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Autori

Roberto Pretolani

area economica 147
Professore ordinario
di Economia ed estimo
rurale presso la Facoltà
di Agraria dell’Università
degli Studi di
Milano. Direttore
del Dipartimento di
Economia e Politica
Agraria, Agro-alimentare
ed Ambientale. Membro
del comitato tecnicoscientifico
dell’ERSAF.

 

5 - agricoltura

Up one level
Capitolo 5 - Roberto Pretolani - L'agricoltura
5 - agricoltura 5.1 Le caratteristiche del sistema agroalimentare lombardo
5 - agricoltura 5.2 Le caratteristiche strutturali delle imprese agricole
5 - agricoltura 5.3 L'utilizzo del territorio
5 - agricoltura 5.4 La ristrutturazione del sistema agroalimentare

Estratto



5.1 - Le caratteristiche del sistema agroalimentare lombardo
Il sistema agroalimentare1 della Lombardia è il principale a livello nazionale e uno dei più importanti a livello europeo. Il valore della produzione agroindustriale  si aggira attorno agli 11 miliardi di euro, con una quota superiore al 15% del totale italiano. Tale valore è pari al 4% del PIL regionale, ma la quota sale al 14% se calcolata al netto dei servizi. Le attività di produzione agricola e di trasformazione alimentare si svolgono in 85.000 strutture produttive, coinvolgendo circa 250.000 lavoratori, di cui quasi 150.000 stabilmente occupati (3,7% delle forze di lavoro lombarde).
Volendo offrire un quadro di sintesi delle diverse componenti del sistema agroalimentare lombardo, che sono analiticamente e distintamente descritte nei successivi paragrafi, si è scelto di riunire in tabelle omogenee i dati disponibili provenienti da diverse fonti.
I gruppi di variabili presi in considerazione sono due, uno di tipo strutturale e l'altro di tipo economico. Tra le caratteristiche strutturali si considerano il numero di imprese e l'occupazione, mentre i dati economici riguardano il valore aggiunto agricolo e dell'industria alimentare, i flussi commerciali e il valore dei consumi agroalimentari.
Considerando le caratteristiche strutturali (tab. 5.1) emerge anzitutto, secondo i risultati del V° Censimento generale dell'agricoltura, che in Lombardia opera un numero relativamente ridotto di aziende agricole (il 2,9% del totale nazionale) ma con dimensioni notevolmente superiori a quelle della media italiana (circa 2,5 volte in termini di superficie). Inoltre l'attività agricola coinvolge, a livello sia nazionale sia regionale, un rilevante numero di persone; tuttavia la maggior parte di esse opera part time in agricoltura: considerando, infatti, il numero di occupati rilevato con le indagini ISTAT, e paragonando i due dati, si può calcolare che a livello nazionale solo il 20% dei lavoratori agricoli è occupato stabilmente nel settore, mentre in Lombardia tale rapporto sale ad oltre il 40%. L'attività agricola in Lombardia presenta, quindi, caratteristiche di maggiore professionalità, e il volume di lavoro svolto (misurabile tramite le unità di lavoro) è superiore all'8% del totale nazionale, in linea con la percentuale della superficie agricola della regione.




