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Autori

Carlo Secchi

Professore ordinario
di Politica economica
europea. Special advisor
dell’Università Bocconi.
Rettore dell’Università
Bocconi dal 2000 al
2004. Direttore dell’ISLA-
Istituto di studi latino
americani e dei paesi in
transizione.

Lanfranco Senn

Professore ordinario
di Economia regionale
presso l’Università
L. Bocconi di Milano.
Direttore dell’Area
Economia della SDA
Bocconi. Direttore
del CERTeT-Bocconi.
Consulente dei
Ministeri Infrastrutture
e trasporti, Economia
e Finanze, Istruzione
università e ricerca
scientifica e Politiche
comunitarie.


 

introduzione

Up one level
introduzione - Carlo Secchi e Lanfranco Senn - Lo sviluppo e la competitività del sistema: il difficile compito di mantenere una posizione di leadership
introduzione 1 Il quadro macroeconomico aggregato
introduzione 2 L’evoluzione del sistema produttivo lombardo
introduzione 3 I fattori di attrattività e di debolezza dell’economia lombarda
introduzione 4 Le principali sfide per l’economia lombarda





1 - Il quadro macroeconomico aggregato
Il contesto economico con cui si è dovuta confrontare nell’ultimo decennio l’azione della Regione Lombardia è stato certamente ricco di luci e ombre.
Da un lato, la maggior parte degli indicatori conferma l’assoluta primazia dell’economia lombarda nel contesto delle altre regioni del Paese. È indubbio che una regione avanzata come quella lombarda tende ad avere più difficoltà di quelle ancora in ritardo di sviluppo a mantenere tassi di crescita elevati. Dal punto di vista dell’economia nazionale è certamente desiderabile che le regioni meno sviluppate manifestino andamenti più sostenuti di crescita, perché i divari si restringono e si avvia un processo di convergenza da sempre auspicato. Anche dal punto di vista regionale, tuttavia, non si può non manifestare soddisfazione per il fatto che, avendo già raggiunto livelli assoluti di elevato sviluppo, quasi tutti gli indicatori aggregati abbiano continuato a mantenere dinamiche positive, ancorché, inevitabilmente rallentate.
D’altro lato, è vero che in termini relativi la dinamica dell’economia lombarda ha mostrato performance meno positive di quelle aggregate nazionali, sia italiana sia di altri paesi. Se tuttavia si analizzano comparativamente le performance di crescita a livello di regioni europee –e non di Stati nazionali- a parte alcune eccezioni, la Lombardia continua ad essere una delle dieci regioni più sviluppate d’Europa, superando addirittura in termini di prodotto complessivo ben diciassette paesi su 25 dell’Unione Europea.
Come tutti i sistemi economici regionali, essendo anche quello lombardo estremamente aperto –e perciò potenzialmente vulnerabile- l’impatto dei grandi mutamenti internazionali non può essere facilmente contrastato né sul piano istituzionale né su quello della trasmissione dei cicli economici.
Sono perciò probabilmente ascrivibili agli effetti congiunti dell’andamento dell’economia italiana, del completamento del mercato comune europeo e dell’accresciuta competizione globale, le performance relative lombarde non totalmente soddisfacenti.
Sul fronte internazionale i vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita che impone di ridurre debito e disavanzo pubblico ha penalizzato ad esempio gli investimenti che si può supporre sarebbero stati più significativi nelle regioni avanzate. La sopravvenuta impossibilità di usare il tasso di cambio come strumento di politica valutaria e commerciale ha probabilmente inciso nella stessa direzione, aggravando particolarmente la situazione competitiva (italiana e lombarda) a causa del progressivo apprezzamento dell’euro.
Sul fronte nazionale, l’effetto-paese ha giocato sicuramente in termini non positivi sull’economia lombarda. I noti ritardi in materia di infrastrutture, e le carenze di politiche orientate alla ricerca e all’innovazione tecnologica –oltre alle difficoltà nella riduzione della pressione fiscale –hanno inciso proprio su quelle variabili che, in assenza di margini di manovra valutaria, costituiscono le componenti più significative delle performance competitive: il contenimento dei costi di produzione, la crescita della produttività, il miglioramento delle caratteristiche qualitative dei prodotti offerti.
Ciò nondimeno, come si è detto l’economia lombarda ha conseguito risultati più apprezzabili di molte altre regioni, italiane ed europee, in termini di produttività, di ricerca, di formazione e sviluppo del capitale umano e –soprattutto- di occupazione. Questa, come vedremo, ha conseguito una considerevole espansione ed è soprattutto incorsa in cambiamenti strutturali che potranno porre le premesse per un’ulteriore fase di sviluppo, una volta che i processi di aggiustamento di fronte ai grandi cambiamenti internazionali e istituzionali italiani si saranno stabilizzati.



