3 - terziarizzazione
Up one levelCapitolo 3 - Enzo Pontarollo - I grandi trend di cambiamento esogeno
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3.1 Introduzione
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3.2 Deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo
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3.3 Il caso dell’Information and Communication Technology
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3.4 I nodi da affrontare
Estratto
3.1 - Introduzione
Nella fase di grande trasformazione che sta caratterizzando l’economia
all’inizio di questo nuovo millennio, esistono moltissime ambiguità e
pochissime certezze. Ci troviamo, infatti, di fronte a eventi del tutto
nuovi e inaspettati sul fronte economico, politico e sociale, che
avranno enormi e imprevedibili ripercussioni sulle società e i sistemi
produttivi su scala mondiale.
È sufficiente pensare all’incredibile accelerazione che caratterizza il progresso tecnico e al ruolo attivo che stanno assumendo sulla scena economica paesi come Brasile e Sud Africa, per non parlare di India e Cina, per capire la complessità degli scenari che si stanno aprendo.
A ciò si aggiunge il fatto che ogni decisione economica, anche la più negativa, può contenere in sé anche qualche valenza positiva, purché gli attori economici ne sappiano intuire la presenza. In un quadro così incerto c’è, tuttavia, almeno un elemento sicuro, che viene evidenziato in maniera molto netta nel più recente documento elaborato dalla Commissione Europea sulla politica industriale, con riferimento ai paesi dell’Unione, ma che si adatta alla perfezione alla realtà della Lombardia. Dice la Commissione1: “L’industria svolge un ruolo indispensabile per la prosperità dell’Europa: l’economia europea continua a dipendere dal dinamismo della sua industria, peraltro sempre più strettamente intrecciata con i servizi, al cui sviluppo essa contribuisce”. Di conseguenza “la deindustrializzazione non è inevitabile”, anzi “un tale processo di trasformazione industriale è nell’insieme benefico se è correttamente previsto, identificato e accompagnato”. Un’affermazione così netta potrebbe sorprendere data la turbolenza del contesto, ma l’autorevolezza della fonte da cui proviene, che fornisce molti elementi a supporto, induce a ritenere che si tratti di un convincimento fondato. Diventa quindi giustificabile ritenerlo applicabile alla realtà produttiva della nostra regione.
1 Commissione delle Comunità Europee, Comunicazione della Commissione, Accompagnare le trasformazioni strutturali: una politica industriale per l’Europa allargata, COM (2004) 274 definitivo, 20 aprile 2004.
È sufficiente pensare all’incredibile accelerazione che caratterizza il progresso tecnico e al ruolo attivo che stanno assumendo sulla scena economica paesi come Brasile e Sud Africa, per non parlare di India e Cina, per capire la complessità degli scenari che si stanno aprendo.
A ciò si aggiunge il fatto che ogni decisione economica, anche la più negativa, può contenere in sé anche qualche valenza positiva, purché gli attori economici ne sappiano intuire la presenza. In un quadro così incerto c’è, tuttavia, almeno un elemento sicuro, che viene evidenziato in maniera molto netta nel più recente documento elaborato dalla Commissione Europea sulla politica industriale, con riferimento ai paesi dell’Unione, ma che si adatta alla perfezione alla realtà della Lombardia. Dice la Commissione1: “L’industria svolge un ruolo indispensabile per la prosperità dell’Europa: l’economia europea continua a dipendere dal dinamismo della sua industria, peraltro sempre più strettamente intrecciata con i servizi, al cui sviluppo essa contribuisce”. Di conseguenza “la deindustrializzazione non è inevitabile”, anzi “un tale processo di trasformazione industriale è nell’insieme benefico se è correttamente previsto, identificato e accompagnato”. Un’affermazione così netta potrebbe sorprendere data la turbolenza del contesto, ma l’autorevolezza della fonte da cui proviene, che fornisce molti elementi a supporto, induce a ritenere che si tratti di un convincimento fondato. Diventa quindi giustificabile ritenerlo applicabile alla realtà produttiva della nostra regione.
1 Commissione delle Comunità Europee, Comunicazione della Commissione, Accompagnare le trasformazioni strutturali: una politica industriale per l’Europa allargata, COM (2004) 274 definitivo, 20 aprile 2004.
3.2 - Deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo
Uno degli snodi centrali delle trasformazioni in corso investe il
rapporto tra industria e servizi. Nel corso degli ultimi trent’anni, ma
con un’accelerazione nell’ultimo periodo, la struttura produttiva dei
paesi industrializzati, ma anche quella dell’Italia e della Lombardia,
è notevolmente cambiata.
La quota dei servizi sul totale dell’occupazione e del valore aggiunto a prezzi correnti è passata nella media europea dal 57,5% del 1970 a 70,4% nel 2001, quella dell’industria è scesa dal 39,2% al 27,8%. Per l’Italia la dinamica, espressa in unità di lavoro, è piuttosto simile: l’industria scende dal 36,5 al 28,7% mentre i servizi crescono dal 50,2 al 65,9%. In Lombardia, le unità di lavoro dell’industria passano dal 49,8 al 36,2%, mentre la quota dei servizi cresce dal 45,8 al 61,2%. Come sottolineano Paccagnella e Schievano “i differenziali tra gli andamenti di cui sopra derivano dai diversi andamenti della produttività del lavoro: il valore aggiunto a prezzi costanti per unità di lavoro si accresce al tasso annuo del 2,3% nell’industria lombarda e dell’1,9% in quella nazionale, quella dei servizi presenta invece andamenti più simili, pari rispettivamente allo 0,7 e allo 0,6% annuo. Inoltre, in entrambi i contesti, la produttività del lavoro si accresce a tassi più sostenuti nell’industria in senso stretto: + 2,6 e + 2,3% annuo”2.
In tutte le realtà più industrializzate, quindi, la quota relativa dell’industria sull’occupazione e sul valore aggiunto totale è diminuita, mentre quella dei servizi è aumentata regolarmente.
