Enzo Pontarollo
Capitollo 3 - I grandi trend di cambiamento esogeno
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/economica/I/pontarollo
Il contributo analizza la fase di significativa trasformazione che sta attraversando il contesto industriale lombardo. L’assunto di fondo è che – come richiamato anche dall’UE – il processo di trasformazione industriale è benefico se è correttamente previsto, identificato e accompagnato. Vengono presentati i fenomeni di esternalizzazione e delocalizzazione che stanno interessando il sistema industriale lombardo e analizzati casi di meccanismi di riproduzione industriale nei settori dell’Information and Communication Technology (ICT) e del biotech. Nella parte finale il contributo evidenzia i nodi da affrontare nel futuro.
Negli ultimi trent’anni, con un’accelerazione nell’ultimo periodo, la struttura produttiva dei paesi industrializzati, e anche quella dell’Italia e della Lombardia, è notevolmente mutata. Si è assistito in tutte le realtà più industrializzate a una diminuzione del peso dell’industria e a un aumento del peso dei servizi. In particolare, a livello europeo, l’incidenza di questi sul totale dell’occupazione e del PIL a prezzi correnti è passata dal 57,5% del 1970 al 70,4% nel 2001, mentre quella dell’industria è scesa dal 39,2% al 27,8%. La dinamica italiana è analoga. Infatti, l’industria diminuisce dal 36,5 al 28,7% mentre i servizi crescono dal 50,2 al 65,9%. In Lombardia, le unità di lavoro dell’industria passano dal 49,8 al 36,2%, mentre la quota dei servizi cresce dal 45,8 al 61,2% (dati ISTAT).
Dinamica della produttività, da un lato, e crescita del reddito, dall’altro, sono alla base di questo cambiamento strutturale, che porta a una sempre più stretta interconnessione tra i due comparti, modificando i contorni dell’attività industriale, che ha conosciuto un netto aumento dei fenomeni di esternalizzazione (trasporti, logistica, informatica ed elaborazione dati) grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie nell’ambito dell’ICT.
Sembra perciò vero quanto sostiene Confindustria, secondo cui “le trasformazioni possono interpretarsi come un processo di crescente industrializzazione dei servizi, di estensione quindi a settori nuovi e sempre più integrati nella struttura industriale della logica e dei processi propri dell’industria, l’organizzazione scientifica del lavoro, l’attenzione al capitale umano, l’applicazione pervasiva di tecniche e tecnologia, l’innovazione continua…” (Confindustria, 2004). Un tale fenomeno di “deindustrializzazione relativa” rappresenta dunque un elemento positivo per il sistema produttivo di un paese o di una regione, in quanto, pur determinando difficoltà di aggiustamento anche rilevanti, non è una minaccia, ma serve al mantenimento della competitività e alla crescita di un paese.
È chiaro che esso non va confuso con la “deindustrializzazione assoluta o secolare”, molto più preoccupante, in quanto implica un declino assoluto e irreversibile dell’industria, con un calo dell’occupazione, della produzione, redditività e stock di capitale del settore manifatturiero, aggravato da un deficit commerciale.
Un tale esito è sempre possibile e, indubbiamente, sia la congiuntura economica europea che quella italiana e lombarda dell’ultimo biennio mostrano segnali inquietanti che, se prolungati nel tempo, potrebbero preludere a sviluppi del genere. La consapevolezza che ciò possa accadere e che il benessere, che abbiamo così faticosamente raggiunto, non sia un fatto scontato, sta rapidamente affermandosi tra tutti i protagonisti economici del Paese, a partire proprio dalla Lombardia, la regione che resta ancora la chiave di volta dell’Italia produttiva.
Il fenomeno di deindustrializzazione relativa è confermato dai dati sull’occupazione nei servizi in forte espansione in Italia, ma soprattutto in Lombardia, dove è aumentata del 23,1 % tra il 1991 e il 2001. Il settore che cresce maggiormente in Lombardia è quello dei servizi alle imprese (+99,5% nel decennio) assumendo così un peso sul totale di quasi il 15%, di poco inferiore a quello del commercio, che è sempre stato il comparto dei servizi più sviluppato (ISTAT, 1991, 1996, 2001).
La crescita dei servizi, soprattutto avanzati, è la prova che, nonostante le difficoltà, il sistema economico lombardo ha imboccato la strada di una deindustrializzazione relativa nella quale muta anche la morfologia delle imprese.
