Federico Rappelli
Capitolo 7 - Lavoro, formazione, istruzione. Il mercato del lavoro in Lombardia
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/economica/I/rappelli
Il contributo prende in esame l’evoluzione dell’offerta e della domanda di lavoro in Lombardia in relazione al livello di istruzione. Successivamente evidenzia il processo di integrazione della formazione professionale tra gli strumenti di qualificazione della forza lavoro e di costruzione di una società fondata sulla conoscenza.
Una analisi dei dati delle forze lavoro in Lombardia, nel periodo 1993-2001, mostra due fenomeni interessanti e complementari; a fronte di un aumento degli occupati del 7%, la proporzione di occupati con livelli di istruzione medio alti (dal diploma di maturità alla laurea/dottorato) passa dal 31,8% al 44% (ISTAT, indagini forze lavoro). Questo aumento corrisponde a una diminuzione sensibile delle persone occupate senza un titolo di studio o con la sola licenza elementare. Al contrario tra le non forze lavoro cresce la proporzione di coloro che hanno titoli di studio medio bassi. Nello stesso periodo le persone in cerca di occupazione calano in Lombardia di oltre un terzo.
Se in fatto di tasso di disoccupazione la Lombardia si dimostra al di sotto non solo della media nazionale, ma anche di quella europea, il tasso di attività, pur essendo cresciuto nel tempo, non ha colmato il gap che lo separa dalla media dei paesi europei (Tab. 7.1).
La ragione di tali disparità è da ricercare soprattutto nelle condizioni dell’offerta, influenzata da atteggiamenti culturali radicati, e da una struttura sociale che non favorisce la partecipazione femminile. Su questo punto il divario con l’Europa continua a essere ampio; nel 2003, infatti, il tasso di attività femminile in Lombardia era del 42,6 % contro il 48,1% europeo.
Il sistema Excelsior permette di esaminare l’evoluzione della domanda di lavoro potenziale tra il 1997 (anno nel quale si prevedono le assunzioni per il 1998-99) e il 2004 (con le previsioni per l’anno dopo) in termini di qualità delle risorse umane.
Nelle previsioni per il biennio 98/99, il titolo universitario era richiesto dalle imprese in 11,4 casi su 100, il diploma nel 27,7% dei casi, la qualifica professionale in un ulteriore 17,0% delle assunzioni previste e, infine, la licenza media per il restante 43,9%. Già l’anno successivo (previsioni per il biennio 1999-2000) le richieste di titoli bassi calano, così come le richieste di laureati, mentre l’attenzione sembra concentrarsi sulle figure a qualifica intermedia. Il trend, seppure in modo non sempre così netto, si conferma anche per gli anni a venire, con diverse variazioni all’interno della domanda di lavoro per settori e, soprattutto, per classi dimensionali delle imprese che manifestano l’intenzione di assumere. Sino ad arrivare a una distribuzione della domanda di lavoro che vede una netta crescita delle richieste di diplomati (33,1 %) e di persone con istruzione o qualifica di formazione professionale (21,3 %) a discapito dei soggetti con sola licenza media, la cui richiesta nel 2004 era pari al 33,9 % del totale, dieci punti percentuali in meno rispetto al 1997.
L’evoluzione dell’offerta di lavoro (e della popolazione più complessivamente) e la trasformazione (seppur nelle attese e ipotesi) della domanda di lavoro sembrano essere andate, in Lombardia, nella medesima direzione.
La crescita di titoli di studio superiori fa pensare a una svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta, coincidente con una economia che si terziarizza e si prepara sempre di più a competere spostandosi da mercati cosiddetti “maturi” e a basso contenuto tecnologico e conoscitivo verso mercati più strategici, ma che richiedono anche una composizione della forza lavoro maggiormente istruita.
Un ulteriore riflesso di quanto detto si può poi rintracciare nella relazione tra livello di istruzione e durata della ricerca di occupazione. Infatti, i dati dell’ISTAT relativi alla durata media della ricerca per titolo di studio in Lombardia tra il 1993 e il 2002 mostrano come il possesso di un livello di istruzione più elevato consenta un inserimento più rapido nel mercato del lavoro; non solo, chi possiede un titolo di studio elevato (per esempio la laurea) ha anche maggiori chance di trovare lavoro.