Dinamica della produttività, da un lato, e crescita del reddito, che tende progressivamente a spostare la domanda verso i servizi, dall’altro, sono alla base di questo cambiamento strutturale, che porta a una sempre più stretta interconnessione tra i due comparti, modificando i contorni dell’attività industriale propriamente detta. Quest’ultima ha conosciuto un netto aumento dei fenomeni di esternalizzazione, consistenti nell’affidare ad aziende esterne una quota crescente delle attività di servizio prima realizzate all’interno (trasporti, logistica, informatica ed elaborazione dati), un trasferimento facilitato dalle nuove tecnologie dell’informatica e delle comunicazioni. Ciò comporta un diverso contenuto di valore aggiunto, capitale umano e qualità della produzione nelle diverse attività, mentre l’offerta di prodotti industriali contiene sempre più servizi di assistenza, manutenzione e finanza che accentuano la compenetrazione tra i due diversi tipi di attività economica. La vendita di un elaboratore o di un prodotto di abbigliamento implica oggi un forte contenuto immateriale (marketing, pubblicità, attività commerciali, logistica).
Un fenomeno del genere tocca addirittura un’industria di base, come la siderurgia, se pensiamo che i servizi offerti assieme al prodotto diventano un vantaggio determinante nel nuovo contesto competitivo. Sembra perciò molto vero quanto sostiene l’ultimo rapporto del Centro studi Confindustria3, secondo cui “le trasformazioni possono interpretarsi come un processo di crescente industrializzazione dei servizi, di estensione quindi a settori nuovi e sempre più integrati nella struttura industriale della logica e dei processi propri dell’industria, l’organizzazione scientifica del lavoro, l’attenzione al capitale umano, l’applicazione pervasiva di tecniche e tecnologia, l’innovazione continua...…”. Un tale fenomeno di “deindustrializzazione relativa”4, come viene chiamato dalla Commissione, rappresenta dunque un elemento positivo per il sistema produttivo di un paese o di una regione, in quanto pur determinando difficoltà di aggiustamento anche rilevanti, non è una minaccia, ma serve al mantenimento della competitività e alla crescita di un paese.
È chiaro che esso non va confuso con la “deindustrializzazione assoluta o secolare”, molto più preoccupante, in quanto implica un declino assoluto e irreversibile dell’industria, con un calo dell’occupazione, della produzione, redditività e stock di capitale del settore manifatturiero, aggravato da un deficit commerciale.
Un tale esito è sempre possibile e, indubbiamente, sia la congiuntura economica europea che quella italiana e lombarda dell’ultimo biennio mostrano segnali inquietanti che, se prolungati nel tempo, potrebbero preludere a sviluppi del genere. Ma la consapevolezza che ciò possa accadere e che il benessere, che abbiamo così faticosamente raggiunto, non è un fatto scontato sta rapidamente affermandosi tra tutti i protagonisti economici del Paese, a partire proprio dalla Lombardia, la regione che resta ancora la chiave di volta dell’Italia produttiva.
La convinzione di trovarsi comunque in un contesto di deindustrializzazione relativa si ricava innanzitutto dai dati relativi all’occupazione nei servizi, in forte espansione sia in Italia che in Lombardia, ma più marcatamente nella nostra regione (+ 23,1% rispetto al 16,9% dell’Italia tra il 1991 e nel 2001), una crescita che compensa con larghezza la perdita di posti di lavoro nelle attività industriali e agricole. Ancor più significativo è il fatto che, tra essi, il segmento che in Lombardia cresce di più è quello dei servizi alle imprese che praticamente raddoppia (+ 99,5% nel decennio, una percentuale quasi tripla rispetto a quella del settore ospedaliero che occupa la seconda posizione come tasso di crescita) assumendo così un peso sul totale di quasi il 15%, di poco inferiore cioè a quello del commercio, che è sempre stato il comparto dei servizi più sviluppato.
La crescita dei servizi, soprattutto avanzati, è la prova che, nonostante le difficoltà, il sistema economico lombardo si è messo sulla strada di una deindustrializzazione relativa nella quale muta anche la morfologia delle imprese. Si ridimensionano drasticamente le grandi imprese integrate verticalmente, che cambiano il modello organizzativo anche grazie agli incrementi di produttività. La riduzione dei costi di transazione ne facilita, infatti, la disintegrazione.
2 Paccagnella B., Schievano R., L’evoluzione dell’industria lombarda negli anni ‘90. Risultati e confronti delle rilevazioni censuarie. Relazione presentata al convegno organizzato dall’ISTAT, Confindustria Lombardia e Unioncamere a Milano il 7 luglio 2004 dal titolo: Assetti ed evoluzione del sistema produttivo lombardo alla luce dei dati censuari.
3 Centro studi Confindustria, Tendenze dell’industria italiana. Rapporto Annuale 2004, Editore SIPI, Roma giugno 2004, p. XI.
4 Commissione delle Comunità Europee, op. cit. p. 6
La quota dei servizi sul totale dell’occupazione e del valore aggiunto a prezzi correnti è passata nella media europea dal 57,5% del 1970 a 70,4% nel 2001, quella dell’industria è scesa dal 39,2% al 27,8%. Per l’Italia la dinamica, espressa in unità di lavoro, è piuttosto simile: l’industria scende dal 36,5 al 28,7% mentre i servizi crescono dal 50,2 al 65,9%. In Lombardia, le unità di lavoro dell’industria passano dal 49,8 al 36,2%, mentre la quota dei servizi cresce dal 45,8 al 61,2%. Come sottolineano Paccagnella e Schievano “i differenziali tra gli andamenti di cui sopra derivano dai diversi andamenti della produttività del lavoro: il valore aggiunto a prezzi costanti per unità di lavoro si accresce al tasso annuo del 2,3% nell’industria lombarda e dell’1,9% in quella nazionale, quella dei servizi presenta invece andamenti più simili, pari rispettivamente allo 0,7 e allo 0,6% annuo. Inoltre, in entrambi i contesti, la produttività del lavoro si accresce a tassi più sostenuti nell’industria in senso stretto: + 2,6 e + 2,3% annuo”2.