3.2 Meccanismi di riproduzione industriale nei settori dell’ict e del Biotech
Il settore dell’ICT regionale rappresenta un esempio significativo di questa trasformazione. La convergenza delle tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni ha costretto i produttori di apparati e sistemi a modificare il loro modello di business e di conseguenza anche la loro struttura. Ciò si è tradotto in un ridimensionamento della parte hardware che quasi scompare, anche a causa del massiccio ricorso al contract manufacturing, mentre il valore aggiunto deriva dallo sviluppo del software e dal design dei semiconduttori. Si è poi accresciuta la componente di servizio (system integration e l’ingegneria delle reti) con la conseguenza che la relazione “orizzontale” si sta sostituendo all’integrazione verticale e orizzontale. Tutto questo trasforma la struttura dell’industria che vede i grandi protagonisti del settore (per esempio Italtel e Alcatel), dotarsi di strutture molto snelle e leggere, e il proliferare di una molteplicità di altre realtà aziendali, operanti nel software, nella system integration, nella creazione di contenuti, o fornitrici di servizi on-line.
Se dunque i grandi gruppi stanno trasformandosi in realtà fabless, e cioè in grandi laboratori di R&S, produttori di software e integratori di sistemi di origine diversa, dall’altro lato, troviamo nomi e realtà nuove, che operano nel campo del software come Bizmatica, IT Software, Dada o Trend, oppure dei contenuti come Buongiorno, ma anche nell’hardware e nei sistemi come Dmt o Access Media, che nascono come spin-off delle grandi aziende manifatturiere, che producevano apparati per telecomunicazioni.
Fastweb, a sua volta, rappresenta un significativo esempio di azienda sorta nel settore dell’information technology che conferma che anche in settori tecnologicamente complessi, ci sono spazi ed opportunità, purché si sviluppi un’imprenditoria delle idee che sappia coglierli.
Anche nel settore del biotech esistono esempi (Vicuron Pharmaceuticals, Novuspharma, Newron) di come eventi negativi di deindustrializzazione, legati alla fuoriuscita dal nostro Paese di importanti multinazionali (Hoechst, Pharmacia, Boehringer Mannheim), non abbiano comportato la scomparsa del patrimonio tecnologico che era stato sviluppato in precedenza, ma abbiano addirittura stimolato la nascita di nuove imprese, che stanno valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze e opportunità che rischiava di scomparire. Anche di fronte a casi come questi, si potrebbe sostenere che il nostro Paese è molto arretrato nel settore biotech, e che pochi spin-off non bastano a sostituire neppure una delle multinazionali farmaceutiche che hanno lasciato l’Italia. Per quanto fondate siano queste osservazioni, ciò che è importante sottolineare è il meccanismo di riproduzione imprenditoriale che si è messo in moto, e la capacità dei manager a diventare imprenditori. Inoltre, i buoni risultati di queste esperienze confermano che, nonostante le difficoltà, anche nella nostra regione sono possibili iniziative di successo in settori ad alta tecnologia.
Il ridimensionamento o addirittura la scomparsa di aziende appartenenti a settori a elevata intensità tecnologica determina una conseguenza molto negativa per la nostra regione, in quanto priva l’economia lombarda e l’intero Paese di straordinari incubatori di imprenditorialità.
Gli strappi che i processi di deindustrializzazione stanno provocando nel tessuto produttivo della regione, caratterizzando aree una volta molto importanti come la Valle dell’Olona o il distretto elettronico dell’est Milanese, rischiano di indebolire il tessuto complessivo, togliendo alla Lombardia la sua arma competitiva migliore. È, infatti, la rete di relazioni interindustriali a costituire il più grosso fattore di competitività della regione. In Lombardia esistono quasi tutte le competenze, umane, manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno; la possibilità di ogni genere di forniture specializzate o di serie, una rete di produttori conto terzi in ogni ramo di attività economica, i fornitori di ogni tipo di servizio per le imprese. E tutto questo in un territorio relativamente concentrato e soprattutto intensamente infrastrutturato, anche se la dotazione attuale di infrastrutture appare ormai inadeguata per affrontare le nuove sfide. Ciò crea un vantaggio localizzativo, che non esiste praticamente in nessun’altra parte del Paese e che va difeso a tutti i costi: ogni impoverimento del tessuto, infatti, è destinato a ripercuotersi sulle altre imprese, con il rischio di creare un circolo vizioso che si sostituisce al circolo virtuoso che ha funzionato finora. È questo un aspetto che va attentamente monitorato dagli imprenditori, dalle forze sociali e dall’opinione pubblica. Per la Lombardia, avviarsi sull’una o sull’altra strada dipende proprio dal mantenimento e dalla rivitalizzazione del “tessuto” economico-produttivo, il che significa una capacità di riproduzione imprenditoriale e quindi sociale, che differenzia le aree ancora dinamiche da quelle condannate alla deindustrializzazione assoluta.
