certamente manifestano differenze notevoli tra le varie regioni come la letteratura sulla formazione di nuove imprese ha da tempo sottolineato. A tal fine, occorre ricordare l’elevata densità imprenditoriale della Lombardia, specie nel settore industriale. I tassi di natalità imprenditoriale sono stati negli anni Settanta ed Ottanta incredibilmente superiori a quelli registrati nelle altre regioni europee13. Negli ultimi anni, tuttavia, si manifesta un forte rallentamento dei tassi di natalità in Lombardia, specie nel settore manifatturiero (tab. 4.3), probabilmente anche per profondi cambiamenti nelle condizioni minimali di gestione dell’impresa che si sono manifestati negli ultimi anni e che hanno fortemente rallentato il processo di mobilità sociale e di formazione di classe imprenditoriale attraverso le tradizionali forme di apprendimento sul lavoro.

E’ difficile capire se, negli ultimi anni, vi sia stato un forte aumento di nuove ed elevate professionalità in Lombardia, anche perché questo dovrebbe essere obiettivo di una ricerca specifica che non è stata prodotta negli ultimi anni. Se utilizziamo alcuni semplici indicatori sulla presenza di tecnici specializzati nella ricerca (es. quota di addetti alla R&S) come proxy dell’esistenza di figure professionali di elevato livello e necessarie per avviare percorsi innovativi, i dati per la Lombardia non sono particolarmente confortanti. In Lombardia sono presenti 3,2 addetti ai settori della R&S ogni 1.000 abitanti contro una media italiana di 2,7. La presenza in Lombardia di tecnici della ricerca e sviluppo non è dunque particolarmente intensa (infatti in Piemonte la quota giunge a 4,2 e nel Lazio giunge a 5,4; addirittura la quota lombarda è inferiore a quella dell’Emilia Romagna e del Friuli Venezia Giulia). Analogamente la quota delle spese in R&S sul PIL in Lombardia è pari all’1,2% (e, quindi, sostanzialmente, allineata alla media nazionale che è pari all’1,1%), molto distante dalle quote raggiunte in Piemonte (1,7%) e nel Lazio (2,1%). Né migliore è la dinamica registrata negli ultimi anni; basti ricordare che gli addetti alla R&S nelle imprese lombarde sono diminuiti del 24,9% tra il 1989 e il 2000 (contro una diminuzione dell’11,1% a livello nazionale), mentre la spesa in R&S delle imprese è diminuita in Lombardia del 32,1% (a prezzi correnti!) tra il 1989 e il 2000 (a fronte di una pressoché analoga diminuzione a livello nazionale, pari al 28,3%).
11 Cfr. G. Collettis e B. Pecqueur, Dinamica territorial y factores de la competencia espacial, in Garofoli G. - Vazquez Barquero A.(eds.), Desarrollo Economico Local en Europa, Economistas Libros, Madrid, 1995
12 Cfr. C. Longhi, L’innovazione nei settori strategici: l’industria aerospaziale in Francia, in Quadrio Curzio A., Fortis M., Galli G. (a cura di), La competitività dell’Italia. Scienza, ricerca, innovazione, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, 2002 e C. Dupuy – J.P. Gilly, Gruppi industriali e sviluppo territoriale: il caso della Matra-Marconi-Space a Tolosa, in Garofoli G. (a cura di), Impresa e territorio, Il Mulino, Bologna, 2003. Processi analoghi avvengono negli altri poli tecnologici di successo (Silicon Valley, Cambridge; Grenoble) e, in genere, in tutte le aree innovative e di elevata attrattività.
13 Alla fine degli anni Ottanta i tassi di formazione di nuove imprese manifatturiere in Italia erano tre volte superiori a quelli realizzati negli altri paesi avanzati (cfr. G. Garofoli, Formazione di nuove imprese e job creation: un’analisi comparata internazionale, in Garofoli G. (a cura di), Formazione di nuove imprese: un’analisi comparata a livello internazionale, Franco Angeli, Milano, 1994.
14 Per il triennio 1987-89 le informazioni a livello nazionale sono estese a 84 province (sulle 95 allora esistenti) (Fonte: G. Garofoli, La formazione di nuove imprese in Italia: analisi dei differenziali territoriali, in Garofoli G. (a cura di), Formazione di nuove imprese: un’analisi comparata a livello internazionale, Franco Angeli, Milano, 1994). Per la Lombardia sono escluse le province di Como e Milano. Per gli altri anni le informazioni sono estese a tutte le province.
