2 - sistema produttivo
Up one levelCapitolo 2 - Gianluigi Gorla - L'evoluzione del sistema preoduttivo lombardo
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2.1 La Lombardia in Europa
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2.2 Alcuni tratti salienti del sistema produttivo lombardo
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2.3 La struttura produttiva: industria e servizi
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2.4 Le trasformazioni dell’industria
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2.5 La crescita del terziario
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2.6 Prodotto e occupazione
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2.7 Osservazioni conclusive
Estratto
2.1 - La Lombardia in Europa
Con oltre 9 milioni di abitanti, la Lombardia non solo è la più grande
regione italiana, ma ha una popolazione maggiore di interi paesi dell’UE1
quali Svezia, Austria, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Lussemburgo,
nonché della maggior parte dei nuovi paesi entrati (ad esclusione di
Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca). È anche la più popolosa regione
europea (a livello NUTS2), sovrastata da poche grandi macroregioni (a
livello NUTS1) quali i länder del Baden-Württemberg, Bayern e
Nordrhein-Westfalen in Germania, l’Île de France e il South East
inglese (Londra inclusa; si tratta infatti di due distinte regioni
NUTS1).
Il volume di ricchezza annualmente prodotto (PIL) ammonta a oltre 252 milioni di euro nel 2001 e supera quello di interi paesi quali Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Svezia, quello di tutti i paesi UE nuovi entrati, e approssima il prodotto del Belgio. A livello regionale (NUTS2), la Lombardia è la regione con il più elevato livello di prodotto complessivo; segue la regione di Londra (Inner London) con circa il 25% in meno, l’Oberbayern e Düsseldorf con il 40% in meno; Rhône Alpes conta appena il 56% del prodotto lombardo e la Cataluña il 48%. Se paragonata alle macroregioni europee (NUTS1), la Lombardia è superata solo da poche fuori dai confini nazionali: di nuovo Baden-Württemberg, Bayern e Nordrhein-Westfalen in Germania, l’Île de France e il South East inglese.
Il livello di benessere misurato dal PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (PPA) è nell’anno 2001 pari a 29,4 mila euro, superiore del 31% alla media UE 15, e inferiore a sole poche aree2: innanzitutto a quello delle regioni capitali, Londra, Bruxelles, Île de France, Vienna, Stoccolma e Gran Ducato del Lussemburgo; delle città-regione di Hamburg e Bremen e di altre due regioni tedesche, Darmstadt (città principale Frankfurt) e Oberbayern (Munchen); è inoltre inferiore al PIL pro capite delle contee inglesi che formano la corona ovest/nord-ovest della regione metropolitana di Londra (Berkshire, Bucks e Oxfordshire) nonché a quello del North East scozzese; è infine inferiore al PIL pro capite di tre regioni olandesi: Utrecht, Groningen e Noord-Holland; della minuscola Åland in Finlandia e infine della provincia di Bolzano.
La produttività media del lavoro, misurata dal prodotto nominale per occupato nell’anno 2001 e pari a circa 63,7 mila euro correnti, vede la Lombardia fra le regioni al vertice della classifica europea, trovandosi collocata nel secondo decile, ad un livello superiore di quasi 17 punti percentuali alla media UE 15.
Il tasso di disoccupazione, pari a 4,4% nel 2000 e 3,8% nel 2002, è circa la metà di quello medio europeo e fra i più bassi in Europa, corrispondente al secondo decile della distribuzione.
Complessivamente una grande regione, sia in termini demografici che economici, con elevati livelli di produttività e bassa disoccupazione che si traducono in elevati livelli di benessere materiale; proprio per questi caratteri, anche una realtà più stabile perché meno esposta a shock asimmetrici a causa delle sue dimensioni (e del mix settoriale, come si potrà osservare in seguito), e suscettibile di una più lenta evoluzione a livello aggregato a causa del già elevato livello di sviluppo economico.
Il confronto su scala europea della crescita complessiva realizzata fra il 1995 e il 2001, pone in luce una forse inattesa performance a paragone di altre regioni, in particolare di quelle che già si collocano fra le più evolute dal punto di vista economico. Selezionate infatti le 80 aree con PIL pro capite superiore alla media UE 15 nel 2001, ovvero quelle regioni per le quali i meccanismi di catching-up siano da ritenersi poco o affatto rilevanti, la Lombardia, cresciuta del 45%, si colloca a circa un terzo della classifica della dinamica nominale in euro3, ordinata in senso decrescente. Gran parte delle regioni che la precedono sono inglesi (20), avendo queste beneficiato non solo della intensa crescita reale realizzata nel periodo, ma anche del sensibile apprezzamento valutario; a eccezione della Grande Londra, si tratta inoltre di regioni di dimensioni sensibilmente inferiori, alcune delle quali però compongono macroaree invece comparabili (es. il South East inglese). Le altre regioni che precedono in graduatoria la Lombardia sono il Southern and Eastern irlandese, Åland in Finlandia, il Luxembourg (Gran Ducato) e, infine, Toscana e Trentino Alto Adige in Italia. Le prime dieci regioni che seguono sono in cinque casi italiane (Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Friuli Venezia Giulia), in tre olandesi (Utrecht, Noord-Brabant e Noord-Holland) e un caso svedese (Stockholm) e finlandese (Etelä-Suomi). Interessante è dunque notare che aree tradizionalmente impiegate come benchmark o comunque ritenute comparabili alla Lombardia, presentano nel quinquennio precedente l’avvento dell’euro, una dinamica di crescita nominale chiaramente inferiore: in Francia, il Rhône-Alpes cresce complessivamente del 27%; in Germania, la regione nel Baden-Württemberg che cresce di più è quella di Stuttgart (+16%), in Baviera è l’Oberbayern (+23%), nel Nordrhein-Westfalen è Düsseldorf (+9%), nell’Hessen è infine Darmstadt (+14%); solo in Spagna, la Cataluña realizza una crescita paragonabile a quella lombarda (+43%).
Poiché, nel corso del periodo in esame, la Lombardia ha ottemperato sia al vincolo esterno4, sia a quello interno5, la dinamica rilevata appare favorevole, per lo meno nel breve periodo, sebbene fortemente influenzata dall’apprezzamento della lira nel corso della seconda metà degli anni novanta, fino alla definizione della parità con l’euro nel 1999.
Sullo sfondo si profilano però tendenze meno favorevoli, legate alle dinamiche nominali: da una parte, il saldo attivo dell’interscambio commerciale tende a contrarsi (dal 19% del 1995 al 13% del 2001) e, dall’altra, anche il differenziale del PIL pro capite (in PPA) con il resto dell’UE tende a ridursi (dal 39% del 1995 al 31% del 2001).
1 I dati impiegati in questo paragrafo provengono dal database Regio di Eurostat contenuto in NewCronos, versione dicembre 2003. Essi non risultano allineati con i dati della contabilità regionale per l’Italia elaborati dall’ISTAT e, pertanto, si ritengono utilizzabili per effettuare confronti solo interni alla medesima fonte.
2 La posizione in graduatoria risulta invece sensibilmente peggiorata qualora, anziché le PPP, si utilizzasse l’euro corrente, non corretto per il livello dei prezzi interni. In tal caso, la Lombardia presenta infatti un margine di soli 18 punti percentuali sopra la media europea e più di trenta regioni, principalmente della Gran Bretagna (7), della Germania (8) e dei Paesi Bassi (4), conseguono livelli più elevati di prodotto pro-capite.
3 Questo risultato differisce da quello desumibile dei Conti economici regionali, pari a +36%, poiché l’ISTAT ha proceduto al ricalcolo del prodotto nominale per gli anni antecedenti al 1999 utilizzando la parità fissata lira/euro, anziché il cambio nominale corrente della lira con l’ecu utilizzato da Eurostat. Il secondo approccio appare più appropriato per eseguire confronti internazionali delle dinamiche nominali le quali, all’interno di un sistema economicamente integrato, sono quelle che più compiutamente riflettono la competitività dei sistemi territoriali che lo compongono.
4 Essendo le esportazioni nette sistematicamente positive, seppur con un’incidenza decrescente sul PIL dopo il picco del 1996.
5 Essendo il tasso di disoccupazione fra i più bassi nel Paese e in continua diminuzione.
Il volume di ricchezza annualmente prodotto (PIL) ammonta a oltre 252 milioni di euro nel 2001 e supera quello di interi paesi quali Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Svezia, quello di tutti i paesi UE nuovi entrati, e approssima il prodotto del Belgio. A livello regionale (NUTS2), la Lombardia è la regione con il più elevato livello di prodotto complessivo; segue la regione di Londra (Inner London) con circa il 25% in meno, l’Oberbayern e Düsseldorf con il 40% in meno; Rhône Alpes conta appena il 56% del prodotto lombardo e la Cataluña il 48%. Se paragonata alle macroregioni europee (NUTS1), la Lombardia è superata solo da poche fuori dai confini nazionali: di nuovo Baden-Württemberg, Bayern e Nordrhein-Westfalen in Germania, l’Île de France e il South East inglese.
Il livello di benessere misurato dal PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (PPA) è nell’anno 2001 pari a 29,4 mila euro, superiore del 31% alla media UE 15, e inferiore a sole poche aree2: innanzitutto a quello delle regioni capitali, Londra, Bruxelles, Île de France, Vienna, Stoccolma e Gran Ducato del Lussemburgo; delle città-regione di Hamburg e Bremen e di altre due regioni tedesche, Darmstadt (città principale Frankfurt) e Oberbayern (Munchen); è inoltre inferiore al PIL pro capite delle contee inglesi che formano la corona ovest/nord-ovest della regione metropolitana di Londra (Berkshire, Bucks e Oxfordshire) nonché a quello del North East scozzese; è infine inferiore al PIL pro capite di tre regioni olandesi: Utrecht, Groningen e Noord-Holland; della minuscola Åland in Finlandia e infine della provincia di Bolzano.