Il panorama delle imprese alimentari vede un rilevante peso della Lombardia sul dato nazionale (circa l'11%) e ancora superiore è l'incidenza in termini di occupati nelle unità locali operanti nella regione (quasi il 16%). Sottraendo al dato complessivo quello delle unità artigianali si osserva, inoltre, come in Lombardia vi sia una rilevante presenza di medie e grandi imprese alimentari (21% in termini di numero di addetti sul totale italiano).
Confrontando i dati dell’occupazione in agricoltura e nell'industria alimentare si osserva, quale elemento caratterizzante il sistema agroalimentare lombardo, come il numero di occupati nell'industria alimentare risulti superiore rispetto a quelli in agricoltura; tale situazione è legata sia al tipo di produzioni agricole lombarde, per la maggior parte destinate alla trasformazione, sia alla diffusa attività di trasformazione di materie prime provenienti dall'estero e da altre regioni italiane. Nel contesto del sistema vanno considerati anche gli occupati nelle attività connesse all'agricoltura, alla forestazione e alla pesca, rilevati in occasione del Censimento dell'industria e dei servizi 2001. Le oltre 4.000 imprese classificate in questo gruppo danno occupazione in regione ad oltre 9.000 persone. A queste imprese andrebbero sommate quelle operanti nei settori di produzione dei mezzi tecnici per l'agricoltura e nel campo dei servizi diretti e indiretti, ma tale dato, al pari di quello dei relativi occupati, non può essere individuato agevolmente dalle informazioni rilevate con il censimento.
In termini economici la dimensione del sistema agroalimentare è, almeno in parte, misurabile più agevolmente, anche se in modo sempre parziale (tab. 5.2).
Analizzando la composizione del valore aggiunto (VA) del comparto agroindustriale, si osserva che a livello nazionale predomina il VA agricolo (45% nel 2001) rispetto al VA dell'industria alimentare (33%) ed ai consumi intermedi (22%), mentre a livello regionale il VA dell'industria alimentare è pari al 41% e il VA agricolo contribuisce per il 36%. Il rapporto tra VA industriale e VA agricolo in Lombardia è, dunque, nettamente superiore all’unità, situazione riscontrabile in tutti i sistemi agroalimentari più avanzati. Tale dato non significa solamente che i prodotti agricoli lombardi vengono maggiormente valorizzati attraverso la trasformazione, fenomeno comunque noto e connesso alle produzioni tipiche della regione, ma anche che l'industria alimentare lombarda trasforma una quota rilevante di beni agricoli provenienti dall'estero e da altre regioni italiane.
Considerando gli scambi con l'estero dei prodotti agroalimentari, suddivisi tra prodotti agricoli e prodotti alimentari, si vede come vi sia una forte propensione della regione ad importare mentre la propensione all'esportazione si avvicina al dato medio nazionale.
Il valore dei consumi apparenti agroalimentari a livello regionale si avvicina a 14 miliardi di euro, pari al 18,2% del totale nazionale. Tenendo conto che la popolazione lombarda rappresenta il 15,8% di quella italiana, si comprende come il dato regionale dei consumi apparenti agroalimentari sia certamente superiore a quelli reali e che dalla Lombardia si originano importanti flussi di prodotti alimentari verso altre regioni o meglio, che i flussi in uscita sono superiori a quelli in entrata.



D’altra parte, la maggiore percentuale di consumi rispetto a quella della popolazione può essere spiegata anche in relazione al reddito della popolazione lombarda, mediamente superiore rispetto al dato nazionale. Tale considerazione trova, per altro, riscontro nei dati sui consumi derivanti dalla contabilità nazionale, che indicano un valore assoluto della spesa alimentare regionale superiore a 21 miliardi di euro nel 2001, pari al 16,9% del dato nazionale, e una spesa alimentare pro capite annua superiore del 7% al dato medio italiano.
L'analisi dei dati mette quindi in luce la presenza nella regione di un sistema agroalimentare avanzato, fortemente interconnesso con i sistemi delle altre regioni italiane ed europee e, al suo interno, tra i diversi segmenti che lo compongono. Un sistema che deve rispondere alle necessità di un consumatore con un'elevata capacità di spesa e in grado di orientare, attraverso il forte potere contrattuale della grande distribuzione, la domanda di prodotti agricoli e alimentari caratterizzati da attributi di qualità e sicurezza.

1 Nonostante il termine sistema agroalimentare sia entrato ormai da tempo nel linguaggio comune le misure quantitative ed economiche del sistema a livello aggregato non sono diffuse e generalmente imprecise. Ciò è dovuto alle difficoltà, da un lato, di definire con precisione i confini del sistema stesso rispetto agli altri settori dell'economia e, dall'altro, di individuare tutte le relazioni economiche che vi sono tra i diversi aggregati che compongono il sistema. Se già è arduo giungere ad una precisa quantificazione a livello nazionale, ancor più difficile si presenta la quantificazione del sistema agroalimentare a livello regionale, poiché non sono noti i flussi di prodotti, grezzi e trasformati, tra le diverse regioni.
  Calcolato sommando il valore della produzione agricola ai prezzi di base e il valore aggiunto dell'industria alimentare.




