13 - politiche per il sistema produttivo
Up one levelCapitolo 13 - Alberto Bramanti - Le politiche per il sistema produttivo: gli interventi
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13.1 Un decennio di interventi: quattro politiche regionali alla prova
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13.2 Le politiche lombarde per l’artigianato
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13.3 Le politiche lombarde per i distretti
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13.4 Le politiche per l’internazionalizzazione
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13.5 Le politiche per il comparto commerciale
Estratto
13.1 - Un decennio di interventi: quattro politiche regionali alla prova
Il presente capitolo è dedicato all’esemplificazione puntuale di
quattro campi di applicazione in cui vengono analizzati gli obiettivi
di alcune politiche, gli strumenti utilizzati e commentati alcuni
risultati a cui tali politiche sono pervenute.
Si sono scelti, a titolo di esempio, quattro ambiti di intervento – riportati anche nella precedente tab. 12.1 – sui quali la Regione ha giocato un ruolo significativo e una presenza costante nel periodo qui considerato. Si tratta delle politiche: per l’artigianato (vedi 13.2), per i distretti (13.3), per l’internazionalizzazione, delle imprese e del sistema (13.4), e per il comparto commerciale (13.5).
Due di esse riguardano competenze esclusive (a partire dalla legge di riforma costituzionale del Titolo V) e, specificamente, le politiche per l’artigianato e quelle per il comparto commerciale. Le altre due riguardano competenze concorrenti – distretti industriali e internazionalizzazione – con contenuti regionali propri, declinati sulle specifiche caratteristiche del sistema produttivo lombardo.
Infine, con riferimento alla già richiamata tab. 12.1, appartengono a differenti incroci di destinatari e caratteristiche: politiche connotate da “flessibilità” e indirizzate alle imprese (artigianato, commercio al dettaglio); politiche connotate da “territorialità” e indirizzate al sistema produttivo1 (distretti di specializzazione e GDO); politiche connotate da “trasversalità” e indirizzate alle reti (internazionalizzazione, metadistretti).
1 La Regione Lombardia ha compiuto dei passi concreti per agevolare la formazione di cooperative di produzione e lavoro. Oltre al classico strumento della contribuzione, la l.r. 33/02 ha infatti previsto sgravi fiscali sia per le imprese che per le cooperative, con particolare requisitivi di composizione, che si registrino sul territorio delle Regione.
Si sono scelti, a titolo di esempio, quattro ambiti di intervento – riportati anche nella precedente tab. 12.1 – sui quali la Regione ha giocato un ruolo significativo e una presenza costante nel periodo qui considerato. Si tratta delle politiche: per l’artigianato (vedi 13.2), per i distretti (13.3), per l’internazionalizzazione, delle imprese e del sistema (13.4), e per il comparto commerciale (13.5).
Due di esse riguardano competenze esclusive (a partire dalla legge di riforma costituzionale del Titolo V) e, specificamente, le politiche per l’artigianato e quelle per il comparto commerciale. Le altre due riguardano competenze concorrenti – distretti industriali e internazionalizzazione – con contenuti regionali propri, declinati sulle specifiche caratteristiche del sistema produttivo lombardo.
Infine, con riferimento alla già richiamata tab. 12.1, appartengono a differenti incroci di destinatari e caratteristiche: politiche connotate da “flessibilità” e indirizzate alle imprese (artigianato, commercio al dettaglio); politiche connotate da “territorialità” e indirizzate al sistema produttivo1 (distretti di specializzazione e GDO); politiche connotate da “trasversalità” e indirizzate alle reti (internazionalizzazione, metadistretti).
1 La Regione Lombardia ha compiuto dei passi concreti per agevolare la formazione di cooperative di produzione e lavoro. Oltre al classico strumento della contribuzione, la l.r. 33/02 ha infatti previsto sgravi fiscali sia per le imprese che per le cooperative, con particolare requisitivi di composizione, che si registrino sul territorio delle Regione.
13.2 - Le politiche lombarde per l’artigianato
Il comparto artigiano lombardo rappresenta una componente significativa
dell’intero apparato produttivo con una presenza stabile negli anni, al
di là delle normali oscillazioni congiunturali accentuate nelle due
componenti delle microimprese e dell’artigianato di servizio. Si tratta
di oltre 260 mila imprese per un’occupazione complessiva intorno alle
600 mila persone.
Il grafico seguente (fig. 13.1) riporta alcuni valori significativi, riferiti all’anno 2001 – che rappresenta a un tempo il punto intermedio del decennio qui preso in considerazione e consente il confronto con le rilevazioni censuarie – i dati sono peraltro rappresentativi della rilevanza del comparto.

A fronte di questa persistente rilevanza socio-economica del comparto la Regione ha optato per una presenza politica forte nei suoi confronti con l’istituzione, operata nel 1995 e confermata nella successiva legislatura a partire dal 2000, di un assessorato specifico per la materia dell’artigianato.
Le politiche regionali si sono articolate su due leggi principali2 che accompagnano il comparto fin dall’inizio degli anni Novanta: le l.r. 73/1989 e 17/1990, arricchite e completate dalla l.r. 34/19963.
Gli stanziamenti si dirigono annualmente all’attività istituzionale (revisione e gestione degli Albi artigiani), all’attuazione di disposizioni di legge (contributi per le assicurazioni degli apprendisti artigiani), e alla realizzazione di forme agevolative per il comparto.
Non è certamente semplice valutare una stagione di politiche per l’artigianato; uno dei nodi di fondo è la composizione del mix fatto di sovvenzioni a “fondo perso” che contribuiscono ad abbassare alcuni costi – e spesso a compensare alcune diseconomie derivanti da una certa marginalità economica che ancora accompagna le imprese artigiane nei sistemi economici – e di interventi volti a modificare permanentemente atteggiamenti, comportamenti, e posizionamenti degli imprenditori artigiani, così da renderli maggiormente competitivi sui mercati.
Certamente gli interventi in materia creditizia e di garanzie fidi vanno nella prima direzione, mentre gli interventi in tema di innovazione, offerta di servizi reali, qualità sicurezza e ambiente, vanno nella seconda4.
Due esigenze generali sembrano progressivamente emergere nel corso del decennio. La prima è quella di una maggiore selettività, la seconda è quella della differenziazione delle politiche.
Un cambiamento significativo, sebbene di impatto ancora parziale, è certamente la revisione e il riorientamento della Convenzione Regione–Unioncamere che mira ad un irrobustimento della progettazione degli interventi, precondizione per una maggiore selettività e valutabilità degli stessi.
I servizi alla commercializzazione (partecipazione a fiere) e il supporto alle imprese artigiane per l’attività di export, ad esempio, rappresentano interventi ancora fortemente frammentati e forse poco efficaci. Occorre dunque muoversi sul potenziamento delle aggregazioni e delle reti tra imprese perché vengano raggiunte soglie di impatto più significative.
