7 - formazione e lavoro
Up one levelCapitolo 7 - Federico Rappelli - Lavoro, formazione, istruzione. Il mercato del lavoro
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Premessa
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7.1 Il mercato del lavoro lombardo: alcuni indicatori di sintesi
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7.2 Occupazione e Istruzione
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7.3 Domanda di lavoro
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7.4 Istruzione e lavoro
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7.5 Istruzione, educazione, capitale umano
Estratto
Premessa
Il mercato del lavoro lombardo ha subito, specialmente negli ultimi
anni, una sensibile trasformazione, derivata in parte dall’attività
normativa e regolamentare a livello nazionale e regionale, ma legata
anche alla trasformazione della società lombarda e della sua economia.
Questo cambiamento, come spesso accade, è fatto di luci e ombre: se ha reso meno ingessato e più fluido l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, contemporaneamente ha accresciuto i rischi di precarietà. Il margine tra flessibilità e marginalità è infatti molto sottile.
Per esaminare l’evoluzione in termini macro del mercato del lavoro lombardo, faremo ricorso ai classici indicatori statistici.
Questo cambiamento, come spesso accade, è fatto di luci e ombre: se ha reso meno ingessato e più fluido l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, contemporaneamente ha accresciuto i rischi di precarietà. Il margine tra flessibilità e marginalità è infatti molto sottile.
Per esaminare l’evoluzione in termini macro del mercato del lavoro lombardo, faremo ricorso ai classici indicatori statistici.
7.1 - Il mercato del lavoro lombardo: alcuni indicatori di sintesi
7.1.1 - La popolazione
Il fenomeno dell’invecchiamento progressivo della società italiana e
della contemporanea riduzione delle future leve a causa del ridotto
tasso di natalità, è noto da tempo e i riflessi di questo trend si
mostrano anche sul mercato del lavoro, variando la tipologia
dell’offerta e lasciando un crescente spazio a coorti di lavoratori
provenienti da altri Paesi.
La tab. 7.1 mostra chiaramente come il peso della popolazione attiva si vada progressivamente spostando verso le coorti più anziane.

Nello stesso tempo, negli ultimi dieci anni, anche in parte per i fenomeni appena visti, la struttura dell’offerta di lavoro si è andata modificando in modo sensibile.
Ad esempio, osservando la combinazione, tra il 1995 e il 2003, delle forze di lavoro per livello di istruzione (tab. 7.2), si nota che in Lombardia, dove sono cresciute di quasi 300.000 unità in quegli anni, la distribuzione ha ridotto fortemente la presenza di persone con la sola licenza elementare, premiando invece i titoli di studio dal diploma in su.

La tab. 7.1 mostra chiaramente come il peso della popolazione attiva si vada progressivamente spostando verso le coorti più anziane.

Nello stesso tempo, negli ultimi dieci anni, anche in parte per i fenomeni appena visti, la struttura dell’offerta di lavoro si è andata modificando in modo sensibile.
Ad esempio, osservando la combinazione, tra il 1995 e il 2003, delle forze di lavoro per livello di istruzione (tab. 7.2), si nota che in Lombardia, dove sono cresciute di quasi 300.000 unità in quegli anni, la distribuzione ha ridotto fortemente la presenza di persone con la sola licenza elementare, premiando invece i titoli di studio dal diploma in su.

7.1.2 - Tasso di disoccupazione
Uno dei primi indicatori che vengono citati quando si parla di mercato
del lavoro è quello del tasso di disoccupazione. Di seguito, nella tab.
7.3, si presenta la serie storica dal 1994 al 2003, mettendo a
confronto la Lombardia con alcuni dei paesi europei che noi
consideriamo usualmente per i nostri benchmark e con la media europea
nel suo complesso. Anche il tasso di disoccupazione provinciale è
riportato, per mettere in evidenza come il territorio lombardo sia
tutt’altro che omogeneo sotto il profilo delle opportunità di
occupazione.


7.2 - Occupazione e Istruzione
7.2.1 - Occupati, persone in cerca di occupazione e livello di istruzione
Un’analisi dei dati delle Forze di lavoro in Lombardia (tab 7.4),
mostra due fenomeni interessanti e complementari, che completano quanto
già visto nell’introduzione del capitolo sul mercato del lavoro, in
particolare con riferimento al tasso di disoccupazione a fronte di un
aumento degli occupati del 7% in Lombardia (cui corrisponde un aumento
del 5% in Italia), la proporzione di occupati con livelli di istruzione
medio alti (dal diploma di maturità alla laurea/dottorato) cresce nel
corso degli anni sia in Italia, sia in Lombardia, passando da circa un
terzo del totale (31,8% per la Lombardia, 33,2% per l’Italia) al 44%
alla fine del periodo di osservazione disponibile. Questo aumento
corrisponde ad una diminuzione sensibile delle persone occupate senza
un titolo di studio o con la sola licenza elementare: in Lombardia,
delle 744.000 persone registrate nel 1993, se ne contavano solo 390.000
nel 2001 e in Italia la riduzione è stata altrettanto netta, con un
calo del 44,6%.
Contraltare di questi dati sono quelli relativi alle persone in cerca di occupazione. Qui la Lombardia fa registrare complessivamente una performance nettamente migliore di quella nazionale, con un calo di questo indicatore di più di un terzo (da 231.000 a 153.000 individui), mentre in Italia la riduzione è di poco superiore all’1%.

