6 - innovazione
Up one levelCapitolo 6 - Franco Malerba e Lucia Cusmano - Le sfide strategiche per l'innovazione
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6.1 Introduzione
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6.2 Struttura, punti di forza e di criticità del sistema innovativo lombardo
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6.3 Modalità emergenti di organizzazione della R&S: reti di imprese e cluster
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6.4 Finanza e sviluppo: il finanziamento delle attività innovative
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6.5 Considerazioni conclusive: le questioni strategiche
Estratto
6.1 - Introduzione
Le prospettive di sviluppo e competitività del sistema economico
lombardo sono legate in modo crescente alla sua capacità di rispondere
alla sfida dell’innovazione, attraverso la generazione e la diffusione
di conoscenze e la loro efficace applicazione in termini di nuovi
prodotti e nuovi processi, sia ai comparti produttivi tradizionali che
nelle aree di frontiera dell’avanzamento scientifico-tecnologico.
Le principali questioni strategiche per lo sviluppo del sistema innovativo regionale e per il suo inserimento su elevati livelli di competitività internazionale possono delinearsi a partire da una riflessione sul quadro generale della R&S, dei livelli e degli ambiti di innovazione della regione.
Il contesto regionale è caratterizzato da un livello di complessità molto elevato, per la numerosità e la varietà degli attori in gioco, per la multi-settorialità del sistema produttivo, per la densità e multiformità delle attività tecnologiche. L’elevato grado di diversificazione nelle attività e nelle istituzioni è certo fonte di opportunità per la competitività regionale, ma pone anche problemi specifici per la formulazione di strategie coerenti di sviluppo, da parte di imprese e istituzioni, e, ancora prima, per i processi di comprensione e valutazione di rischi e opportunità che dovrebbero sostenere l’elaborazione delle suddette strategie.
Il presente contributo intende proporre una riflessione sulle opportunità e sulle debolezze del sistema innovativo lombardo, attraverso una lettura qualitativa dei processi in atto e la discussione delle sfide e dei problemi aperti che proprio l’eterogeneità delle esperienze di sviluppo sul territorio pone ai singoli attori e al policy maker.
Le principali questioni strategiche per lo sviluppo del sistema innovativo regionale e per il suo inserimento su elevati livelli di competitività internazionale possono delinearsi a partire da una riflessione sul quadro generale della R&S, dei livelli e degli ambiti di innovazione della regione.
Il contesto regionale è caratterizzato da un livello di complessità molto elevato, per la numerosità e la varietà degli attori in gioco, per la multi-settorialità del sistema produttivo, per la densità e multiformità delle attività tecnologiche. L’elevato grado di diversificazione nelle attività e nelle istituzioni è certo fonte di opportunità per la competitività regionale, ma pone anche problemi specifici per la formulazione di strategie coerenti di sviluppo, da parte di imprese e istituzioni, e, ancora prima, per i processi di comprensione e valutazione di rischi e opportunità che dovrebbero sostenere l’elaborazione delle suddette strategie.
Il presente contributo intende proporre una riflessione sulle opportunità e sulle debolezze del sistema innovativo lombardo, attraverso una lettura qualitativa dei processi in atto e la discussione delle sfide e dei problemi aperti che proprio l’eterogeneità delle esperienze di sviluppo sul territorio pone ai singoli attori e al policy maker.
6.2 - Struttura, punti di forza e di criticità del sistema innovativo lombardo
6.2.1 - Leaderhsip italiana
Il sistema innovativo lombardo si presenta come esempio di eccellenza
entro il panorama italiano. Dal punto di vista della dinamica
tecnologica, ma anche più in generale dell’industrializzazione e del
grado di apertura internazionale, la Lombardia si configura come una
regione pienamente matura, che detiene la leadership nazionale sia
nell’ambito della spesa industriale in R&S sia in termini di
brevettazione, soprattutto nelle classi ad alta tecnologia.
In termini di intensità complessiva di R&S, comprendente quindi investimenti pubblici e privati, la Lombardia si colloca in realtà solo di poco al di sopra del valore nazionale (1,17% del PIL in Lombardia nel 2000 contro 1,07% per l’Italia) ed è preceduta da Lazio, Piemonte e Friuli (tab. 6.1). É quando l’attenzione si sposta alla R&S industriale che emerge più chiaramente la leadership lombarda e una composizione della spesa in R&S più vicina, rispetto al quadro nazionale, alle linee indicate dal Consiglio europeo di Lisbona. Infatti, in Lombardia si concentra circa 1/3 della spesa italiana in R&S a opera di imprese (2.1 miliardi di euro nel 2000). La spesa privata ammonta a quasi 3/4 della intera spesa regionale in R&S, assorbendo circa lo 0,9% del PIL regionale, a confronto con un valore medio nazionale di 0,5% del PIL. I dati sul capitale umano riflettono similmente il maggiore peso della R&S industriale rispetto al quadro italiano, oltreché confermare il primato nazionale della Lombardia in termini di valori assoluti: nel 2000 la regione contava 31.753 addetti alla R&S (contro i 25.476 del Lazio e i 17.192 del Piemonte), di cui il 60% impiegati nel settore privato (contro una quota del 43% a livello nazionale).




I centri universitari rappresentano, quantitativamente, il secondo attore della R&S in Lombardia, mentre contenuta è la quota di spesa attribuibile ad altri enti pubblici. In questo la regione sconta la propria stessa vitalità, dato che il posizionamento al di sopra della media italiana ed europea preclude l’accesso a importanti risorse pubbliche, di fonte nazionale e comunitaria.
Ulteriore conferma della leadership lombarda viene dai dati relativi all’output dei processi innovativi, come evidenziato, per esempio, dal numero dei brevetti depositati presso l’Ufficio europeo brevetti (fig. 6.1) nella generalità delle classi tecnologiche e nello specifico delle classi high-tech. L’analisi brevettuale evidenzia una specializzazione relativa della regione nei comparti delle tecnologie ottiche, della telecomunicazione, dei semiconduttori, della farmaceutica e delle biotecnologie, oltreché una crescita significativa della quota lombarda nel comparto delle macchine utensili.
I dati sopra commentati evidenziano il ruolo trainante della regione nei processi innovativi nazionali. Tuttavia, dalle tendenze più recenti si evincono segnali di un deterioramento relativo di questa posizione di leadership (la quota di brevetti lombardi sul totale dei brevetti italiani è per esempio calata da 38,6% nel periodo 1991-1994 a 36,1% nel 1995-1998 a 33,8% nel 1999-2001) e, soprattutto, un divario significativo e crescente rispetto ai motori innovativi dell’Europa.