La produttività media del lavoro, misurata dal prodotto nominale per occupato nell’anno 2001 e pari a circa 63,7 mila euro correnti, vede la Lombardia fra le regioni al vertice della classifica europea, trovandosi collocata nel secondo decile, ad un livello superiore di quasi 17 punti percentuali alla media UE 15.
Il tasso di disoccupazione, pari a 4,4% nel 2000 e 3,8% nel 2002, è circa la metà di quello medio europeo e fra i più bassi in Europa, corrispondente al secondo decile della distribuzione.
Complessivamente una grande regione, sia in termini demografici che economici, con elevati livelli di produttività e bassa disoccupazione che si traducono in elevati livelli di benessere materiale; proprio per questi caratteri, anche una realtà più stabile perché meno esposta a shock asimmetrici a causa delle sue dimensioni (e del mix settoriale, come si potrà osservare in seguito), e suscettibile di una più lenta evoluzione a livello aggregato a causa del già elevato livello di sviluppo economico.
Il confronto su scala europea della crescita complessiva realizzata fra il 1995 e il 2001, pone in luce una forse inattesa performance a paragone di altre regioni, in particolare di quelle che già si collocano fra le più evolute dal punto di vista economico. Selezionate infatti le 80 aree con PIL pro capite superiore alla media UE 15 nel 2001, ovvero quelle regioni per le quali i meccanismi di catching-up siano da ritenersi poco o affatto rilevanti, la Lombardia, cresciuta del 45%, si colloca a circa un terzo della classifica della dinamica nominale in euro3, ordinata in senso decrescente. Gran parte delle regioni che la precedono sono inglesi (20), avendo queste beneficiato non solo della intensa crescita reale realizzata nel periodo, ma anche del sensibile apprezzamento valutario; a eccezione della Grande Londra, si tratta inoltre di regioni di dimensioni sensibilmente inferiori, alcune delle quali però compongono macroaree invece comparabili (es. il South East inglese). Le altre regioni che precedono in graduatoria la Lombardia sono il Southern and Eastern irlandese, Åland in Finlandia, il Luxembourg (Gran Ducato) e, infine, Toscana e Trentino Alto Adige in Italia. Le prime dieci regioni che seguono sono in cinque casi italiane (Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Friuli Venezia Giulia), in tre olandesi (Utrecht, Noord-Brabant e Noord-Holland) e un caso svedese (Stockholm) e finlandese (Etelä-Suomi). Interessante è dunque notare che aree tradizionalmente impiegate come benchmark o comunque ritenute comparabili alla Lombardia, presentano nel quinquennio precedente l’avvento dell’euro, una dinamica di crescita nominale chiaramente inferiore: in Francia, il Rhône-Alpes cresce complessivamente del 27%; in Germania, la regione nel Baden-Württemberg che cresce di più è quella di Stuttgart (+16%), in Baviera è l’Oberbayern (+23%), nel Nordrhein-Westfalen è Düsseldorf (+9%), nell’Hessen è infine Darmstadt (+14%); solo in Spagna, la Cataluña realizza una crescita paragonabile a quella lombarda (+43%).
Poiché, nel corso del periodo in esame, la Lombardia ha ottemperato sia al vincolo esterno4, sia a quello interno5, la dinamica rilevata appare favorevole, per lo meno nel breve periodo, sebbene fortemente influenzata dall’apprezzamento della lira nel corso della seconda metà degli anni novanta, fino alla definizione della parità con l’euro nel 1999.
Sullo sfondo si profilano però tendenze meno favorevoli, legate alle dinamiche nominali: da una parte, il saldo attivo dell’interscambio commerciale tende a contrarsi (dal 19% del 1995 al 13% del 2001) e, dall’altra, anche il differenziale del PIL pro capite (in PPA) con il resto dell’UE tende a ridursi (dal 39% del 1995 al 31% del 2001).
1 I dati impiegati in questo paragrafo provengono dal database Regio di Eurostat contenuto in NewCronos, versione dicembre 2003. Essi non risultano allineati con i dati della contabilità regionale per l’Italia elaborati dall’ISTAT e, pertanto, si ritengono utilizzabili per effettuare confronti solo interni alla medesima fonte.
2 La posizione in graduatoria risulta invece sensibilmente peggiorata qualora, anziché le PPP, si utilizzasse l’euro corrente, non corretto per il livello dei prezzi interni. In tal caso, la Lombardia presenta infatti un margine di soli 18 punti percentuali sopra la media europea e più di trenta regioni, principalmente della Gran Bretagna (7), della Germania (8) e dei Paesi Bassi (4), conseguono livelli più elevati di prodotto pro-capite.
3 Questo risultato differisce da quello desumibile dei Conti economici regionali, pari a +36%, poiché l’ISTAT ha proceduto al ricalcolo del prodotto nominale per gli anni antecedenti al 1999 utilizzando la parità fissata lira/euro, anziché il cambio nominale corrente della lira con l’ecu utilizzato da Eurostat. Il secondo approccio appare più appropriato per eseguire confronti internazionali delle dinamiche nominali le quali, all’interno di un sistema economicamente integrato, sono quelle che più compiutamente riflettono la competitività dei sistemi territoriali che lo compongono.
4 Essendo le esportazioni nette sistematicamente positive, seppur con un’incidenza decrescente sul PIL dopo il picco del 1996.
5 Essendo il tasso di disoccupazione fra i più bassi nel Paese e in continua diminuzione.
2.2 - Alcuni tratti salienti del sistema produttivo lombardo
Con oltre 750 mila imprese, 35 mila istituzioni pubbliche e non-profit,
850 mila unità produttive, la Lombardia presenta alla data del
Censimento 2001 un numero di addetti6 pari a quasi 3,9
milioni, ovvero il 20% dell’occupazione complessiva del Paese, gran
parte dei quali (3,4 milioni) occupati nelle imprese e i restanti nelle
istituzioni.
Poco meno di un terzo degli addetti lombardi appartengono al settore manifatturiero (1.216.823 pari al 31.2%), ovvero quasi due quinti appartengono all’industria (1.528.906 pari al 39,2%) (fig. 2.1).
Si tratta di dati di rilievo nel panorama nazionale, tenuto conto che altre regioni tradizionalmente caratterizzate da un’estesa base industriale, quali il Piemonte e l’Emilia Romagna, presentano la medesima incidenza di occupazione manifatturiera, mentre la regione più manifatturiera, il Veneto, supera la Lombardia di soli 3,5 punti percentuali. Ovviamente, gran parte dell’occupazione regionale appartiene al comparto terziario (2.360.272 addetti, pari al 60,5%), in linea con le altre regioni citate ad eccezione del Veneto, al di sotto di 4,6 punti percentuali. Le dotazioni di terziario, pari a 260 addetti per 1000 abitanti, superano non solo quelle del Veneto (234), ma anche quella del Piemonte (234) e dell’intero Paese (222), essendo invece allineate a quelle dell’Emilia Romagna.

Sebbene i dati non siano perfettamente comparabili a causa della diversa fonte statistica7, le evidenze indicano che la produttività media del lavoro nei comparti industriale e terziario è superiore in Lombardia a paragone delle altre regioni.
In effetti, in Lombardia il valore aggiunto per unità di lavoro nel comparto manifatturiero è significativamente superiore alla produttività del lavoro8 manifatturiero del Veneto (+15,8%), mentre differenziali più contenuti si rilevano con il Piemonte (+5,5%) e l’Emilia Romagna (+4,7%). Rispetto alla media del Paese, la produttività del lavoro nell’industria manifatturiera lombarda è superiore di 10 punti percentuali. Anche la produttività del lavoro nel comparto terziario (Pubblica amministrazione esclusa) è più alta in Lombardia a confronto delle altre regioni, di 10 punti a quella di Veneto ed Emilia Romagna, di 8 punti a quella del Piemonte. Complessivamente, la produttività del lavoro, misurata dal PIL a prezzi di mercato per unità di lavoro, è nel 2001 in Lombardia superiore del 5,7% a quella del Piemonte, del 7,6% a quella dell’Emilia Romagna, del 12,0% a quella del Veneto.
Poiché il differenziale di produttività è in parte imputabile all’effetto della diversa composizione settoriale (mix) delle economie regionali, data la diversa intensità di capitale per addetto per le diverse industrie, e in parte imputabile agli effettivi differenziali infrasettoriali di produttività, si può stimare9 che circa i due terzi della minor produttività rilevata in Veneto e in Emilia Romagna rispetto alla Lombardia, siano imputabili all’effetto mix e quanto rimane a differenziali interni a ciascun settore; nel caso piemontese, il differenziale medio appare invece determinato per circa due terzi dall’effettiva maggiore produttività delle imprese lombarde a paragone delle omologhe (dello stesso settore) piemontesi, per i diversi settori; e solo per la parte restante alla meno favorevole composizione settoriale della propria base produttiva.
Dunque emerge che, nel quadro del Paese e in particolare a raffronto con le altre regioni più sviluppate, la Lombardia presenta tuttora un’estesa base produttiva, con una rilevante componente industriale alla quale si affianca, senza sostituirla, un ampio settore terziario; che l’intero sistema produttivo, sia il comparto manifatturiero sia quello terziario, presentano un positivo differenziale di produttività, evidentemente a vantaggio dell’intera economia della regione, e che tale differenziale dipende sia dalla più favorevole composizione settoriale dell’economia lombarda, sia dalla più elevata produttività delle imprese all’interno di ciascuna industria, per le industrie diverse.