Mentre la proporzione di individui con livelli medio bassi di istruzione è, nel 2001, pari a poco più del 60% in Lombardia, la proporzione di coloro che sono in cerca di una occupazione supera di poco il 50%, segno che le non forze di lavoro vedono una presenza maggiore proprio di questo gruppo di persone.

Il contrario esatto si verifica nel caso dei livelli di istruzione medio-alti (aggregando qui tutti i titoli dal diploma di scuola media superiore in su1): sempre nel 2001, in Lombardia, il 39,3% della popolazione era in questa classe, ma nelle forze di lavoro erano pari al 55,3%, proporzione perfettamente riflessa nella quota di occupati, mentre le persone in cerca di occupazione con questo livelli di istruzione sono meno della metà del totale.
Per concludere questa parte di analisi, si fa osservare che (fig. 7.1) l’andamento negli anni della composizione per livello di istruzione della popolazione (cosa che si riflette come visto in modo ancora più forte nelle forze di lavoro), come già indicato, mostra un mix favorevole alle qualifiche più elevate.
1 Comprende anche la “qualifica senza accesso” della classificazione ISTAT.
Contraltare di questi dati sono quelli relativi alle persone in cerca di occupazione. Qui la Lombardia fa registrare complessivamente una performance nettamente migliore di quella nazionale, con un calo di questo indicatore di più di un terzo (da 231.000 a 153.000 individui), mentre in Italia la riduzione è di poco superiore all’1%.

Mentre la proporzione di individui con livelli medio bassi di istruzione è, nel 2001, pari a poco più del 60% in Lombardia, la proporzione di coloro che sono in cerca di una occupazione supera di poco il 50%, segno che le non forze di lavoro vedono una presenza maggiore proprio di questo gruppo di persone.

Il contrario esatto si verifica nel caso dei livelli di istruzione medio-alti (aggregando qui tutti i titoli dal diploma di scuola media superiore in su1): sempre nel 2001, in Lombardia, il 39,3% della popolazione era in questa classe, ma nelle forze di lavoro erano pari al 55,3%, proporzione perfettamente riflessa nella quota di occupati, mentre le persone in cerca di occupazione con questo livelli di istruzione sono meno della metà del totale.
Per concludere questa parte di analisi, si fa osservare che (fig. 7.1) l’andamento negli anni della composizione per livello di istruzione della popolazione (cosa che si riflette come visto in modo ancora più forte nelle forze di lavoro), come già indicato, mostra un mix favorevole alle qualifiche più elevate.
1 Comprende anche la “qualifica senza accesso” della classificazione ISTAT.
7.2.2 - Tasso di attività
Se in fatto di disoccupazione la Lombardia si dimostra non solo al di
sopra della media nazionale, ma anche superiore rispetto alla media
Europa, altro discorso è quello che si deve fare quando si guardi al
tasso di attività che rimane un punto di sofferenza per il mercato del
lavoro italiano e, di conseguenza, anche se in modo meno rilevante, per
quello lombardo. Il tasso di attività, pur essendo andato crescendo nel
tempo, parallelamente alla riduzione del tasso di disoccupazione, come
si può facilmente apprezzare dalla fig. 7.2, ha ridotto ma non colmato
il differenziale tra Italia, Lombardia e Europa, come si vede
chiaramente anche dalla tab. 7.5.


La Lombardia, con una progressione costante negli anni, si è avvicinata al tasso di attività europeo, pur rimanendone ancora separata per tre punti percentuali, con una posizione, nel 2003, simile solo a quella della Spagna (tra i Paesi dei “Quattro motori”), ma lontana da quella della Germania (56,7%), della Francia (56,0%) e del Regno Unito (che fa registrare un tasso ben più elevato della media europea, pari al 62,7%).
Che la ragione di tali disparità sia da ricercare nella struttura non solo del mercato del lavoro (ovvero negli strumenti che sono offerti per una partecipazione flessibile) ma anche, più in generale, nelle propensioni profonde dell’offerta, condizionata da atteggiamenti culturali radicati, e da una struttura sociale che non favorisce la partecipazione part time di componenti di offerta potenziale, è cosa nota da tempo.
La si ritrova, d’altronde, nei dati, quando si esamini, in tab. 7.6, lo spread a carico del tasso di attività femminile lombardo e nazionale, in confronto a quello europeo.