In termini di intensità complessiva di R&S, comprendente quindi investimenti pubblici e privati, la Lombardia si colloca in realtà solo di poco al di sopra del valore nazionale (1,17% del PIL in Lombardia nel 2000 contro 1,07% per l’Italia) ed è preceduta da Lazio, Piemonte e Friuli (tab. 6.1). É quando l’attenzione si sposta alla R&S industriale che emerge più chiaramente la leadership lombarda e una composizione della spesa in R&S più vicina, rispetto al quadro nazionale, alle linee indicate dal Consiglio europeo di Lisbona. Infatti, in Lombardia si concentra circa 1/3 della spesa italiana in R&S a opera di imprese (2.1 miliardi di euro nel 2000). La spesa privata ammonta a quasi 3/4 della intera spesa regionale in R&S, assorbendo circa lo 0,9% del PIL regionale, a confronto con un valore medio nazionale di 0,5% del PIL. I dati sul capitale umano riflettono similmente il maggiore peso della R&S industriale rispetto al quadro italiano, oltreché confermare il primato nazionale della Lombardia in termini di valori assoluti: nel 2000 la regione contava 31.753 addetti alla R&S (contro i 25.476 del Lazio e i 17.192 del Piemonte), di cui il 60% impiegati nel settore privato (contro una quota del 43% a livello nazionale).




I centri universitari rappresentano, quantitativamente, il secondo attore della R&S in Lombardia, mentre contenuta è la quota di spesa attribuibile ad altri enti pubblici. In questo la regione sconta la propria stessa vitalità, dato che il posizionamento al di sopra della media italiana ed europea preclude l’accesso a importanti risorse pubbliche, di fonte nazionale e comunitaria.
Ulteriore conferma della leadership lombarda viene dai dati relativi all’output dei processi innovativi, come evidenziato, per esempio, dal numero dei brevetti depositati presso l’Ufficio europeo brevetti (fig. 6.1) nella generalità delle classi tecnologiche e nello specifico delle classi high-tech. L’analisi brevettuale evidenzia una specializzazione relativa della regione nei comparti delle tecnologie ottiche, della telecomunicazione, dei semiconduttori, della farmaceutica e delle biotecnologie, oltreché una crescita significativa della quota lombarda nel comparto delle macchine utensili.
I dati sopra commentati evidenziano il ruolo trainante della regione nei processi innovativi nazionali. Tuttavia, dalle tendenze più recenti si evincono segnali di un deterioramento relativo di questa posizione di leadership (la quota di brevetti lombardi sul totale dei brevetti italiani è per esempio calata da 38,6% nel periodo 1991-1994 a 36,1% nel 1995-1998 a 33,8% nel 1999-2001) e, soprattutto, un divario significativo e crescente rispetto ai motori innovativi dell’Europa.

6.2.2 - Ritardo europeo
Il confronto con i valori nazionali, seppure importante, offre infatti
una visione parziale della struttura e della performance del sistema
innovativo regionale, i cui ambiti naturali di confronto e competizione
sono nel quadro internazionale, in particolare a livello europeo
Proprio in ambito europeo, il caso della Lombardia presenta peculiarità uniche. Infatti, se in termini dei classici indicatori economici e sociali la regione si colloca tra le aree più avanzate nel continente, la sua performance innovativa, valutata nel complesso di tutti comparti, è significativamente inferiore rispetto alle regioni europee più dinamiche, evidenziandosi un divario importante in termini sia di input sia di output del processo innovativo e, in un’ottica dinamica, segnali di un ampliamento di tale divario. L’indicatore sintetico di performance innovativa calcolato dallo European Innovation Scoreboard 2002 pone la Lombardia prima in Italia davanti a Piemonte e Lazio, ma al ventiduesimo posto tra le regioni europee (tab. 6.2). La Lombardia non compare tra le prime regioni europee secondo nessuno degli indicatori specifici utilizzati per calcolare l’indice sintetico1. In particolare, la Lombardia mostra valori degli indicatori specifici molto bassi per quanto riguarda la popolazione con istruzione post-secondaria, l’occupazione high-tech nei servizi e le domande di brevetto high-tech. La performance lombarda risulta invece sensibilmente superiore alla media europea per quanto riguarda l’occupazione in settori dell’industria manifatturiera a tecnologia medio-alta, riflettendo una delle dimensioni più solide del sistema competitivo regionale.

Le motivazioni del divario rispetto alle regioni europee leader sono in larga misura riconducibili a tendenze operanti a livello dell’intera nazione, come la ridotta e calante quota di investimenti in R&S, e alle caratteristiche strutturali del sistema innovativo italiano, caratterizzato, da un lato, da un nucleo di poche grandi imprese, cui è attribuibile una quota molto elevata delle attività innovative italiane, ma la cui performance innovativa è significativamente inferiore a quella dei principali concorrenti a livello internazionale, e, dall’altro, dalla presenza diffusa di PMI, attive in settori a bassa intensità di R&S.
1 Gli indicatori impiegati per la costruzione dello European Innovation Scoreboard concernono le risorse umane, la creazione, trasmissione e applicazione di conoscenza, i finanziamenti, i prodotti e i mercati dell’innovazione.
Proprio in ambito europeo, il caso della Lombardia presenta peculiarità uniche. Infatti, se in termini dei classici indicatori economici e sociali la regione si colloca tra le aree più avanzate nel continente, la sua performance innovativa, valutata nel complesso di tutti comparti, è significativamente inferiore rispetto alle regioni europee più dinamiche, evidenziandosi un divario importante in termini sia di input sia di output del processo innovativo e, in un’ottica dinamica, segnali di un ampliamento di tale divario. L’indicatore sintetico di performance innovativa calcolato dallo European Innovation Scoreboard 2002 pone la Lombardia prima in Italia davanti a Piemonte e Lazio, ma al ventiduesimo posto tra le regioni europee (tab. 6.2). La Lombardia non compare tra le prime regioni europee secondo nessuno degli indicatori specifici utilizzati per calcolare l’indice sintetico1. In particolare, la Lombardia mostra valori degli indicatori specifici molto bassi per quanto riguarda la popolazione con istruzione post-secondaria, l’occupazione high-tech nei servizi e le domande di brevetto high-tech. La performance lombarda risulta invece sensibilmente superiore alla media europea per quanto riguarda l’occupazione in settori dell’industria manifatturiera a tecnologia medio-alta, riflettendo una delle dimensioni più solide del sistema competitivo regionale.

Le motivazioni del divario rispetto alle regioni europee leader sono in larga misura riconducibili a tendenze operanti a livello dell’intera nazione, come la ridotta e calante quota di investimenti in R&S, e alle caratteristiche strutturali del sistema innovativo italiano, caratterizzato, da un lato, da un nucleo di poche grandi imprese, cui è attribuibile una quota molto elevata delle attività innovative italiane, ma la cui performance innovativa è significativamente inferiore a quella dei principali concorrenti a livello internazionale, e, dall’altro, dalla presenza diffusa di PMI, attive in settori a bassa intensità di R&S.