4.4 - Interdipendenze produttive, relazioni tra imprese, relazioni con le istituzioni della formazione e della ricerca
Le intense relazioni tra le imprese, accompagnate dalle interazioni tra
mondo della produzione e mondo della formazione e della ricerca, sono
state alla base dei meccanismi di interazione nei sistemi produttivi
locali della Lombardia, negli anni di forte crescita ed evoluzione dei
sistemi distrettuali, così come precedentemente aveva brillantemente
operato negli anni del boom economico, guidato da un processo di
industrializzazione simile ai “poli di sviluppo” à la Perroux, con la
produzione di forti economie di agglomerazione e di urbanizzazione. Le
interdipendenze tra le imprese consentivano la continua accumulazione
di saperi e competenze, attraverso la capacità di soluzione dei
problemi tecnici che le imprese fornitrici e di servizio riuscivano a
garantire alle imprese finali, essendo dotate di conoscenze e
competenze complementari. Il modello distrettuale determinava una
straordinaria sintesi dialettica tra cooperazione e competizione a
tutto vantaggio dell’efficienza produttiva e della capacità di coesione
determinata dall’operare in una logica di sistema. Le interdipendenze e
la capacità di risolvere problemi faceva crescere la “fiducia” tra gli
operatori e la consapevolezza che la cooperazione (per competere) fosse
un passaggio determinante.
Questi meccanismi hanno operato spontaneamente, seguendo logiche di convenienza e basandosi sulla continua accumulazione di saperi e competenze sul territorio. In alcuni casi questi meccanismi di interazione sono stati abilmente accompagnati da istituzioni intermedie (centri servizi, centri tecnologici, agenzie di sviluppo locali), particolarmente capaci di individuare fabbisogni comuni alle imprese e che non erano soddisfatti da logiche strettamente di mercato.
In altri modelli di organizzazione della produzione e in altri territori la mancanza di massa critica della produzione e delle interazioni tra le imprese non consentiva il funzionamento di un meccanismo interattivo produttore di competenze. In quelle aree, talvolta, la volontà di produzione (la capacità di programmazione) di risorse specifiche (conoscenze e competenze tecniche strategiche) sono state perseguite con logiche di investimenti pubblici in iniziative che, in termini generali, potremmo definire di ricerca e sviluppo per il sistema produttivo. In alcuni settori e in alcune organizzazioni di ricerca questo orientamento ha determinato trasferimento di conoscenze e competenze come è generalmente perseguito nelle regioni più dinamiche e nei cosiddetti poli tecnologici15; in altri settori e in altre organizzazioni, questi processi avvengono in maniera occasionale. Negli ultimi anni, la mancanza di fiducia nel modello distrettuale (e il conseguente processo di decentramento internazionale della produzione e di delocalizzazione produttiva) ha rarefatto le relazioni tra le imprese e ha fatto venir meno la logica di sistema. Il rallentamento della spesa pubblica e privata nelle attività di ricerca e sviluppo ha ulteriormente “fagocitato” il modello interattivo di scambio di conoscenze e competenze. Non è chiaro quanto l’attenzione alle tematiche del modello interattivo dell’innovazione, oltre che la crescente percezione della rilevanza delle interazioni tra mondo della produzione e mondo della formazione e ricerca, accompagnate dall’aumento delle relazioni tra imprese lontane e tra organizzazioni di diverse regioni e paesi (spinte dalla crescente integrazione produttiva internazionale e dalla dimensione internazionale delle imprese), abbiano fatto emergere l’idea dei “metadistretti”; sembra però certo che le interrelazioni a livello territoriale si siano fortemente rarefatte negli ultimi anni, mentre dovrebbero essere fortemente sostenute dall’intervento di politica industriale e di politica dell’innovazione a livello regionale.
In altri termini, sembra di poter rilevare come accanto alla capacità implicita di fare sistema come avvenuto nel modello distrettuale, vi sia ancora una rilevante difficoltà a fare sistema in “modo esplicito”, vale a dire in modo programmatico e strategicamente perseguito, con coerenti strategie di investimento da parte delle organizzazioni pubbliche e di quelle private, in altri modelli locali di sviluppo e nella Lombardia nel suo complesso.
15 Cfr. i casi discussi in Quadrio Curzio A. et al., op.cit. e in Garofoli G., Impresa e territorio, cit.
Questi meccanismi hanno operato spontaneamente, seguendo logiche di convenienza e basandosi sulla continua accumulazione di saperi e competenze sul territorio. In alcuni casi questi meccanismi di interazione sono stati abilmente accompagnati da istituzioni intermedie (centri servizi, centri tecnologici, agenzie di sviluppo locali), particolarmente capaci di individuare fabbisogni comuni alle imprese e che non erano soddisfatti da logiche strettamente di mercato.