2 - L’evoluzione del sistema produttivo lombardo
Per effetto degli andamenti esogeni da una parte, ma anche per l’evoluzione “endogena” del suo sistema produttivo, l’economia lombarda ha subito in questi ultimi dieci anni mutamenti specifici e assai significativi. Questi possono essere ricondotti a quattro grandi categorie: a) quelle di carattere strutturale, con riferimento alla dinamica relativa tra attività manifatturiere e terziarie; b) quelle di carattere settoriale, legate ai livelli di specializzazione; c) quelle di natura dimensionale delle imprese; d) quelle, infine, riguardanti la distribuzione territoriale delle imprese.
Anche in questo caso, i mutamenti avvenuti nel sistema produttivo lombardo, sono stati portatori di assetti positivi, ma anche problematici.

a) I mutamenti strutturali. L’economia lombarda, come quella di tutte le regioni avanzate, si è andata terziarizzando. Essa cioè ha visto crescere le imprese e gli addetti del settore dei servizi, che in larga misura hanno più che compensato il ridimensionamento delle attività manifatturiere. Tuttavia non si può trarre la conclusione affrettata che la terziarizzazione dell’economia lombarda possa essere considerata sinonimo di deindustrializzazione. In buona parte infatti, la terziarizzazione è dovuta al semplice scorporo, da parte delle imprese manifatturiere, di alcune attività di servizio (logistica e trasporti, commercializzazione, informatica, ecc.); in altra parte, le imprese manifatturiere hanno selezionato le funzioni aziendali da mantenere in Lombardia (in generale quelle direzionali e strategiche), decentrando e delocalizzando verso altre aree nazionali e internazionali talune funzioni di produzione e distribuzione; solo in parte, la terziarizzazione è il risultato di una domanda crescente di servizi da parte di imprese e cittadini, legata al progressivo aumento del reddito e della ricchezza regionale.
Gli effetti globali di questi processi sono stati da un lato, quello della selezione delle attività produttive a più alto valore aggiunto “trattenute” in Lombardia rispetto a quelle decentrate; dall’altro, la delocalizzazione di alcune funzioni ha esteso geograficamente il “potere di comando” delle imprese lombarde anche su scala internazionale; in terzo luogo, infine, effetti importanti sull’economia ha generato l’andamento composito della produttività.
Da una parte lo sviluppo dei servizi qualificati alla produzione ha contribuito ad innalzare la produttività delle imprese manifatturiere, dall’altra, la produttività aggregata regionale è cresciuta di meno poiché, a fronte di una crescita paragonabile di quella industriale, nel comparto dei servizi si è verificato un aumento inferiore mentre è aumentata la quota di occupazione terziaria e quindi l’incidenza sulla media della produttività nei servizi. Il travaso di lavoro dal manifatturiero al terziario ha così consentito di mantenere inalterati i positivi differenziali di produttività rispetto al resto del Paese; ma non ha generato i classici benefici sulla crescita che derivano dall’aggiustamento strutturale. Anzi, esso presenta evidenti segnali di problematicità che, ultimamente, dipendono dalla qualità delle attività che si vanno sviluppando e dalla loro capacità di incorporare fattori di progresso in grado di riflettersi sulla crescita della produttività.

b) I mutamenti settoriali. L’economia lombarda è sempre stata caratterizzata da una forte diversificazione delle proprie attività produttive, e quindi da una specializzazione relativa abbastanza ridotta.
Questa caratterizzazione ha contribuito ad una grande stabilità dell’andamento complessivo dell’economia, ammortizzando facilmente gli shock esogeni che talvolta colpiscono l’uno o l’altro settore. Per converso, questa specificità del sistema produttivo lombardo ha comportato “specializzazioni” minori di altre regioni meno diversificate.
Tra le specializzazioni relative della Lombardia si è andato consolidando quella chimica; quella tessile, specialmente per le attività che compongono le fasi intermedie della filiera produttiva (tessitura e finissaggio); quella metalmeccanica e quella della stampa e dell’editoria. Una riflessione a parte merita il comparto delle macchine e apparecchiature elettriche, elettroniche e di precisione. Il settore ha subito uno spostamento dalla fabbricazione di macchine per ufficio ed elaboratori e dalla fabbricazione di apparecchi radio-televisivi e telefonici alla fabbricazione di apparecchiature di distribuzione e controllo dell’elettricità e alla fabbricazione di strumenti di misura e controllo.
Sul fronte dei servizi –anch’essi estremamente compositi nel mix terziario lombardo- si sono andate consolidando le attività legate al commercio all’ingrosso; alla finanza e all’intermediazione finanziaria; ai “business services”, con particolare riguardo all’informatica; ai trasporti e alla logistica; al settore dei pubblici esercizi, specialmente di ristorazione; al settore immobiliare. Tra i servizi alla persona è cresciuta la specializzazione della sanità ma non quella dell’istruzione.