Qui la differenza, sia nell’anno iniziale (nel 1995 la Lombardia fa registrare un 38,5% contro il corrispondente 45,1% europeo) sia nell’anno finale (42,6% contro 48,1%) è netta e a poco vale considerare che la situazione nazionale è ancora peggiore, pur avendo mostrato un’evoluzione dal 33,9% del 1995 al 37,1% del 2003.


La Lombardia, con una progressione costante negli anni, si è avvicinata al tasso di attività europeo, pur rimanendone ancora separata per tre punti percentuali, con una posizione, nel 2003, simile solo a quella della Spagna (tra i Paesi dei “Quattro motori”), ma lontana da quella della Germania (56,7%), della Francia (56,0%) e del Regno Unito (che fa registrare un tasso ben più elevato della media europea, pari al 62,7%).
Che la ragione di tali disparità sia da ricercare nella struttura non solo del mercato del lavoro (ovvero negli strumenti che sono offerti per una partecipazione flessibile) ma anche, più in generale, nelle propensioni profonde dell’offerta, condizionata da atteggiamenti culturali radicati, e da una struttura sociale che non favorisce la partecipazione part time di componenti di offerta potenziale, è cosa nota da tempo.
La si ritrova, d’altronde, nei dati, quando si esamini, in tab. 7.6, lo spread a carico del tasso di attività femminile lombardo e nazionale, in confronto a quello europeo.

Qui la differenza, sia nell’anno iniziale (nel 1995 la Lombardia fa registrare un 38,5% contro il corrispondente 45,1% europeo) sia nell’anno finale (42,6% contro 48,1%) è netta e a poco vale considerare che la situazione nazionale è ancora peggiore, pur avendo mostrato un’evoluzione dal 33,9% del 1995 al 37,1% del 2003.
7.3 - Domanda di lavoro
Le analisi presentate nei capitoli precedenti di questo rapporto,
riguardanti diversi aspetti dell’economia lombarda, hanno, in estrema
sintesi, mostrato come la Lombardia abbia in parte anticipato e in
parte accompagnato un cambiamento a livello nazionale che ha visto una
progressiva riduzione del peso del manifatturiero e delle imprese di
grandi dimensioni come contributo al PIL e, contemporaneamente, un
processo di terziarizzazione, dovuto in parte proprio alla espulsione
di parti del processo produttivo non-core-business sul mercato.
Si rimanda qui alle sezioni curate da Bianchi, da Pontarollo e da Garofoli per l’analisi dei dati relativi all’andamento dell’economia lombarda negli ultimi dieci anni e per alcuni esempi di trasformazione in senso terziario e di evoluzione della struttura manifatturiera in direzione di settori innovativi e ad alto contenuto di tecnologia e di ricerca. In questo senso la lettura dei dati relativi alla domanda di lavoro, è preziosa e, per questo, non si può prescindere dalle informazioni del Sistema Excelsior “Sistema Informativo sull'Occupazione e la Formazione”, che mostra due aspetti di estremo interesse proprio per la tesi che si sta qui discutendo:
Negli anni passati, i saldi (positivi) previsti dal Sistema Excelsior erano stati dell’1,9% per il biennio 1998-99, dell’1,7%, per il biennio 1999-2000, del 3,3%, per l’anno 2001, e del 2,5% per il 2002 (+1,9% industria, +3,3% servizi), con una performance attesa straordinaria da parte delle PMI che facevano registrare un +7,2%.
Infine, il 2003 restituiva un +1,7%, composto da un +1,2% nell’industria e da un +2,2% nei servizi, mentre le PMI si aggiustano verso il basso, mostrando un +4,7%. Le tavole Excelsior ci permettono anche di esaminare l’evoluzione della domanda di lavoro potenziale tra il 1997 (anno nel quale si prevedono le assunzioni per il 1998-99) e il 2004 (con le previsioni per l’anno dopo) in termini di qualità delle risorse umane.
Nelle previsioni per il biennio 98/99, il titolo universitario era richiesto2 dalle imprese in 11,4 casi su 100, il diploma nel 27,7% dei casi, la qualifica professionale in un ulteriore 17,0% delle assunzioni previste e, infine, la licenza media per il restante 43,9%.
Già l’anno successivo (previsioni per il biennio 1999-2000) le richieste di titoli bassi calano, così come le richieste di laureati, mentre l’attenzione sembra concentrarsi sulle figure a qualifica intermedia, come si vede dalla tab. 7.7.
Il trend, seppure in modo non sempre così netto, si conferma anche per gli anni a venire, con diverse variazioni all’interno della domanda di lavoro per settori e, soprattutto, per classi dimensionali delle imprese che manifestano l’intenzione di assumere, sino ad arrivare ad una distribuzione della domanda di lavoro che vede la netta crescita delle richieste di diplomati (33,1%) e di persone con istruzione o qualifica di formazione professionale (21,3%) a discapito dei soggetti con sola licenza media, la cui richiesta nel 2004 era pari a 33,9% del totale, dieci punti percentuali in meno rispetto al 1997.