In tutte le realtà più industrializzate, quindi, la quota relativa dell’industria sull’occupazione e sul valore aggiunto totale è diminuita, mentre quella dei servizi è aumentata regolarmente.
Dinamica della produttività, da un lato, e crescita del reddito, che tende progressivamente a spostare la domanda verso i servizi, dall’altro, sono alla base di questo cambiamento strutturale, che porta a una sempre più stretta interconnessione tra i due comparti, modificando i contorni dell’attività industriale propriamente detta. Quest’ultima ha conosciuto un netto aumento dei fenomeni di esternalizzazione, consistenti nell’affidare ad aziende esterne una quota crescente delle attività di servizio prima realizzate all’interno (trasporti, logistica, informatica ed elaborazione dati), un trasferimento facilitato dalle nuove tecnologie dell’informatica e delle comunicazioni. Ciò comporta un diverso contenuto di valore aggiunto, capitale umano e qualità della produzione nelle diverse attività, mentre l’offerta di prodotti industriali contiene sempre più servizi di assistenza, manutenzione e finanza che accentuano la compenetrazione tra i due diversi tipi di attività economica. La vendita di un elaboratore o di un prodotto di abbigliamento implica oggi un forte contenuto immateriale (marketing, pubblicità, attività commerciali, logistica).
Un fenomeno del genere tocca addirittura un’industria di base, come la siderurgia, se pensiamo che i servizi offerti assieme al prodotto diventano un vantaggio determinante nel nuovo contesto competitivo. Sembra perciò molto vero quanto sostiene l’ultimo rapporto del Centro studi Confindustria3, secondo cui “le trasformazioni possono interpretarsi come un processo di crescente industrializzazione dei servizi, di estensione quindi a settori nuovi e sempre più integrati nella struttura industriale della logica e dei processi propri dell’industria, l’organizzazione scientifica del lavoro, l’attenzione al capitale umano, l’applicazione pervasiva di tecniche e tecnologia, l’innovazione continua...…”. Un tale fenomeno di “deindustrializzazione relativa”4, come viene chiamato dalla Commissione, rappresenta dunque un elemento positivo per il sistema produttivo di un paese o di una regione, in quanto pur determinando difficoltà di aggiustamento anche rilevanti, non è una minaccia, ma serve al mantenimento della competitività e alla crescita di un paese.
È chiaro che esso non va confuso con la “deindustrializzazione assoluta o secolare”, molto più preoccupante, in quanto implica un declino assoluto e irreversibile dell’industria, con un calo dell’occupazione, della produzione, redditività e stock di capitale del settore manifatturiero, aggravato da un deficit commerciale.
Un tale esito è sempre possibile e, indubbiamente, sia la congiuntura economica europea che quella italiana e lombarda dell’ultimo biennio mostrano segnali inquietanti che, se prolungati nel tempo, potrebbero preludere a sviluppi del genere. Ma la consapevolezza che ciò possa accadere e che il benessere, che abbiamo così faticosamente raggiunto, non è un fatto scontato sta rapidamente affermandosi tra tutti i protagonisti economici del Paese, a partire proprio dalla Lombardia, la regione che resta ancora la chiave di volta dell’Italia produttiva.
La convinzione di trovarsi comunque in un contesto di deindustrializzazione relativa si ricava innanzitutto dai dati relativi all’occupazione nei servizi, in forte espansione sia in Italia che in Lombardia, ma più marcatamente nella nostra regione (+ 23,1% rispetto al 16,9% dell’Italia tra il 1991 e nel 2001), una crescita che compensa con larghezza la perdita di posti di lavoro nelle attività industriali e agricole. Ancor più significativo è il fatto che, tra essi, il segmento che in Lombardia cresce di più è quello dei servizi alle imprese che praticamente raddoppia (+ 99,5% nel decennio, una percentuale quasi tripla rispetto a quella del settore ospedaliero che occupa la seconda posizione come tasso di crescita) assumendo così un peso sul totale di quasi il 15%, di poco inferiore cioè a quello del commercio, che è sempre stato il comparto dei servizi più sviluppato.
La crescita dei servizi, soprattutto avanzati, è la prova che, nonostante le difficoltà, il sistema economico lombardo si è messo sulla strada di una deindustrializzazione relativa nella quale muta anche la morfologia delle imprese. Si ridimensionano drasticamente le grandi imprese integrate verticalmente, che cambiano il modello organizzativo anche grazie agli incrementi di produttività. La riduzione dei costi di transazione ne facilita, infatti, la disintegrazione.
2 Paccagnella B., Schievano R., L’evoluzione dell’industria lombarda negli anni ‘90. Risultati e confronti delle rilevazioni censuarie. Relazione presentata al convegno organizzato dall’ISTAT, Confindustria Lombardia e Unioncamere a Milano il 7 luglio 2004 dal titolo: Assetti ed evoluzione del sistema produttivo lombardo alla luce dei dati censuari.
3 Centro studi Confindustria, Tendenze dell’industria italiana. Rapporto Annuale 2004, Editore SIPI, Roma giugno 2004, p. XI.
4 Commissione delle Comunità Europee, op. cit. p. 6
3.3 - Il caso dell’Information and Communication Technology
Il settore dell’ICT, ampiamente presente nella nostra regione,
rappresenta un esempio significativo: se guardiamo ad aziende come
Italtel o Alcatel (che ha rilevato Telettra e Face Standard) ci
rendiamo conto dell’incredibile trasformazione che hanno subito,
coinvolgendo nella trasformazione tutta la filiera.