c) I mutamenti dimensionali. La dimensione media delle imprese, già assai ridotta e caratterizzante l’economia lombarda, si è andata ulteriormente riducendo nella maggior parte delle attività produttive. Pur essendo stato fino ad oggi considerato, quello della prevalente specializzazione lombarda in piccole e medie imprese, un punto di forza legato alla flessibilità e al dinamismo imprenditoriale, vi è da domandarsi invece se non sia stata superata verso il basso la soglia ottimale della struttura dimensionale delle imprese lombarde e se questa non stia diventando piuttosto un elemento di instabilità e di rischio eccessivo in relazione alla crescente concorrenza globale che sta progressivamente rivalutando il peso delle economie di scala.

d) I mutamenti territoriali. La polarizzazione delle attività produttive attorno a pochi centri –essenzialmente i capoluoghi di provincia e i distretti industriali- è progressivamente in calo. Anche questo trend ha associato un aspetto positivo, quello del decongestionamento delle aree più concentrate, con un aspetto più problematico: quello di un maggiore consumo di territorio e di una riduzione relativa delle economie di rete e di prossimità. La prima componente è peraltro più rilevante, ai fini della diffusione e del riequilibrio territoriale dello sviluppo, che si è andato progressivamente “allargando” verso le province orientali della regione (Bergamo e Brescia) e, più lentamente, verso quelle meridionali (Cremona e Mantova).



3 - I fattori di attrattività e di debolezza dell’economia lombarda
Nel complesso processo di aggiustamento delle proprie caratteristiche strutturali a fronte dell’accelerato trend di globalizzazione dell’economia, l’economia lombarda ha manifestato elementi di crescente attrattività, ma è anche incorsa in alcuni problemi che potrebbero essere considerati a fattori di rischio e di debolezza potenziale.
La sfida dell’internazionalizzazione non ha preso in contropiede il sistema produttivo lombardo, anche se ha modificato le caratteristiche delle relazioni interproduttive internazionali e regionali. Da un lato è diminuita la quota degli scambi commerciali lombardi rispetto al totale nazionale. Se questo è in parte dovuto ai già citati problemi valutari, è pur vero che parte delle esportazioni e delle importazioni è stata sostituita da più intensi flussi di investimenti diretti esteri (IDE), sia in entrata che in uscita. Ciò è indubbiamente segnale di una più evoluta fase del processo di internazionalizzazione dell’economia lombarda, che mantiene saldamente alla regione il primato in materia di IDE.
La maggiore apertura internazionale ha fatto registrare un aumento degli investimenti esteri in Lombardia (internazionalizzazione “passiva”, segno di una crescente attrazione regionale); mentre nel corso del decennio è andata via via riducendosi e poi stabilizzandosi l’internazionalizzazione “attiva” (investimenti lombardi all’estero). Ciò ha creato una situazione di maggiore vulnerabilità del sistema produttivo lombardo per effetto di crescenti acquisizioni, soprattutto di piccole e medie imprese lombarde di successo, da parte di imprese estere.
D’altro lato, l’apertura crescente dell’economia regionale ha inciso anche sulle dinamiche interne. L’imprenditorialità lombarda misurata in termini di natimortalità, ha manifestato segni di affaticamento: in parte essa si è scoraggiata per le difficoltà dell’internazionalizzazione e in parte ha dato segni di minor radicamento territoriale, attratta da nuove opportunità all’estero.
Un effetto manifestato di questa tendenza è stato un certo indebolimento dell’economia dei distretti. Questi, espressione di fitte relazioni interproduttive di prossimità hanno visto molte delle proprie imprese aprirsi singolarmente alle nuove prospettive globali dell’economia e perdere parte di quello spinto di integrazione e di squadra che le aveva precedentemente caratterizzate. A questa tendenza ha certamente contribuito anche il non favorevole ciclo economico che ha spinto le imprese più dinamiche a cercare di competere più sulla base delle proprie capacità individuali che su quelle dei “sistemi” distrettuali. Ciò non va visto solo in termini negativi, se è vero che ad un certo indebolimento delle concentrazioni distrettuali ha fatto da contrappeso l’emergere di alcuni fenomeni “metadistrettuali”. Il recente formarsi dei metadistretti è interpretabile come un allargamento delle maglie di networking, basate sull’integrazione di conoscenze e di processi produttivi anche a distanza maggiori, ancorché intraregionali. La densità delle interdipendenze produttive è così divenuta meno visibile sul territorio, senza peraltro perdere in intensità. L’evoluzione dell’economia lombarda in senso terziario e lo sviluppo delle Information and Communication Technologies (ICT) hanno probabilmente contribuito a modificare i comportamenti localizzativi delle imprese e anche alcune funzioni dell’economia di intermediazione produttiva e commerciale.
Lo sviluppo della Fiera di Milano e il rafforzarsi complessivo del sistema fieristico lombardo; la crescita della Borsa e la finanziarizzazione crescente dell’economia regionale sono segni di questo nuovo ruolo di intermediazione, in passato svolto in maggior misura dalla trasformazione industriale.
I segnali positivi di questo trend dovranno tuttavia essere accuratamente monitorati e la sua evoluzione dovrà essere accompagnata da adeguate forme di governance per evitare il rischio di far perdere all’economia lombarda la forza della sua “sistemicità” interproduttiva.  