5.2 - Le caratteristiche strutturali delle imprese agricole
L'agricoltura lombarda ha subito nel corso degli anni Novanta una profonda ristrutturazione, apprezzabile anzitutto dall'osservazione delle caratteristiche aziendali rilevate in occasione dei censimenti generali dell'agricoltura.
Nella tab. 5.3 vengono posti a confronto alcuni dati generali desunti dai tre ultimi censimenti dell'agricoltura (1982, 1990 e 2000). La variazione assoluta del numero di aziende agricole nell'ultimo decennio è stata rilevante, percentualmente superiore a quella delle altre regioni.
La riduzione delle superfici agricole, e in particolare della superficie agricola utilizzata (SAU), è invece proseguita nei due periodi a ritmi paragonabili (-0,6% annuo). Di conseguenza è aumentata la superficie media aziendale, che presenta valori circa doppi rispetto a 20 anni or sono e nettamente superiori alla media italiana.
Parallelamente al calo delle aziende è proseguita la contrazione della manodopera, in termini sia di numero di lavoratori sia di giornate di lavoro. Pur non essendosi manifestati fenomeni di estensivazione produttiva, il numero di giornate per ettaro ha subito un consistente calo (quasi il 20% nel decennio), mentre l'incremento delle giornate medie per lavoratore segnala una maggiore presenza di operatori professionali.
La riduzione degli allevamenti (tab. 5.4) è stata ancora più evidente rispetto a quella del numero di aziende, segnalando una progressiva concentrazione di questa attività, fondamentale per l'agricoltura regionale.
Mentre prosegue la contrazione degli allevamenti e dei capi bovini, per i capi suini vi è stato un rilevante incremento. Le dimensioni medie degli allevamenti superstiti, superiori di gran lunga al dato medio nazionale e anche a quello comunitario, testimoniano la progressiva specializzazione delle attività zootecniche nella regione.




L'aumento delle dimensioni medie delle aziende è dovuto prevalentemente alla scomparsa delle unità piccole (<5 ha) e medio-piccole (5-20 ha). Negli anni Novanta si è assistito anche ad un lieve calo delle aziende medio-grandi (20-50 ha) e ad una rilevante crescita numerica e di superficie delle unità di grandi dimensioni (>50 ha); queste ultime nel 2000 rappresentavano solo il 6% delle aziende totali, concentrando però oltre il 50% della SAU.
E' indubbio che il fenomeno della riduzione del numero di unità produttive sia destinato a proseguire nei prossimi anni. I dati della serie temporale 1997-2003, riportati nella tab. 5.5, mostrano un calo delle imprese agricole lombarde nel 2003 del 3,8% rispetto al 2000. Tale calo è nettamente inferiore a quello del triennio precedente e anche a quello nazionale dell'ultimo periodo. I dati riportati nella tabella con dettaglio provinciale mostrano anche la presenza di dinamiche differenziate in ambito regionale. Mentre nelle province nord occidentali (Varese, Como, Lecco, Milano) le imprese iscritte aumentano, in quelle a maggiore vocazione agricola della parte meridionale e orientale della regione il calo prosegue ancora a ritmi elevati, sia pure inferiori a quelli della fine degli anni Novanta.





5.3 - L'utilizzo del territorio
Nel corso degli anni Novanta alla forte riduzione del numero di aziende agricole si è accompagnata una rilevante contrazione delle superfici comprese nel loro perimetro. A livello regionale la Superficie agraria e forestale (SAF) si è ridotta in dieci anni di 188.000 ettari, pari al 12% e, contemporaneamente, la quota della SAF sulla Superficie territoriale (ST) regionale è scesa dal 67,5% del 1990 al 59,5% del 2000. La riduzione ha coinvolto in maggiore misura le superfici forestali (93 mila ettari, pari al -28%) e in secondo luogo la superficie agricola utilizzata, scesa di 68 mila ettari e del 6%. Tale dinamica deriva in parte anche dal cambiamento delle modalità di rilevazione, che hanno portato ad escludere dal censimento alcune attività forestali “pubbliche”.
La frazione di territorio “governato” dalle aziende agricole, rappresentata nella fig. 5.1, si è ridotta in 10 anni dal 67% al 60% e la SAU è passata dal 47% al 44% del territorio regionale. La riduzione maggiore è avvenuta nelle fasce altimetriche già connotate nel 1990 da percentuali inferiori alla media: la SAF è passata dal 50% al 42% in collina e dal 62% al 49% in montagna.
Tali dinamiche rendono necessario interrogarsi sul ruolo delle imprese agricole nel governo del territorio e sulla necessità di sviluppare nuove forme di integrazione tra attività agroforestali e tutela del territorio stesso.


 
La dinamica dell'utilizzo della SAU (tab. 5.6) nell'ultimo decennio evidenzia una contrazione relativa degli utilizzi maggiore per le coltivazioni legnose agrarie e le foraggere permanenti, mentre i seminativi si riducono in misura inferiore. Nell'ambito di questi ultimi si è assistito ad una sostituzione delle colture industriali e delle foraggere avvicendate con i cereali. All'interno di quest'ultimo gruppo di colture, vi è stata una sostituzione tra cereali autunno-vernini (frumento, orzo, ecc.) con il granoturco e, in misura minore, con il riso. Queste modifiche sono attribuibili principalmente agli effetti della riforma della Politica agricola comune (PAC) del 1992, che ha alterato la convenienza relativa delle colture.
L'applicazione di Agenda 2000 e, ancor più, il passaggio al sostegno disaccoppiato dal 2005, stanno tuttavia modificando ulteriormente tale quadro, con un parziale riequilibrio tra destinazioni dei terreni a seminativo.