Le dinamiche cui stiamo assistendo, tuttavia, rischiano di rompere questo equilibrio tra le diverse aree lombarde, che viene indebolito dalle strozzature che si stanno sempre più manifestando a livello infrastrutturale. Nel momento in cui il tessuto connettivo non è solo quello di una microarea, ma quello di una regione, il problema della dotazione e dell’efficienza delle infrastrutture (soprattutto, ma non esclusivamente, di trasporto) diventa uno degli elementi cruciali della partita competitiva, di cui occorre tenere grande conto.
Il secondo elemento di cruciale importanza è rappresentato dalla capacità di riproduzione imprenditoriale di un sistema produttivo. Il quadro di riferimento all’interno del quale operano gli imprenditori italiani e lombardi è costituito da un sistema socio-economico e politico estremamente complesso e carico di contraddizioni, che richiede un alto grado di elasticità comportamentale accompagnata da una notevole capacità di adattamento. L’attenuarsi di caratteristiche, quali la propensione all’innovazione e il gusto di fare un prodotto ben fatto e via via perfezionabile, pregiudica seriamente il riprodursi di risorse imprenditoriali ed è all’origine del declino di molte aree industriali una volta fiorenti.
Nel momento in cui la competizione si fa più acuta e il sistema industriale lombardo si trova a competere con imprenditori di ogni parte del mondo, le caratteristiche dell’imprenditoria, le modalità della sua riproduzione e le mutazioni genetiche degli imprenditori diventano un altro importante elemento che influenza da vicino la performance del sistema produttivo.
Il fenomeno della deindustrializzazione sta trasformando il sistema produttivo lombardo, coinvolgendo tutti i settori produttivi. In alcuni comparti quali ICT e biotech, i meccanismi di riproduzione industriale hanno contribuito ad arrestare il processo di impoverimento del tessuto produttivo regionale valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze ed opportunità che rischiava di scomparire. In generale, la minaccia al sistema produttivo lombardo dipende oltre che dalla carente dotazione infrastrutturale soprattutto dalla difficoltà a riprodurre le risorse imprenditoriali.
Il contributo analizza la fase di significativa trasformazione che sta attraversando il contesto industriale lombardo. L’assunto di fondo è che – come richiamato anche dall’UE – il processo di trasformazione industriale è benefico se è correttamente previsto, identificato e accompagnato. Vengono presentati i fenomeni di esternalizzazione e delocalizzazione che stanno interessando il sistema industriale lombardo e analizzati casi di meccanismi di riproduzione industriale nei settori dell’Information and Communication Technology (ICT) e del biotech. Nella parte finale il contributo evidenzia i nodi da affrontare nel futuro.
3.1 Deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo
Negli ultimi trent’anni, con un’accelerazione nell’ultimo periodo, la struttura produttiva dei paesi industrializzati, e anche quella dell’Italia e della Lombardia, è notevolmente mutata. Si è assistito in tutte le realtà più industrializzate a una diminuzione del peso dell’industria e a un aumento del peso dei servizi. In particolare, a livello europeo, l’incidenza di questi sul totale dell’occupazione e del PIL a prezzi correnti è passata dal 57,5% del 1970 al 70,4% nel 2001, mentre quella dell’industria è scesa dal 39,2% al 27,8%. La dinamica italiana è analoga. Infatti, l’industria diminuisce dal 36,5 al 28,7% mentre i servizi crescono dal 50,2 al 65,9%. In Lombardia, le unità di lavoro dell’industria passano dal 49,8 al 36,2%, mentre la quota dei servizi cresce dal 45,8 al 61,2% (dati ISTAT).
Dinamica della produttività, da un lato, e crescita del reddito, dall’altro, sono alla base di questo cambiamento strutturale, che porta a una sempre più stretta interconnessione tra i due comparti, modificando i contorni dell’attività industriale, che ha conosciuto un netto aumento dei fenomeni di esternalizzazione (trasporti, logistica, informatica ed elaborazione dati) grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie nell’ambito dell’ICT.