La convergenza delle tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni ha costretto i produttori di apparati e sistemi a modificare il loro modello di business e di conseguenza anche la loro struttura, con un drammatico ridimensionamento della parte hardware che quasi scompare, anche a causa del massiccio ricorso al contract manufacturing, mentre il valore aggiunto deriva dallo sviluppo del software e dal design dei semiconduttori. Si è poi accresciuta la componente di servizio, e cioè la system integration e l’ingegneria delle reti, con la conseguenza che stiamo assistendo a un vero e proprio abbandono dell’integrazione verticale, e persino di quella orizzontale, sostituita dalla formula della “relazione orizzontale”. Tutto questo trasforma la struttura dell’industria che vede i grandi protagonisti del settore, fortemente ridimensionati in termine di organico, dotarsi di strutture molto snelle e leggere, e il proliferare di una molteplicità di altre realtà aziendali, operanti nel software, nella system integration, nella creazione dei contenuti, o fornitrici di servizi on-line, oltre a qualche residua realtà di hardware che opera in outsourcing.
Da un lato, troviamo dunque una nuova Italtel, che non è più un’impresa a partecipazione statale, che lavora quasi esclusivamente per Telecom Italia, ma una società controllata da un fondo di investimento internazionale, che aspira ad andare in borsa, e che deve, da un lato, sfondare sul mercato delle reti di prossima generazione (NGN), e dall’altro aggredire i mercati esteri, non limitandosi al ristretto mercato di casa. Il dato che meglio fa capire la rivoluzione in atto è il radicale ridimensionamento degli organici: senza risalire al 1994, quando la società occupava quasi 18.500 dipendenti (ma con un diverso perimetro di consolidamento), è sufficiente pensare all’anno 2000 quando Italtel contava ancora 5150 addetti, mentre oggi ne occupa circa 2000, che dovrebbero scendere a 1900 entro la fine del 2004. Non diversa è la dinamica organizzativa e occupazionale che ha caratterizzato Alcatel: il gruppo francese contava nel 1994 in Italia quasi 13.000 dipendenti, scesi a 8000 nel 1998, a 4300 nel 2002 e a 3000 oggi. Il forte ridimensionamento degli organici della multinazionale è attribuibile allo scorporo di diverse attività non core (come i cavi, le batterie, i circuiti stampati e le parti meccaniche), ma soprattutto a un forte processo di outsourcing, che ha riguardato specifiche attività e interi siti ceduti a varie società. E il processo non è ancora concluso, dato che Alcatel intende cedere ancora parte degli stabilimenti residui, come già fatto da Ericsson.
Se dunque i grandi gruppi stanno trasformandosi in realtà fabless, e cioè in grandi laboratori di R&S, produttori di software e integratori di sistemi di origine diversa, dall’altro lato, troviamo nomi e realtà nuove, che operano nel campo del software come Bizmatica, IT Software, Dada o Trend, oppure dei contenuti come Buongiorno, ma anche nell’hardware e nei sistemi come Dmt o Access Media, che nascono come spin-off delle grandi aziende manifatturiere, che producevano apparati per telecomunicazioni.
Ed è proprio nel contesto di questa grande rivoluzione tecnologica e di mercato che nasce proprio a Milano Fastweb, una delle realtà più significative e innovative del settore dei servizi di telecomunicazioni, frutto di quell’imprenditoria delle idee nata e cresciuta a Milano, sostenuta dalla finanza milanese e favorita dalla partnership con un’importante realtà locale, quale è l’AEM, che ha saputo cogliere e sfruttare le straordinarie potenzialità economiche nascoste nei suoi condotti. Con Fastweb è nata una realtà capace di sfruttare, con grande sagacia, la finestra di opportunità della Borsa, di sviluppare un modello di business tra i più avanzati del mondo e di promuovere e adottare tecnologie all’avanguardia.
Certo, non basta una Fastweb per colmare i vuoti aperti da una deindustrializzazione che procede veloce, ma l’esempio succitato, se visto in congiunzione con la molteplicità di aziende sorte nei sistemi e nell’information technology, conferma che anche in settori tecnologicamente complessi, ci sono spazi e opportunità, purché si sviluppi un’imprenditoria delle idee che sappia coglierli.
Esistono altri esempi, non meno significativi, di come eventi negativi di deindustrializzazione, legati alla fuoriuscita dal nostro Paese di importanti multinazionali, non hanno comportato la scomparsa del patrimonio tecnologico che era stato sviluppato in precedenza, ma hanno addirittura stimolato la nascita di nuovi imprenditori, che stanno valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze e opportunità che rischiava di scomparire.
Gli esempi riguardano un certo numero di aziende biotecnologiche e biofarmaceutiche, nate da spin-off promossi da gruppi di ricercatori operanti in aziende, che i capitali stranieri stavano abbandonando.
Possiamo citarne almeno tre: la Biosearch, nata da un management buy-out del centro di ricerca di Gerenzano, una volta della Lepetit e successivamente finito nelle mani della Hoechst, confluita poi nell’Aventis. L’azienda ha continuato a lavorare con successo nei campi dove era già specializzata, e nel 2003 si è fusa con l’americana Versicor, dando origine alla Vicuron Pharmaceuticals.
Simile è la vicenda della Novuspharma, nata da uno spin-off per non gettare al vento un centro di ricerca che la Boehringer Mannheim intendeva chiudere, e che dopo la quotazione in borsa si è fusa con l’americana Cell Therapeutics. E sulla strada della quotazione in borsa si è messa anche Newron, spin-off di un laboratorio specializzato nelle ricerche sul sistema nervoso centrale già della Carlo Erba, acquisita prima da Pharmacia e poi da Upjhon, nel momento in cui la multinazionale americana aveva deciso di chiuderlo. È interessante notare, inoltre, come alcune di queste società si servano di laboratori esterni per l’effettuazione di parte delle loro ricerche, il che alimenta la diffusione delle competenze nel sistema economico della regione. Anche di fronte a casi come questi, si potrebbe sostenere che il nostro Paese è molto arretrato nel settore biotech, e che tre spin-off non bastano a sostituire neppure una delle multinazionali farmaceutiche che hanno lasciato l’Italia. Per quanto fondate siano queste osservazioni, ciò che è importante sottolineare è il meccanismo di riproduzione imprenditoriale che si è messo in moto, e la capacità di questi manager, divenuti forzatamente imprenditori, di giocare il grande gioco dell’imprenditoria fino alla quotazione alla borsa di New York. Inoltre, i buoni risultati di queste esperienze confermano che, nonostante le difficoltà, anche nella nostra regione sono possibili iniziative di successo in settori ad alta tecnologia.