È infine in fase di gestazione una nuova legge regionale sull’artigianato – di cui si sente da tempo la mancanza, altre regioni italiane se ne sono dotate recentemente – che funzionando da “testo unico” per il comparto, potenzierebbe la dimensione di orientamento strategico e quella selettiva, contribuendo ad un artigianato forse più piccolo nei numeri ma più qualificato, più connesso in rete nelle rispettive filiere produttive e nei territori su cui insiste.
2 La materia dell’artigianato è disciplinata a livello nazionale dalla l. 443/1985 ed è divenuta, dopo la riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, di competenza esclusiva delle Regioni.
3 Con la l.r. 1/2000, nell’ambito della cosiddetta “riforma Bassanini”, sono state delegate anche per l’artigianato alcune funzioni alle camere di commercio e agli enti locali.
4 Le politiche “automatiche” più efficaci sarebbero certamente quelle fiscali che esigono però una elevata omogeneità sul territorio nazionale e almeno una convergenza su quello europeo.
Il grafico seguente (fig. 13.1) riporta alcuni valori significativi, riferiti all’anno 2001 – che rappresenta a un tempo il punto intermedio del decennio qui preso in considerazione e consente il confronto con le rilevazioni censuarie – i dati sono peraltro rappresentativi della rilevanza del comparto.

A fronte di questa persistente rilevanza socio-economica del comparto la Regione ha optato per una presenza politica forte nei suoi confronti con l’istituzione, operata nel 1995 e confermata nella successiva legislatura a partire dal 2000, di un assessorato specifico per la materia dell’artigianato.
Le politiche regionali si sono articolate su due leggi principali2 che accompagnano il comparto fin dall’inizio degli anni Novanta: le l.r. 73/1989 e 17/1990, arricchite e completate dalla l.r. 34/19963.
Gli stanziamenti si dirigono annualmente all’attività istituzionale (revisione e gestione degli Albi artigiani), all’attuazione di disposizioni di legge (contributi per le assicurazioni degli apprendisti artigiani), e alla realizzazione di forme agevolative per il comparto.
Non è certamente semplice valutare una stagione di politiche per l’artigianato; uno dei nodi di fondo è la composizione del mix fatto di sovvenzioni a “fondo perso” che contribuiscono ad abbassare alcuni costi – e spesso a compensare alcune diseconomie derivanti da una certa marginalità economica che ancora accompagna le imprese artigiane nei sistemi economici – e di interventi volti a modificare permanentemente atteggiamenti, comportamenti, e posizionamenti degli imprenditori artigiani, così da renderli maggiormente competitivi sui mercati.
Certamente gli interventi in materia creditizia e di garanzie fidi vanno nella prima direzione, mentre gli interventi in tema di innovazione, offerta di servizi reali, qualità sicurezza e ambiente, vanno nella seconda4.
Due esigenze generali sembrano progressivamente emergere nel corso del decennio. La prima è quella di una maggiore selettività, la seconda è quella della differenziazione delle politiche.
Un cambiamento significativo, sebbene di impatto ancora parziale, è certamente la revisione e il riorientamento della Convenzione Regione–Unioncamere che mira ad un irrobustimento della progettazione degli interventi, precondizione per una maggiore selettività e valutabilità degli stessi.
I servizi alla commercializzazione (partecipazione a fiere) e il supporto alle imprese artigiane per l’attività di export, ad esempio, rappresentano interventi ancora fortemente frammentati e forse poco efficaci. Occorre dunque muoversi sul potenziamento delle aggregazioni e delle reti tra imprese perché vengano raggiunte soglie di impatto più significative.
È infine in fase di gestazione una nuova legge regionale sull’artigianato – di cui si sente da tempo la mancanza, altre regioni italiane se ne sono dotate recentemente – che funzionando da “testo unico” per il comparto, potenzierebbe la dimensione di orientamento strategico e quella selettiva, contribuendo ad un artigianato forse più piccolo nei numeri ma più qualificato, più connesso in rete nelle rispettive filiere produttive e nei territori su cui insiste.
2 La materia dell’artigianato è disciplinata a livello nazionale dalla l. 443/1985 ed è divenuta, dopo la riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, di competenza esclusiva delle Regioni.
3 Con la l.r. 1/2000, nell’ambito della cosiddetta “riforma Bassanini”, sono state delegate anche per l’artigianato alcune funzioni alle camere di commercio e agli enti locali.
4 Le politiche “automatiche” più efficaci sarebbero certamente quelle fiscali che esigono però una elevata omogeneità sul territorio nazionale e almeno una convergenza su quello europeo.
13.3 - Le politiche lombarde per i distretti
Il tema dei “distretti industriali” ha rappresentato un banco di prova
interessante per le politiche industriali regionali ed esemplifica,
forse meglio di altri interventi, l’attenzione della Regione per la
dimensione della territorialità nelle politiche e la sua evoluzione nel
tempo.
Nel 1991 la l. 317 riconosce, per la prima volta, i distretti industriali quale soggetto possibile destinatario delle politiche. Il dibattito su come misurarli e identificarli sul territorio è ampio e agguerrito — tant’è che non tutte le regioni decidono di identificarli (IPI, 2002). Nel 1993, prima tra le Regioni italiane, la Lombardia riconosce i distretti presenti sul proprio territorio (21) e attiva una normativa regionale a loro dedicata (l.r. 7/1993).
Gli interventi per i distretti lombardi sono stati effettuati su due piani triennali: 1995-97 e 1998-2000 per un totale di circa 110 progetti distribuiti su 15 distretti e un investimento complessivo di 100 miliardi a fronte dei 40 miliardi di lire di contributi regionali (pari a 20,7 milioni di euro).
Alla luce della crescente rilevanza dell’organizzazione delle imprese in cluster, lungo filiere del valore aggiunto non necessariamente autocontenute su territori statisticamente predeterminati (i distretti individuati dalla normativa), si è sviluppato, dentro e fuori l’amministrazione regionale, un dibattito anche serrato che ha portato ad una nuova normativa (l.r. 1/2000) che costituisce un ulteriore significativo passo in avanti rispetto alle esigenze delle imprese e al panorama di politiche disponibili oggi in Italia. La nuova legge regionale sui distretti ha infatti identificato – accanto ai tradizionali distretti di specializzazione (ridotti ora a 16) – un nuovo soggetto: i “metadistretti”. A valere sulla nuova normativa (l.r. 1/2000) vengono stanziati 6,5 milioni di euro per il 2002 e 17 milioni di euro per il 2003.