6 Addetti delle unità locali delle imprese e delle istituzioni = 3.898.336
7 Censimento delle attività produttive 2001 per l’occupazione, Conti economici regionali per il valore aggiunto.
8 Elaborazione su Conti economici regionali.
9 Analisi effettuata sulla base dei Conti economici regionali, disaggregazione a 24 settori.
Poco meno di un terzo degli addetti lombardi appartengono al settore manifatturiero (1.216.823 pari al 31.2%), ovvero quasi due quinti appartengono all’industria (1.528.906 pari al 39,2%) (fig. 2.1).
Si tratta di dati di rilievo nel panorama nazionale, tenuto conto che altre regioni tradizionalmente caratterizzate da un’estesa base industriale, quali il Piemonte e l’Emilia Romagna, presentano la medesima incidenza di occupazione manifatturiera, mentre la regione più manifatturiera, il Veneto, supera la Lombardia di soli 3,5 punti percentuali. Ovviamente, gran parte dell’occupazione regionale appartiene al comparto terziario (2.360.272 addetti, pari al 60,5%), in linea con le altre regioni citate ad eccezione del Veneto, al di sotto di 4,6 punti percentuali. Le dotazioni di terziario, pari a 260 addetti per 1000 abitanti, superano non solo quelle del Veneto (234), ma anche quella del Piemonte (234) e dell’intero Paese (222), essendo invece allineate a quelle dell’Emilia Romagna.

Sebbene i dati non siano perfettamente comparabili a causa della diversa fonte statistica7, le evidenze indicano che la produttività media del lavoro nei comparti industriale e terziario è superiore in Lombardia a paragone delle altre regioni.
In effetti, in Lombardia il valore aggiunto per unità di lavoro nel comparto manifatturiero è significativamente superiore alla produttività del lavoro8 manifatturiero del Veneto (+15,8%), mentre differenziali più contenuti si rilevano con il Piemonte (+5,5%) e l’Emilia Romagna (+4,7%). Rispetto alla media del Paese, la produttività del lavoro nell’industria manifatturiera lombarda è superiore di 10 punti percentuali. Anche la produttività del lavoro nel comparto terziario (Pubblica amministrazione esclusa) è più alta in Lombardia a confronto delle altre regioni, di 10 punti a quella di Veneto ed Emilia Romagna, di 8 punti a quella del Piemonte. Complessivamente, la produttività del lavoro, misurata dal PIL a prezzi di mercato per unità di lavoro, è nel 2001 in Lombardia superiore del 5,7% a quella del Piemonte, del 7,6% a quella dell’Emilia Romagna, del 12,0% a quella del Veneto.
Poiché il differenziale di produttività è in parte imputabile all’effetto della diversa composizione settoriale (mix) delle economie regionali, data la diversa intensità di capitale per addetto per le diverse industrie, e in parte imputabile agli effettivi differenziali infrasettoriali di produttività, si può stimare9 che circa i due terzi della minor produttività rilevata in Veneto e in Emilia Romagna rispetto alla Lombardia, siano imputabili all’effetto mix e quanto rimane a differenziali interni a ciascun settore; nel caso piemontese, il differenziale medio appare invece determinato per circa due terzi dall’effettiva maggiore produttività delle imprese lombarde a paragone delle omologhe (dello stesso settore) piemontesi, per i diversi settori; e solo per la parte restante alla meno favorevole composizione settoriale della propria base produttiva.
Dunque emerge che, nel quadro del Paese e in particolare a raffronto con le altre regioni più sviluppate, la Lombardia presenta tuttora un’estesa base produttiva, con una rilevante componente industriale alla quale si affianca, senza sostituirla, un ampio settore terziario; che l’intero sistema produttivo, sia il comparto manifatturiero sia quello terziario, presentano un positivo differenziale di produttività, evidentemente a vantaggio dell’intera economia della regione, e che tale differenziale dipende sia dalla più favorevole composizione settoriale dell’economia lombarda, sia dalla più elevata produttività delle imprese all’interno di ciascuna industria, per le industrie diverse.
6 Addetti delle unità locali delle imprese e delle istituzioni = 3.898.336
7 Censimento delle attività produttive 2001 per l’occupazione, Conti economici regionali per il valore aggiunto.
8 Elaborazione su Conti economici regionali.
9 Analisi effettuata sulla base dei Conti economici regionali, disaggregazione a 24 settori.
2.3 - La struttura produttiva: industria e servizi
2.3.1 - Il comparto manifatturiero
I settori manifatturieri10 più importanti, in termini occupazionali11,
sono innanzitutto quello della fabbricazione e lavorazione di prodotti
in metallo e quello meccanico (mezzi di trasporto esclusi) che, con
circa 380 mila addetti, da soli contano per quasi un terzo (31,2%)
dell’intera occupazione manifatturiera e quasi un decimo (9,7%)
dell’intera occupazione lombarda; con i settori della produzione
metallurgica e dei mezzi di trasporto, il comparto metalmeccanico somma
oltre 470 mila addetti, pari a quasi il 39% degli addetti
manifatturieri della regione.
Segue il comparto delle macchine e delle apparecchiature elettriche ed elettroniche e di precisione, formato da quattro distinti settori di attività12 di dimensione diversa, che complessivamente conta quasi 140 mila addetti, pari a oltre un decimo (11,3%) dell’occupazione manifatturiera lombarda.
L’industria tessile, con oltre 110mila addetti, pesa per quasi un decimo (9,3%) all’interno della manifattura; assieme all’industria dell’abbigliamento, con ulteriori 50mila addetti, il comparto incide complessivamente per il 13,5% dell’occupazione manifatturiera.
Di peso simile è il comparto della chimica, gomma e plastica, mentre un’incidenza più ridotta presentano gli altri settori manifatturieri: alimentare, legno e carta, arredi, editoria e stampa e, ancora di più, la produzione di calzature e articoli in pelle (1,4% dell’occupazione manifatturiera, 0,4% di quella complessiva lombarda) (fig. 2.2).

Mediante l’impiego di opportuni indicatori13 è possibile individuare i settori industriali di specializzazione regionale. Si ripropongono gli stessi settori individuati poco prima, ma secondo un ordinamento in parte diverso, e anche qualche industria in più.
Infatti, primeggia il settore chimico, con una dotazione regionale pari al doppio della media nazionale (QL=2,0) in quanto sono concentrati in regione oltre il 40% dei posti di lavoro presenti in Italia, distribuiti fra tutte le diverse attività che lo compongono: dalla chimica di base a quella dei prodotti per usi agricoli, industriali, civili e per la persona, dalla farmaceutica (che con oltre 30 mila addetti concentra poco meno della metà del totale del settore in Italia) al settore delle fibre sintetiche e artificiali. Che le attività chimiche costituiscano un importante settore di specializzazione regionale è anche documentato dai flussi di commercio estero che originano o sono destinati alla Lombardia: infatti, nel 2001 la quota regionale di importazioni (in valore corrente) di prodotti chimici sul totale del Paese è oltre il 50%, mentre la quota delle esportazioni è solo di qualche punto inferiore.
In particolare evidenza è anche il settore tessile (QL=1,8), specialmente con le attività che compongono le fasi intermedie della filiera produttiva, ovvero tessitura e finissaggio, mentre quelle più a monte (filatura) e più a valle (confezionamento di prodotti tessili, vestiario escluso, e fabbricazione di articoli in maglieria) pur contando un numero affatto trascurabile di addetti, contribuiscono di meno a connotare la base economica regionale. Per contro, la regione presenta una scarsa specializzazione (anzi una despecializzazione, QL=0,9) nel settore del confezionamento dei vestiti che è invece appannaggio prevalente di altre parti del territorio italiano. Nel 2001, le esportazioni regionali del comparto contano per quasi un terzo dell’intero flusso di esportazioni di prodotti tessili e per l’abbigliamento dal Paese.
Si confermano i settori del metalmeccanico, seppur con QL diversi, compreso fra un massimo pari a 1,8 e un minimo pari a 1,4 e con un peso della regione sul totale dei flussi settoriali di commercio verso l’estero superiore al 30% per quanto riguarda la meccanica e addirittura al 40% per la metallurgia. All’interno di un comparto fortemente articolato e dove sono presenti diversi tipi di attività, dalla fabbricazione e trattamento dei metalli alla produzione di parti, componenti e di prodotti finiti, di particolare rilievo ai fini della specializzazione regionale sono innanzitutto il settore siderurgico (produzione di ferro, acciaio, ferroleghe e soprattutto fabbricazione di tubi e prime trasformazioni di ferro e acciaio) che, con quasi 50 mila addetti, concentra più di un terzo dei posti di lavoro presenti in Italia; inoltre il settore della coltelleria e utensili, con poco meno di 20mila addetti pari ad oltre il 43% del totale in Italia, e quello delle armi e munizioni che, seppur di dimensioni ridotte, conta i due terzi dell’occupazione dell’intero settore.
Una riflessione distinta merita il comparto delle macchine e apparecchiature elettriche, elettroniche e di precisione che, in precedenza, costituiva un’importante componente della base economica lombarda e che, in misura più ridotta, continua a connotarla (QL compresi fra 1,4 e 1,6). Le consistenti perdite di attività nella fabbricazione di macchine per ufficio ed elaboratori e nella fabbricazione di apparecchi radio-televisi e telefonici, hanno fortemente indebolito tale caratterizzazione, sebbene ancora nel 2001 oltre il 40% dei flussi di esportazione settoriale del Paese originino dalla Lombardia. Le specializzazioni che emergono più marcate sono ora nel campo della fabbricazione di apparecchiature di distribuzione e controllo dell’elettricità e in quello della fabbricazione di strumenti di misurazione e controllo.
Si conferma infine il settore dell’editoria, stampa e riproduzione di supporti registrati (QL = 1,6), essendo la Lombardia il principale centro editoriale del Paese, con quasi il 40% degli addetti, sebbene questa posizione di preminenza si sia nel tempo indebolita; le attività di stampa sono invece meno caratterizzanti la regione rispetto alla nazione, sebbene contino comunque per circa i due terzi dell’occupazione regionale del settore.