Sembra perciò vero quanto sostiene Confindustria, secondo cui “le trasformazioni possono interpretarsi come un processo di crescente industrializzazione dei servizi, di estensione quindi a settori nuovi e sempre più integrati nella struttura industriale della logica e dei processi propri dell’industria, l’organizzazione scientifica del lavoro, l’attenzione al capitale umano, l’applicazione pervasiva di tecniche e tecnologia, l’innovazione continua…” (Confindustria, 2004). Un tale fenomeno di “deindustrializzazione relativa” rappresenta dunque un elemento positivo per il sistema produttivo di un paese o di una regione, in quanto, pur determinando difficoltà di aggiustamento anche rilevanti, non è una minaccia, ma serve al mantenimento della competitività e alla crescita di un paese.
È chiaro che esso non va confuso con la “deindustrializzazione assoluta o secolare”, molto più preoccupante, in quanto implica un declino assoluto e irreversibile dell’industria, con un calo dell’occupazione, della produzione, redditività e stock di capitale del settore manifatturiero, aggravato da un deficit commerciale.
Un tale esito è sempre possibile e, indubbiamente, sia la congiuntura economica europea che quella italiana e lombarda dell’ultimo biennio mostrano segnali inquietanti che, se prolungati nel tempo, potrebbero preludere a sviluppi del genere. La consapevolezza che ciò possa accadere e che il benessere, che abbiamo così faticosamente raggiunto, non sia un fatto scontato, sta rapidamente affermandosi tra tutti i protagonisti economici del Paese, a partire proprio dalla Lombardia, la regione che resta ancora la chiave di volta dell’Italia produttiva.
Il fenomeno di deindustrializzazione relativa è confermato dai dati sull’occupazione nei servizi in forte espansione in Italia, ma soprattutto in Lombardia, dove è aumentata del 23,1 % tra il 1991 e il 2001. Il settore che cresce maggiormente in Lombardia è quello dei servizi alle imprese (+99,5% nel decennio) assumendo così un peso sul totale di quasi il 15%, di poco inferiore a quello del commercio, che è sempre stato il comparto dei servizi più sviluppato (ISTAT, 1991, 1996, 2001).
La crescita dei servizi, soprattutto avanzati, è la prova che, nonostante le difficoltà, il sistema economico lombardo ha imboccato la strada di una deindustrializzazione relativa nella quale muta anche la morfologia delle imprese.
3.2 Meccanismi di riproduzione industriale nei settori dell’ict e del Biotech
Il settore dell’ICT regionale rappresenta un esempio significativo di questa trasformazione. La convergenza delle tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni ha costretto i produttori di apparati e sistemi a modificare il loro modello di business e di conseguenza anche la loro struttura. Ciò si è tradotto in un ridimensionamento della parte hardware che quasi scompare, anche a causa del massiccio ricorso al contract manufacturing, mentre il valore aggiunto deriva dallo sviluppo del software e dal design dei semiconduttori. Si è poi accresciuta la componente di servizio (system integration e l’ingegneria delle reti) con la conseguenza che la relazione “orizzontale” si sta sostituendo all’integrazione verticale e orizzontale. Tutto questo trasforma la struttura dell’industria che vede i grandi protagonisti del settore (per esempio Italtel e Alcatel), dotarsi di strutture molto snelle e leggere, e il proliferare di una molteplicità di altre realtà aziendali, operanti nel software, nella system integration, nella creazione di contenuti, o fornitrici di servizi on-line.
Se dunque i grandi gruppi stanno trasformandosi in realtà fabless, e cioè in grandi laboratori di R&S, produttori di software e integratori di sistemi di origine diversa, dall’altro lato, troviamo nomi e realtà nuove, che operano nel campo del software come Bizmatica, IT Software, Dada o Trend, oppure dei contenuti come Buongiorno, ma anche nell’hardware e nei sistemi come Dmt o Access Media, che nascono come spin-off delle grandi aziende manifatturiere, che producevano apparati per telecomunicazioni.
Fastweb, a sua volta, rappresenta un significativo esempio di azienda sorta nel settore dell’information technology che conferma che anche in settori tecnologicamente complessi, ci sono spazi ed opportunità, purché si sviluppi un’imprenditoria delle idee che sappia coglierli.
Anche nel settore del biotech esistono esempi (Vicuron Pharmaceuticals, Novuspharma, Newron) di come eventi negativi di deindustrializzazione, legati alla fuoriuscita dal nostro Paese di importanti multinazionali (Hoechst, Pharmacia, Boehringer Mannheim), non abbiano comportato la scomparsa del patrimonio tecnologico che era stato sviluppato in precedenza, ma abbiano addirittura stimolato la nascita di nuove imprese, che stanno valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze e opportunità che rischiava di scomparire. Anche di fronte a casi come questi, si potrebbe sostenere che il nostro Paese è molto arretrato nel settore biotech, e che pochi spin-off non bastano a sostituire neppure una delle multinazionali farmaceutiche che hanno lasciato l’Italia. Per quanto fondate siano queste osservazioni, ciò che è importante sottolineare è il meccanismo di riproduzione imprenditoriale che si è messo in moto, e la capacità dei manager a diventare imprenditori. Inoltre, i buoni risultati di queste esperienze confermano che, nonostante le difficoltà, anche nella nostra regione sono possibili iniziative di successo in settori ad alta tecnologia.