La convergenza delle tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni ha costretto i produttori di apparati e sistemi a modificare il loro modello di business e di conseguenza anche la loro struttura, con un drammatico ridimensionamento della parte hardware che quasi scompare, anche a causa del massiccio ricorso al contract manufacturing, mentre il valore aggiunto deriva dallo sviluppo del software e dal design dei semiconduttori. Si è poi accresciuta la componente di servizio, e cioè la system integration e l’ingegneria delle reti, con la conseguenza che stiamo assistendo a un vero e proprio abbandono dell’integrazione verticale, e persino di quella orizzontale, sostituita dalla formula della “relazione orizzontale”. Tutto questo trasforma la struttura dell’industria che vede i grandi protagonisti del settore, fortemente ridimensionati in termine di organico, dotarsi di strutture molto snelle e leggere, e il proliferare di una molteplicità di altre realtà aziendali, operanti nel software, nella system integration, nella creazione dei contenuti, o fornitrici di servizi on-line, oltre a qualche residua realtà di hardware che opera in outsourcing.
Da un lato, troviamo dunque una nuova Italtel, che non è più un’impresa a partecipazione statale, che lavora quasi esclusivamente per Telecom Italia, ma una società controllata da un fondo di investimento internazionale, che aspira ad andare in borsa, e che deve, da un lato, sfondare sul mercato delle reti di prossima generazione (NGN), e dall’altro aggredire i mercati esteri, non limitandosi al ristretto mercato di casa. Il dato che meglio fa capire la rivoluzione in atto è il radicale ridimensionamento degli organici: senza risalire al 1994, quando la società occupava quasi 18.500 dipendenti (ma con un diverso perimetro di consolidamento), è sufficiente pensare all’anno 2000 quando Italtel contava ancora 5150 addetti, mentre oggi ne occupa circa 2000, che dovrebbero scendere a 1900 entro la fine del 2004. Non diversa è la dinamica organizzativa e occupazionale che ha caratterizzato Alcatel: il gruppo francese contava nel 1994 in Italia quasi 13.000 dipendenti, scesi a 8000 nel 1998, a 4300 nel 2002 e a 3000 oggi. Il forte ridimensionamento degli organici della multinazionale è attribuibile allo scorporo di diverse attività non core (come i cavi, le batterie, i circuiti stampati e le parti meccaniche), ma soprattutto a un forte processo di outsourcing, che ha riguardato specifiche attività e interi siti ceduti a varie società. E il processo non è ancora concluso, dato che Alcatel intende cedere ancora parte degli stabilimenti residui, come già fatto da Ericsson.
Se dunque i grandi gruppi stanno trasformandosi in realtà fabless, e cioè in grandi laboratori di R&S, produttori di software e integratori di sistemi di origine diversa, dall’altro lato, troviamo nomi e realtà nuove, che operano nel campo del software come Bizmatica, IT Software, Dada o Trend, oppure dei contenuti come Buongiorno, ma anche nell’hardware e nei sistemi come Dmt o Access Media, che nascono come spin-off delle grandi aziende manifatturiere, che producevano apparati per telecomunicazioni.
Ed è proprio nel contesto di questa grande rivoluzione tecnologica e di mercato che nasce proprio a Milano Fastweb, una delle realtà più significative e innovative del settore dei servizi di telecomunicazioni, frutto di quell’imprenditoria delle idee nata e cresciuta a Milano, sostenuta dalla finanza milanese e favorita dalla partnership con un’importante realtà locale, quale è l’AEM, che ha saputo cogliere e sfruttare le straordinarie potenzialità economiche nascoste nei suoi condotti. Con Fastweb è nata una realtà capace di sfruttare, con grande sagacia, la finestra di opportunità della Borsa, di sviluppare un modello di business tra i più avanzati del mondo e di promuovere e adottare tecnologie all’avanguardia.
Certo, non basta una Fastweb per colmare i vuoti aperti da una deindustrializzazione che procede veloce, ma l’esempio succitato, se visto in congiunzione con la molteplicità di aziende sorte nei sistemi e nell’information technology, conferma che anche in settori tecnologicamente complessi, ci sono spazi e opportunità, purché si sviluppi un’imprenditoria delle idee che sappia coglierli.
Esistono altri esempi, non meno significativi, di come eventi negativi di deindustrializzazione, legati alla fuoriuscita dal nostro Paese di importanti multinazionali, non hanno comportato la scomparsa del patrimonio tecnologico che era stato sviluppato in precedenza, ma hanno addirittura stimolato la nascita di nuovi imprenditori, che stanno valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze e opportunità che rischiava di scomparire.
Gli esempi riguardano un certo numero di aziende biotecnologiche e biofarmaceutiche, nate da spin-off promossi da gruppi di ricercatori operanti in aziende, che i capitali stranieri stavano abbandonando.
Possiamo citarne almeno tre: la Biosearch, nata da un management buy-out del centro di ricerca di Gerenzano, una volta della Lepetit e successivamente finito nelle mani della Hoechst, confluita poi nell’Aventis. L’azienda ha continuato a lavorare con successo nei campi dove era già specializzata, e nel 2003 si è fusa con l’americana Versicor, dando origine alla Vicuron Pharmaceuticals.