2 Si ricorda nuovamente che si tratta non della domanda di lavoro effettiva, cioè registrata ex-post, bensì delle ipotesi e delle dichiarazioni degli imprenditori e delle stime che su tali ipotesi vengono poi fatte ex-ante.
Si rimanda qui alle sezioni curate da Bianchi, da Pontarollo e da Garofoli per l’analisi dei dati relativi all’andamento dell’economia lombarda negli ultimi dieci anni e per alcuni esempi di trasformazione in senso terziario e di evoluzione della struttura manifatturiera in direzione di settori innovativi e ad alto contenuto di tecnologia e di ricerca. In questo senso la lettura dei dati relativi alla domanda di lavoro, è preziosa e, per questo, non si può prescindere dalle informazioni del Sistema Excelsior “Sistema Informativo sull'Occupazione e la Formazione”, che mostra due aspetti di estremo interesse proprio per la tesi che si sta qui discutendo:
- Offre delle previsioni sull’andamento della domanda di lavoro in termini quantitativi suddivise anche per livello di formazione dei lavoratori desiderati;
- Effettua delle previsioni anche riguardo i fabbisogni professionali e le competenze richieste dalle imprese.
Negli anni passati, i saldi (positivi) previsti dal Sistema Excelsior erano stati dell’1,9% per il biennio 1998-99, dell’1,7%, per il biennio 1999-2000, del 3,3%, per l’anno 2001, e del 2,5% per il 2002 (+1,9% industria, +3,3% servizi), con una performance attesa straordinaria da parte delle PMI che facevano registrare un +7,2%.
Infine, il 2003 restituiva un +1,7%, composto da un +1,2% nell’industria e da un +2,2% nei servizi, mentre le PMI si aggiustano verso il basso, mostrando un +4,7%. Le tavole Excelsior ci permettono anche di esaminare l’evoluzione della domanda di lavoro potenziale tra il 1997 (anno nel quale si prevedono le assunzioni per il 1998-99) e il 2004 (con le previsioni per l’anno dopo) in termini di qualità delle risorse umane.
Nelle previsioni per il biennio 98/99, il titolo universitario era richiesto2 dalle imprese in 11,4 casi su 100, il diploma nel 27,7% dei casi, la qualifica professionale in un ulteriore 17,0% delle assunzioni previste e, infine, la licenza media per il restante 43,9%.
Già l’anno successivo (previsioni per il biennio 1999-2000) le richieste di titoli bassi calano, così come le richieste di laureati, mentre l’attenzione sembra concentrarsi sulle figure a qualifica intermedia, come si vede dalla tab. 7.7.
Il trend, seppure in modo non sempre così netto, si conferma anche per gli anni a venire, con diverse variazioni all’interno della domanda di lavoro per settori e, soprattutto, per classi dimensionali delle imprese che manifestano l’intenzione di assumere, sino ad arrivare ad una distribuzione della domanda di lavoro che vede la netta crescita delle richieste di diplomati (33,1%) e di persone con istruzione o qualifica di formazione professionale (21,3%) a discapito dei soggetti con sola licenza media, la cui richiesta nel 2004 era pari a 33,9% del totale, dieci punti percentuali in meno rispetto al 1997.