3.3 I nodi da affrontare
Il ridimensionamento o addirittura la scomparsa di aziende appartenenti a settori a elevata intensità tecnologica determina una conseguenza molto negativa per la nostra regione, in quanto priva l’economia lombarda e l’intero Paese di straordinari incubatori di imprenditorialità.
Gli strappi che i processi di deindustrializzazione stanno provocando nel tessuto produttivo della regione, caratterizzando aree una volta molto importanti come la Valle dell’Olona o il distretto elettronico dell’est Milanese, rischiano di indebolire il tessuto complessivo, togliendo alla Lombardia la sua arma competitiva migliore. È, infatti, la rete di relazioni interindustriali a costituire il più grosso fattore di competitività della regione. In Lombardia esistono quasi tutte le competenze, umane, manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno; la possibilità di ogni genere di forniture specializzate o di serie, una rete di produttori conto terzi in ogni ramo di attività economica, i fornitori di ogni tipo di servizio per le imprese. E tutto questo in un territorio relativamente concentrato e soprattutto intensamente infrastrutturato, anche se la dotazione attuale di infrastrutture appare ormai inadeguata per affrontare le nuove sfide. Ciò crea un vantaggio localizzativo, che non esiste praticamente in nessun’altra parte del Paese e che va difeso a tutti i costi: ogni impoverimento del tessuto, infatti, è destinato a ripercuotersi sulle altre imprese, con il rischio di creare un circolo vizioso che si sostituisce al circolo virtuoso che ha funzionato finora. È questo un aspetto che va attentamente monitorato dagli imprenditori, dalle forze sociali e dall’opinione pubblica. Per la Lombardia, avviarsi sull’una o sull’altra strada dipende proprio dal mantenimento e dalla rivitalizzazione del “tessuto” economico-produttivo, il che significa una capacità di riproduzione imprenditoriale e quindi sociale, che differenzia le aree ancora dinamiche da quelle condannate alla deindustrializzazione assoluta.
Le dinamiche cui stiamo assistendo, tuttavia, rischiano di rompere questo equilibrio tra le diverse aree lombarde, che viene indebolito dalle strozzature che si stanno sempre più manifestando a livello infrastrutturale. Nel momento in cui il tessuto connettivo non è solo quello di una microarea, ma quello di una regione, il problema della dotazione e dell’efficienza delle infrastrutture (soprattutto, ma non esclusivamente, di trasporto) diventa uno degli elementi cruciali della partita competitiva, di cui occorre tenere grande conto.
Il secondo elemento di cruciale importanza è rappresentato dalla capacità di riproduzione imprenditoriale di un sistema produttivo. Il quadro di riferimento all’interno del quale operano gli imprenditori italiani e lombardi è costituito da un sistema socio-economico e politico estremamente complesso e carico di contraddizioni, che richiede un alto grado di elasticità comportamentale accompagnata da una notevole capacità di adattamento. L’attenuarsi di caratteristiche, quali la propensione all’innovazione e il gusto di fare un prodotto ben fatto e via via perfezionabile, pregiudica seriamente il riprodursi di risorse imprenditoriali ed è all’origine del declino di molte aree industriali una volta fiorenti.
Nel momento in cui la competizione si fa più acuta e il sistema industriale lombardo si trova a competere con imprenditori di ogni parte del mondo, le caratteristiche dell’imprenditoria, le modalità della sua riproduzione e le mutazioni genetiche degli imprenditori diventano un altro importante elemento che influenza da vicino la performance del sistema produttivo.
Conclusioni
Il fenomeno della deindustrializzazione sta trasformando il sistema produttivo lombardo, coinvolgendo tutti i settori produttivi. In alcuni comparti quali ICT e biotech, i meccanismi di riproduzione industriale hanno contribuito ad arrestare il processo di impoverimento del tessuto produttivo regionale valorizzando un patrimonio di esperienze, competenze ed opportunità che rischiava di scomparire. In generale, la minaccia al sistema produttivo lombardo dipende oltre che dalla carente dotazione infrastrutturale soprattutto dalla difficoltà a riprodurre le risorse imprenditoriali.