Simile è la vicenda della Novuspharma, nata da uno spin-off per non gettare al vento un centro di ricerca che la Boehringer Mannheim intendeva chiudere, e che dopo la quotazione in borsa si è fusa con l’americana Cell Therapeutics. E sulla strada della quotazione in borsa si è messa anche Newron, spin-off di un laboratorio specializzato nelle ricerche sul sistema nervoso centrale già della Carlo Erba, acquisita prima da Pharmacia e poi da Upjhon, nel momento in cui la multinazionale americana aveva deciso di chiuderlo. È interessante notare, inoltre, come alcune di queste società si servano di laboratori esterni per l’effettuazione di parte delle loro ricerche, il che alimenta la diffusione delle competenze nel sistema economico della regione. Anche di fronte a casi come questi, si potrebbe sostenere che il nostro Paese è molto arretrato nel settore biotech, e che tre spin-off non bastano a sostituire neppure una delle multinazionali farmaceutiche che hanno lasciato l’Italia. Per quanto fondate siano queste osservazioni, ciò che è importante sottolineare è il meccanismo di riproduzione imprenditoriale che si è messo in moto, e la capacità di questi manager, divenuti forzatamente imprenditori, di giocare il grande gioco dell’imprenditoria fino alla quotazione alla borsa di New York. Inoltre, i buoni risultati di queste esperienze confermano che, nonostante le difficoltà, anche nella nostra regione sono possibili iniziative di successo in settori ad alta tecnologia.
3.4 - I nodi da affrontare
Certo, non si può nascondere che il numero di aziende appartenenti a
settori a elevata intensità tecnologica che hanno chiuso, si sono
trasferite all’estero o sono state acquisite da grandi gruppi
multinazionali è elevatissimo e rappresenta una causa non trascurabile
dei processi di deindustrializzazione, che stanno caratterizzando la
nostra regione. Telettra, GTE, Carlo Erba e Franco Tosi sono i primi
nomi che vengono alla mente, ma se ne potrebbero aggiungere molti
altri. Il loro ridimensionamento o addirittura la loro scomparsa
determina una conseguenza molto negativa per la nostra regione, in
quanto priva l’economia lombarda e l’intero Paese di straordinari
incubatori di imprenditorialità, imprese cioè che hanno favorito la
crescita professionale del loro personale, consentendo ad alcuni di
maturare nel tempo competenze e soprattutto la voglia di mettersi in
proprio.
Gli strappi che i processi di deindustrializzazione stanno provocando nel tessuto produttivo della regione, caratterizzando aree una volta molto importanti come la Valle dell’Olona o il distretto elettronico dell’est milanese, rischiano di indebolire il tessuto complessivo, togliendo alla Lombardia la sua arma competitiva migliore.
È abbastanza evidente, infatti, che la grande forza dell’area è l’area stessa, o meglio il tessuto produttivo che vi si è insediato. E’ la rete di relazioni interindustriali che esiste sul territorio lombardo, il più grosso fattore di competitività della nostra regione. Qui esistono quasi tutte le competenze, umane, manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno; qui esiste la possibilità di ogni genere di forniture specializzate o di serie, qui esiste una rete di produttori conto terzi in ogni ramo di attività economica, qui esistono i fornitori di ogni tipo di servizio per le imprese. E tutto questo in un territorio relativamente concentrato e soprattutto intensamente infrastrutturato, anche se la dotazione attuale di infrastrutture appare ormai inadeguata per affrontare le nuove sfide. Ciò crea un vantaggio localizzativo, che non esiste praticamente in nessun’altra parte del Paese e che va difeso a tutti i costi: ogni impoverimento del tessuto, infatti, è destinato a ripercuotersi sulle altre imprese, con il rischio di creare un circolo vizioso che si sostituisce al circolo virtuoso che ha funzionato finora. E’ questo un aspetto che va attentamente monitorato dagli imprenditori, dalle forze sociali e dall’opinione pubblica. Quello che preoccupa non è tanto la perdita di posti di lavoro in sé, dato che anche altre aree una volta intensamente industrializzate hanno subito il medesimo processo. Ma mentre alcune di esse hanno mantenuto il loro primato, riuscendo a immettere nuova linfa nel corpo del tessuto produttivo, altre, per contro, si sono trovate nel pieno di un decadimento, che è nel contempo economico e sociale.
Per la Lombardia, avviarsi sull’una o sull’altra strada dipende proprio dal mantenimento e dalla rivitalizzazione del “tessuto” economico-produttivo, il che significa una capacità di riproduzione imprenditoriale e quindi sociale, che differenzia le aree ancora dinamiche da quelle condannate alla deindustrializzazione assoluta.
I dati del censimento, dimostrano che, nonostante le difficoltà, il tessuto lombardo riesce a tenere, riuscendo a integrare vocazioni e specializzazioni dei diversi territori che lo compongono. Come sottolinea Enzo Rodeschini5, “l’evoluzione degli anni ‘90 sembra caratterizzata dalla riconferma di una lettura territoriale su “quattro Lombardie”, sempre più integrate fra loro, meno specializzate ma più aperte a processi innovativi:
- l’area metropolitana, sempre più estesa ma il cui perno centrale resta il capoluogo regionale, con una caratterizzazione ulteriore accentuata nei servizi alle imprese e un consistente processo di delocalizzazione industriale:
- la fascia industriale pedemontana, che mostra una novità relativa: mentre Brescia, Bergamo e Lecco si consolidano come realtà industriali, senza per questo venir meno allo sviluppo dei servizi alle imprese, Varese e Como sembrano “guardare a Milano”, perdendo peso industriale, recuperando terziario di servizio e fornendo alla metropoli un più consistente flusso di capitale umano qualificato;
- la fascia di pianura registra un diffuso rafforzamento della propria struttura economica (soprattutto nel mantovano), sia industriale che terziaria; fa parzialmente eccezione il pavese, dove la dinamica demografica e la vicinanza di Milano sembrano portare a una integrazione sempre più stretta con l’area metropolitana;
- la fascia montana, infine, sembra in generale rafforzare, pur nelle difficoltà strutturali, un proprio specifico equilibrio: emblematico in questo senso è il territorio della provincia di Sondrio, che mantiene e consolida le attività direttamente produttive (grazie anche all’evoluzione dell’agro alimentare) e continua a presidiare quelle turistiche e di servizio.”