2 Si ricorda nuovamente che si tratta non della domanda di lavoro effettiva, cioè registrata ex-post, bensì delle ipotesi e delle dichiarazioni degli imprenditori e delle stime che su tali ipotesi vengono poi fatte ex-ante.
7.4 - Istruzione e lavoro
Premessa
L’evoluzione dell’offerta di lavoro (e della popolazione più
complessivamente) e la trasformazione (seppur nelle attese e ipotesi)
della domanda di lavoro sembrano essere andate, in Lombardia, nella
medesima direzione.
Nell’uno come nell’altro caso, appare chiara la crescita netta (seppur numericamente limitata, si tratta in ogni caso di una percentuale che nel suo momento più alto ha toccato il 13% delle forze lavoro), di “titoli di studio superiori”, che fa pensare ad una chiara svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta, coincidente con una economia che si terziarizza e si prepara sempre di più a competere spostandosi da mercati cosiddetti “maturi” e a basso contenuto tecnologico e conoscitivo verso mercati più strategici, ma che richiedono anche una composizione della forza lavoro maggiormente istruita.
Nell’uno come nell’altro caso, appare chiara la crescita netta (seppur numericamente limitata, si tratta in ogni caso di una percentuale che nel suo momento più alto ha toccato il 13% delle forze lavoro), di “titoli di studio superiori”, che fa pensare ad una chiara svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta, coincidente con una economia che si terziarizza e si prepara sempre di più a competere spostandosi da mercati cosiddetti “maturi” e a basso contenuto tecnologico e conoscitivo verso mercati più strategici, ma che richiedono anche una composizione della forza lavoro maggiormente istruita.
7.4.1 - Istruzione e tempo di ricerca
Un ulteriore riflesso di quanto detto, si può rintracciare nella
relazione tra livello di istruzione e tempo di ricerca. Che il titolo
di studio sia effettivamente una proxy del livello di conoscenze di un
individuo o che sia il segnale di una sua abilità maggiore, in ogni
caso alcuni dati empirici tendono a confermare che il possesso di un
livello di istruzione più elevato consente un accesso più rapido (e più
remunerato) nel mercato del lavoro.
Sul primo tema, in particolare, il grafico seguente mostra la relazione, stimata da ISTAT, tra il 1993 e il 2003, tra durata media della ricerca3 e livello di istruzione4.
Il primo elemento che balza agli occhi è il fatto che le curve sono disposte esattamente come ci si attenderebbe, con una durata di ricerca più elevata per i titoli di studio più bassi, via via a scalare (fig. 7.3)5.
Figura 7.3 – Durata media della ricerca per titolo di studio – Lombardia – 1993-2002
Il secondo dato è che, con l’eccezione della scuola media superiore, gli altri livelli di istruzione vedono una riduzione dei tempi proprio nell’ultimo anno disponibile, il 2002.
Terzo fattore di interesse, i laureati sono gli unici che hanno visto, seppure con alterne vicende, diminuire il loro tempo di attesa tra il 1993 e il 2002, portandolo dai 13 mesi medi del 1993 ai 10 mesi del 2002.
Si tratta, naturalmente, di dati medi, che scontano la presenza di coorti ben differenti al loro interno, nonché la compresenza di persone in cerca di prima occupazione accanto a disoccupati in senso stretto.
3 Inteso come numero mesi/persone in cerca di occupazione
4 Altri dati sono quelli che emergono dalle indagini sull’impatto della formazione sull’entrata nella vita attiva (cosiddette indagini di Placement) condotte per la Regione Lombardia da IReR.
5 Valori più bassi indicano performance migliori.
Sul primo tema, in particolare, il grafico seguente mostra la relazione, stimata da ISTAT, tra il 1993 e il 2003, tra durata media della ricerca3 e livello di istruzione4.
Il primo elemento che balza agli occhi è il fatto che le curve sono disposte esattamente come ci si attenderebbe, con una durata di ricerca più elevata per i titoli di studio più bassi, via via a scalare (fig. 7.3)5.
Figura 7.3 – Durata media della ricerca per titolo di studio – Lombardia – 1993-2002
Il secondo dato è che, con l’eccezione della scuola media superiore, gli altri livelli di istruzione vedono una riduzione dei tempi proprio nell’ultimo anno disponibile, il 2002.
Terzo fattore di interesse, i laureati sono gli unici che hanno visto, seppure con alterne vicende, diminuire il loro tempo di attesa tra il 1993 e il 2002, portandolo dai 13 mesi medi del 1993 ai 10 mesi del 2002.
Si tratta, naturalmente, di dati medi, che scontano la presenza di coorti ben differenti al loro interno, nonché la compresenza di persone in cerca di prima occupazione accanto a disoccupati in senso stretto.
3 Inteso come numero mesi/persone in cerca di occupazione
4 Altri dati sono quelli che emergono dalle indagini sull’impatto della formazione sull’entrata nella vita attiva (cosiddette indagini di Placement) condotte per la Regione Lombardia da IReR.