1 Gli indicatori impiegati per la costruzione dello European Innovation Scoreboard concernono le risorse umane, la creazione, trasmissione e applicazione di conoscenza, i finanziamenti, i prodotti e i mercati dell’innovazione.
6.2.3 - Criticità e potenzialità del sistema innovativo lombardo
Gli elementi di debolezza evidenziatisi nel corso dell’ultimo decennio
sono in parte riconducibili a fattori strutturali e sono in parte
legati agli effetti delle trasformazioni economiche più recenti e al
grado di coinvolgimento del sistema innovativo regionale in questi
processi.
Per quanto concerne la struttura produttiva, nonostante la rapida crescita dei servizi, la specializzazione industriale e manifatturiera continua a distinguere la Lombardia nel panorama europeo2. La vocazione manifatturiera ha un’espressione diversificata, ma essenzialmente basata su settori a bassa intensità di R&S e su un vasto tessuto di imprese medio-piccole o piccolissime. L’elevata natalità imprenditoriale, comunque attenuatasi nel corso dell’ultimo decennio, è di nuovo concentrata nei settori a bassa intensità di R&S e nelle imprese di minori dimensioni, oltreché nei servizi.
In altri termini, il sistema lombardo è animato da vaste reti di PMI, ma è strutturalmente carente in una delle componenti essenziali dei sistemi innovativi più dinamici, ovvero le nuove (piccole) imprese “schumpeteriane” operanti nelle nuove tecnologie di punta e specializzate nella ricerca d’avanguardia3.
A partire da questi elementi strutturali, alcuni fattori di criticità per l’evoluzione del sistema innovativo regionale sono emersi nel corso degli anni ’90. In primo luogo, la crisi della grande impresa avvenuta negli ultimi anni ha indebolito un nucleo oligopolistico tradizionalmente piccolo e asfittico. La crisi si è manifestata attraverso chiusura di impianti e centri di ricerca avanzata o profondi processi di ristrutturazione aziendale (chimica, elettronica, aeronautica), delocalizzazione di imprese multinazionali (soprattutto nella farmaceutica e nell’elettronica), privatizzazione di imprese a partecipazione statale (energia e telecomunicazioni). Non sorprende che questo trend generale abbia particolarmente colpito la Lombardia, regione dove la grande impresa e i settori a maggiore intensità di R&S hanno un peso superiore rispetto alla media dell’economia italiana.
La carenza di centri di R&S di grandi imprese ha inoltre vincolato la dinamica e la natalità di imprese più piccole, costituendo tali centri un bacino privilegiato per la creazione di spin-off e di interfaccia per start-up innovative.
Ulteriore elemento di criticità per l’evoluzione del sistema innovativo regionale è il permanere di logiche di innovazione incrementale nelle PMI. La ricerca di continui piccoli miglioramenti nei prodotti e nei processi è stata per molti anni elemento di forza per le PMI e i sistemi di produzione locale lombardi. I processi essenzialmente informali di learning-by-doing, learning-by-using e learning-by-interacting, l’introduzione di progresso tecnologico incorporato in nuovi macchinari hanno guidato la buona performance dei sistemi di PMI nei comparti tradizionali. Tuttavia, proprio in questi comparti, la logica di innovazione incrementale mostra dei limiti di fronte alla crescente pressione competitiva dal lato dei costi e si pone la rilevante questione della sostenibilità a medio-lungo termine di strategie che si concentrano sulle tecnologie tradizionali o dominanti un settore, sottovalutando le famiglie tecnologiche emergenti. La pervasività delle nuove tecnologie comporta che, anche nei settori industriali tradizionali, si ampli la varietà di tecnologie che concorrono all’innovazione industriale e, quindi, la base conoscitiva rilevante per l’introduzione di nuovi prodotti e nuovi processi. Nei settori tradizionali l’applicazione delle nuove tecnologie è divenuta fonte principale di vantaggio in termini di produttività e valore sul mercato. Tale applicazione diffusa richiede tuttavia nuove competenze e un diverso approccio all’innovazione entro la PMI, dove i processi innovativi non possono più legarsi esclusivamente al “saper fare” e all’estemporaneità dell’imprenditore.
In tale senso, processi di upgrading tecnologico si osservano nel settore delle macchine utensili e in generale della meccanica strumentale, dove la regione conserva un vantaggio tecnologico a livello internazionale, attraverso la costituzione di strutture più organizzate per la ricerca e il design; in altri settori, come l’elettronica e il software, prevale la linea di minore resistenza, con la crescente specializzazione nei segmenti medio-bassi, abbandonati dai principali concorrenti esteri4.
Importanti cambiamenti sono in atto anche nei sistemi distrettuali, dove è andata diffondendosi in misura crescente un’organizzazione in catene di sub-fornitura delle attività produttive. In alcuni casi, soprattutto nei segmenti tecnologicamente più sofisticati, il ricorso alla sub-fornitura è stato una riposta a vincoli di tipo tecnologico, piuttosto che semplicemente di costo. L’esternalizzazione e il ricorso, anche sui mercati internazionali, a fornitori e imprese di servizio (tra cui professionisti, tecnologi, società di ingegneria e consulenza) hanno consentito da un lato una maggiore focalizzazione sulle produzioni nelle quali le imprese lombarde godono di un vantaggio competitivo, dall’altro l’accesso a know-how specifico e competenze specialistiche complementari. Il cambiamento organizzativo ha quindi comportato, in alcuni casi, processi di upgrading tecnologico e internazionalizzazione.5 In altri casi, invece, in particolare quando il cambiamento organizzativo ha risposto soprattutto a logiche di costo, si è assistito a un impoverimento delle relazioni di sistema e del contributo innovativo dei piccoli fornitori (cfr. Garofoli in questo rapporto).
A fronte della crisi della grande impresa e delle difficoltà delle PMI nell’adottare percorsi produttivi e organizzativi con maggiore accento innovativo, la vivace dinamica della R&S nelle imprese medie e medio-grandi (meno di 500 addetti) si è rivelata negli ultimi anni come uno dei punti di forza del sistema innovativo regionale. Soprattutto nei comparti della meccanica, dei beni per la persona e per la casa, della chimica e farmaceutica, crescente è stato l’apporto delle medie imprese al valore aggiunto regionale6. Dall’intenso processo di ristrutturazione del sistema industriale lombardo dell’ultimo decennio, tali imprese sono emerse quindi come elemento di robustezza e connessione con il tessuto sociale, divenendo fattore-opportunità su cui fare leva per lo sviluppo futuro.
E’ comunque da segnalarsi, quale possibile elemento di criticità per il futuro, la difficoltà di espansione di tali imprese. Gli investimenti innovativi crescono, ma si traducono solo in modo limitato in una espansione dell’occupazione qualificata.
Questo fenomeno può in realtà essere anche letto come segnale di un ricorso più intenso a fonti esterne di conoscenza e innovazione, ovvero come dinamica sostenuta dall’accesso a una rete più ampia di attori e istituzioni, quali consulenti privati, ma anche università, centri di ricerca pubblici e centri servizi alle imprese.