Le dinamiche cui stiamo assistendo, tuttavia, rischiano di rompere questo equilibrio tra le aree, che viene indebolito dalle strozzature che si stanno sempre più manifestando a livello infrastrutturale. Nel momento in cui il tessuto connettivo non è solo quello di una microarea, ma quello di una regione, il problema della dotazione e dell’efficienza delle infrastrutture (soprattutto, ma non esclusivamente, di trasporto) diventa uno degli elementi cruciali della partita competitiva, di cui occorre tenere grande conto.
Il secondo elemento da considerare è costituito dalla fisionomia, carattere ed estrazione sociale degli imprenditori e soprattutto della capacità di riproduzione imprenditoriale di un sistema produttivo.
Come sottolineavano Bratina e Martinelli in un lavoro di molti anni fa, “nel mondo anglosassone e nel nord Europa certe regole del gioco imprenditoriale sono più facilmente individuabili, un certo tipo di razionalità economica ha una sua cittadinanza, per cui fare l’imprenditore può anche essere più difficile in termini di accessibilità sociale, ma è meno complesso. Non così in Italia. Fare l’imprenditore da noi forse è meno difficile come accessibilità sociale, ma certamente è molto più complesso e imprevedibile"6.
Il quadro di riferimento all’interno del quale operano gli imprenditori italiani e lombardi è costituito da un sistema economico e politico-sociale estremamente complesso e carico di contraddizioni, che richiede quindi un alto grado di elasticità comportamentale accompagnata da notevole capacità di adattamento al verificarsi di eventi spesso imprevedibili. In un contesto del genere, l’immagine più adatta per descrivere l’imprenditore è quella di Vilfredo Pareto: “Vanno a prendere posto tra gli imprenditori coloro che hanno bene sviluppato l’istinto delle combinazioni, indispensabile per conseguire felice successo in questa professione ..... Gli imprenditori sono generalmente gente avventurosa, in cerca di novità, così nel campo economico come in quello sociale, ai quali non dispiacciono punto i movimenti, da cui sperano di poter trarre vantaggio ..... e che con varie arti provvedono a crescere le entrate valendosi ingegnosamente delle circostanze”7.
Ciò che Pareto chiama “istinto delle combinazioni” e “ricerca delle novità” richiama da vicino l’idea di Schumpeter dell’imprenditore come innovatore e “l’instinct of workmanship” di Veblen. E infatti sono proprio la propensione all’innovazione nonché il gusto di fare un prodotto ben fatto e via via perfezionabile le caratteristiche tipiche di molti imprenditori.
Ma se è relativamente facile individuare queste caratteristiche negli imprenditori lombardi che hanno consentito lo sviluppo della nostra regione, con il passare delle generazioni, la riproduzione di queste caratteristiche si attenua e gli imprenditori rischiano di perdere l’istinto delle combinazioni e la voglia di ricercare le “novità”. E infatti, il declino di molte aree industriali una volta fiorenti, è proprio legato a una sindrome di invecchiamento che porta all’essiccarsi delle risorse imprenditoriali generate dall’area.
Nel momento in cui la competizione si fa più acuta e il sistema industriale lombardo si trova a competere con imprenditori di ogni parte del mondo, le caratteristiche dell’imprenditoria, le modalità della sua riproduzione e le mutazioni genetiche degli imprenditori diventano un altro importante elemento che influenza da vicino la performance del sistema produttivo.
5 Rodeschini E., Le differenze territoriali nel panorama economico lombardo, relazione presentata al Convegno ISTAT -Unioncamere, 2004, p.16
6 Bratina D., Martinelli A., Gli imprenditori e la crisi, Il Mulino, Bologna 1978, pag. 90.
7 Pareto V., Trattato di sociologia generale, Firenze 1923, vol. III, pagg. 378-381.
Gli strappi che i processi di deindustrializzazione stanno provocando nel tessuto produttivo della regione, caratterizzando aree una volta molto importanti come la Valle dell’Olona o il distretto elettronico dell’est milanese, rischiano di indebolire il tessuto complessivo, togliendo alla Lombardia la sua arma competitiva migliore.
È abbastanza evidente, infatti, che la grande forza dell’area è l’area stessa, o meglio il tessuto produttivo che vi si è insediato. E’ la rete di relazioni interindustriali che esiste sul territorio lombardo, il più grosso fattore di competitività della nostra regione. Qui esistono quasi tutte le competenze, umane, manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno; qui esiste la possibilità di ogni genere di forniture specializzate o di serie, qui esiste una rete di produttori conto terzi in ogni ramo di attività economica, qui esistono i fornitori di ogni tipo di servizio per le imprese. E tutto questo in un territorio relativamente concentrato e soprattutto intensamente infrastrutturato, anche se la dotazione attuale di infrastrutture appare ormai inadeguata per affrontare le nuove sfide. Ciò crea un vantaggio localizzativo, che non esiste praticamente in nessun’altra parte del Paese e che va difeso a tutti i costi: ogni impoverimento del tessuto, infatti, è destinato a ripercuotersi sulle altre imprese, con il rischio di creare un circolo vizioso che si sostituisce al circolo virtuoso che ha funzionato finora. E’ questo un aspetto che va attentamente monitorato dagli imprenditori, dalle forze sociali e dall’opinione pubblica. Quello che preoccupa non è tanto la perdita di posti di lavoro in sé, dato che anche altre aree una volta intensamente industrializzate hanno subito il medesimo processo. Ma mentre alcune di esse hanno mantenuto il loro primato, riuscendo a immettere nuova linfa nel corpo del tessuto produttivo, altre, per contro, si sono trovate nel pieno di un decadimento, che è nel contempo economico e sociale.