È interessante infine notare che nonostante le specializzazioni presenti in Lombardia, esse non sono così caratterizzanti il tessuto produttivo come invece accade nelle altre regioni, dove un numero più limitato di industrie emerge in misura più marcata: per esempio i settori delle macchine per l’ufficio (QL=2,7) e degli autoveicoli (QL=4,1) in Piemonte; i settori dell’abbigliamento (QL=2,0), delle calzature (QL=1,9), degli apparecchi medicali (QL=2,1) e del mobile (QL=2,3) in Veneto; l’industria della fabbricazione di prodotti ceramici (QL=2,1) e delle macchine (QL=2,0) in Emilia Romagna. Dunque, accanto a una ricca gamma di specializzazioni, la Lombardia conserva anche un elevato grado di articolazione della propria base produttiva industriale, tale da caratterizzarla in modo assai distinto dal resto delle regioni industriali del Paese.
10 Sulla base della disaggregazione ATECO a due cifre: Divisione economica.
11 I risultati non sarebbero significativamente diversi se l’analisi fosse condotta sul numero di imprese o sul numero di unità locali.
12 Macchine per ufficio ed elaboratori elettronici, apparecchi radiotelevisivi e per le telecomunicazioni, apparecchi di precisione, macchine e apparecchi elettrici n.a.c.
13 Quozienti di localizzazione (QL), definiti come il rapporto fra la percentuale degli addetti in un determinato settore nella regione, e la stessa percentuale nella nazione. Sotto determinate ipotesi, essi possono essere utilizzati per individuare i settori nei quali una regione è specializzata; in tali casi QL>1. Gli addetti utilizzati per il calcolo sono quelli delle unità locali delle imprese e delle istituzioni. I QL sono qui calcolati relativamente al totale degli addetti nell’industria in senso stretto.
Segue il comparto delle macchine e delle apparecchiature elettriche ed elettroniche e di precisione, formato da quattro distinti settori di attività12 di dimensione diversa, che complessivamente conta quasi 140 mila addetti, pari a oltre un decimo (11,3%) dell’occupazione manifatturiera lombarda.
L’industria tessile, con oltre 110mila addetti, pesa per quasi un decimo (9,3%) all’interno della manifattura; assieme all’industria dell’abbigliamento, con ulteriori 50mila addetti, il comparto incide complessivamente per il 13,5% dell’occupazione manifatturiera.
Di peso simile è il comparto della chimica, gomma e plastica, mentre un’incidenza più ridotta presentano gli altri settori manifatturieri: alimentare, legno e carta, arredi, editoria e stampa e, ancora di più, la produzione di calzature e articoli in pelle (1,4% dell’occupazione manifatturiera, 0,4% di quella complessiva lombarda) (fig. 2.2).

Mediante l’impiego di opportuni indicatori13 è possibile individuare i settori industriali di specializzazione regionale. Si ripropongono gli stessi settori individuati poco prima, ma secondo un ordinamento in parte diverso, e anche qualche industria in più.
Infatti, primeggia il settore chimico, con una dotazione regionale pari al doppio della media nazionale (QL=2,0) in quanto sono concentrati in regione oltre il 40% dei posti di lavoro presenti in Italia, distribuiti fra tutte le diverse attività che lo compongono: dalla chimica di base a quella dei prodotti per usi agricoli, industriali, civili e per la persona, dalla farmaceutica (che con oltre 30 mila addetti concentra poco meno della metà del totale del settore in Italia) al settore delle fibre sintetiche e artificiali. Che le attività chimiche costituiscano un importante settore di specializzazione regionale è anche documentato dai flussi di commercio estero che originano o sono destinati alla Lombardia: infatti, nel 2001 la quota regionale di importazioni (in valore corrente) di prodotti chimici sul totale del Paese è oltre il 50%, mentre la quota delle esportazioni è solo di qualche punto inferiore.
In particolare evidenza è anche il settore tessile (QL=1,8), specialmente con le attività che compongono le fasi intermedie della filiera produttiva, ovvero tessitura e finissaggio, mentre quelle più a monte (filatura) e più a valle (confezionamento di prodotti tessili, vestiario escluso, e fabbricazione di articoli in maglieria) pur contando un numero affatto trascurabile di addetti, contribuiscono di meno a connotare la base economica regionale. Per contro, la regione presenta una scarsa specializzazione (anzi una despecializzazione, QL=0,9) nel settore del confezionamento dei vestiti che è invece appannaggio prevalente di altre parti del territorio italiano. Nel 2001, le esportazioni regionali del comparto contano per quasi un terzo dell’intero flusso di esportazioni di prodotti tessili e per l’abbigliamento dal Paese.
Si confermano i settori del metalmeccanico, seppur con QL diversi, compreso fra un massimo pari a 1,8 e un minimo pari a 1,4 e con un peso della regione sul totale dei flussi settoriali di commercio verso l’estero superiore al 30% per quanto riguarda la meccanica e addirittura al 40% per la metallurgia. All’interno di un comparto fortemente articolato e dove sono presenti diversi tipi di attività, dalla fabbricazione e trattamento dei metalli alla produzione di parti, componenti e di prodotti finiti, di particolare rilievo ai fini della specializzazione regionale sono innanzitutto il settore siderurgico (produzione di ferro, acciaio, ferroleghe e soprattutto fabbricazione di tubi e prime trasformazioni di ferro e acciaio) che, con quasi 50 mila addetti, concentra più di un terzo dei posti di lavoro presenti in Italia; inoltre il settore della coltelleria e utensili, con poco meno di 20mila addetti pari ad oltre il 43% del totale in Italia, e quello delle armi e munizioni che, seppur di dimensioni ridotte, conta i due terzi dell’occupazione dell’intero settore.
Una riflessione distinta merita il comparto delle macchine e apparecchiature elettriche, elettroniche e di precisione che, in precedenza, costituiva un’importante componente della base economica lombarda e che, in misura più ridotta, continua a connotarla (QL compresi fra 1,4 e 1,6). Le consistenti perdite di attività nella fabbricazione di macchine per ufficio ed elaboratori e nella fabbricazione di apparecchi radio-televisi e telefonici, hanno fortemente indebolito tale caratterizzazione, sebbene ancora nel 2001 oltre il 40% dei flussi di esportazione settoriale del Paese originino dalla Lombardia. Le specializzazioni che emergono più marcate sono ora nel campo della fabbricazione di apparecchiature di distribuzione e controllo dell’elettricità e in quello della fabbricazione di strumenti di misurazione e controllo.
Si conferma infine il settore dell’editoria, stampa e riproduzione di supporti registrati (QL = 1,6), essendo la Lombardia il principale centro editoriale del Paese, con quasi il 40% degli addetti, sebbene questa posizione di preminenza si sia nel tempo indebolita; le attività di stampa sono invece meno caratterizzanti la regione rispetto alla nazione, sebbene contino comunque per circa i due terzi dell’occupazione regionale del settore.
È interessante infine notare che nonostante le specializzazioni presenti in Lombardia, esse non sono così caratterizzanti il tessuto produttivo come invece accade nelle altre regioni, dove un numero più limitato di industrie emerge in misura più marcata: per esempio i settori delle macchine per l’ufficio (QL=2,7) e degli autoveicoli (QL=4,1) in Piemonte; i settori dell’abbigliamento (QL=2,0), delle calzature (QL=1,9), degli apparecchi medicali (QL=2,1) e del mobile (QL=2,3) in Veneto; l’industria della fabbricazione di prodotti ceramici (QL=2,1) e delle macchine (QL=2,0) in Emilia Romagna. Dunque, accanto a una ricca gamma di specializzazioni, la Lombardia conserva anche un elevato grado di articolazione della propria base produttiva industriale, tale da caratterizzarla in modo assai distinto dal resto delle regioni industriali del Paese.
10 Sulla base della disaggregazione ATECO a due cifre: Divisione economica.
11 I risultati non sarebbero significativamente diversi se l’analisi fosse condotta sul numero di imprese o sul numero di unità locali.
12 Macchine per ufficio ed elaboratori elettronici, apparecchi radiotelevisivi e per le telecomunicazioni, apparecchi di precisione, macchine e apparecchi elettrici n.a.c.
13 Quozienti di localizzazione (QL), definiti come il rapporto fra la percentuale degli addetti in un determinato settore nella regione, e la stessa percentuale nella nazione. Sotto determinate ipotesi, essi possono essere utilizzati per individuare i settori nei quali una regione è specializzata; in tali casi QL>1. Gli addetti utilizzati per il calcolo sono quelli delle unità locali delle imprese e delle istituzioni. I QL sono qui calcolati relativamente al totale degli addetti nell’industria in senso stretto.
2.3.2 - Il terziario
Alcuni settori del terziario appaiono di un certo rilievo (fig. 2.3). Innanzitutto quello del commercio all’ingrosso14 e degli intermediari del commercio che in Lombardia conta oltre 250 mila addetti e pesa poco meno del commercio al dettaglio15:
si tratta di un campo di attività particolarmente sviluppato e
caratterizzante, dato che conta circa un quarto degli addetti totali
del settore a scala nazionale (QL16=1,4), con funzioni che
non esauriscono la loro sfera di influenza entro i confini regionali,
ma si estendono alla scala nazionale e internazionale, in particolare
per quanto riguarda il commercio all’ingrosso di macchinari e
attrezzature (macchine utensili, macchine specializzate per
l’industria, macchine per ufficio, computer, ecc.). L’importanza del
commercio all’ingrosso è altresì confermata dalla dotazione media di
addetti del settore per mille abitanti, in Lombardia superiore del 60%
alla media del Paese.