La Lombardia si configura come una regione ad alto tasso di partecipazione ai livelli di istruzione che potremmo definire “istituzionali”. Contemporaneamente, però, rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che il sistema economico, la globalizzazione, l’introduzione delle nuove tecnologie pongono ai lavoratori attuali e futuri.
In Lombardia, la concezione dell’istruzione e dell’educazione è stata vissuta in modo molto forte come parte della crescita dell’individuo all’interno della società e non come mero strumento di conseguimento di un titolo di studio. Questo atteggiamento si riflette nella scelta di prendere in considerazione, già in sede di produzione normativa e di programmazione delle attività formative, la domanda di lavoro e dei mutamenti nella realtà economica locale.
In tale prospettiva la formazione professionale (FP), prima considerata come una scelta di ripiego, negli ultimi anni ha acquisito una valenza diversa. Tre fattori hanno contribuito e stanno contribuendo a vario titolo a questo risultato:
- la formazione professionale (FP) è diventata strategica per rispondere in modo continuativo e flessibile alla necessità di adattamento della forza lavoro ai cambiamenti del mercato e dell’economia. In sostanza, la FP non è più un canale con una sola entrata e una sola uscita, con l’ingresso collocato in corrispondenza dei fallimenti scolastici, ma è diventato un parco aperto, nel quale gli individui possono cogliere opportunità formative in modo differenziato;
- il processo di allargamento dell’offerta e di accreditamento degli operatori ha messo sul mercato una gamma di percorsi formativi che ben fronteggia la domanda e che, ancorché precederla come accadeva un tempo, la segue e la soddisfa. Il principio dell’accreditamento, che pure ha necessità di essere rivisto e depurato di alcuni eccessi, è stato in questo senso un vero e proprio motore primo, consentendo a nuove risorse di entrare in gioco;
- la formazione professionale è così uscita da un circolo di autoreferenzialità connettendosi in modo forte con il mercato del lavoro, anche attraverso la contaminazione con l’orientamento (scolastico e lavorativo), l’accompagnamento al lavoro e altre forme di scambio e integrazione con la realtà del mercato del lavoro.
L’istruzione si viene quindi a trovare, in Lombardia, in una condizione particolare: se, da un lato, può conservare (anche se, nel caso dell’istruzione tecnica, in modo relativo) una valenza educativa più ampia, si trova comunque a fare i conti con una formazione professionale che non può certamente più essere assimilata alla visione che se ne aveva soltanto dieci anni fa. Senza qui prendere in esame i meccanismi previsti dalla riforma Moratti e che dovrebbero congiungere (via passerelle, esami di congiunzione, anni di completamento e via dicendo) i due mondi, certamente si può dire che anche il mondo dell’istruzione può vivere una nuova stagione, in parte già sperimentata in Lombardia. In particolare, va sottolineata la possibilità di “ascoltare” il territorio, prestando quindi attenzione direttamente a quelle che sono le domande, di conoscenza e di formazione, che da lì provengono, anche attraverso strumenti come gli stage aziendali per studenti del secondo ciclo, l’alternanza scuola lavoro, il nuovo apprendistato previsto della legge Biagi, proseguendo e ampliando l’esperienza positiva dei tirocini.
Contemporaneamente, la valenza educativa di quel canale può arricchire il sistema formativo (nella prevista integrazione di istruzione e di formazione professionale in un unico percorso) anche se permane il rischio di un trascinamento dell’intero sistema in una direzione di “de-professionalizzazione”.
Il mercato del lavoro lombardo ha subito, specialmente negli ultimi anni, una sensibile trasformazione, derivata in parte dall’attività normativa e regolamentare a livello nazionale e regionale, ma anche dalla trasformazione della società lombarda e della sua economia. In particolare è cresciuta la proporzione di occupati con livelli di istruzione medio alti che fa pensare a una chiara svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta anche se rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che attendono il sistema economico.
Le politiche per la formazione attuate in Lombardia accentuano molto la valenza educativa; in prospettiva è quindi cruciale il ruolo che verrà assegnato alla formazione professionale.