L’elemento forse più qualificante la nuova normativa è il concetto di rete: non soltanto quella di prossimità, alimentata dalla vicinanza fisica e dall’informalità della frequentazione comune del contesto sociale esterno alla fabbrica, ma anche quelle a più lungo raggio e specialmente le reti della ricerca e dell’innovazione che aggregano soggetti differenti: imprese, centri servizi, laboratori di ricerca, università.
Il “metadistretto” identifica, riconosce e promuove le filiere produttive, cioè aggregazioni di imprese lungo la catena del valore che va dalle fasi a monte della produzione (es. in quella della moda, dalla preparazione e filatura delle fibre tessili, naturali o artificali) a quelle a valle (confezionamento), alle produzioni accessorie e di servizio (bottoni, cerniere lampo, accessori di abbigliamento, scarpe, borse, occhiali, ecc.), ai servizi dedicati alla filiera (studi fotografici, organizzazione di sfilate, pubblicità, ecc.).
La coerenza complessiva della nuova legge sui distretti – sia di specializzazione che i metadistretti – pare elevata nei confronti degli indirizzi generali di politica economica che la Regione si è data: superamento dell’incentivazione diretta, selettività, semplificazione. Le criticità ora sotto gli occhi degli operatori sono certamente la lentezza nella messa a regime del modello operativo e si stenta a vedere un passaggio, certamente oggi indispensabile, dalla condivisione dei fini delle politiche alla valutazione dei risultati, fino all’eventuale modifica degli strumenti adottati.
Nel 1991 la l. 317 riconosce, per la prima volta, i distretti industriali quale soggetto possibile destinatario delle politiche. Il dibattito su come misurarli e identificarli sul territorio è ampio e agguerrito — tant’è che non tutte le regioni decidono di identificarli (IPI, 2002). Nel 1993, prima tra le Regioni italiane, la Lombardia riconosce i distretti presenti sul proprio territorio (21) e attiva una normativa regionale a loro dedicata (l.r. 7/1993).
Gli interventi per i distretti lombardi sono stati effettuati su due piani triennali: 1995-97 e 1998-2000 per un totale di circa 110 progetti distribuiti su 15 distretti e un investimento complessivo di 100 miliardi a fronte dei 40 miliardi di lire di contributi regionali (pari a 20,7 milioni di euro).
Alla luce della crescente rilevanza dell’organizzazione delle imprese in cluster, lungo filiere del valore aggiunto non necessariamente autocontenute su territori statisticamente predeterminati (i distretti individuati dalla normativa), si è sviluppato, dentro e fuori l’amministrazione regionale, un dibattito anche serrato che ha portato ad una nuova normativa (l.r. 1/2000) che costituisce un ulteriore significativo passo in avanti rispetto alle esigenze delle imprese e al panorama di politiche disponibili oggi in Italia. La nuova legge regionale sui distretti ha infatti identificato – accanto ai tradizionali distretti di specializzazione (ridotti ora a 16) – un nuovo soggetto: i “metadistretti”. A valere sulla nuova normativa (l.r. 1/2000) vengono stanziati 6,5 milioni di euro per il 2002 e 17 milioni di euro per il 2003.
L’elemento forse più qualificante la nuova normativa è il concetto di rete: non soltanto quella di prossimità, alimentata dalla vicinanza fisica e dall’informalità della frequentazione comune del contesto sociale esterno alla fabbrica, ma anche quelle a più lungo raggio e specialmente le reti della ricerca e dell’innovazione che aggregano soggetti differenti: imprese, centri servizi, laboratori di ricerca, università.
Il “metadistretto” identifica, riconosce e promuove le filiere produttive, cioè aggregazioni di imprese lungo la catena del valore che va dalle fasi a monte della produzione (es. in quella della moda, dalla preparazione e filatura delle fibre tessili, naturali o artificali) a quelle a valle (confezionamento), alle produzioni accessorie e di servizio (bottoni, cerniere lampo, accessori di abbigliamento, scarpe, borse, occhiali, ecc.), ai servizi dedicati alla filiera (studi fotografici, organizzazione di sfilate, pubblicità, ecc.).
La coerenza complessiva della nuova legge sui distretti – sia di specializzazione che i metadistretti – pare elevata nei confronti degli indirizzi generali di politica economica che la Regione si è data: superamento dell’incentivazione diretta, selettività, semplificazione. Le criticità ora sotto gli occhi degli operatori sono certamente la lentezza nella messa a regime del modello operativo e si stenta a vedere un passaggio, certamente oggi indispensabile, dalla condivisione dei fini delle politiche alla valutazione dei risultati, fino all’eventuale modifica degli strumenti adottati.
13.4 - Le politiche per l’internazionalizzazione
L’apertura e la proiezione internazionale della regione Lombardia è ben
nota e si documentata in pochi dati: circa un terzo dell’import e
dell’export italiano ha come destinazione od origine il territorio
regionale, ben più significativi sono gli investimenti diretti esteri
(IDE) sia in ingresso che in uscita5, così come un ruolo importante nella presenza estera del sistema regionale giocano le piccole e medie multinazionali lombarde6.
Si possono identificare tre obiettivi che accompagnano il percorso dell’apertura e della globalizzazione: politiche di aiuto alla promozione all’estero, dirette alle imprese; politiche volte al potenziamento del ruolo internazionale della Regione irrobustendone il ruolo di “ambasciatrice” del sistema e delle istituzioni; politiche di attrazione degli investimenti diretti esteri e di promozione del territorio lombardo (marketing territoriale).
È importante anche cogliere una progressione che porta dal primo al terzo obiettivo: è un percorso che si fa più complesso per meglio seguire e accompagnare il sistema lombardo nella competizione globale.
Significativo è risultato il supporto al presidio dei mercati esteri anche attraverso l’accesso PISL e delle camere di commercio e, più recentemente, con l’attivazione della Rete dei Lombardia Point esteri – sui quali si tornerà qui oltre –, in progetti spesso co-finanziati dal bilancio regionale.
In particolare, la Regione ha assunto un ruolo di catalizzatore per il network già operativo delle camere di commercio, valorizzandone la struttura e le finalità, e avvalendosi del know how maturato negli anni Ottanta e Novanta nel supporto alle istanze del tessuto imprenditoriale. Soprattutto per quanto riguarda i processi di internazionalizzazione e in un quadro di partnership strategica, le camere di commercio hanno sviluppato la capacità di canalizzare in senso operativo e tecnico la domanda da parte delle imprese verso il supporto istituzionale e strutturale fornito dalla Regione.

A fine 2003 il bilancio complessivo delle risorse regionali dedicate a questi interventi diretti è di circa 160 milioni di euro, per un totale di oltre 4.000 azioni finanziate, a beneficio delle imprese e dei loro consorzi, delle associazioni imprenditoriali, del sistema delle camere di commercio, dei punti operativi della Regione (LombardiaPoint) e dunque, in molti casi, con un effetto moltiplicativo sul numero di singole realtà aziendali coinvolte.