Anche il settore della finanza, nonostante le limitate dimensioni in termini occupazionali, connota particolarmente la base terziaria lombarda: se infatti gli addetti non raggiungono complessivamente le 150 mila unità, d’altra parte l’indice di specializzazione settoriale mostra valori sistematicamente sopra l’unità per ciascun settore del comparto e valori particolarmente elevati nel settore delle assicurazioni (QL=1,7), equivalente circa a un terzo dell’intera occupazione del settore a scala nazionale, ovvero ad una dotazione per abitante pari al doppio della media del Paese; e nel campo dell’intermediazione finanziaria (leasing finanziario, credito al consumo, factoring, intermediazione mobiliare, holding di gruppi finanziari, merchant bank, ecc.), dove si concentra addirittura quasi la metà del totale degli addetti del Paese.
Infine, nel comparto dei servizi agli affari17 che conta oltre mezzo milione di addetti, si nota in particolare il settore dell’informatica (QL=1,5) con quasi 100 mila addetti pari ad una dotazione per abitante superiore del 70% alla media del Paese, e dove la regione si distingue particolarmente nelle attività di realizzazione di software, di consulenza informatica e di creazione grafica; per contro, si osserva una sottodotazione di addetti impegnati in attività di R&S, nell’ordine del 10% rispetto al Paese, ma esclusivamente imputabile alla distribuzione dei centri di ricerca che fanno capo al settore pubblico.
Con la sola eccezione della sanità, il comparto terziario lombardo si connota per una sottodotazione di addetti, o comunque una minor dotazione a confronto col resto del Paese, nei servizi più riconducibili alla sfera dell’azione pubblica.
14 Esclusi autoveicoli e motoveicoli.
15 Esclusi autoveicoli e motoveicoli.
16 I QL sono qui calcolati relativamente al totale degli addetti nel terziario.
17 Sebbene tale denominazione possa apparire contenere elementi di indeterminatezza, per servizi agli affari si intende qui il complesso di attività vendibili destinate sia ai consumatori sia alle imprese e che non sono già comprese nei comparti del commercio e pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni, finanza e servizi alla persona.

Anche il settore della finanza, nonostante le limitate dimensioni in termini occupazionali, connota particolarmente la base terziaria lombarda: se infatti gli addetti non raggiungono complessivamente le 150 mila unità, d’altra parte l’indice di specializzazione settoriale mostra valori sistematicamente sopra l’unità per ciascun settore del comparto e valori particolarmente elevati nel settore delle assicurazioni (QL=1,7), equivalente circa a un terzo dell’intera occupazione del settore a scala nazionale, ovvero ad una dotazione per abitante pari al doppio della media del Paese; e nel campo dell’intermediazione finanziaria (leasing finanziario, credito al consumo, factoring, intermediazione mobiliare, holding di gruppi finanziari, merchant bank, ecc.), dove si concentra addirittura quasi la metà del totale degli addetti del Paese.
Infine, nel comparto dei servizi agli affari17 che conta oltre mezzo milione di addetti, si nota in particolare il settore dell’informatica (QL=1,5) con quasi 100 mila addetti pari ad una dotazione per abitante superiore del 70% alla media del Paese, e dove la regione si distingue particolarmente nelle attività di realizzazione di software, di consulenza informatica e di creazione grafica; per contro, si osserva una sottodotazione di addetti impegnati in attività di R&S, nell’ordine del 10% rispetto al Paese, ma esclusivamente imputabile alla distribuzione dei centri di ricerca che fanno capo al settore pubblico.
Con la sola eccezione della sanità, il comparto terziario lombardo si connota per una sottodotazione di addetti, o comunque una minor dotazione a confronto col resto del Paese, nei servizi più riconducibili alla sfera dell’azione pubblica.
14 Esclusi autoveicoli e motoveicoli.
15 Esclusi autoveicoli e motoveicoli.
16 I QL sono qui calcolati relativamente al totale degli addetti nel terziario.
17 Sebbene tale denominazione possa apparire contenere elementi di indeterminatezza, per servizi agli affari si intende qui il complesso di attività vendibili destinate sia ai consumatori sia alle imprese e che non sono già comprese nei comparti del commercio e pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni, finanza e servizi alla persona.
2.4 - Le trasformazioni dell’industria
Tra il 1991 e il 2001 l’industria18 lombarda ha registrato
un deciso calo di occupazione, superiore alle 170 mila unità,
equivalenti a oltre il 12% dell’occupazione d’inizio periodo; si tratta
di una diminuzione, in termini relativi, pari a un po’ meno del doppio
di quella media per l’intero Paese (-6,9%).
Al calo occupazionale ha corrisposto la scomparsa di poco meno di 5mila unità produttive (-3,6%) e di oltre 6mila imprese (-5,2%), ovvero di quasi i due terzi dell’intera diminuzione registrata a livello di Paese. Evidentemente, la diminuzione meno che proporzionale del numero delle organizzazioni al numero degli addetti, si accompagna ad un aumento delle (pur tuttavia ancora ridotte) dimensioni medie delle unità produttive.
Gran parte dei settori industriali sono colpiti da perdite di unità produttive e di posti di lavoro, seppur con intensità diversa.
Le maggiori perdite in termini assoluti sono registrate nel comparto tessile-abbigliamento, con quasi 6 mila unità locali in meno e 67 mila addetti in meno (-29%); le perdite sono distribuite fra i diversi tipi di attività, ma risultano particolarmente consistenti e incidenti nella produzione di articoli di maglieria (-13 mila addetti, -37%) e nel confezionamento di abiti (-30 mila addetti, -38%).
Tali perdite diventano 79 mila se si include il settore delle pelli e calzature, che contrae in modo ancora più pesante la propria attività (-42%) a fronte di dinamiche del settore a scala nazionale negative ma più contenute (-15%): l’enorme differenziale, unito al già modestissimo peso occupazionale del settore all’inizio del periodo (1,4% dell’occupazione industriale in s.s.) sembra confermare la definitiva marginalizzazione di questo tipo di attività all’interno del sistema produttivo lombardo19 (fig. 2.4).

Nel complesso, la base manifatturiera regionale del “sistema moda” da sola concentra poco meno della metà dell’intera perdita di occupazione industriale.
Aggiungendo infine il settore degli arredi, che subisce diminuzioni significative (-10 mila addetti, -20%) a fronte invece della tenuta registrata nel resto del Paese, il sistema del “made in Italy” sui prodotti di consumo durevoli e non durevoli (ed esclusi settori di nicchia o ad elevata specializzazione) conta per oltre la metà della contrazione industriale complessiva.
Altri settori registrano diminuzioni consistenti in termini assoluti e relativi: innanzitutto quelli che compongono il comparto delle macchine e apparecchiature elettriche ed elettroniche che perdono complessivamente oltre 24 mila addetti (-15%); le perdite sono particolarmente concentrate e incidenti nelle produzioni di macchine per ufficio e calcolatori (-44%) e di apparecchi trasmittenti e riceventi di radiofonia, TV e telefonia (-35%), dove si sta rischiando la graduale fuoriuscita non solo della Lombardia, ma anche dell’intero Paese, da mercati di prodotti di consumo in forte sviluppo.
Il comparto metalmeccanico realizza una diminuzione del numero degli addetti rilevante in termini assoluti, ma non invece in termini relativi (-15mila addetti, -3%), innanzitutto come conseguenza della contrazione occupazionale nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-17 mila addetti, -29%) evidente riflesso dei gravi problemi che affliggono l’industria nazionale, e nella metallurgia (-8 mila addetti, -33%), diminuzioni solo in parte controbilanciate dall’espansione di altre componenti del comparto, in primo luogo le lavorazioni di meccanica generale e in conto terzi (+14 mila, +24%).
Anche nel settore della chimica e farmaceutica, dove, per effetto di scelte strategiche del passato, oggi aziende di piccole e medie dimensioni si confrontano con colossi mondiali, si registra una diminuzione di circa 12 mila addetti (-12%), contrazione di qualche punto più moderata rispetto alla media del Paese, principalmente concentrata nella chimica di base (-5 mila addetti, -25%) e nell’industria farmaceutica (-6 mila, -16%).
Da ultimo, il settore dell’editoria e stampa perde poco meno di 12 mila addetti (-17%); si tratta di una diminuzione relativamente modesta, ma più elevata rispetto alla media del Paese e soprattutto che colpisce più intensamente le attività a carattere editoriale (-26%) che tradizionalmente costituiscono un settore di forte specializzazione regionale.
Per contro, l’unico comparto industriale che mostra occupazione in crescita in misura interessante è quello della gomma-plastica, il quale registra un aumento di poco inferiore alle 10 mila unità (+15%), per i tre quarti concentrato nella fabbricazione di prodotti in plastica.
18 Industria in senso stretto, escluso il settore delle costruzioni che registra una crescita di circa 34mila unità, quasi in linea con la media del Paese.
19 Un’ulteriore evidenza al proposito è costituita dalla quota di export della regione sul totale del Paese, che scende dal 13,9% del 1991 all’8,8% del 2001.
Al calo occupazionale ha corrisposto la scomparsa di poco meno di 5mila unità produttive (-3,6%) e di oltre 6mila imprese (-5,2%), ovvero di quasi i due terzi dell’intera diminuzione registrata a livello di Paese. Evidentemente, la diminuzione meno che proporzionale del numero delle organizzazioni al numero degli addetti, si accompagna ad un aumento delle (pur tuttavia ancora ridotte) dimensioni medie delle unità produttive.
Gran parte dei settori industriali sono colpiti da perdite di unità produttive e di posti di lavoro, seppur con intensità diversa.