Il contributo prende in esame l’evoluzione dell’offerta e della domanda di lavoro in Lombardia in relazione al livello di istruzione. Successivamente evidenzia il processo di integrazione della formazione professionale tra gli strumenti di qualificazione della forza lavoro e di costruzione di una società fondata sulla conoscenza.
7.1 Occupazione e istruzione
Una analisi dei dati delle forze lavoro in Lombardia, nel periodo 1993-2001, mostra due fenomeni interessanti e complementari; a fronte di un aumento degli occupati del 7%, la proporzione di occupati con livelli di istruzione medio alti (dal diploma di maturità alla laurea/dottorato) passa dal 31,8% al 44% (ISTAT, indagini forze lavoro). Questo aumento corrisponde a una diminuzione sensibile delle persone occupate senza un titolo di studio o con la sola licenza elementare. Al contrario tra le non forze lavoro cresce la proporzione di coloro che hanno titoli di studio medio bassi. Nello stesso periodo le persone in cerca di occupazione calano in Lombardia di oltre un terzo.
Se in fatto di tasso di disoccupazione la Lombardia si dimostra al di sotto non solo della media nazionale, ma anche di quella europea, il tasso di attività, pur essendo cresciuto nel tempo, non ha colmato il gap che lo separa dalla media dei paesi europei (Tab. 7.1).
La ragione di tali disparità è da ricercare soprattutto nelle condizioni dell’offerta, influenzata da atteggiamenti culturali radicati, e da una struttura sociale che non favorisce la partecipazione femminile. Su questo punto il divario con l’Europa continua a essere ampio; nel 2003, infatti, il tasso di attività femminile in Lombardia era del 42,6 % contro il 48,1% europeo.
7.2 Domanda di lavoro
Il sistema Excelsior permette di esaminare l’evoluzione della domanda di lavoro potenziale tra il 1997 (anno nel quale si prevedono le assunzioni per il 1998-99) e il 2004 (con le previsioni per l’anno dopo) in termini di qualità delle risorse umane.
Nelle previsioni per il biennio 98/99, il titolo universitario era richiesto dalle imprese in 11,4 casi su 100, il diploma nel 27,7% dei casi, la qualifica professionale in un ulteriore 17,0% delle assunzioni previste e, infine, la licenza media per il restante 43,9%. Già l’anno successivo (previsioni per il biennio 1999-2000) le richieste di titoli bassi calano, così come le richieste di laureati, mentre l’attenzione sembra concentrarsi sulle figure a qualifica intermedia. Il trend, seppure in modo non sempre così netto, si conferma anche per gli anni a venire, con diverse variazioni all’interno della domanda di lavoro per settori e, soprattutto, per classi dimensionali delle imprese che manifestano l’intenzione di assumere. Sino ad arrivare a una distribuzione della domanda di lavoro che vede una netta crescita delle richieste di diplomati (33,1 %) e di persone con istruzione o qualifica di formazione professionale (21,3 %) a discapito dei soggetti con sola licenza media, la cui richiesta nel 2004 era pari al 33,9 % del totale, dieci punti percentuali in meno rispetto al 1997.
7.3 Istruzione e lavoro
L’evoluzione dell’offerta di lavoro (e della popolazione più complessivamente) e la trasformazione (seppur nelle attese e ipotesi) della domanda di lavoro sembrano essere andate, in Lombardia, nella medesima direzione.
La crescita di titoli di studio superiori fa pensare a una svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta, coincidente con una economia che si terziarizza e si prepara sempre di più a competere spostandosi da mercati cosiddetti “maturi” e a basso contenuto tecnologico e conoscitivo verso mercati più strategici, ma che richiedono anche una composizione della forza lavoro maggiormente istruita.
Un ulteriore riflesso di quanto detto si può poi rintracciare nella relazione tra livello di istruzione e durata della ricerca di occupazione. Infatti, i dati dell’ISTAT relativi alla durata media della ricerca per titolo di studio in Lombardia tra il 1993 e il 2002 mostrano come il possesso di un livello di istruzione più elevato consenta un inserimento più rapido nel mercato del lavoro; non solo, chi possiede un titolo di studio elevato (per esempio la laurea) ha anche maggiori chance di trovare lavoro.