Ugualmente significativa in tema di internazionalizzazione è stata la partecipazione ai numerosi progetti europei (si confronti a questo proposito il Cap. 15, specificamente dedicato alle politiche per l’innovazione), che ha facilitato agli imprenditori lombardi il mettersi in relazione e l’attivare collaborazioni con loro colleghi europei anche oltre e al di là dei singoli progetti.
A queste azioni dirette sul sistema delle imprese si è affiancato un importante lavoro di coordinamento delle politiche e degli interventi i cui risultati, in parte già visibili, manifesteranno le proprie ricadute positive negli anni a venire.
Tale lavoro si è esplicitato sviluppando momenti di coordinamento con i soggetti esterni sia a livello locale che con il Ministero delle attività produttive, razionalizzando gli interventi a legislazione vigente (in attesa dell’emanazione della normativa nazionale di riferimento prevista dalla modifica del Titolo V della Costituzione), promuovendo il raccordo con il sistema bancario/finanziario nonché con le istituzioni finanziarie internazionali.
Sono stati attuati due Accordi di programma con l’ex Mincomes – il primo nel 1999 e un secondo nel 2003 – con il fine di coordinare le azioni per la promozione all’estero del sistema economico lombardo in raccordo con gli indirizzi generali per la promozione del “sistema Italia”, consentendo l’utilizzo sinergico di risorse finanziarie pubbliche (nazionali e regionali) e private.
In questo contesto è stata attivata la Rete lombarda per l’internazionalizzazione, costituita da una serie di punti operativi, chiamati LombardiaPoint, all’estero (in tutti i continenti con l’esclusione dell’Oceania) e in un secondo momento sul territorio nazionale. Si tratta di uno strumento nuovo che mentre assicura una presenza visibile e continua del modello lombardo nelle aree geografiche più strategiche, offre un supporto concreto a tutte quelle aziende che intendono affacciarsi o rinforzare il loro ruolo sul mercato internazionale.
È stato inoltre attivato il Tavolo regionale per lo sviluppo dell’internazionalizzazione, espressione della rappresentanza degli interessi organizzati presenti in Lombardia attivamente presenti sui temi dell’internazionalizzazione per il cui funzionamento sono stati previsti tre momenti di lavoro: il Forum, la Segreteria tecnica e una Task force di progetto.
Accanto a questo momento di raccordo strategico e operativo – coerente con le scelte di governance già attuate dalla Regione in tema di sviluppo economico – si è provveduto a razionalizzare l’intervento regionale a supporto dell’internazionalizzazione unificando, in un unico provvedimento amministrativo, i criteri attuativi della normativa regionale di settore attualmente vigente in materia, nell’attesa dell’emanazione del Testo Unico in materia di commercio estero che dovrebbe contenere le linee generali di indirizzo e coordinamento così come previsto dalla modifica al Titolo V della Costituzione.
Questa variegata attività di governance del sistema si salda in modo molto netto con la seconda linea di politica, quella dedicata all’irrobustimento del ruolo internazionale della Regione.
È proprio questa seconda declinazione delle politiche per l’internazionalizzazione che connota fortemente il decennio sotto osservazione fino a farne un tratto caratteristico e fortemente originale del “modello lombardo”. Questo ruolo è stato notevolmente potenziato su almeno due fronti:
a) la rappresentazione del sistema regionale a livello europeo, anche attraverso la costruzione di reti stabili tra regioni, dalla pionieristica “Arge Alp”, all’Associazione dei “Quattro motori”, fino al più recente “Club delle regioni”; b) il ruolo di ambasciatrice e apripista della Regione Lombardia in una molteplicità di contatti bilaterali con altre Regioni e persino stati esteri (oltre 30 protocolli di collaborazione)7.
Da ultimo8, nel 2002, è nato il “Club delle regioni”9 quale rete interregionale europea aperta e flessibile nella prospettiva della promozione della coesione territoriale e della crescita della nuova Europa allargata. Una novità di grande rilevanza connessa a tale rete di regioni europee è il contratto tripartito10 – che coinvolge cioè la Commissione Europea, lo Stato e la Regione – sancito dalla Commissione europea e che rappresenta un ribaltamento della prospettiva top-down ancora largamente prevalente nelle azioni di policy: dalla UE agli Stati membri e da questi alle proprie articolazioni regionali.
Un primo esperimento, di grande valenza di contenuto oltre che simbolica, è il contratto che verrà attivato sulla mobilità sostenibile nell’area metropolitana milanese che ha per obiettivo una forma di governance della mobilità in cui la Regione svolge un ruolo di sintesi interistituzionale.
Il secondo fronte richiamato è quello della Regione ambasciatrice del proprio sistema economico istituzionale. Con circa 90 Paesi rappresentati il Corpo consolare di Milano è il secondo al mondo in una città non capitale dopo quello di New York. La visita alla Presidenza del governo regionale lombardo degli ambasciatori dei maggiori Paesi accreditati presso la Repubblica Italiana nonché delle delegazioni ministeriali straniere che vengono in forma ufficiale nel nostro Paese è una prassi da tempo consolidata.
La Regione nelle due ultime legislature ha sviluppato e accelerato il processo di accreditamento presso governi regionali e municipali stranieri attraverso protocolli di cooperazione economico-commerciale, oltre trenta a partire da quello storico con la municipalità di Tianjin (Pechino) nel 1985. Questa intensa attività “diplomatica”si salda profondamente con la terza linea di politica, la più recente, non ancora compiutamente sviluppata ma certamente da potenziare ulteriormente in futuro. Il tema del marketing territoriale, sebbene affrontato a più riprese nel dibattito interno ed esterno all’amministrazione, ma non ha ancora trovato una sua modalità attuativa condivisa.
5 Si confrontino i Cap. 4 (Garofoli) e 5 (Malerba) nel presente volume. Quasi il 43% degli IDE in entrata si concentra in regione Lombardia e il 35% di quelli in uscita (dati medi trimestrali di fine periodo).
6 Mutinelli Marco (1997), Le piccole multinazionali italiane. Edizioni SEAT, Torino.
7 Sul primo fronte occorre ricordare che la Lombardia ha svolto un ruolo pionieristico quale membro fondatore di Arge Alp nel 1972 e di Alpe Adria nel 1978, le due “Comunità di lavoro” dell’arco alpino con cui per la prima volta alcune Regioni europee hanno cominciato ad operare al di fuori dei confini dei propri Stati di appartenenza.