Questi nodi della rete regionale d’innovazione, più o meno virtuale, sono il conduttore essenziale del trasferimento di conoscenza e tecnologia sul territorio. Il sistema per il trasferimento tecnologico in Lombardia è ampio e diffuso, comprendendo centri di trasferimento generalisti e specializzati, incubatori e parchi scientifici, agenzie d’area, centri di servizio per norme, certificazioni, prove, misure, sperimentazioni. Esso si è sviluppato soprattutto nel corso degli ultimi due decenni ed è stato oggetto di specifiche attenzioni da parte delle politiche regionali e locali, non ultimo con la proposta di un articolato sistema di valutazione dei centri e incentivi alle imprese per l’utilizzo dei servizi tecnologici tramite voucher.
L’eterogeneità del sistema riflette e risponde alla eterogeneità del sistema produttivo e della domanda espressa dai territori. La varietà di offerta è anzi una risorsa da potenziare. Tuttavia, l’eterogeneità e la forte decentralizzazione hanno anche portato a scarsa connessione, condivisione di esperienze e competenze e coesione nel perseguimento degli obiettivi. Una maggiore coesione e interazione tra i centri deve rappresentare obiettivo prioritario per lo sviluppo dei sistemi innovativi locali. L’accrescimento della connettività dovrebbe poi accompagnarsi a processi di costruzione delle competenze a livello dei singoli nodi del network di relazioni. In particolare, proprio i centri servizi diffusi capillarmente sul territorio possono divenire, se dotati di competenze tecniche e organizzative di rilievo, interfaccia privilegiato tra le PMI e i centri di ricerca pubblici e universitari.
Il sistema universitario della ricerca rappresenta un punto di forza distintivo della regione, presentandosi come molto ampio e articolato, per l’offerta formativa e le traiettorie di ricerca, con punte di eccellenza assoluta della ricerca nelle life-sciences. Tuttavia, ancora carente appare la spinta del mondo accademico alle applicazioni industriali, scontando in questo, almeno in parte, i limiti e le debolezze generali del sistema accademico italiano. Nel contesto lombardo si registrano comunque segnali positivi, che non si limitano a iniziative a livello individuale condotte dai singoli docenti o gruppi di ricerca. Il riferimento è soprattutto alla stipulazione di convenzioni con associazioni industriali e altri enti pubblici e alla partecipazione a iniziative come i parchi scientifici.
Rimane in ogni caso prioritario promuovere un maggiore dinamismo nei rapporti università-industria, al fine di superare alcuni nodi problematici, quali 1) la carenza di relazioni tra università e PMI, che ancora esprimono una domanda molto limitata per i servizi e la conoscenza svolta dal mondo accademico, 2) la creazione di spin-off, ancora occasionale nonostante i recenti miglioramenti, 3) la regolamentazione delle relazioni università-industria, anche per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale. L’irrobustimento dei rapporti passa certo da un maggiore investimento in strutture e unità di interfaccia, ma anche da un incremento delle risorse destinate alla ricerca universitaria intra-muros. Esiste infatti ormai una sostanziale evidenza che mostra come la capacità delle università di attrarre finanziamenti dall’industria per la ricerca dipenda prima di tutto dalla loro capacità di produzione scientifica a livello internazionale7.
Il tema degli spin-off merita qualche riflessione aggiuntiva, essendo di fondamentale importanza per il posizionamento e le prospettive della regione nei settori emergenti. La capacità del mondo universitario di generare spin-off è fortemente legata alla qualità della ricerca accademica ma anche alla presenza di grandi imprese innovative, che forniscono domanda, capacità e asset complementari alle nuove imprese di origine accademica. Il fenomeno degli spin-off accademici è ancora molto limitato nel nostro Paese, mentre, nel corso degli ultimi anni, più significativo è stato il fenomeno degli spin-off industriali, soprattutto in Lombardia. Il caso delle biotecnologie è in questo senso esemplificativo. Il distretto biotech milanese è perno dello sviluppo del settore in Italia, con più di 6000 addetti e più di metà delle imprese biotech italiane. La leadership lombarda è spiegata dalla forte concentrazione industriale, dalla base scientifica accademica e dalla presenza di numerosi centri di ricerca nel comparto. Il grado di sviluppo del cluster è tuttavia ancora embrionale, soprattutto se confrontato con le più evolute realtà tedesche o francesi. Inoltre, peculiare è la dinamica di formazione delle piccole imprese innovative, la cui principale componente è rappresentata da spin-off industriali, spesso seguiti alla chiusura o ristrutturazione di centri di ricerca di imprese multinazionali estere. Da un lato ciò ha prodotto imprese “già mature”, dall’altro si tratta di un fenomeno contingente, legato alla ristrutturazione finanziaria di grandi gruppi farmaceutici e destinato a esaurirsi. Nel cluster milanese sono invece assenti casi di spin-off accademici o da centri di ricerca. La principale barriera appare essere l’assenza di strutture in grado di gestire il trasferimento tecnologico8. Si osserva in ogni caso un network denso di collaborazioni tra le DBF (dedicated biotechnology firms) milanesi e le università lombarde. Inoltre, negli ultimi anni, si sono mossi passi importanti nella direzione di favorire processi imprenditoriali, quali la costituzione di incubatori tecnologici presso università e l’inserimento di corsi manageriali nei curricula dei corsi di laurea in biotecnologie.
2 In Europa, tra le grandi regioni avanzate, solo il Baden-Württemberg mostra un peso superiore delle attività industriali sul valore aggiunto.
3 Malerba F., ‘Il sistema innovativo italiano’, in F. Malerba (a cura di), Economia dell’innovazione, Carocci, Roma 2000.
4 Centro Studi Economici e Formaper (2000), ‘Sistemi di produzione locale, cambiamento tecnologico e organizzativo e implicazioni per il mercato del lavoro’, Iniziativa Adapt II Fase.
5 cfr. CSE e Formaper (2000).
6 Mediobanca e Unioncamere, La media impresa industriale del Nord-Ovest (1996-2000), Ufficio studi Mediobanca e Centro studi Unioncamere, 2003.
7 Bruno G., Orsenigo L., Variables influencing industrial funding of academic research in Italy. An empirical analysis, International Journal of Technology Management, 2002; Pavitt K., Public policies to support basic research: what can the rest of the world learn from US theory and practice? (and what they should not learn), Industrial and Corporate Change, 2002.
8 Burgi C., Start-up di imprese e network di collaborazioni nelle biotecnologie in Lombardia, Tesi di laurea, Università Luigi Bocconi, Milano, 2004.