7.4 capitale umano e formazione professionale
La Lombardia si configura come una regione ad alto tasso di partecipazione ai livelli di istruzione che potremmo definire “istituzionali”. Contemporaneamente, però, rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che il sistema economico, la globalizzazione, l’introduzione delle nuove tecnologie pongono ai lavoratori attuali e futuri.
In Lombardia, la concezione dell’istruzione e dell’educazione è stata vissuta in modo molto forte come parte della crescita dell’individuo all’interno della società e non come mero strumento di conseguimento di un titolo di studio. Questo atteggiamento si riflette nella scelta di prendere in considerazione, già in sede di produzione normativa e di programmazione delle attività formative, la domanda di lavoro e dei mutamenti nella realtà economica locale.
In tale prospettiva la formazione professionale (FP), prima considerata come una scelta di ripiego, negli ultimi anni ha acquisito una valenza diversa. Tre fattori hanno contribuito e stanno contribuendo a vario titolo a questo risultato:
- la formazione professionale (FP) è diventata strategica per rispondere in modo continuativo e flessibile alla necessità di adattamento della forza lavoro ai cambiamenti del mercato e dell’economia. In sostanza, la FP non è più un canale con una sola entrata e una sola uscita, con l’ingresso collocato in corrispondenza dei fallimenti scolastici, ma è diventato un parco aperto, nel quale gli individui possono cogliere opportunità formative in modo differenziato;
- il processo di allargamento dell’offerta e di accreditamento degli operatori ha messo sul mercato una gamma di percorsi formativi che ben fronteggia la domanda e che, ancorché precederla come accadeva un tempo, la segue e la soddisfa. Il principio dell’accreditamento, che pure ha necessità di essere rivisto e depurato di alcuni eccessi, è stato in questo senso un vero e proprio motore primo, consentendo a nuove risorse di entrare in gioco;
- la formazione professionale è così uscita da un circolo di autoreferenzialità connettendosi in modo forte con il mercato del lavoro, anche attraverso la contaminazione con l’orientamento (scolastico e lavorativo), l’accompagnamento al lavoro e altre forme di scambio e integrazione con la realtà del mercato del lavoro.
L’istruzione si viene quindi a trovare, in Lombardia, in una condizione particolare: se, da un lato, può conservare (anche se, nel caso dell’istruzione tecnica, in modo relativo) una valenza educativa più ampia, si trova comunque a fare i conti con una formazione professionale che non può certamente più essere assimilata alla visione che se ne aveva soltanto dieci anni fa. Senza qui prendere in esame i meccanismi previsti dalla riforma Moratti e che dovrebbero congiungere (via passerelle, esami di congiunzione, anni di completamento e via dicendo) i due mondi, certamente si può dire che anche il mondo dell’istruzione può vivere una nuova stagione, in parte già sperimentata in Lombardia. In particolare, va sottolineata la possibilità di “ascoltare” il territorio, prestando quindi attenzione direttamente a quelle che sono le domande, di conoscenza e di formazione, che da lì provengono, anche attraverso strumenti come gli stage aziendali per studenti del secondo ciclo, l’alternanza scuola lavoro, il nuovo apprendistato previsto della legge Biagi, proseguendo e ampliando l’esperienza positiva dei tirocini.
Contemporaneamente, la valenza educativa di quel canale può arricchire il sistema formativo (nella prevista integrazione di istruzione e di formazione professionale in un unico percorso) anche se permane il rischio di un trascinamento dell’intero sistema in una direzione di “de-professionalizzazione”.
Conclusioni
Il mercato del lavoro lombardo ha subito, specialmente negli ultimi anni, una sensibile trasformazione, derivata in parte dall’attività normativa e regolamentare a livello nazionale e regionale, ma anche dalla trasformazione della società lombarda e della sua economia. In particolare è cresciuta la proporzione di occupati con livelli di istruzione medio alti che fa pensare a una chiara svolta nella direzione di una qualificazione maggiore dell’offerta anche se rimane aperto il tema di un adeguamento del livello di istruzione alle nuove sfide che attendono il sistema economico.
Le politiche per la formazione attuate in Lombardia accentuano molto la valenza educativa; in prospettiva è quindi cruciale il ruolo che verrà assegnato alla formazione professionale.