Dieci anni dopo, nel 1988, la Lombardia ha creato – a fianco della Cataluña, del Rhône Alp, e del Baden-Württemberg – l’Associazione dei Quattro Motori per l’Europa volta a dare un peso politico in sede europea alle quattro più forti regioni del Sudovest dell’Europa. Oltre ad una serie di tavoli di lavoro, di progetti di cooperazione per le proprie imprese ed istituzioni e di scambio di “buone pratiche” in differenti settori, tale Associazione si è spinta oltre, in anni recenti, realizzando, ad esempio, un’importante missione congiunta in Cina a rappresentare cioè una possibilità di ponte tra alcune regioni cinesi e l’Europa, intessendo accordi di cooperazione e sostegno dello sviluppo e progetti interregionali.
8Nel giugno 1995 la Lombardia partecipò anche alla fondazione del “arco Sud europeo”, un gruppo di diciassette Regioni, dal Portogallo alla Romania, interessate allo sviluppo delle infrastrutture di trasporto est/ovest dell’Europa mediterranea e danubiana.
9 Convenute a Bellagio il 15/16 luglio 2002 i lavori della Conferenza di Regioni europee si è conclusa con l’adozione di una dichiarazione che istituisce il “Club delle regioni”, a cui partecipano: Lombardia, Piemonte, Veneto, Puglia, Rhône Alp, Ilê de France, Canton Ticino e Canton San Gallo, Cataluña, Baden Württemberg, Assia, Boemia centrale, Regione centrale Ungherese, e Västra Götaland.
10 Nel luglio 2002 il “Club delle Regioni”, incontrando il Presidente Prodi, chiedeva un segnale forte di apertura dell’Europa verso le regioni. La Commissione rispondeva nel dicembre 2002 a tale richiesta dando ufficialmente avvio ai contratti e alle convenzioni tripartite.
Si possono identificare tre obiettivi che accompagnano il percorso dell’apertura e della globalizzazione: politiche di aiuto alla promozione all’estero, dirette alle imprese; politiche volte al potenziamento del ruolo internazionale della Regione irrobustendone il ruolo di “ambasciatrice” del sistema e delle istituzioni; politiche di attrazione degli investimenti diretti esteri e di promozione del territorio lombardo (marketing territoriale).
È importante anche cogliere una progressione che porta dal primo al terzo obiettivo: è un percorso che si fa più complesso per meglio seguire e accompagnare il sistema lombardo nella competizione globale.
Significativo è risultato il supporto al presidio dei mercati esteri anche attraverso l’accesso PISL e delle camere di commercio e, più recentemente, con l’attivazione della Rete dei Lombardia Point esteri – sui quali si tornerà qui oltre –, in progetti spesso co-finanziati dal bilancio regionale.
In particolare, la Regione ha assunto un ruolo di catalizzatore per il network già operativo delle camere di commercio, valorizzandone la struttura e le finalità, e avvalendosi del know how maturato negli anni Ottanta e Novanta nel supporto alle istanze del tessuto imprenditoriale. Soprattutto per quanto riguarda i processi di internazionalizzazione e in un quadro di partnership strategica, le camere di commercio hanno sviluppato la capacità di canalizzare in senso operativo e tecnico la domanda da parte delle imprese verso il supporto istituzionale e strutturale fornito dalla Regione.

A fine 2003 il bilancio complessivo delle risorse regionali dedicate a questi interventi diretti è di circa 160 milioni di euro, per un totale di oltre 4.000 azioni finanziate, a beneficio delle imprese e dei loro consorzi, delle associazioni imprenditoriali, del sistema delle camere di commercio, dei punti operativi della Regione (LombardiaPoint) e dunque, in molti casi, con un effetto moltiplicativo sul numero di singole realtà aziendali coinvolte.
Ugualmente significativa in tema di internazionalizzazione è stata la partecipazione ai numerosi progetti europei (si confronti a questo proposito il Cap. 15, specificamente dedicato alle politiche per l’innovazione), che ha facilitato agli imprenditori lombardi il mettersi in relazione e l’attivare collaborazioni con loro colleghi europei anche oltre e al di là dei singoli progetti.
A queste azioni dirette sul sistema delle imprese si è affiancato un importante lavoro di coordinamento delle politiche e degli interventi i cui risultati, in parte già visibili, manifesteranno le proprie ricadute positive negli anni a venire.
Tale lavoro si è esplicitato sviluppando momenti di coordinamento con i soggetti esterni sia a livello locale che con il Ministero delle attività produttive, razionalizzando gli interventi a legislazione vigente (in attesa dell’emanazione della normativa nazionale di riferimento prevista dalla modifica del Titolo V della Costituzione), promuovendo il raccordo con il sistema bancario/finanziario nonché con le istituzioni finanziarie internazionali.
Sono stati attuati due Accordi di programma con l’ex Mincomes – il primo nel 1999 e un secondo nel 2003 – con il fine di coordinare le azioni per la promozione all’estero del sistema economico lombardo in raccordo con gli indirizzi generali per la promozione del “sistema Italia”, consentendo l’utilizzo sinergico di risorse finanziarie pubbliche (nazionali e regionali) e private.
In questo contesto è stata attivata la Rete lombarda per l’internazionalizzazione, costituita da una serie di punti operativi, chiamati LombardiaPoint, all’estero (in tutti i continenti con l’esclusione dell’Oceania) e in un secondo momento sul territorio nazionale. Si tratta di uno strumento nuovo che mentre assicura una presenza visibile e continua del modello lombardo nelle aree geografiche più strategiche, offre un supporto concreto a tutte quelle aziende che intendono affacciarsi o rinforzare il loro ruolo sul mercato internazionale.
È stato inoltre attivato il Tavolo regionale per lo sviluppo dell’internazionalizzazione, espressione della rappresentanza degli interessi organizzati presenti in Lombardia attivamente presenti sui temi dell’internazionalizzazione per il cui funzionamento sono stati previsti tre momenti di lavoro: il Forum, la Segreteria tecnica e una Task force di progetto.
Accanto a questo momento di raccordo strategico e operativo – coerente con le scelte di governance già attuate dalla Regione in tema di sviluppo economico – si è provveduto a razionalizzare l’intervento regionale a supporto dell’internazionalizzazione unificando, in un unico provvedimento amministrativo, i criteri attuativi della normativa regionale di settore attualmente vigente in materia, nell’attesa dell’emanazione del Testo Unico in materia di commercio estero che dovrebbe contenere le linee generali di indirizzo e coordinamento così come previsto dalla modifica al Titolo V della Costituzione.
Questa variegata attività di governance del sistema si salda in modo molto netto con la seconda linea di politica, quella dedicata all’irrobustimento del ruolo internazionale della Regione.
È proprio questa seconda declinazione delle politiche per l’internazionalizzazione che connota fortemente il decennio sotto osservazione fino a farne un tratto caratteristico e fortemente originale del “modello lombardo”. Questo ruolo è stato notevolmente potenziato su almeno due fronti:
a) la rappresentazione del sistema regionale a livello europeo, anche attraverso la costruzione di reti stabili tra regioni, dalla pionieristica “Arge Alp”, all’Associazione dei “Quattro motori”, fino al più recente “Club delle regioni”; b) il ruolo di ambasciatrice e apripista della Regione Lombardia in una molteplicità di contatti bilaterali con altre Regioni e persino stati esteri (oltre 30 protocolli di collaborazione)7.