Le maggiori perdite in termini assoluti sono registrate nel comparto tessile-abbigliamento, con quasi 6 mila unità locali in meno e 67 mila addetti in meno (-29%); le perdite sono distribuite fra i diversi tipi di attività, ma risultano particolarmente consistenti e incidenti nella produzione di articoli di maglieria (-13 mila addetti, -37%) e nel confezionamento di abiti (-30 mila addetti, -38%).
Tali perdite diventano 79 mila se si include il settore delle pelli e calzature, che contrae in modo ancora più pesante la propria attività (-42%) a fronte di dinamiche del settore a scala nazionale negative ma più contenute (-15%): l’enorme differenziale, unito al già modestissimo peso occupazionale del settore all’inizio del periodo (1,4% dell’occupazione industriale in s.s.) sembra confermare la definitiva marginalizzazione di questo tipo di attività all’interno del sistema produttivo lombardo19 (fig. 2.4).

Nel complesso, la base manifatturiera regionale del “sistema moda” da sola concentra poco meno della metà dell’intera perdita di occupazione industriale.
Aggiungendo infine il settore degli arredi, che subisce diminuzioni significative (-10 mila addetti, -20%) a fronte invece della tenuta registrata nel resto del Paese, il sistema del “made in Italy” sui prodotti di consumo durevoli e non durevoli (ed esclusi settori di nicchia o ad elevata specializzazione) conta per oltre la metà della contrazione industriale complessiva.
Altri settori registrano diminuzioni consistenti in termini assoluti e relativi: innanzitutto quelli che compongono il comparto delle macchine e apparecchiature elettriche ed elettroniche che perdono complessivamente oltre 24 mila addetti (-15%); le perdite sono particolarmente concentrate e incidenti nelle produzioni di macchine per ufficio e calcolatori (-44%) e di apparecchi trasmittenti e riceventi di radiofonia, TV e telefonia (-35%), dove si sta rischiando la graduale fuoriuscita non solo della Lombardia, ma anche dell’intero Paese, da mercati di prodotti di consumo in forte sviluppo.
Il comparto metalmeccanico realizza una diminuzione del numero degli addetti rilevante in termini assoluti, ma non invece in termini relativi (-15mila addetti, -3%), innanzitutto come conseguenza della contrazione occupazionale nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-17 mila addetti, -29%) evidente riflesso dei gravi problemi che affliggono l’industria nazionale, e nella metallurgia (-8 mila addetti, -33%), diminuzioni solo in parte controbilanciate dall’espansione di altre componenti del comparto, in primo luogo le lavorazioni di meccanica generale e in conto terzi (+14 mila, +24%).
Anche nel settore della chimica e farmaceutica, dove, per effetto di scelte strategiche del passato, oggi aziende di piccole e medie dimensioni si confrontano con colossi mondiali, si registra una diminuzione di circa 12 mila addetti (-12%), contrazione di qualche punto più moderata rispetto alla media del Paese, principalmente concentrata nella chimica di base (-5 mila addetti, -25%) e nell’industria farmaceutica (-6 mila, -16%).
Da ultimo, il settore dell’editoria e stampa perde poco meno di 12 mila addetti (-17%); si tratta di una diminuzione relativamente modesta, ma più elevata rispetto alla media del Paese e soprattutto che colpisce più intensamente le attività a carattere editoriale (-26%) che tradizionalmente costituiscono un settore di forte specializzazione regionale.
Per contro, l’unico comparto industriale che mostra occupazione in crescita in misura interessante è quello della gomma-plastica, il quale registra un aumento di poco inferiore alle 10 mila unità (+15%), per i tre quarti concentrato nella fabbricazione di prodotti in plastica.
18 Industria in senso stretto, escluso il settore delle costruzioni che registra una crescita di circa 34mila unità, quasi in linea con la media del Paese.
19 Un’ulteriore evidenza al proposito è costituita dalla quota di export della regione sul totale del Paese, che scende dal 13,9% del 1991 all’8,8% del 2001.
2.5 - La crescita del terziario
A fronte della diminuzione dell’occupazione industriale, nel decennio
intercensuario si registra un’intensa crescita dell’occupazione
terziaria superiore alle 440 mila unità (+23%), delle quali oltre 380
mila (+26%) facenti capo ad imprese, e le rimanenti 63 mila (+14%) ad
istituzioni pubbliche (+3%) e non profit (+50 mila addetti, +103%).
Tale incremento risulta superiore di circa il 50% a quello medio del
Paese e costituisce la risultante di dinamiche settoriali diverse.
Corrispondentemente, il numero delle unità locali delle imprese
terziarie aumenta di oltre 150 mila unità (+37%) e quello delle
istituzioni pubbliche e non profit di circa 16 mila (+50%).
Tra i servizi si osserva innanzitutto il marcato ridimensionamento del commercio al dettaglio20. Si tratta però di un calo più contenuto di quanto avvenuto nel resto del Paese, in quanto la regione tende a mantenere un differenziale positivo di dotazione per abitante, seppur di ridotta entità. La perdita complessiva ammonta infatti a poco meno di 30 mila unità locali (-19%) e 40 mila addetti (-10%), e si concentra prevalentemente nel dettaglio alimentare (-23 mila addetti, -45%), nel dettaglio in esercizi non alimentari specializzati (-17 mila addetti, -12%) e nel commercio ambulante (-11 mila addetti, -32%) ed è parzialmente controbilanciata dall’espansione del commercio al dettaglio in esercizi non specializzati (+18 mila addetti, +29%) che comprende la grande e media distribuzione organizzata. In diminuzione più contenuta sono gli addetti del commercio di autoveicoli e carburanti (-6%). Come noto, la contrazione occupazionale osservabile nel commercio al dettaglio dipende principalmente da ristrutturazioni organizzative che non preludono la “perdita” di funzioni a favore di altri territori, quanto piuttosto un recupero di efficienza interna al settore.
Variazioni positive di rilievo si registrano nella maggior parte degli altri settori dei servizi.
Nel commercio all’ingrosso e intermediazione commerciale è soprattutto questo secondo tipo di attività che registra un incremento notevole (+20 mila addetti, +50%), gran parte da ricondursi all’esternalizzazione di funzioni aziendali a rappresentanti di commercio. Non a caso, il numero degli addetti indipendenti del settore cresce di quasi 23 mila unità (+82%). Ciò è altresì confermato dal consistente aumento del numero delle unità locali del settore (+27 mila, +49%).
Il comparto dei trasporti realizza un’importante crescita nel corso degli anni novanta, pari a oltre 50 mila addetti (+42%), notevolmente più intensa di quanto avvenga nell’intero Paese (+17%). Al suo interno si registrano incrementi di rilievo in termini assoluti e relativi nei trasporti terresti (non ferroviari) (+21 mila, +38%), nella movimentazione merci e magazzinaggi (+22 mila, +180%) e nelle altre attività connesse ai trasporti (+10 mila, +96%) che sembrano confermare la crescente importanza delle funzioni logistiche e del ruolo della regione nel contesto nazionale.
Ulteriori apporti alla crescita terziaria originano dal settore degli esercizi pubblici, soprattutto a riscontro dell’espansione della ristorazione in ristoranti (+25%) e in mense (+57%); e dal settore dei servizi personali, fra i quali sono compresi i servizi per il tempo libero (cultura, sport, spettacolo, attività ricreative varie) il cui numero di addetti è cresciuto in misura elevata (+36%) e superiore alla media del Paese.
Anche nel comparto dove l’attività prevalente è svolta da organizzazioni pubbliche e non profit, si registra uno sviluppo consistente, ma al proprio interno differenziato. Innanzitutto, il settore dell’istruzione mostra incrementi occupazionali assai ridotti come conseguenza della forte contrazione occupazionale nelle imprese del settore (-5 mila addetti, -40%) e una modesta espansione del ruolo delle organizzazioni pubbliche e non profit (+10 mila, +6%); tale incremento è inoltre la risultante di un aumento del numero degli addetti nella formazione primaria e soprattutto in quella universitaria (+60%), mentre si contrae significativamente il personale dell’istruzione secondaria (-12 mila, -11%). Al contrario, il settore della sanità e assistenza registra importanti incrementi, equamente ripartiti nelle due funzioni principali, ma tali da raddoppiare il numero degli addetti in funzioni assistenziali; interessante è altresì notare che nella sanità lombarda cresce più che proporzionalmente il ruolo delle imprese (+51%) rispetto a quello delle organizzazioni pubbliche e non profit (+32%), le quali però contano ancora per i tre quarti dell’intera occupazione del settore (fig. 2.5).

È però il comparto dei servizi agli affari quello che nel corso degli anni novanta contribuisce in misura determinante alla crescita terziaria della regione. Con un incremento di circa 280 mila addetti e quasi 120 mila unità locali, tale comparto raddoppia le proprie dimensioni, concentrando i maggiori guadagni nel settore immobiliare (+44 mila addetti, +185%), nell’informatica (+52 mila addetti, + 115%) specialmente fornitura di software e consulenza informatica e, soprattutto, nel settore delle altre attività professionali e imprenditoriali (+ 180 mila addetti, + 89) che racchiude otto gruppi di attività nel campo dei servizi alle imprese21. Una quota importante dello sviluppo del comparto si accompagna alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, in particolare nel settore immobiliare dove il numero di indipendenti cresce di oltre 40 mila unità (+254%) e in quello delle attività professionali (+72 mila addetti indipendenti, +94%), mentre nel settore dell’informatica il fenomeno assume proporzioni più moderate (+13 mila indipendenti, +102%).