5 Valori più bassi indicano performance migliori.
7.4.2 - Formazione e entrata nella vita attiva
Un ulteriore modo di guardare a questa relazione tra istruzione,
formazione e mercato del lavoro è quello di esaminare l’esito che hanno
avuto, nell’entrata nella cosiddetta “vita attiva” coloro che hanno
seguito un percorso formativo in Lombardia.
Per questo si possono utilizzare i primi dati6 provenienti dalla ricerca sul Placement condotta sui formati dei corsi di Fondo Sociale Europeo in Lombardia, che abbiano terminato un corso tra il 2001 e il 2002.
Lo studio evidenzia come tra quanti hanno frequentato un percorso formativo, i laureati si vengono a trovare7 a un anno dal termine per l’86,6% occupati a fine periodo, contro una media del 73,3% e percentuali via via decrescenti per i titoli di studio inferiori.
Il dato si ripete identicamente anche prendendo in esame i due sottogruppi relativi alle persone che erano inattive e a quelle che erano invece in cerca di occupazione al momento dell’iscrizione.
Nell’uno come nell’altro caso, si conferma che rispetto agli altri gruppi quello dei laureati mostra una maggiore densità, a dodici mesi, di persone nella situazione di occupati.
6 Ancora in forma di rapporto intermedio, al momento della stesura di questo capitolo. Dati presentati nel corso del Comitato di Sorveglianza dell’Obiettivo 3 Lombardia, Milano, 15 giugno 2004.
7 Anche se bisogna tenere conto che all’interno del campione di riferimento vi è una rilevante presenza di studenti, che in parte spiega il basso tasso di successo dei titoli meno elevati.
Per questo si possono utilizzare i primi dati6 provenienti dalla ricerca sul Placement condotta sui formati dei corsi di Fondo Sociale Europeo in Lombardia, che abbiano terminato un corso tra il 2001 e il 2002.
Lo studio evidenzia come tra quanti hanno frequentato un percorso formativo, i laureati si vengono a trovare7 a un anno dal termine per l’86,6% occupati a fine periodo, contro una media del 73,3% e percentuali via via decrescenti per i titoli di studio inferiori.
Il dato si ripete identicamente anche prendendo in esame i due sottogruppi relativi alle persone che erano inattive e a quelle che erano invece in cerca di occupazione al momento dell’iscrizione.
Nell’uno come nell’altro caso, si conferma che rispetto agli altri gruppi quello dei laureati mostra una maggiore densità, a dodici mesi, di persone nella situazione di occupati.
6 Ancora in forma di rapporto intermedio, al momento della stesura di questo capitolo. Dati presentati nel corso del Comitato di Sorveglianza dell’Obiettivo 3 Lombardia, Milano, 15 giugno 2004.
7 Anche se bisogna tenere conto che all’interno del campione di riferimento vi è una rilevante presenza di studenti, che in parte spiega il basso tasso di successo dei titoli meno elevati.
7.5 - Istruzione, educazione, capitale umano
Premessa
La Lombardia si configura come una regione ad alto tasso di
partecipazione ai livelli di istruzione che potremmo definire
“istituzionali”. Nella parte sociale, sono riportati una serie di dati
che dipingono una situazione di base relativamente positiva.
Contemporaneamente, però, rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che il sistema economico, la globalizzazione, l’introduzione delle nuove tecnologie pongono ai lavoratori attuali e futuri. Per quanto riguarda un’analisi del capitale umano, è possibile qui fare alcune riflessioni riguardanti il rapporto tra istruzione e risorse disponibili per il mercato del lavoro.
Se nel caso della domanda e offerta di lavoro abbiamo rilevato un pur parziale adeguamento all’evoluzione dell’economia nel caso dell’istruzione, invece, il discorso si deve porre necessariamente al futuro, almeno per ciò che riguarda la parte di dispiegamento e attuazione reale degli esiti della riforma in atto.
Si può però in ogni caso evidenziare il percorso che la Regione ha compiuto in questa direzione negli ultimi anni, specialmente se, invece di guardare all’integrazione formale e normativa si abbia riguardo per quella che vorremmo qui definire “contaminazione” reale tra le tre realtà. Diversi sono gli elementi fondanti di questo “approccio lombardo”.
Bisogna pensare che da sempre in Lombardia, la concezione dell’istruzione e dell’educazione è stata vissuta in modo molto forte come parte della crescita dell’individuo all’interno della società e non come mero strumento di conseguimento di un titolo di studio, magari opportuno o necessario per accedere a delle posizioni nella Pubblica Amministrazione.
Questo atteggiamento si riflette nella scelta, ben evidenziata come si diceva sia nelle attività sperimentali (tra le quali, ad esempio, spicca quella per il cd. “secondo canale”) sia nella normativa originale e di recepimento di quella nazionale (es. l.r. 1/99 e l.r. 1/2000) nell’attenzione posta a tenere conto, nello sviluppo della programmazione delle attività formative (regionali o cofinanziate) della domanda di lavoro e dei mutamenti nella realtà economica locale. È necessario però anche ricordare con estrema sincerità come istruzione e formazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, siano state sempre in una relazione in cui la seconda veniva percepita come un “ripiego” rispetto alla prima.