Da ultimo8, nel 2002, è nato il “Club delle regioni”9 quale rete interregionale europea aperta e flessibile nella prospettiva della promozione della coesione territoriale e della crescita della nuova Europa allargata. Una novità di grande rilevanza connessa a tale rete di regioni europee è il contratto tripartito10 – che coinvolge cioè la Commissione Europea, lo Stato e la Regione – sancito dalla Commissione europea e che rappresenta un ribaltamento della prospettiva top-down ancora largamente prevalente nelle azioni di policy: dalla UE agli Stati membri e da questi alle proprie articolazioni regionali.
Un primo esperimento, di grande valenza di contenuto oltre che simbolica, è il contratto che verrà attivato sulla mobilità sostenibile nell’area metropolitana milanese che ha per obiettivo una forma di governance della mobilità in cui la Regione svolge un ruolo di sintesi interistituzionale.
Il secondo fronte richiamato è quello della Regione ambasciatrice del proprio sistema economico istituzionale. Con circa 90 Paesi rappresentati il Corpo consolare di Milano è il secondo al mondo in una città non capitale dopo quello di New York. La visita alla Presidenza del governo regionale lombardo degli ambasciatori dei maggiori Paesi accreditati presso la Repubblica Italiana nonché delle delegazioni ministeriali straniere che vengono in forma ufficiale nel nostro Paese è una prassi da tempo consolidata.
La Regione nelle due ultime legislature ha sviluppato e accelerato il processo di accreditamento presso governi regionali e municipali stranieri attraverso protocolli di cooperazione economico-commerciale, oltre trenta a partire da quello storico con la municipalità di Tianjin (Pechino) nel 1985. Questa intensa attività “diplomatica”si salda profondamente con la terza linea di politica, la più recente, non ancora compiutamente sviluppata ma certamente da potenziare ulteriormente in futuro. Il tema del marketing territoriale, sebbene affrontato a più riprese nel dibattito interno ed esterno all’amministrazione, ma non ha ancora trovato una sua modalità attuativa condivisa.
5 Si confrontino i Cap. 4 (Garofoli) e 5 (Malerba) nel presente volume. Quasi il 43% degli IDE in entrata si concentra in regione Lombardia e il 35% di quelli in uscita (dati medi trimestrali di fine periodo).
6 Mutinelli Marco (1997), Le piccole multinazionali italiane. Edizioni SEAT, Torino.
7 Sul primo fronte occorre ricordare che la Lombardia ha svolto un ruolo pionieristico quale membro fondatore di Arge Alp nel 1972 e di Alpe Adria nel 1978, le due “Comunità di lavoro” dell’arco alpino con cui per la prima volta alcune Regioni europee hanno cominciato ad operare al di fuori dei confini dei propri Stati di appartenenza.
Dieci anni dopo, nel 1988, la Lombardia ha creato – a fianco della Cataluña, del Rhône Alp, e del Baden-Württemberg – l’Associazione dei Quattro Motori per l’Europa volta a dare un peso politico in sede europea alle quattro più forti regioni del Sudovest dell’Europa. Oltre ad una serie di tavoli di lavoro, di progetti di cooperazione per le proprie imprese ed istituzioni e di scambio di “buone pratiche” in differenti settori, tale Associazione si è spinta oltre, in anni recenti, realizzando, ad esempio, un’importante missione congiunta in Cina a rappresentare cioè una possibilità di ponte tra alcune regioni cinesi e l’Europa, intessendo accordi di cooperazione e sostegno dello sviluppo e progetti interregionali.
8Nel giugno 1995 la Lombardia partecipò anche alla fondazione del “arco Sud europeo”, un gruppo di diciassette Regioni, dal Portogallo alla Romania, interessate allo sviluppo delle infrastrutture di trasporto est/ovest dell’Europa mediterranea e danubiana.
9 Convenute a Bellagio il 15/16 luglio 2002 i lavori della Conferenza di Regioni europee si è conclusa con l’adozione di una dichiarazione che istituisce il “Club delle regioni”, a cui partecipano: Lombardia, Piemonte, Veneto, Puglia, Rhône Alp, Ilê de France, Canton Ticino e Canton San Gallo, Cataluña, Baden Württemberg, Assia, Boemia centrale, Regione centrale Ungherese, e Västra Götaland.
10 Nel luglio 2002 il “Club delle Regioni”, incontrando il Presidente Prodi, chiedeva un segnale forte di apertura dell’Europa verso le regioni. La Commissione rispondeva nel dicembre 2002 a tale richiesta dando ufficialmente avvio ai contratti e alle convenzioni tripartite.
13.5 - Le politiche per il comparto commerciale
Il settore commerciale riveste una particolare centralità nel sistema
economico per il ruolo di raccordo che svolge tra il mondo della
produzione e il mondo del consumo. La complessità di tale ruolo fa sì
che il commercio eserciti un’influenza che va ben oltre la sua
dimensione economica: esso ha infatti impatti decisivi:
Da qui l’urgenza di garantire un equilibrio al comparto, mai dato una volta per tutte, soprattutto in un contesto in cui le politiche per il commercio hanno abbandonato l’approccio “vincolistico” per abbracciarne uno di indirizzo e sostegno esterno. Si comprende, dunque, come – accanto alla modernizzazione del settore e all’equilibrio tra le differenti forme distributive – gli interventi per conservare un’idonea presenza di strutture commerciali all’interno degli abitati, per qualificare il servizio di prossimità (negozi di vicinato), per valorizzare l’offerta dei centri storici quali “centri commerciali naturali”, rappresentino altrettante priorità nelle nuove politiche di settore che anche la Regione ha attivato negli anni recenti.
Il comparto commerciale è stato infatti soggetto a modificazioni molto profonde negli anni recenti sotto la spinta dell’azione incrociata di:
Nelle politiche di indirizzo e di accompagnamento del settore la storia recente parte con la riforma del d. lgs. 114/1998, noto come decreto Bersani11, che ha rappresentato uno scossone certamente benefico per il comparto e ha trovato attuazione in Regione attraverso la l.r. 14/1999 che ha definito nuove modalità di programmazione regionale e locale valorizzando gli aspetti di carattere liberalizzatorio e semplificatorio del provvedimento statale (legge applicata attraverso i regolamenti regionali n. 3/2000 e n. 9/2001).
Una conseguenza importante di questa innovazione legislativa è stata la crescita significativa della rete distributiva lombarda della GDO, fino a portare la dotazione regionale su livelli comparabili o superiori a quelli di altre regioni avanzate europee.