In altri modelli di organizzazione della produzione e in altri territori la mancanza di massa critica della produzione e delle interazioni tra le imprese non consentiva il funzionamento di un meccanismo interattivo produttore di competenze. In quelle aree, talvolta, la volontà di produzione (la capacità di programmazione) di risorse specifiche (conoscenze e competenze tecniche strategiche) sono state perseguite con logiche di investimenti pubblici in iniziative che, in termini generali, potremmo definire di ricerca e sviluppo per il sistema produttivo. In alcuni settori e in alcune organizzazioni di ricerca questo orientamento ha determinato trasferimento di conoscenze e competenze come è generalmente perseguito nelle regioni più dinamiche e nei cosiddetti poli tecnologici15; in altri settori e in altre organizzazioni, questi processi avvengono in maniera occasionale. Negli ultimi anni, la mancanza di fiducia nel modello distrettuale (e il conseguente processo di decentramento internazionale della produzione e di delocalizzazione produttiva) ha rarefatto le relazioni tra le imprese e ha fatto venir meno la logica di sistema. Il rallentamento della spesa pubblica e privata nelle attività di ricerca e sviluppo ha ulteriormente “fagocitato” il modello interattivo di scambio di conoscenze e competenze. Non è chiaro quanto l’attenzione alle tematiche del modello interattivo dell’innovazione, oltre che la crescente percezione della rilevanza delle interazioni tra mondo della produzione e mondo della formazione e ricerca, accompagnate dall’aumento delle relazioni tra imprese lontane e tra organizzazioni di diverse regioni e paesi (spinte dalla crescente integrazione produttiva internazionale e dalla dimensione internazionale delle imprese), abbiano fatto emergere l’idea dei “metadistretti”; sembra però certo che le interrelazioni a livello territoriale si siano fortemente rarefatte negli ultimi anni, mentre dovrebbero essere fortemente sostenute dall’intervento di politica industriale e di politica dell’innovazione a livello regionale.
In altri termini, sembra di poter rilevare come accanto alla capacità implicita di fare sistema come avvenuto nel modello distrettuale, vi sia ancora una rilevante difficoltà a fare sistema in “modo esplicito”, vale a dire in modo programmatico e strategicamente perseguito, con coerenti strategie di investimento da parte delle organizzazioni pubbliche e di quelle private, in altri modelli locali di sviluppo e nella Lombardia nel suo complesso.
15 Cfr. i casi discussi in Quadrio Curzio A. et al., op.cit. e in Garofoli G., Impresa e territorio, cit.
4.5 - I fattori di contesto
Si è già fatto cenno ad alcuni elementi di contesto sfavorevole, come
quelli del deficit infrastrutturale della Lombardia (documentato nei
numerosi lavori sulla dotazione infrastrutturale a livello regionale,
dai lavori di Claudio Mazziotta ai lavori dell’Istituto G.
Tagliacarne); altri fattori di contesto giocano, invece, un ruolo
positivo. Tra questi ultimi certamente la presenza rilevante di servizi
alla produzione gioca un ruolo importante, così come la presenza di
istituzioni accademiche e di ricerca che consentono produzione di
risorse umane di elevata qualificazione.
Ancora va sottolineato il ruolo della Borsa di Milano, che – nonostante la piccola dimensione rispetto a quella di altri paesi – favorisce l’accesso a risorse finanziarie, sia per la maggiore densità di competenze finanziarie sulla piazza milanese e lombarda sia per effetto di diffusione di informazioni determinata dalla prossimità geografica.
Un’altra istituzione da discutere è quella del sistema fieristico. La Fiera di Milano è stata tradizionalmente un motore determinante per l’imprenditoria lombarda (ed italiana), non solo per essere “vetrina” dei prodotti italiani per i clienti internazionali ma anche per la costruzione dell’immagine e per la consapevolezza degli imprenditori lombardi sulla loro capacità innovativa e sulla competitività delle loro imprese anche in settori generalmente definiti tradizionali (es. i grandi successi anche nelle ultime edizioni delle fiere del mobile-arredamento). Le prospettive della Grande Fiera, nell’area di Rho – Pero, riaprono il quadro della localizzazione dei servizi e della mobilità in gran parte della Lombardia, per gli effetti rilevanti su tutta la grande area pedemontana definita “città infinita”. Vanno ulteriormente considerate, nonostante i successi e la rilevanza del sistema fieristico lombardo, alcune difficoltà che tuttora permangono nel “mettere a sistema” il complesso delle iniziative fieristiche regionali, che talvolta sembrano eccessivamente in competizione o non sufficientemente integrate in una logica di complementarietà sinergica tra Fiera di Milano e le fiere “periferiche”.
Ancora va sottolineato il ruolo della Borsa di Milano, che – nonostante la piccola dimensione rispetto a quella di altri paesi – favorisce l’accesso a risorse finanziarie, sia per la maggiore densità di competenze finanziarie sulla piazza milanese e lombarda sia per effetto di diffusione di informazioni determinata dalla prossimità geografica.