20 Incluso il commercio di autoveicoli e moto e la vendita diretta di carburanti.
21 Specificamente: 74.1 – Attività legali, contabilità consulenza fiscale e societaria; studi di mercato e sondaggi di opinione; consulenza commerciale e di gestione; 74.2 – Studi di architettura, ingegneria e altri studi tecnici; 74.3 – Collaudi e analisi tecniche; 74.4 – Pubblicità; 74.5 – Ricerca, selezione e fornitura di personale; 74.6 – Servizi di investigazione e vigilanza; 74.7 – Servizi di pulizia e disinfestazione; 74.8 Altri servizi alle imprese (attività fotografiche, imballaggio e confezionamento, servizi di reprografia e traduzioni, call center, ecc.).
Tra i servizi si osserva innanzitutto il marcato ridimensionamento del commercio al dettaglio20. Si tratta però di un calo più contenuto di quanto avvenuto nel resto del Paese, in quanto la regione tende a mantenere un differenziale positivo di dotazione per abitante, seppur di ridotta entità. La perdita complessiva ammonta infatti a poco meno di 30 mila unità locali (-19%) e 40 mila addetti (-10%), e si concentra prevalentemente nel dettaglio alimentare (-23 mila addetti, -45%), nel dettaglio in esercizi non alimentari specializzati (-17 mila addetti, -12%) e nel commercio ambulante (-11 mila addetti, -32%) ed è parzialmente controbilanciata dall’espansione del commercio al dettaglio in esercizi non specializzati (+18 mila addetti, +29%) che comprende la grande e media distribuzione organizzata. In diminuzione più contenuta sono gli addetti del commercio di autoveicoli e carburanti (-6%). Come noto, la contrazione occupazionale osservabile nel commercio al dettaglio dipende principalmente da ristrutturazioni organizzative che non preludono la “perdita” di funzioni a favore di altri territori, quanto piuttosto un recupero di efficienza interna al settore.
Variazioni positive di rilievo si registrano nella maggior parte degli altri settori dei servizi.
Nel commercio all’ingrosso e intermediazione commerciale è soprattutto questo secondo tipo di attività che registra un incremento notevole (+20 mila addetti, +50%), gran parte da ricondursi all’esternalizzazione di funzioni aziendali a rappresentanti di commercio. Non a caso, il numero degli addetti indipendenti del settore cresce di quasi 23 mila unità (+82%). Ciò è altresì confermato dal consistente aumento del numero delle unità locali del settore (+27 mila, +49%).
Il comparto dei trasporti realizza un’importante crescita nel corso degli anni novanta, pari a oltre 50 mila addetti (+42%), notevolmente più intensa di quanto avvenga nell’intero Paese (+17%). Al suo interno si registrano incrementi di rilievo in termini assoluti e relativi nei trasporti terresti (non ferroviari) (+21 mila, +38%), nella movimentazione merci e magazzinaggi (+22 mila, +180%) e nelle altre attività connesse ai trasporti (+10 mila, +96%) che sembrano confermare la crescente importanza delle funzioni logistiche e del ruolo della regione nel contesto nazionale.
Ulteriori apporti alla crescita terziaria originano dal settore degli esercizi pubblici, soprattutto a riscontro dell’espansione della ristorazione in ristoranti (+25%) e in mense (+57%); e dal settore dei servizi personali, fra i quali sono compresi i servizi per il tempo libero (cultura, sport, spettacolo, attività ricreative varie) il cui numero di addetti è cresciuto in misura elevata (+36%) e superiore alla media del Paese.
Anche nel comparto dove l’attività prevalente è svolta da organizzazioni pubbliche e non profit, si registra uno sviluppo consistente, ma al proprio interno differenziato. Innanzitutto, il settore dell’istruzione mostra incrementi occupazionali assai ridotti come conseguenza della forte contrazione occupazionale nelle imprese del settore (-5 mila addetti, -40%) e una modesta espansione del ruolo delle organizzazioni pubbliche e non profit (+10 mila, +6%); tale incremento è inoltre la risultante di un aumento del numero degli addetti nella formazione primaria e soprattutto in quella universitaria (+60%), mentre si contrae significativamente il personale dell’istruzione secondaria (-12 mila, -11%). Al contrario, il settore della sanità e assistenza registra importanti incrementi, equamente ripartiti nelle due funzioni principali, ma tali da raddoppiare il numero degli addetti in funzioni assistenziali; interessante è altresì notare che nella sanità lombarda cresce più che proporzionalmente il ruolo delle imprese (+51%) rispetto a quello delle organizzazioni pubbliche e non profit (+32%), le quali però contano ancora per i tre quarti dell’intera occupazione del settore (fig. 2.5).

È però il comparto dei servizi agli affari quello che nel corso degli anni novanta contribuisce in misura determinante alla crescita terziaria della regione. Con un incremento di circa 280 mila addetti e quasi 120 mila unità locali, tale comparto raddoppia le proprie dimensioni, concentrando i maggiori guadagni nel settore immobiliare (+44 mila addetti, +185%), nell’informatica (+52 mila addetti, + 115%) specialmente fornitura di software e consulenza informatica e, soprattutto, nel settore delle altre attività professionali e imprenditoriali (+ 180 mila addetti, + 89) che racchiude otto gruppi di attività nel campo dei servizi alle imprese21. Una quota importante dello sviluppo del comparto si accompagna alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, in particolare nel settore immobiliare dove il numero di indipendenti cresce di oltre 40 mila unità (+254%) e in quello delle attività professionali (+72 mila addetti indipendenti, +94%), mentre nel settore dell’informatica il fenomeno assume proporzioni più moderate (+13 mila indipendenti, +102%).
20 Incluso il commercio di autoveicoli e moto e la vendita diretta di carburanti.
21 Specificamente: 74.1 – Attività legali, contabilità consulenza fiscale e societaria; studi di mercato e sondaggi di opinione; consulenza commerciale e di gestione; 74.2 – Studi di architettura, ingegneria e altri studi tecnici; 74.3 – Collaudi e analisi tecniche; 74.4 – Pubblicità; 74.5 – Ricerca, selezione e fornitura di personale; 74.6 – Servizi di investigazione e vigilanza; 74.7 – Servizi di pulizia e disinfestazione; 74.8 Altri servizi alle imprese (attività fotografiche, imballaggio e confezionamento, servizi di reprografia e traduzioni, call center, ecc.).
2.6 - Prodotto e occupazione
Al marcato calo dell’occupazione industriale non corrisponde una contrazione del prodotto22 del comparto che, nel decennio intercensuario, invece cresce in termini reali di circa 11 punti percentuali23,
approssimativamente un punto in meno di quanto avviene in media nel
Paese. Nel comparto terziario, il prodotto cresce di oltre 20 punti in
termini reali, un punto in meno della variazione media del Paese.
Complessivamente, il prodotto aumenta di circa 17,2 punti reali,
equivalente ad un tasso medio annuo di crescita dell’1,6% e inferiore,
seppur di scarti decimali, a quello del resto del Paese. Si tratta di
un risultato molto basso in assoluto, a confronto del decennio
precedente quando la Lombardia era cresciuta ad un tasso annuo del
2,4%, ma in discreto recupero nella seconda parte del periodo (fra il
1991 e il 1995 l’economia lombarda era cresciuta ad un tasso medio
annuo dell’1,1%, dal 1995 al 2001 dell’1,7%), tanto più che nella
seconda metà degli anni novanta le dinamiche nominali, in particolare
quelle del cambio, hanno prodotto effetti benefici sul potere
d’acquisto delle famiglie che hanno però attenuato la percezione delle
criticità della bassa crescita reale.
Le dinamiche reali del valore aggiunto (VA) dipendono però sia dall’impiego effettivo del lavoro che, meglio che dal numero degli addetti, può essere misurato in termini di unità di lavoro equivalenti (UL); sia dell’evoluzione reale della produttività del lavoro (VA/UL). In effetti, dal confronto della Lombardia con il resto del Paese (tab 2.1), si può osservare che:

La risultante di tali dinamiche si riflette sulla struttura dell’apparato produttivo lombardo che, nel corso del decennio intercensuario, evolve in senso terziario in modo più moderato di quanto in precedenza descritto sulla base dei censimenti (per i quali lo shift in termini di addetti ammonta a oltre 7 punti) giacché comporta invece lo spostamento di soli 4 punti percentuali di prodotto e di lavoro da un comparto all’altro (tab. 2.2).

22 Valore aggiunto al costo dei fattori ai prezzi di base (al lordo si.f.im.).
23 Elaborazioni su Conti economici regionali ottenute raccordando sull’anno 1995 le due serie storiche disponibili e aggregando i settori in modo tale da renderli comparabili.
Le dinamiche reali del valore aggiunto (VA) dipendono però sia dall’impiego effettivo del lavoro che, meglio che dal numero degli addetti, può essere misurato in termini di unità di lavoro equivalenti (UL); sia dell’evoluzione reale della produttività del lavoro (VA/UL). In effetti, dal confronto della Lombardia con il resto del Paese (tab 2.1), si può osservare che:
- l’occupazione complessiva (più precisamente l’impiego di lavoro) è cresciuta di più poiché la maggior perdita di occupazione industriale è stata più che controbilanciata dall’espansione dell’occupazione terziaria;
- la produttività è cresciuta di meno poiché, a fronte di una crescita paragonabile della produttività industriale, nel comparto dei servizi si è verificato un aumento decisamente inferiore mentre aumentava la quota di occupazione terziaria e quindi l’incidenza sulla media della produttività complessiva della regione.

La risultante di tali dinamiche si riflette sulla struttura dell’apparato produttivo lombardo che, nel corso del decennio intercensuario, evolve in senso terziario in modo più moderato di quanto in precedenza descritto sulla base dei censimenti (per i quali lo shift in termini di addetti ammonta a oltre 7 punti) giacché comporta invece lo spostamento di soli 4 punti percentuali di prodotto e di lavoro da un comparto all’altro (tab. 2.2).