Nel biennio 2001–2002, attraverso apposite Conferenze di servizio (in raccordo cioè con le province e i comuni interessati), vengono complessivamente autorizzati oltre 130 insediamenti di GDO per una superficie complessiva di circa 475 mila metri quadrati di vendita12. A fine 2003 il cittadino lombardo dispone così di 190 mq13 (ogni 1.000 abitanti) di grande distribuzione rispetto a una media nazionale di 110 mq.
Ogni 1.000 mq aggiuntivi di GDO implicano però la chiusura di un numero di negozi di vicinato compreso tra i 20 e i 25 (Bramanti, 2000) e i risultati non si sono fatti attendere: solo tra il 2000 e il 2002 i piccoli negozi lombardi sono diminuiti di circa 3.500 unità, pari al 4,4% e anche la media distribuzione ha in parte sofferto.

È dunque aperto un dibattito sul grado di equilibrio di questo sviluppo e sul (giusto) mix delle differenti forme distributive e della loro distribuzione territoriale, risultando chiaro che la semplice corsa verso le medie europee (mq di GDO ogni 1.000 abitanti) non può essere automaticamente valutata positivamente.
La riforma del Titolo V della Costituzione, dando alla Regione la competenza esclusiva in materia di “commercio, fiere e mercati” apre un’ulteriore fase anche nelle politiche commerciali, tutt’ora in corso.
Assicurato l’ammodernamento del comparto con una forte spinta verso la rapida diffusione della GDO, nella seconda legislatura (2000-2005) la politica lombarda si è indirizzata più direttamente verso le altre componenti del mix sopra richiamato. Innanzitutto, con la l.r. 13/2000 più direttamente indirizzata all’ammodernamento delle piccole imprese commerciali, offrendo un supporto agli operatori del settore. In secondo luogo, con la l.r. 15/2002 che aggiorna gli strumenti della programmazione regionale anche alla luce delle carenze riscontrate in sede di prima applicazione (l.r. 14/1999) con specifico riferimento alla sua capacità di orientamento delle politiche localizzative e di controllo degli impatti generali.
Interessa qui sottolineare particolarmente il supporto agli imprenditori commerciali sia con il programma di finanziamenti previsto dalla l.r. 13/2000, sia con il nuovo Piano integrato di intervento per il commercio (PIC) definito nel novembre 2003 e ora in fase di attuazione, che introduce il Programma locale di intervento (PLI) in cui valorizzare le indispensabili convergenze tra l’impegno progettuale dell’ente locale (comune) e degli operatori commerciali interessati al rinnovamento dei propri esercizi. Gli oltre 300 PLI presentati, con una disponibilità finanziaria di 75 milioni di euro sono una chiara testimonianza dell’interesse suscitato dallo strumento.
Più recentemente la politica regionale si è mossa dotandosi di un programma triennale (2002-2005) per lo sviluppo del settore commerciale che, riconoscendone la rilevanza e la molteplicità di funzioni ad esso attribuite, identifica alcuni obiettivi generali verso cui tendere:
Il grado di equilibrio interno al comparto commerciale (tra le diverse forme distributive) viene così assunto come punto di partenza dal Piano triennale per essere preservato e migliorato qualitativamente, offrendo anche alcune risposte puntuali a specifiche situazioni di criticità locali che sono emerse.
È significativa, ad esempio, l’approvazione (nella VII Commissione Consiliare) del programma triennale 2004-2006 degli interventi a sostegno dei piccoli negozi. Esso prevede risorse per circa 42 milioni di euro – utilizzabili per finanziare l’acquisto di locali, il loro ammodernamento, l’adeguamento igienico delle aree per mercati, i progetti di sicurezza per i negozi, ecc. – offrendo complessivamente un supporto contro la possibile “desertificazione” commerciale dei centri urbani.
Significativo richiamare in chiusura anche gli interventi più recenti in tema di tutela dei consumatori, tema venuto più prepotentemente alla ribalta a seguito dell’aumento dei prezzi al consumo (anche a seguito dell’introduzione dell’euro) ma anche, e più positivamente, per l’accresciuta attenzione dei consumatori stessi verso la qualità dei beni e dei servizi disponibili sul mercato14. Tra le iniziative derivanti dall’applicazione della nuova l.r. 6/2003, per partecipazione riscontrata e rilievo complessivo, è significativo richiamare la “Borsa della spesa”, un programma che prevede il blocco dei prezzi di oltre 50 mila prodotti negli esercizi commerciali lombardi.
11 Il decreto Bersani ha innovato radicalmente l’atteggiamento del settore pubblico nei confronti del sistema distributivo. Nel nuovo testo prevale la libertà di impresa e il pluralismo tra le tipologie distributive. Spariscono le tabelle merceologiche, permanendo la sola distinzione tra comparto alimentare e non alimentare, e vengono identificate tre tipologie di punti di vendita: strutture di vicinato, medie e grandi strutture.
12 Nell’ultimo quadriennio vengono rilasciate autorizzazioni per oltre 750 mila mq, portando a oltre 2,8 milioni di mq la superficie complessiva di vendita della GDO lombarda.
13 Alcuni valori di confronto sono i seguenti: Ilê de France 313 mq; Rhône Alpes 191 mq; Cataluña 172 mq; London 158 mq; Bayern 78 mq.
14 Attenzione viene offerta dalla nuova normativa regionale anche al tema della sicurezza alimentare – in raccordo con altre Direzioni regionali – così come a quello della disciplina delle vendite straordinarie.
- sul piano sociale, garantendo (o meno) un servizio fondamentale a tutti i cittadini;
- sul piano territoriale, generando nuove polarizzazioni e flussi di traffico consistenti;
- sul piano della qualità della vita, offrendo un certo presidio del territorio e la qualità dei contesti urbani.
Da qui l’urgenza di garantire un equilibrio al comparto, mai dato una volta per tutte, soprattutto in un contesto in cui le politiche per il commercio hanno abbandonato l’approccio “vincolistico” per abbracciarne uno di indirizzo e sostegno esterno. Si comprende, dunque, come – accanto alla modernizzazione del settore e all’equilibrio tra le differenti forme distributive – gli interventi per conservare un’idonea presenza di strutture commerciali all’interno degli abitati, per qualificare il servizio di prossimità (negozi di vicinato), per valorizzare l’offerta dei centri storici quali “centri commerciali naturali”, rappresentino altrettante priorità nelle nuove politiche di settore che anche la Regione ha attivato negli anni recenti.
Il comparto commerciale è stato infatti soggetto a modificazioni molto profonde negli anni recenti sotto la spinta dell’azione incrociata di:
- nuovi modelli di domanda da parte dei consumatori;
- concentrazioni distributive e modificazioni dei format commerciali;
- cambiamenti legislativi che hanno inciso sul regime autorizzativo delle attività commerciali liberalizzandone progressivamente l’accesso.