5.4 - La ristrutturazione del sistema agroalimentare
Negli ultimi anni, e in particolare a partire dalla Riforma MacSharry, l’agricoltura lombarda ha, dunque, accentuato un processo di ristrutturazione di cui si coglievano già i segnali, dimostrando buone capacità di adattamento e di innovazione rispetto alle mutate condizioni economiche e politiche del settore. Tale processo si è evidenziato anche dalle significative modifiche di impiego dei fattori della produzione che, a eccezione del capitale bestiame, non hanno riguardato tanto l’entità dei fattori impiegati quanto la loro destinazione e composizione.
Lo sforzo di adattamento del settore si è concretizzato nel calo di manodopera ma, in misura ancora più evidente, relativamente ai capitali impiegati nell’attività produttiva. Il consistente calo del patrimonio bovino non ha determinato riduzioni nelle produzioni derivate (carne, latte) che anzi hanno mostrato incrementi medi annui superiori all’1%. Ancora più rilevante è risultata la crescita nel comparto suino con incrementi medi annui della produzione intorno al 3% e con un forte consolidamento del patrimonio suino allevato.
Nella seconda metà degli anni Novanta, poi, la dinamica degli investimenti è risultata particolarmente accentuata con tassi medi annui di crescita a prezzi costanti intorno al 5%, superiori sia all’andamento nazionale settoriale sia a quello dell’intera economia lombarda. Tale dinamica, relativamente alle nuove immatricolazioni di macchine agricole, presenta tuttavia un certo rallentamento nei primi anni Duemila, causa la sfavorevole congiuntura del settore.
Il processo di adattamento intrapreso dall’agricoltura lombarda si è quindi caratterizzato per una spiccata propensione all’innovazione sia di prodotto che di processo, portando ad alcuni cambiamenti anche per quanto riguarda l’impiego dei mezzi produttivi. L’andamento calante del valore dei consumi intermedi riflette non tanto un’effettiva contrazione nell’impiego di mezzi tecnici quanto un loro impiego più efficiente e razionale, supportato anche dal continuo processo di innovazione tecnologica presente soprattutto nel comparto sementiero e in quello dei fitofarmaci. Ciò ha consentito, unitamente alle dinamiche dei fattori produttivi, un aumento della produttività in termini reali.
Parallelamente alla significativa ristrutturazione che ha vissuto il settore agricolo nel corso degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, anche l’industria alimentare lombarda è stata interessata da un processo di adattamento strutturale, soprattutto in alcuni comparti. Tale processo di ristrutturazione appare collegabile a diversi fattori come la stasi dei consumi, la crescita della competizione per l’internazionalizzazione dei mercati, la maggiore competizione verticale esercitata dalla grande distribuzione organizzata, le problematiche di adeguamento alle normative sulla sicurezza alimentare e così via.
In base al Censimento 2001, nell’industria alimentare lombarda complessivamente si riscontrano 7.415 imprese con 80.500 addetti. Rispetto al 1991 il numero di imprese è rimasto stabile, mentre gli addetti si sono ridotti del 9,4%, ma con tendenze all'aumento dell’occupazione nei comparti carne, pesce, conserve vegetali, oli, mangimi e bevande, e ad una diminuzione nei comparti lattiero-caseario, molitorio e altri prodotti alimentari.
Nel settore della distribuzione alimentare, l’ultimo decennio ha visto la continua l’espansione delle strutture della grande distribuzione organizzata (GDO), a scapito del dettaglio tradizionale. In Lombardia nel 2003 si riscontrano 166 ipermercati, 975 supermercati, 406 discount e 633 superette, con una superficie di vendita per 1.000 abitanti nettamente superiore al dato medio italiano (228 mq contro 194 mq).
Il settore distributivo attualmente occupa nel sistema agro-alimentare lombardo la posizione cruciale. Tale posizionamento appare fondamentalmente correlato a due fattori: da un lato, all’espansione dimensionale e ai processi di concentrazione in atto nella GDO; dall’altro, alla prossimità delle attività distributive con il consumatore finale, che consente di cogliere con rapidità i mutamenti nella domanda e di adattare le strategie. In questo senso la distribuzione sta diventando il centro strategico da cui dipendono gli orientamenti produttivi di tutto il sistema agro-alimentare.





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