Per quanto concerne la struttura produttiva, nonostante la rapida crescita dei servizi, la specializzazione industriale e manifatturiera continua a distinguere la Lombardia nel panorama europeo2. La vocazione manifatturiera ha un’espressione diversificata, ma essenzialmente basata su settori a bassa intensità di R&S e su un vasto tessuto di imprese medio-piccole o piccolissime. L’elevata natalità imprenditoriale, comunque attenuatasi nel corso dell’ultimo decennio, è di nuovo concentrata nei settori a bassa intensità di R&S e nelle imprese di minori dimensioni, oltreché nei servizi.
In altri termini, il sistema lombardo è animato da vaste reti di PMI, ma è strutturalmente carente in una delle componenti essenziali dei sistemi innovativi più dinamici, ovvero le nuove (piccole) imprese “schumpeteriane” operanti nelle nuove tecnologie di punta e specializzate nella ricerca d’avanguardia3.
A partire da questi elementi strutturali, alcuni fattori di criticità per l’evoluzione del sistema innovativo regionale sono emersi nel corso degli anni ’90. In primo luogo, la crisi della grande impresa avvenuta negli ultimi anni ha indebolito un nucleo oligopolistico tradizionalmente piccolo e asfittico. La crisi si è manifestata attraverso chiusura di impianti e centri di ricerca avanzata o profondi processi di ristrutturazione aziendale (chimica, elettronica, aeronautica), delocalizzazione di imprese multinazionali (soprattutto nella farmaceutica e nell’elettronica), privatizzazione di imprese a partecipazione statale (energia e telecomunicazioni). Non sorprende che questo trend generale abbia particolarmente colpito la Lombardia, regione dove la grande impresa e i settori a maggiore intensità di R&S hanno un peso superiore rispetto alla media dell’economia italiana.
La carenza di centri di R&S di grandi imprese ha inoltre vincolato la dinamica e la natalità di imprese più piccole, costituendo tali centri un bacino privilegiato per la creazione di spin-off e di interfaccia per start-up innovative.
Ulteriore elemento di criticità per l’evoluzione del sistema innovativo regionale è il permanere di logiche di innovazione incrementale nelle PMI. La ricerca di continui piccoli miglioramenti nei prodotti e nei processi è stata per molti anni elemento di forza per le PMI e i sistemi di produzione locale lombardi. I processi essenzialmente informali di learning-by-doing, learning-by-using e learning-by-interacting, l’introduzione di progresso tecnologico incorporato in nuovi macchinari hanno guidato la buona performance dei sistemi di PMI nei comparti tradizionali. Tuttavia, proprio in questi comparti, la logica di innovazione incrementale mostra dei limiti di fronte alla crescente pressione competitiva dal lato dei costi e si pone la rilevante questione della sostenibilità a medio-lungo termine di strategie che si concentrano sulle tecnologie tradizionali o dominanti un settore, sottovalutando le famiglie tecnologiche emergenti. La pervasività delle nuove tecnologie comporta che, anche nei settori industriali tradizionali, si ampli la varietà di tecnologie che concorrono all’innovazione industriale e, quindi, la base conoscitiva rilevante per l’introduzione di nuovi prodotti e nuovi processi. Nei settori tradizionali l’applicazione delle nuove tecnologie è divenuta fonte principale di vantaggio in termini di produttività e valore sul mercato. Tale applicazione diffusa richiede tuttavia nuove competenze e un diverso approccio all’innovazione entro la PMI, dove i processi innovativi non possono più legarsi esclusivamente al “saper fare” e all’estemporaneità dell’imprenditore.
In tale senso, processi di upgrading tecnologico si osservano nel settore delle macchine utensili e in generale della meccanica strumentale, dove la regione conserva un vantaggio tecnologico a livello internazionale, attraverso la costituzione di strutture più organizzate per la ricerca e il design; in altri settori, come l’elettronica e il software, prevale la linea di minore resistenza, con la crescente specializzazione nei segmenti medio-bassi, abbandonati dai principali concorrenti esteri4.
Importanti cambiamenti sono in atto anche nei sistemi distrettuali, dove è andata diffondendosi in misura crescente un’organizzazione in catene di sub-fornitura delle attività produttive. In alcuni casi, soprattutto nei segmenti tecnologicamente più sofisticati, il ricorso alla sub-fornitura è stato una riposta a vincoli di tipo tecnologico, piuttosto che semplicemente di costo. L’esternalizzazione e il ricorso, anche sui mercati internazionali, a fornitori e imprese di servizio (tra cui professionisti, tecnologi, società di ingegneria e consulenza) hanno consentito da un lato una maggiore focalizzazione sulle produzioni nelle quali le imprese lombarde godono di un vantaggio competitivo, dall’altro l’accesso a know-how specifico e competenze specialistiche complementari. Il cambiamento organizzativo ha quindi comportato, in alcuni casi, processi di upgrading tecnologico e internazionalizzazione.5 In altri casi, invece, in particolare quando il cambiamento organizzativo ha risposto soprattutto a logiche di costo, si è assistito a un impoverimento delle relazioni di sistema e del contributo innovativo dei piccoli fornitori (cfr. Garofoli in questo rapporto).
A fronte della crisi della grande impresa e delle difficoltà delle PMI nell’adottare percorsi produttivi e organizzativi con maggiore accento innovativo, la vivace dinamica della R&S nelle imprese medie e medio-grandi (meno di 500 addetti) si è rivelata negli ultimi anni come uno dei punti di forza del sistema innovativo regionale. Soprattutto nei comparti della meccanica, dei beni per la persona e per la casa, della chimica e farmaceutica, crescente è stato l’apporto delle medie imprese al valore aggiunto regionale6. Dall’intenso processo di ristrutturazione del sistema industriale lombardo dell’ultimo decennio, tali imprese sono emerse quindi come elemento di robustezza e connessione con il tessuto sociale, divenendo fattore-opportunità su cui fare leva per lo sviluppo futuro.
E’ comunque da segnalarsi, quale possibile elemento di criticità per il futuro, la difficoltà di espansione di tali imprese. Gli investimenti innovativi crescono, ma si traducono solo in modo limitato in una espansione dell’occupazione qualificata.
Questo fenomeno può in realtà essere anche letto come segnale di un ricorso più intenso a fonti esterne di conoscenza e innovazione, ovvero come dinamica sostenuta dall’accesso a una rete più ampia di attori e istituzioni, quali consulenti privati, ma anche università, centri di ricerca pubblici e centri servizi alle imprese.
Questi nodi della rete regionale d’innovazione, più o meno virtuale, sono il conduttore essenziale del trasferimento di conoscenza e tecnologia sul territorio. Il sistema per il trasferimento tecnologico in Lombardia è ampio e diffuso, comprendendo centri di trasferimento generalisti e specializzati, incubatori e parchi scientifici, agenzie d’area, centri di servizio per norme, certificazioni, prove, misure, sperimentazioni. Esso si è sviluppato soprattutto nel corso degli ultimi due decenni ed è stato oggetto di specifiche attenzioni da parte delle politiche regionali e locali, non ultimo con la proposta di un articolato sistema di valutazione dei centri e incentivi alle imprese per l’utilizzo dei servizi tecnologici tramite voucher.