Nelle politiche di indirizzo e di accompagnamento del settore la storia recente parte con la riforma del d. lgs. 114/1998, noto come decreto Bersani11, che ha rappresentato uno scossone certamente benefico per il comparto e ha trovato attuazione in Regione attraverso la l.r. 14/1999 che ha definito nuove modalità di programmazione regionale e locale valorizzando gli aspetti di carattere liberalizzatorio e semplificatorio del provvedimento statale (legge applicata attraverso i regolamenti regionali n. 3/2000 e n. 9/2001).
Una conseguenza importante di questa innovazione legislativa è stata la crescita significativa della rete distributiva lombarda della GDO, fino a portare la dotazione regionale su livelli comparabili o superiori a quelli di altre regioni avanzate europee.
Nel biennio 2001–2002, attraverso apposite Conferenze di servizio (in raccordo cioè con le province e i comuni interessati), vengono complessivamente autorizzati oltre 130 insediamenti di GDO per una superficie complessiva di circa 475 mila metri quadrati di vendita12. A fine 2003 il cittadino lombardo dispone così di 190 mq13 (ogni 1.000 abitanti) di grande distribuzione rispetto a una media nazionale di 110 mq.
Ogni 1.000 mq aggiuntivi di GDO implicano però la chiusura di un numero di negozi di vicinato compreso tra i 20 e i 25 (Bramanti, 2000) e i risultati non si sono fatti attendere: solo tra il 2000 e il 2002 i piccoli negozi lombardi sono diminuiti di circa 3.500 unità, pari al 4,4% e anche la media distribuzione ha in parte sofferto.

È dunque aperto un dibattito sul grado di equilibrio di questo sviluppo e sul (giusto) mix delle differenti forme distributive e della loro distribuzione territoriale, risultando chiaro che la semplice corsa verso le medie europee (mq di GDO ogni 1.000 abitanti) non può essere automaticamente valutata positivamente.
La riforma del Titolo V della Costituzione, dando alla Regione la competenza esclusiva in materia di “commercio, fiere e mercati” apre un’ulteriore fase anche nelle politiche commerciali, tutt’ora in corso.
Assicurato l’ammodernamento del comparto con una forte spinta verso la rapida diffusione della GDO, nella seconda legislatura (2000-2005) la politica lombarda si è indirizzata più direttamente verso le altre componenti del mix sopra richiamato. Innanzitutto, con la l.r. 13/2000 più direttamente indirizzata all’ammodernamento delle piccole imprese commerciali, offrendo un supporto agli operatori del settore. In secondo luogo, con la l.r. 15/2002 che aggiorna gli strumenti della programmazione regionale anche alla luce delle carenze riscontrate in sede di prima applicazione (l.r. 14/1999) con specifico riferimento alla sua capacità di orientamento delle politiche localizzative e di controllo degli impatti generali.
Interessa qui sottolineare particolarmente il supporto agli imprenditori commerciali sia con il programma di finanziamenti previsto dalla l.r. 13/2000, sia con il nuovo Piano integrato di intervento per il commercio (PIC) definito nel novembre 2003 e ora in fase di attuazione, che introduce il Programma locale di intervento (PLI) in cui valorizzare le indispensabili convergenze tra l’impegno progettuale dell’ente locale (comune) e degli operatori commerciali interessati al rinnovamento dei propri esercizi. Gli oltre 300 PLI presentati, con una disponibilità finanziaria di 75 milioni di euro sono una chiara testimonianza dell’interesse suscitato dallo strumento.
Più recentemente la politica regionale si è mossa dotandosi di un programma triennale (2002-2005) per lo sviluppo del settore commerciale che, riconoscendone la rilevanza e la molteplicità di funzioni ad esso attribuite, identifica alcuni obiettivi generali verso cui tendere:
- l’ammodernamento e la riqualificazione del sistema regionale nel suo complesso e dei suoi specifici sottoinsiemi territoriali;
- l’integrazione tra le politiche di sviluppo commerciale e le politiche territoriali e ambientali;
- l’equilibrata dotazione dei servizi commerciali nel territorio e negli abitati;
- la valorizzazione della dimensione sociale delle attività commerciali;
- l’innovazione e lo sviluppo dell’e-commerce;
- lo sviluppo della conoscenza nel settore commerciale.
Il grado di equilibrio interno al comparto commerciale (tra le diverse forme distributive) viene così assunto come punto di partenza dal Piano triennale per essere preservato e migliorato qualitativamente, offrendo anche alcune risposte puntuali a specifiche situazioni di criticità locali che sono emerse.
È significativa, ad esempio, l’approvazione (nella VII Commissione Consiliare) del programma triennale 2004-2006 degli interventi a sostegno dei piccoli negozi. Esso prevede risorse per circa 42 milioni di euro – utilizzabili per finanziare l’acquisto di locali, il loro ammodernamento, l’adeguamento igienico delle aree per mercati, i progetti di sicurezza per i negozi, ecc. – offrendo complessivamente un supporto contro la possibile “desertificazione” commerciale dei centri urbani.
Significativo richiamare in chiusura anche gli interventi più recenti in tema di tutela dei consumatori, tema venuto più prepotentemente alla ribalta a seguito dell’aumento dei prezzi al consumo (anche a seguito dell’introduzione dell’euro) ma anche, e più positivamente, per l’accresciuta attenzione dei consumatori stessi verso la qualità dei beni e dei servizi disponibili sul mercato14. Tra le iniziative derivanti dall’applicazione della nuova l.r. 6/2003, per partecipazione riscontrata e rilievo complessivo, è significativo richiamare la “Borsa della spesa”, un programma che prevede il blocco dei prezzi di oltre 50 mila prodotti negli esercizi commerciali lombardi.
11 Il decreto Bersani ha innovato radicalmente l’atteggiamento del settore pubblico nei confronti del sistema distributivo. Nel nuovo testo prevale la libertà di impresa e il pluralismo tra le tipologie distributive. Spariscono le tabelle merceologiche, permanendo la sola distinzione tra comparto alimentare e non alimentare, e vengono identificate tre tipologie di punti di vendita: strutture di vicinato, medie e grandi strutture.
12 Nell’ultimo quadriennio vengono rilasciate autorizzazioni per oltre 750 mila mq, portando a oltre 2,8 milioni di mq la superficie complessiva di vendita della GDO lombarda.
13 Alcuni valori di confronto sono i seguenti: Ilê de France 313 mq; Rhône Alpes 191 mq; Cataluña 172 mq; London 158 mq; Bayern 78 mq.
14 Attenzione viene offerta dalla nuova normativa regionale anche al tema della sicurezza alimentare – in raccordo con altre Direzioni regionali – così come a quello della disciplina delle vendite straordinarie.