4 - Le principali sfide per l’economia lombarda
Le sfide principali lanciate all’economia lombarda alla luce delle trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio sembrano pertanto avere oggi una duplice natura: una più trasversale, legata alla dinamica dei due fattori cruciali dell’innovazione e del lavoro, cioè delle risorse per lo sviluppo; e una più settoriale, legata all’evolvere di alcuni settori in cui l’economia lombarda sta mostrando una progressiva e tendenziale specializzazione.
Sul primo fronte si è registrata in questi anni una certa ripresa di consapevolezza dell’importanza di accelerare i processi innovativi, caratterizzati peraltro finora sempre meno da innovazioni di prodotto ma soprattutto di processo e organizzative.
Il sistema innovativo si presenta come esempio di eccellenza entro il panorama italiano. La Lombardia si configura infatti come regione pienamente matura, che detiene la leadership nazionale sia nell’ambito della spesa (specialmente industriale privata) in R&S sia in termini di brevettazione, soprattutto nelle classi ad alta tecnologia (ottica, telecomunicazioni, semiconduttori, farmaceutica, biotecnologie e macchine utensili). Paradossalmente, la regione “sconta”, la propria vitalità, dato che il posizionamento lombardo, al di sopra della media italiana ed europea, preclude l’accesso ad importanti risorse pubbliche, di fonte nazionale e comunitaria. Il ruolo trainante della regione nei processi innovativi nazionali non è tuttavia altrettanto positivo sullo scenario europeo nei confronti del quale è andato emergendo infatti un certo deterioramento soprattutto rispetto ai motori più innovativi dell’Europa.
I principali elementi di debolezza sono riconducibili alla struttura dimensionale delle imprese: in particolare in relazione a una certa crisi delle grandi imprese e alla logica innovativa prevalentemente incrementale delle piccole e medie imprese, che mostra i suoi limiti di fronte alla crescente pressione competitiva dal lato dei costi. Le piccole e medie imprese hanno beneficiato infatti della diffusione delle innovazioni tecnologiche pervasive in termini di produttività e di valore sul mercato, ma hanno solo marginalmente contribuito all’innalzamento del potenziale innovativo complessivo della regione.
Anche per quanto riguarda il fattore lavoro la Lombardia ha consolidato i suoi primati nazionali.
Oltre a quanto si è già avuto modo di affermare in materia di occupazione anche la qualità delle risorse umane rimane un elemento di forza dell’economia lombarda, riconosciuto anche come fattore localizzativo cruciale da parte delle imprese straniere attratte nella regione.
Ha contribuito a questo risultato il sistema universitario della ricerca, che rappresenta un punto di forza distintivo della regione. Rimane in ogni caso prioritario promuovere un maggior dinamismo nei rapporti tra università e industria (specialmente tra università e PMI); per alimentare la creazione di spin off non solo nei settori emergenti. Inoltre, vanno rafforzate le condizioni per rendere attrattiva la Lombardia anche ai ricercatori e al lavoro qualificato stranieri per garantire ulteriori energie innovative al sistema produttivo regionale.
Va infine rilevata la positiva integrazione già acquisita dalla Lombardia della filiera formazione-istruzione – ricerca, da consolidare anche nel contesto delle riforme, solo recentemente e parzialmente avviate in sede nazionale, sia dell’istruzione media superiore sia dell’università.
Sul fronte settoriale, i cambiamenti –e quindi le sfide- hanno riguardato in modo significativo l’agricoltura, i beni culturali, il turismo e la società dell’informazione. Questi cambiamenti –e le reazioni prodotte manifestatesi nell’economia lombarda –testimoniano la completezza e la diversificazione dell’economia regionale – insieme alle prevalenti attività terziarie e manifatturiere – in cui convivono settori maturi ma in via di trasformazione e di aumenti sensibili di produttività e di modernizzazione (come l’agricoltura), accanto a settori (turismo e beni culturali) che rivelano una crescente domanda di servizi per il tempo “non produttivo”; accanto infine ai settori orientati alle tecnologie innovative (ICT).

Nelle pagine che seguono le tematiche qui riprese e rielaborate sinteticamente sono assai più sviluppate e documentate in undici contributi singoli a firma di altrettanti studiosi dell’economia lombarda.





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