L’eterogeneità del sistema riflette e risponde alla eterogeneità del sistema produttivo e della domanda espressa dai territori. La varietà di offerta è anzi una risorsa da potenziare. Tuttavia, l’eterogeneità e la forte decentralizzazione hanno anche portato a scarsa connessione, condivisione di esperienze e competenze e coesione nel perseguimento degli obiettivi. Una maggiore coesione e interazione tra i centri deve rappresentare obiettivo prioritario per lo sviluppo dei sistemi innovativi locali. L’accrescimento della connettività dovrebbe poi accompagnarsi a processi di costruzione delle competenze a livello dei singoli nodi del network di relazioni. In particolare, proprio i centri servizi diffusi capillarmente sul territorio possono divenire, se dotati di competenze tecniche e organizzative di rilievo, interfaccia privilegiato tra le PMI e i centri di ricerca pubblici e universitari.
Il sistema universitario della ricerca rappresenta un punto di forza distintivo della regione, presentandosi come molto ampio e articolato, per l’offerta formativa e le traiettorie di ricerca, con punte di eccellenza assoluta della ricerca nelle life-sciences. Tuttavia, ancora carente appare la spinta del mondo accademico alle applicazioni industriali, scontando in questo, almeno in parte, i limiti e le debolezze generali del sistema accademico italiano. Nel contesto lombardo si registrano comunque segnali positivi, che non si limitano a iniziative a livello individuale condotte dai singoli docenti o gruppi di ricerca. Il riferimento è soprattutto alla stipulazione di convenzioni con associazioni industriali e altri enti pubblici e alla partecipazione a iniziative come i parchi scientifici.
Rimane in ogni caso prioritario promuovere un maggiore dinamismo nei rapporti università-industria, al fine di superare alcuni nodi problematici, quali 1) la carenza di relazioni tra università e PMI, che ancora esprimono una domanda molto limitata per i servizi e la conoscenza svolta dal mondo accademico, 2) la creazione di spin-off, ancora occasionale nonostante i recenti miglioramenti, 3) la regolamentazione delle relazioni università-industria, anche per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale. L’irrobustimento dei rapporti passa certo da un maggiore investimento in strutture e unità di interfaccia, ma anche da un incremento delle risorse destinate alla ricerca universitaria intra-muros. Esiste infatti ormai una sostanziale evidenza che mostra come la capacità delle università di attrarre finanziamenti dall’industria per la ricerca dipenda prima di tutto dalla loro capacità di produzione scientifica a livello internazionale7.
Il tema degli spin-off merita qualche riflessione aggiuntiva, essendo di fondamentale importanza per il posizionamento e le prospettive della regione nei settori emergenti. La capacità del mondo universitario di generare spin-off è fortemente legata alla qualità della ricerca accademica ma anche alla presenza di grandi imprese innovative, che forniscono domanda, capacità e asset complementari alle nuove imprese di origine accademica. Il fenomeno degli spin-off accademici è ancora molto limitato nel nostro Paese, mentre, nel corso degli ultimi anni, più significativo è stato il fenomeno degli spin-off industriali, soprattutto in Lombardia. Il caso delle biotecnologie è in questo senso esemplificativo. Il distretto biotech milanese è perno dello sviluppo del settore in Italia, con più di 6000 addetti e più di metà delle imprese biotech italiane. La leadership lombarda è spiegata dalla forte concentrazione industriale, dalla base scientifica accademica e dalla presenza di numerosi centri di ricerca nel comparto. Il grado di sviluppo del cluster è tuttavia ancora embrionale, soprattutto se confrontato con le più evolute realtà tedesche o francesi. Inoltre, peculiare è la dinamica di formazione delle piccole imprese innovative, la cui principale componente è rappresentata da spin-off industriali, spesso seguiti alla chiusura o ristrutturazione di centri di ricerca di imprese multinazionali estere. Da un lato ciò ha prodotto imprese “già mature”, dall’altro si tratta di un fenomeno contingente, legato alla ristrutturazione finanziaria di grandi gruppi farmaceutici e destinato a esaurirsi. Nel cluster milanese sono invece assenti casi di spin-off accademici o da centri di ricerca. La principale barriera appare essere l’assenza di strutture in grado di gestire il trasferimento tecnologico8. Si osserva in ogni caso un network denso di collaborazioni tra le DBF (dedicated biotechnology firms) milanesi e le università lombarde. Inoltre, negli ultimi anni, si sono mossi passi importanti nella direzione di favorire processi imprenditoriali, quali la costituzione di incubatori tecnologici presso università e l’inserimento di corsi manageriali nei curricula dei corsi di laurea in biotecnologie.
2 In Europa, tra le grandi regioni avanzate, solo il Baden-Württemberg mostra un peso superiore delle attività industriali sul valore aggiunto.
3 Malerba F., ‘Il sistema innovativo italiano’, in F. Malerba (a cura di), Economia dell’innovazione, Carocci, Roma 2000.
4 Centro Studi Economici e Formaper (2000), ‘Sistemi di produzione locale, cambiamento tecnologico e organizzativo e implicazioni per il mercato del lavoro’, Iniziativa Adapt II Fase.
5 cfr. CSE e Formaper (2000).
6 Mediobanca e Unioncamere, La media impresa industriale del Nord-Ovest (1996-2000), Ufficio studi Mediobanca e Centro studi Unioncamere, 2003.
7 Bruno G., Orsenigo L., Variables influencing industrial funding of academic research in Italy. An empirical analysis, International Journal of Technology Management, 2002; Pavitt K., Public policies to support basic research: what can the rest of the world learn from US theory and practice? (and what they should not learn), Industrial and Corporate Change, 2002.
8 Burgi C., Start-up di imprese e network di collaborazioni nelle biotecnologie in Lombardia, Tesi di laurea, Università Luigi Bocconi, Milano, 2004.
6.3 - Modalità emergenti di organizzazione della R&S: reti di imprese e cluster
Il cluster milanese del biotech è espressione dell’adozione, per
attività innovative alla frontiera, di modalità di organizzazione che
hanno a lungo caratterizzato settori di produzione più tradizionali e
che sono ancora punto di forza per le aree-sistema. La fonte dominante
del progresso tecnologico nel XX secolo, ovvero i laboratori di R&S
delle grandi imprese manifatturiere in combinazione con un elevato
numero di PMI fornitrici di beni capitali, viene gradualmente
sostituita da forme di organizzazione più decentrate e flessibili
basate su strutture “loosely coupled” e reti di relazioni. Anche nei
comparti dell’alta tecnologia, si osserva la tendenza di queste reti, o
perlomeno dei loro nodi a maggiore valore aggiunto, a concentrarsi
territorialmente. La dimensione locale e territoriale assume quindi un
ruolo decisivo, in quanto la conoscenza non si diffonde facilmente e
senza costi al di fuori del bacino di origine e in quanto la sua
creazione e il suo utilizzo sono influenzati in modo critico dalle
caratteristiche specifiche dell’area stessa.