22 Valore aggiunto al costo dei fattori ai prezzi di base (al lordo si.f.im.).
23 Elaborazioni su Conti economici regionali ottenute raccordando sull’anno 1995 le due serie storiche disponibili e aggregando i settori in modo tale da renderli comparabili.
2.7 - Osservazioni conclusive
Nel corso degli anni novanta si è verificato in Lombardia un chiaro
ridimensionamento assoluto e relativo del comparto industriale lombardo
in termini di unità produttive, di addetti e di lavoro. Tale
ridimensionamento è in termini relativi minore di quanto si possa
ricavare dal dato censuario; è complessivamente moderato e certamente
in parte fisiologico tenuto conto delle dinamiche generali
dell’occupazione industriale nei paesi avanzati e dell’esistenza di
tendenze verso la diffusione territoriale dell’industria dai luoghi di
concentrazione storica. Parimenti, si è verificata una diminuzione del
peso industriale della regione in termini di prodotto, ma questo non si
è accompagnato ad una diminuzione del livello che, in termini reali, è
invece cresciuto per effetto di incrementi di produttività che hanno
più che controbilanciato il calo di occupazione.
Andando ad incidere non solo sulle organizzazioni meno efficienti, ma anche sui settori a più bassa produttività, per esempio quelli del comparto tessile-abbigliamento-calzature, tali incrementi hanno consentito di mantenere inalterati i positivi differenziali di produttività rispetto al resto del Paese e dunque sia la capacità di remunerare a livelli più elevati i fattori della produzione, lavoro e capitale, sia il grado (strutturale) di selettività del contesto sulle attività industriali in esso presenti.
D’altra parte, nei servizi, l’effetto combinato della crescita dell’occupazione e della produttività del lavoro ha determinato un aumento del prodotto di poco inferiore al doppio di quello industriale, e circa allineato a quello del Paese.
Tuttavia, il travaso di lavoro verso il comparto terziario, connotato da una maggiore produttività media, e la sua ulteriore espansione tale da portare ad un saldo occupazionale positivo a livello regionale, non ha generato i classici benefici transitori sul livello del prodotto che derivano dall’aggiustamento strutturale; anzi presenta evidenti segni di problematicità che, ultimamente, dipendono dalla qualità delle attività che si vanno sviluppando e dalla loro capacità di incorporare fattori di progresso in grado di riflettersi stabilmente sulla crescita della produttività24.
Sembra qui riproporsi un tradizionale meccanismo, noto come Baumol desease dal nome dell’economista che negli anni sessanta previde gli effetti permanenti sulla crescita economica del travaso di occupazione da settori ad elevata crescita della produttività a settori a bassa crescita. In Italia, infatti, e ancora di più in Lombardia dove l’impiego del lavoro è aumentato più e la produttività del lavoro è aumentata meno del resto del Paese, l’espansione ulteriore del comparto terziario sembra associata a rendimenti marginali inferiori ai rendimenti medi, tali da rallentarne la crescita della produttività.
Nella seconda metà del decennio trascorso, le dinamiche nominali, in particolare quella del cambio che, muovendo da bassi livelli del 1995-96, si è apprezzato fino al 1999 al momento della fissazione della parità con l’euro, ha contribuito ad alleggerire gli effetti più indesiderabili per le famiglie derivanti non solo dalle esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, ma anche dalle dinamiche reali dei sistemi produttivi italiani, in particolare per le regioni più aperte verso l’estero.
Tuttavia si è trattato di una fase di transizione destinata a non ripetersi, e oggi la capacità competitiva dei sistemi economici è destinata a dipendere sempre più dalle loro caratteristiche strutturali. Evidentemente queste sono fortemente connotate anche da regole e istituzioni governate a livelli superiori, in primo luogo a livello nazionale; ma è altrettanto evidente che i sistemi produttivi si denotano a scale territoriali inferiori a quella nazionale (anche se non riconducibili a confini amministrativi), tanto più in un paese come l’Italia dove il divario storico di sviluppo e il più recente modello di diffusione per sistemi locali, hanno creato una forte variabilità di ambienti produttivi.
Fra questi, sulla base degli aspetti trattati, la Lombardia ancora oggi si distingue in positivo quanto a ricchezza e articolazione della propria base produttiva industriale e terziaria; per lo sviluppo di un apparato terziario con forti componenti di complementarità all’industria; per l’esistenza di un tessuto imprenditoriale diffuso così come testimoniato dal grande numero di piccole aziende, ma anche per la presenza di almeno mille imprese di media e grande dimensione (sopra i 250 addetti) nelle quali sono impiegati circa 400 mila addetti; per l’elevato grado di apertura ai mercati esterni che le deriva dalla propria tradizione industriale e per la struttura competitiva dei mercati sui quali opera; per l’elevato livello di benessere economico dei suoi (numerosi) abitanti e per le opportunità occupazionali che loro si offrono, come anche testimoniato dal basso tasso di disoccupazione.
Si tratta di alcuni punti di forza che connotano l’organizzazione produttiva della regione (e altri sono trattati nel resto del volume) che certamente non bastano a garantire il permanere del vantaggio competitivo, il quale dipende anche da altri fattori (dotazioni di beni pubblici e di capitale umano e sociale, qualità dell’amministrazione, ecc.), ma che altrettanto certamente prefigurano un quadro più favorevole alla sua necessaria rigenerazione.
24 Per esempio, il settore che maggiormente è cresciuto, quello dei servizi agli affari (finanza esclusa), ha registrato nel periodo 1995-2001 un calo della produttività (reale) nell’ordine del 16%.
Andando ad incidere non solo sulle organizzazioni meno efficienti, ma anche sui settori a più bassa produttività, per esempio quelli del comparto tessile-abbigliamento-calzature, tali incrementi hanno consentito di mantenere inalterati i positivi differenziali di produttività rispetto al resto del Paese e dunque sia la capacità di remunerare a livelli più elevati i fattori della produzione, lavoro e capitale, sia il grado (strutturale) di selettività del contesto sulle attività industriali in esso presenti.
D’altra parte, nei servizi, l’effetto combinato della crescita dell’occupazione e della produttività del lavoro ha determinato un aumento del prodotto di poco inferiore al doppio di quello industriale, e circa allineato a quello del Paese.
Tuttavia, il travaso di lavoro verso il comparto terziario, connotato da una maggiore produttività media, e la sua ulteriore espansione tale da portare ad un saldo occupazionale positivo a livello regionale, non ha generato i classici benefici transitori sul livello del prodotto che derivano dall’aggiustamento strutturale; anzi presenta evidenti segni di problematicità che, ultimamente, dipendono dalla qualità delle attività che si vanno sviluppando e dalla loro capacità di incorporare fattori di progresso in grado di riflettersi stabilmente sulla crescita della produttività24.
Sembra qui riproporsi un tradizionale meccanismo, noto come Baumol desease dal nome dell’economista che negli anni sessanta previde gli effetti permanenti sulla crescita economica del travaso di occupazione da settori ad elevata crescita della produttività a settori a bassa crescita. In Italia, infatti, e ancora di più in Lombardia dove l’impiego del lavoro è aumentato più e la produttività del lavoro è aumentata meno del resto del Paese, l’espansione ulteriore del comparto terziario sembra associata a rendimenti marginali inferiori ai rendimenti medi, tali da rallentarne la crescita della produttività.
Nella seconda metà del decennio trascorso, le dinamiche nominali, in particolare quella del cambio che, muovendo da bassi livelli del 1995-96, si è apprezzato fino al 1999 al momento della fissazione della parità con l’euro, ha contribuito ad alleggerire gli effetti più indesiderabili per le famiglie derivanti non solo dalle esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, ma anche dalle dinamiche reali dei sistemi produttivi italiani, in particolare per le regioni più aperte verso l’estero.
Tuttavia si è trattato di una fase di transizione destinata a non ripetersi, e oggi la capacità competitiva dei sistemi economici è destinata a dipendere sempre più dalle loro caratteristiche strutturali. Evidentemente queste sono fortemente connotate anche da regole e istituzioni governate a livelli superiori, in primo luogo a livello nazionale; ma è altrettanto evidente che i sistemi produttivi si denotano a scale territoriali inferiori a quella nazionale (anche se non riconducibili a confini amministrativi), tanto più in un paese come l’Italia dove il divario storico di sviluppo e il più recente modello di diffusione per sistemi locali, hanno creato una forte variabilità di ambienti produttivi.
Fra questi, sulla base degli aspetti trattati, la Lombardia ancora oggi si distingue in positivo quanto a ricchezza e articolazione della propria base produttiva industriale e terziaria; per lo sviluppo di un apparato terziario con forti componenti di complementarità all’industria; per l’esistenza di un tessuto imprenditoriale diffuso così come testimoniato dal grande numero di piccole aziende, ma anche per la presenza di almeno mille imprese di media e grande dimensione (sopra i 250 addetti) nelle quali sono impiegati circa 400 mila addetti; per l’elevato grado di apertura ai mercati esterni che le deriva dalla propria tradizione industriale e per la struttura competitiva dei mercati sui quali opera; per l’elevato livello di benessere economico dei suoi (numerosi) abitanti e per le opportunità occupazionali che loro si offrono, come anche testimoniato dal basso tasso di disoccupazione.
Si tratta di alcuni punti di forza che connotano l’organizzazione produttiva della regione (e altri sono trattati nel resto del volume) che certamente non bastano a garantire il permanere del vantaggio competitivo, il quale dipende anche da altri fattori (dotazioni di beni pubblici e di capitale umano e sociale, qualità dell’amministrazione, ecc.), ma che altrettanto certamente prefigurano un quadro più favorevole alla sua necessaria rigenerazione.
24 Per esempio, il settore che maggiormente è cresciuto, quello dei servizi agli affari (finanza esclusa), ha registrato nel periodo 1995-2001 un calo della produttività (reale) nell’ordine del 16%.