Un’altra istituzione da discutere è quella del sistema fieristico. La Fiera di Milano è stata tradizionalmente un motore determinante per l’imprenditoria lombarda (ed italiana), non solo per essere “vetrina” dei prodotti italiani per i clienti internazionali ma anche per la costruzione dell’immagine e per la consapevolezza degli imprenditori lombardi sulla loro capacità innovativa e sulla competitività delle loro imprese anche in settori generalmente definiti tradizionali (es. i grandi successi anche nelle ultime edizioni delle fiere del mobile-arredamento). Le prospettive della Grande Fiera, nell’area di Rho – Pero, riaprono il quadro della localizzazione dei servizi e della mobilità in gran parte della Lombardia, per gli effetti rilevanti su tutta la grande area pedemontana definita “città infinita”. Vanno ulteriormente considerate, nonostante i successi e la rilevanza del sistema fieristico lombardo, alcune difficoltà che tuttora permangono nel “mettere a sistema” il complesso delle iniziative fieristiche regionali, che talvolta sembrano eccessivamente in competizione o non sufficientemente integrate in una logica di complementarietà sinergica tra Fiera di Milano e le fiere “periferiche”.
4.6 - Osservazioni conclusive
Alcune osservazioni conclusive possono essere effettuate con
riferimento ad alcune importanti difficoltà che sembra di poter
rilevare sia nei meccanismi di rappresentanza sia nella capacità di
estendere e valorizzare la concertazione sociale e la capacità di
costruire modelli efficienti di governance dello sviluppo locale. Le
difficoltà registrate in Lombardia sull’avvio dei patti territoriali e
della programmazione negoziata, ma anche il ritardo culturale nella
progettazione dello sviluppo locale che si è registrato
nell’avvio dei Progetti integrati di sviluppo locale (PISL)
inviano segnali importanti in questa direzione. Sembrerebbe opportuno
aprire una riflessione critica su questi temi e analizzare per quali
motivi si sia manifestata negli ultimi anni una certa indifferenza, se
non sfiducia, nell’uso della strumentazione a sostegno dello sviluppo
locale.
Quanto tutto ciò è collegato alla progressiva frammentazione del sistema produttivo lombardo o alla difficoltà di individuare un fil rouge che colleghi le varie parti del sistema regionale? Quanto, invece, è collegato alla difficoltà di percezione delle nuove domande (di servizi e di competenze) da parte delle imprese e dalla conseguente difficoltà di organizzare risposte coerenti? Non è, probabilmente, un caso che queste tematiche mettano in discussione la questione delle rappresentanze, soprattutto delle rappresentanze degli interessi imprenditoriali, specie per quanto riguarda la capacità di individuare i fabbisogni delle imprese e di rappresentare gli interessi delle imprese associate, visti come capacità di mobilitare risorse e competenze (in una logica di partenariato orizzontale e di cooperazione strategica) per risolvere i problemi delle imprese anziché in una logica di pura e semplice lobbying.
Il punto cruciale, per recuperare attrattività e capacità innovativa a livello regionale, sembra dunque legato alla capacità di ricostruire “percorsi sistemici”, di metter in relazione organizzazioni e saperi diversi, di far fronte comune per una coerente interazione tra mondo della produzione e mondo dei saperi e delle conoscenze tecniche, per evitare che restino “puri desideri” di alcuni esperti e di alcuni attori senza diventare “immaginario condiviso” per il sistema produttivo lombardo.
Quanto tutto ciò è collegato alla progressiva frammentazione del sistema produttivo lombardo o alla difficoltà di individuare un fil rouge che colleghi le varie parti del sistema regionale? Quanto, invece, è collegato alla difficoltà di percezione delle nuove domande (di servizi e di competenze) da parte delle imprese e dalla conseguente difficoltà di organizzare risposte coerenti? Non è, probabilmente, un caso che queste tematiche mettano in discussione la questione delle rappresentanze, soprattutto delle rappresentanze degli interessi imprenditoriali, specie per quanto riguarda la capacità di individuare i fabbisogni delle imprese e di rappresentare gli interessi delle imprese associate, visti come capacità di mobilitare risorse e competenze (in una logica di partenariato orizzontale e di cooperazione strategica) per risolvere i problemi delle imprese anziché in una logica di pura e semplice lobbying.
Il punto cruciale, per recuperare attrattività e capacità innovativa a livello regionale, sembra dunque legato alla capacità di ricostruire “percorsi sistemici”, di metter in relazione organizzazioni e saperi diversi, di far fronte comune per una coerente interazione tra mondo della produzione e mondo dei saperi e delle conoscenze tecniche, per evitare che restino “puri desideri” di alcuni esperti e di alcuni attori senza diventare “immaginario condiviso” per il sistema produttivo lombardo.