La politica regionale ha riconosciuto in modo crescente il ruolo del territorio e promosso logiche localmente cooperative di organizzazione dei processi innovativi. Si pone tuttavia il rischio che la rinnovata consapevolezza della fondamentale importanza del territorio come elemento strutturante dei processi innovativi e delle agglomerazioni locali come fonte di “apprendimento interattivo” e innovazione conduca a politiche di intervento che riproducono o accentuano le specializzazioni tradizionali e “chiudono” i confini del cluster. La concettualizzazione del cluster dovrebbe in tale senso essere “aperta”, comprendendo, e quindi favorendo, l’interazione a livello sovra-regionale, la partecipazione a reti definite non solo dalla dimensione geografica, bensì anche da quella istituzionale, tecnologica e delle comunità epistemiche.
La politica regionale ha riconosciuto in modo crescente il ruolo del territorio e promosso logiche localmente cooperative di organizzazione dei processi innovativi. Si pone tuttavia il rischio che la rinnovata consapevolezza della fondamentale importanza del territorio come elemento strutturante dei processi innovativi e delle agglomerazioni locali come fonte di “apprendimento interattivo” e innovazione conduca a politiche di intervento che riproducono o accentuano le specializzazioni tradizionali e “chiudono” i confini del cluster. La concettualizzazione del cluster dovrebbe in tale senso essere “aperta”, comprendendo, e quindi favorendo, l’interazione a livello sovra-regionale, la partecipazione a reti definite non solo dalla dimensione geografica, bensì anche da quella istituzionale, tecnologica e delle comunità epistemiche.
6.4 - Finanza e sviluppo: il finanziamento delle attività innovative
La scarsità di finanziamenti per l’innovazione è spesso indicata come
uno degli ostacoli principali allo sviluppo di attività innovative.
Occorre tuttavia qualificare questa affermazione, distinguendo tra
finanziamento di PMI esistenti che intraprendono attività innovative e
finanziamento di nuove imprese high-tech.
Nel primo caso, le difficoltà che le imprese incontrano attengono soprattutto alla natura e ai comportamenti del sistema bancario italiano, con riferimento non solo all’innovazione ma in generale all’investimento immateriale e alla crescita delle imprese. A questo riguardo, la Regione ha avviato nel corso dell’ultimo decennio diversi programmi di finanziamento appositamente finalizzati all’obiettivo di facilitare l’investimento in attività innovative. Tali programmi, pur convogliando risorse limitate, hanno conseguito risultati apprezzabili, muovendosi in misura crescente verso criteri di selettività, addizionalità ed eccellenza. Proprio in accordo a questi criteri diviene ora prioritario connettere meglio tali programmi con le attività dei centri di trasferimento e le università (i voucher per la ricerca vanno appunto in questa direzione9).
Carenti sono invece ancora i meccanismi di finanziamento di nuove imprese high-tech. Il seed capital e il venture capital italiani, e lombardi, non sono ancora sufficientemente sviluppati e, quando avviati, tendono comunque a rivolgersi ad attività e nuove imprese che non operano in settori high-tech. Piuttosto, i casi di start-up lombarde di successo, come nel biotech, hanno visto il ricorso a finanziamenti sul mercato europeo e mondiale.
Il mancato sviluppo del venture capital rappresenta però una conseguenza, oltreché una causa, della scarsità di opportunità innovative generate dal sistema industriale e dal sistema universitario. L’esperienza di aree finanziarie e tecnologiche più avanzate mostra infatti che il venture capital tende a seguire piuttosto che ad anticipare i processi di creazione di nuove imprese in ambito high-tech.
Da questo punto di vista, lo sviluppo di un sistema di istituzioni e strumenti finanziari dedicati alle nuove imprese high-tech costituisce non solo una spinta per le attività innovative locali, ma anche e soprattutto una formidabile occasione di sviluppo del sistema finanziario lombardo in un contesto europeo.
9 Il Programma di Azioni Innovative (PRAI) Minerva introduce lo strumento dei voucher, spendibili per la creazione di impresa e l’innovazione presso Centri Servizi. A questo si collega il programma regionale di valutazione e accreditamento degli stessi Centri Servizi (cfr. Verganti in questo rapporto).
Nel primo caso, le difficoltà che le imprese incontrano attengono soprattutto alla natura e ai comportamenti del sistema bancario italiano, con riferimento non solo all’innovazione ma in generale all’investimento immateriale e alla crescita delle imprese. A questo riguardo, la Regione ha avviato nel corso dell’ultimo decennio diversi programmi di finanziamento appositamente finalizzati all’obiettivo di facilitare l’investimento in attività innovative. Tali programmi, pur convogliando risorse limitate, hanno conseguito risultati apprezzabili, muovendosi in misura crescente verso criteri di selettività, addizionalità ed eccellenza. Proprio in accordo a questi criteri diviene ora prioritario connettere meglio tali programmi con le attività dei centri di trasferimento e le università (i voucher per la ricerca vanno appunto in questa direzione9).
Carenti sono invece ancora i meccanismi di finanziamento di nuove imprese high-tech. Il seed capital e il venture capital italiani, e lombardi, non sono ancora sufficientemente sviluppati e, quando avviati, tendono comunque a rivolgersi ad attività e nuove imprese che non operano in settori high-tech. Piuttosto, i casi di start-up lombarde di successo, come nel biotech, hanno visto il ricorso a finanziamenti sul mercato europeo e mondiale.
Il mancato sviluppo del venture capital rappresenta però una conseguenza, oltreché una causa, della scarsità di opportunità innovative generate dal sistema industriale e dal sistema universitario. L’esperienza di aree finanziarie e tecnologiche più avanzate mostra infatti che il venture capital tende a seguire piuttosto che ad anticipare i processi di creazione di nuove imprese in ambito high-tech.
Da questo punto di vista, lo sviluppo di un sistema di istituzioni e strumenti finanziari dedicati alle nuove imprese high-tech costituisce non solo una spinta per le attività innovative locali, ma anche e soprattutto una formidabile occasione di sviluppo del sistema finanziario lombardo in un contesto europeo.
9 Il Programma di Azioni Innovative (PRAI) Minerva introduce lo strumento dei voucher, spendibili per la creazione di impresa e l’innovazione presso Centri Servizi. A questo si collega il programma regionale di valutazione e accreditamento degli stessi Centri Servizi (cfr. Verganti in questo rapporto).