Per la Lombardia, avviarsi sull’una o sull’altra strada dipende proprio dal mantenimento e dalla rivitalizzazione del “tessuto” economico-produttivo, il che significa una capacità di riproduzione imprenditoriale e quindi sociale, che differenzia le aree ancora dinamiche da quelle condannate alla deindustrializzazione assoluta.
I dati del censimento, dimostrano che, nonostante le difficoltà, il tessuto lombardo riesce a tenere, riuscendo a integrare vocazioni e specializzazioni dei diversi territori che lo compongono. Come sottolinea Enzo Rodeschini5, “l’evoluzione degli anni ‘90 sembra caratterizzata dalla riconferma di una lettura territoriale su “quattro Lombardie”, sempre più integrate fra loro, meno specializzate ma più aperte a processi innovativi:
- l’area metropolitana, sempre più estesa ma il cui perno centrale resta il capoluogo regionale, con una caratterizzazione ulteriore accentuata nei servizi alle imprese e un consistente processo di delocalizzazione industriale:
- la fascia industriale pedemontana, che mostra una novità relativa: mentre Brescia, Bergamo e Lecco si consolidano come realtà industriali, senza per questo venir meno allo sviluppo dei servizi alle imprese, Varese e Como sembrano “guardare a Milano”, perdendo peso industriale, recuperando terziario di servizio e fornendo alla metropoli un più consistente flusso di capitale umano qualificato;
- la fascia di pianura registra un diffuso rafforzamento della propria struttura economica (soprattutto nel mantovano), sia industriale che terziaria; fa parzialmente eccezione il pavese, dove la dinamica demografica e la vicinanza di Milano sembrano portare a una integrazione sempre più stretta con l’area metropolitana;
- la fascia montana, infine, sembra in generale rafforzare, pur nelle difficoltà strutturali, un proprio specifico equilibrio: emblematico in questo senso è il territorio della provincia di Sondrio, che mantiene e consolida le attività direttamente produttive (grazie anche all’evoluzione dell’agro alimentare) e continua a presidiare quelle turistiche e di servizio.”
Le dinamiche cui stiamo assistendo, tuttavia, rischiano di rompere questo equilibrio tra le aree, che viene indebolito dalle strozzature che si stanno sempre più manifestando a livello infrastrutturale. Nel momento in cui il tessuto connettivo non è solo quello di una microarea, ma quello di una regione, il problema della dotazione e dell’efficienza delle infrastrutture (soprattutto, ma non esclusivamente, di trasporto) diventa uno degli elementi cruciali della partita competitiva, di cui occorre tenere grande conto.
Il secondo elemento da considerare è costituito dalla fisionomia, carattere ed estrazione sociale degli imprenditori e soprattutto della capacità di riproduzione imprenditoriale di un sistema produttivo.
Come sottolineavano Bratina e Martinelli in un lavoro di molti anni fa, “nel mondo anglosassone e nel nord Europa certe regole del gioco imprenditoriale sono più facilmente individuabili, un certo tipo di razionalità economica ha una sua cittadinanza, per cui fare l’imprenditore può anche essere più difficile in termini di accessibilità sociale, ma è meno complesso. Non così in Italia. Fare l’imprenditore da noi forse è meno difficile come accessibilità sociale, ma certamente è molto più complesso e imprevedibile"6.
Il quadro di riferimento all’interno del quale operano gli imprenditori italiani e lombardi è costituito da un sistema economico e politico-sociale estremamente complesso e carico di contraddizioni, che richiede quindi un alto grado di elasticità comportamentale accompagnata da notevole capacità di adattamento al verificarsi di eventi spesso imprevedibili. In un contesto del genere, l’immagine più adatta per descrivere l’imprenditore è quella di Vilfredo Pareto: “Vanno a prendere posto tra gli imprenditori coloro che hanno bene sviluppato l’istinto delle combinazioni, indispensabile per conseguire felice successo in questa professione ..... Gli imprenditori sono generalmente gente avventurosa, in cerca di novità, così nel campo economico come in quello sociale, ai quali non dispiacciono punto i movimenti, da cui sperano di poter trarre vantaggio ..... e che con varie arti provvedono a crescere le entrate valendosi ingegnosamente delle circostanze”7.
Ciò che Pareto chiama “istinto delle combinazioni” e “ricerca delle novità” richiama da vicino l’idea di Schumpeter dell’imprenditore come innovatore e “l’instinct of workmanship” di Veblen. E infatti sono proprio la propensione all’innovazione nonché il gusto di fare un prodotto ben fatto e via via perfezionabile le caratteristiche tipiche di molti imprenditori.
Ma se è relativamente facile individuare queste caratteristiche negli imprenditori lombardi che hanno consentito lo sviluppo della nostra regione, con il passare delle generazioni, la riproduzione di queste caratteristiche si attenua e gli imprenditori rischiano di perdere l’istinto delle combinazioni e la voglia di ricercare le “novità”. E infatti, il declino di molte aree industriali una volta fiorenti, è proprio legato a una sindrome di invecchiamento che porta all’essiccarsi delle risorse imprenditoriali generate dall’area.
Nel momento in cui la competizione si fa più acuta e il sistema industriale lombardo si trova a competere con imprenditori di ogni parte del mondo, le caratteristiche dell’imprenditoria, le modalità della sua riproduzione e le mutazioni genetiche degli imprenditori diventano un altro importante elemento che influenza da vicino la performance del sistema produttivo.
5 Rodeschini E., Le differenze territoriali nel panorama economico lombardo, relazione presentata al Convegno ISTAT -Unioncamere, 2004, p.16
6 Bratina D., Martinelli A., Gli imprenditori e la crisi, Il Mulino, Bologna 1978, pag. 90.
7 Pareto V., Trattato di sociologia generale, Firenze 1923, vol. III, pagg. 378-381.