La valenza della formazione professionale, però, negli ultimi anni è cambiata in Lombardia. Tre fattori, in parte anche già esaminati nelle pagine precedenti, hanno contribuito e stanno contribuendo a vario titolo a questo risultato:
L’istruzione si viene quindi a trovare, in Lombardia, in una condizione particolare: se, da un lato, può conservare (anche se, nel caso dell’Istruzione Tecnica, in modo relativo) una valenza educativa più ampia, si trova comunque a fare i conti con una formazione professionale che non può certamente più essere assimilata alla visione che se ne aveva soltanto dieci anni fa. Senza qui prendere in esame i meccanismi previsti dalla riforma e che dovrebbero congiungere (via passerelle, esami di congiunzione, anni di completamento e via dicendo) i due mondi, certamente si può dire che anche il mondo dell’istruzione può vivere una nuova stagione, in parte anche già sperimentata in Lombardia. In particolare, va sottolineata la possibilità di “ascoltare” il territorio, prestando quindi attenzione direttamente a quelle che sono le domande, di conoscenza e di formazione, che da lì provengono, anche attraverso strumenti come gli stage aziendali per studenti del secondo ciclo, l'alternanza scuola lavoro, il nuovo apprendistato previsto della legge Biagi, proseguendo e ampliando l’esperienza positiva dei tirocini.
Contemporaneamente, la valenza educativa di quel canale, può arricchire il sistema formativo (nella prevista integrazione di istruzione e di formazione professionale in un unico percorso) anche se permane il rischio di un trascinamento dell’intero sistema in una direzione di “de-professionalizzazione” che non gioverebbe all’obiettivo finale che corrisponde, nel linguaggio della programmazione regionale all’«innalzamento dell’obbligo formativo e adeguamento dei sistemi di istruzione, formazione e alta formazione (università) in un ottica di successo formativo e lotta alla dispersione scolastica - centralità della domanda : autonomia delle istituzioni scolastiche (offerta in funzione della domanda)».
Contemporaneamente, però, rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che il sistema economico, la globalizzazione, l’introduzione delle nuove tecnologie pongono ai lavoratori attuali e futuri. Per quanto riguarda un’analisi del capitale umano, è possibile qui fare alcune riflessioni riguardanti il rapporto tra istruzione e risorse disponibili per il mercato del lavoro.
Se nel caso della domanda e offerta di lavoro abbiamo rilevato un pur parziale adeguamento all’evoluzione dell’economia nel caso dell’istruzione, invece, il discorso si deve porre necessariamente al futuro, almeno per ciò che riguarda la parte di dispiegamento e attuazione reale degli esiti della riforma in atto.
Si può però in ogni caso evidenziare il percorso che la Regione ha compiuto in questa direzione negli ultimi anni, specialmente se, invece di guardare all’integrazione formale e normativa si abbia riguardo per quella che vorremmo qui definire “contaminazione” reale tra le tre realtà. Diversi sono gli elementi fondanti di questo “approccio lombardo”.
Bisogna pensare che da sempre in Lombardia, la concezione dell’istruzione e dell’educazione è stata vissuta in modo molto forte come parte della crescita dell’individuo all’interno della società e non come mero strumento di conseguimento di un titolo di studio, magari opportuno o necessario per accedere a delle posizioni nella Pubblica Amministrazione.
Questo atteggiamento si riflette nella scelta, ben evidenziata come si diceva sia nelle attività sperimentali (tra le quali, ad esempio, spicca quella per il cd. “secondo canale”) sia nella normativa originale e di recepimento di quella nazionale (es. l.r. 1/99 e l.r. 1/2000) nell’attenzione posta a tenere conto, nello sviluppo della programmazione delle attività formative (regionali o cofinanziate) della domanda di lavoro e dei mutamenti nella realtà economica locale. È necessario però anche ricordare con estrema sincerità come istruzione e formazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, siano state sempre in una relazione in cui la seconda veniva percepita come un “ripiego” rispetto alla prima.
La valenza della formazione professionale, però, negli ultimi anni è cambiata in Lombardia. Tre fattori, in parte anche già esaminati nelle pagine precedenti, hanno contribuito e stanno contribuendo a vario titolo a questo risultato:
- La formazione è diventata strategica per rispondere in modo continuativo e flessibile alla necessità di adattamento della forza lavoro ai cambiamenti del mercato e dell’economia. In sostanza, la formazione professionale non è più un canale con una sola entrata e una sola uscita, con l’ingresso collocato in corrispondenza dei fallimenti scolastici, ma è diventato un parco aperto, nel quale gli individui, tra i quali permangono certamente anche coloro che hanno difficoltà nei percorsi scolastici, possono cogliere opportunità formative a ripetizione.
- Il processo di allargamento dell’offerta e di accreditamento degli operatori ha messo sul mercato una gamma di percorsi formativi che ben fronteggia la domanda e che, ancorché precederla come accadeva un tempo, la segue e la soddisfa. Il principio dell’accreditamento, che pure ha necessità di essere rivisto e depurato di alcuni eccessi, è stato in questo senso un vero e proprio “motore primo”, consentendo a nuove risorse di entrare in gioco.
- La formazione professionale è così uscita da un circolo di autoreferenzialità connettendosi in modo forte con il mercato del lavoro, anche attraverso la contaminazione con l’orientamento (scolastico e lavorativo), l’accompagnamento al lavoro e altre forme di scambio e integrazione con la realtà del mondo dell’occupazione.
L’istruzione si viene quindi a trovare, in Lombardia, in una condizione particolare: se, da un lato, può conservare (anche se, nel caso dell’Istruzione Tecnica, in modo relativo) una valenza educativa più ampia, si trova comunque a fare i conti con una formazione professionale che non può certamente più essere assimilata alla visione che se ne aveva soltanto dieci anni fa. Senza qui prendere in esame i meccanismi previsti dalla riforma e che dovrebbero congiungere (via passerelle, esami di congiunzione, anni di completamento e via dicendo) i due mondi, certamente si può dire che anche il mondo dell’istruzione può vivere una nuova stagione, in parte anche già sperimentata in Lombardia. In particolare, va sottolineata la possibilità di “ascoltare” il territorio, prestando quindi attenzione direttamente a quelle che sono le domande, di conoscenza e di formazione, che da lì provengono, anche attraverso strumenti come gli stage aziendali per studenti del secondo ciclo, l'alternanza scuola lavoro, il nuovo apprendistato previsto della legge Biagi, proseguendo e ampliando l’esperienza positiva dei tirocini.
Contemporaneamente, la valenza educativa di quel canale, può arricchire il sistema formativo (nella prevista integrazione di istruzione e di formazione professionale in un unico percorso) anche se permane il rischio di un trascinamento dell’intero sistema in una direzione di “de-professionalizzazione” che non gioverebbe all’obiettivo finale che corrisponde, nel linguaggio della programmazione regionale all’«innalzamento dell’obbligo formativo e adeguamento dei sistemi di istruzione, formazione e alta formazione (università) in un ottica di successo formativo e lotta alla dispersione scolastica - centralità della domanda : autonomia delle istituzioni scolastiche (offerta in funzione della domanda)».
7.5.1 - Parametri di Lisbona
Questo processo si inserisce in una linea che ha una sponda europea
importante che è quella delle linee approvate dal Consiglio Europeo di
Lisbona del 2000. Nella successiva Comunicazione della Commissione del
settembre 2000 che propone una serie di indicatori strutturali per
quanto riguarda l’occupazione si può leggere come «l’istruzione e
formazione permanenti sono essenziali per migliorare le qualifiche dei
lavoratori, rendendoli idonei alla nuova società basata sulla
conoscenza e assicurando loro la possibilità di trovare un posto di
lavoro» , ribadendo, quindi, quella continuità tra istruzione/capitale
umano, formazione (in questo caso, lungo l’arco della vita) e lavoro
che si è evidenziata in Lombardia.
D’altronde, bisogna ricordare che la Lombardia nell’adottare le linee di indirizzo per la gestione di Agenda 2000 per il FSE nel dicembre del 2000, poneva al centro della propria azione cinque obiettivi globali , tra i quali spicca quello di «sviluppare un’offerta di istruzione, formazione professionale e orientamento [...] favorendo anche l’adeguamento e l’integrazione tra i sistemi della formazione, istruzione e lavoro».
8 Commissione Europea, “Gli indicatori strutturali” Comunicazione, settembre 2000.
9 Corrispondenti ai cosiddetti policy fields definiti dal Fondo Sociale Europeo.
D’altronde, bisogna ricordare che la Lombardia nell’adottare le linee di indirizzo per la gestione di Agenda 2000 per il FSE nel dicembre del 2000, poneva al centro della propria azione cinque obiettivi globali , tra i quali spicca quello di «sviluppare un’offerta di istruzione, formazione professionale e orientamento [...] favorendo anche l’adeguamento e l’integrazione tra i sistemi della formazione, istruzione e lavoro».
8 Commissione Europea, “Gli indicatori strutturali” Comunicazione, settembre 2000.
9 Corrispondenti ai cosiddetti policy fields definiti dal Fondo Sociale Europeo.