6.5 - Considerazioni conclusive: le questioni strategiche
La crescente pressione competitiva nei comparti tradizionali, la
velocità e intensità di avanzamento delle traiettorie tecnologiche
emergenti e delle loro applicazioni industriali pongono la regione di
fronte alla sfida di perseguire con decisione e coerenza la via alta
allo sviluppo. In questa direzione, gli attori che compongono il
sistema innovativo regionale, ovvero imprese, centri di formazione e
ricerca, istituzioni di governo, si trovano di fronte a essenziali
questioni strategiche. Tali questioni attengono alla dinamica interna
al sistema e alla capacità del sistema stesso di inserirsi nelle reti
globali in posizioni di leadership.
Per quanto concerne la dinamica interna, appare necessario agire sulla quantità delle risorse e sulla qualità di investimenti e connessioni. Appaiono in questo senso prioritarie le azioni di stimolo alla domanda di servizi innovativi da parte della componente industriale ancora legata a logiche di miglioramento solo incrementale. Nel corso dell’ultimo decennio, le politiche regionali hanno seguito un approccio sostanzialmente supply oriented, creando strumenti e infrastrutture di riferimento per la modernizzazione tecnologica delle PMI. La semplice offerta di incentivi e servizi all’innovazione rischia però di avere un impatto limitato sulla domanda. Si tratta ora quindi di rafforzare questa offerta, tramite meccanismi di coordinamento e selettività, di supportare lo sviluppo di nuovi strumenti, in particolare in ambito finanziario, ma soprattutto di sensibilizzare maggiormente il tessuto imprenditoriale verso il tema dell’innovazione e della necessità di una stretta interazione con i centri di eccellenza e di trasferimento tecnologico.
Per quanto concerne i settori ad alta (e medio-alta) tecnologia e la capacità del sistema regionale di inserirsi in processi di avanzamento tecnologico alla frontiera, il territorio lombardo deve diventare (o tornare a essere) attrattivo per nuove risorse e competenze. Si devono per esempio creare le condizioni per il rientro o la nuova localizzazione delle unità di R&S e delle produzioni ad alto valore aggiunto delle imprese multinazionali. Occorre perseguire l’ambizione di inserire il sistema innovativo regionale nelle reti globali di conoscenza in una posizione “attiva”, in particolare nei comparti dove la tradizione manifatturiera e l’eccellenza scientifica hanno portato alla formazione di un importante patrimonio di conoscenze e relazioni. Si tratta quindi certo di migliorare la capacità di assorbimento e adattamento alle traiettorie tecnologiche emergenti, investendo in primis in capitale umano, ma soprattutto di rafforzare, ricercare o, in alcuni casi, recuperare la capacità di guidare i processi di frontiera dell’avanzamento scientifico e tecnologico.
Infine, per quanto concerne l’azione del governo regionale in materia di innovazione, a fronte di realtà e sistemi di relazioni sempre più complessi, acquistano crescente rilevanza strategica i processi di valutazione, intesi come fonte di legittimazione per l’intervento pubblico e, in misura sempre maggiore, come fonte di apprendimento per il policy maker e i soggetti che, a diverso titolo, sono coinvolti dalle politiche tecnologiche. Le procedure di valutazione divengono perno essenziale della politica regionale quando è prioritario “finalizzare”, ovvero mirare alla selettività senza trascurare settori deboli o di nicchia. Il nuovo indirizzo di programmazione strategica della Regione, che sposta l’attenzione dal controllo meramente finanziario all’esplicitazione degli obiettivi e ai risultati, sembra muoversi in questo senso. E’ auspicabile ora un approfondimenti di questa linea, attraverso la diffusione di pratiche di valutazione ex-ante di carattere strategico, il rafforzamento di sistemi di monitoraggio e di valutazione ex-post, e soprattutto, in termini più generali, tramite la promozione diffusa di una cultura della valutazione quale processo di apprendimento e momento di riflessione sulle linee di indirizzo della politica regionale.

Per quanto concerne la dinamica interna, appare necessario agire sulla quantità delle risorse e sulla qualità di investimenti e connessioni. Appaiono in questo senso prioritarie le azioni di stimolo alla domanda di servizi innovativi da parte della componente industriale ancora legata a logiche di miglioramento solo incrementale. Nel corso dell’ultimo decennio, le politiche regionali hanno seguito un approccio sostanzialmente supply oriented, creando strumenti e infrastrutture di riferimento per la modernizzazione tecnologica delle PMI. La semplice offerta di incentivi e servizi all’innovazione rischia però di avere un impatto limitato sulla domanda. Si tratta ora quindi di rafforzare questa offerta, tramite meccanismi di coordinamento e selettività, di supportare lo sviluppo di nuovi strumenti, in particolare in ambito finanziario, ma soprattutto di sensibilizzare maggiormente il tessuto imprenditoriale verso il tema dell’innovazione e della necessità di una stretta interazione con i centri di eccellenza e di trasferimento tecnologico.
Per quanto concerne i settori ad alta (e medio-alta) tecnologia e la capacità del sistema regionale di inserirsi in processi di avanzamento tecnologico alla frontiera, il territorio lombardo deve diventare (o tornare a essere) attrattivo per nuove risorse e competenze. Si devono per esempio creare le condizioni per il rientro o la nuova localizzazione delle unità di R&S e delle produzioni ad alto valore aggiunto delle imprese multinazionali. Occorre perseguire l’ambizione di inserire il sistema innovativo regionale nelle reti globali di conoscenza in una posizione “attiva”, in particolare nei comparti dove la tradizione manifatturiera e l’eccellenza scientifica hanno portato alla formazione di un importante patrimonio di conoscenze e relazioni. Si tratta quindi certo di migliorare la capacità di assorbimento e adattamento alle traiettorie tecnologiche emergenti, investendo in primis in capitale umano, ma soprattutto di rafforzare, ricercare o, in alcuni casi, recuperare la capacità di guidare i processi di frontiera dell’avanzamento scientifico e tecnologico.
Infine, per quanto concerne l’azione del governo regionale in materia di innovazione, a fronte di realtà e sistemi di relazioni sempre più complessi, acquistano crescente rilevanza strategica i processi di valutazione, intesi come fonte di legittimazione per l’intervento pubblico e, in misura sempre maggiore, come fonte di apprendimento per il policy maker e i soggetti che, a diverso titolo, sono coinvolti dalle politiche tecnologiche. Le procedure di valutazione divengono perno essenziale della politica regionale quando è prioritario “finalizzare”, ovvero mirare alla selettività senza trascurare settori deboli o di nicchia. Il nuovo indirizzo di programmazione strategica della Regione, che sposta l’attenzione dal controllo meramente finanziario all’esplicitazione degli obiettivi e ai risultati, sembra muoversi in questo senso. E’ auspicabile ora un approfondimenti di questa linea, attraverso la diffusione di pratiche di valutazione ex-ante di carattere strategico, il rafforzamento di sistemi di monitoraggio e di valutazione ex-post, e soprattutto, in termini più generali, tramite la promozione diffusa di una cultura della valutazione quale processo di apprendimento e momento di riflessione sulle linee di indirizzo della politica regionale.
