Gian Carlo Blangiardo
capitolo 1 - La popolazione lombarda: evoluzione quantitativa, trasformazioni strutturali e nuove realtà emergenti
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/sociale/I/blangiardo
Il contributo analizza l’evoluzione del quadro demografico lombardo degli ultimi 10 anni, cercando di individuare i principali trend, i fattori che li hanno indotti, gli aspetti strutturali dei fenomeni e le previsioni di medio e lungo periodo.
Se è vero che la responsabilità primaria della recente forte accelerazione della crescita demografica che ha portato la Lombardia a contare circa 9.250 mila abitanti a fine 2003 (ben 250 mila in più rispetto al dato censuario del 2001) sembra per lo più attribuibile al contributo largamente positivo del saldo migratorio con l’estero (+126 mila unità nel biennio 2002-2003 che si sommano alle +54 mila unità derivanti dalle usuali rettifiche post censuarie), è altrettanto vero che con il nuovo millennio è andata timidamente affacciandosi anche una debole inversione di tendenza sul fronte del saldo naturale, un cambiamento tanto emblematico quanto sorprendente. Non a caso, dopo che per un ventennio si era assistito alla superiorità del numero dei decessi su quello delle nascite, il sorpasso operato da queste ultime negli anni 2001 e 2002 è stato subito accolto come l’attesa chiusura di un ciclo regressivo che sembrava quasi inarrestabile. Di fatto, la riconquista di un saldo naturale positivo nel biennio 2001-2002 _ per altro interrotta nel 2003 verosimilmente a causa del picco di mortalità estiva prodotto dalle eccezionalmente avverse condizioni climatiche _ non è stata che il punto di arrivo di un percorso di crescita della natalità iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’90: i circa 10-12 mila neonati in più, che annualmente si registrano rispetto a dieci anni fa, vanno dunque configurandosi come la vera novità sul fronte del comportamento demografico della popolazione residente sul territorio lombardo.
A corollario della riconquistata vivacità demografica della Lombardia di questi ultimi anni va anche messo il luce il significativo rafforzamento del suo peso relativo nel panorama nazionale, soprattutto rispetto alle singole componenti che ne determinano la dinamica. Per esempio, nell’arco di un decennio la percentuale di nascite lombarde, rispetto al totale dei nati in Italia, si è alzata di 2,5 punti e si sono osservati aumenti pressoché analoghi per le corrispondenti quote di iscrizioni anagrafiche da e verso l’interno e dall’estero. Interessante è altresì rilevare come la quota dei movimenti dalla Lombardia verso l’estero abbia invece registrato un aumento assai più contenuto ed è bene sottolineare come la percentuale di decessi sia rimasta immutata nel corso del decennio: mentre nei primi anni ’90 l’intera regione (con il 15,6% della popolazione italiana) accentrava il 15,3% dei morti in Italia e solo il 13,6% dei nati, nel biennio 2002-2003 a una quota di popolazione sostanzialmente simile (15,9%) sono riconducibili, da un lato, ancora il 15,3% dei decessi italiani, dall’altro, il 16,1% delle nascite.
Per meglio comprendere la dinamica delle componenti (naturale e migratoria) che concorrono a produrre sia l’evoluzione quantitativa, sia le modificazioni strutturali della popolazione lombarda è opportuno sottolineare alcuni fenomeni demografici che, consolidatisi nel corso dell’ultimo ventennio, sono tuttora determinanti e destinati ad accrescere ulteriormente la loro influenza.
Il primo di tali fenomeni è rappresentato dalle rivoluzionarie trasformazioni che hanno interessato l’area della fecondità e che riguardano sia l’intensità del comportamento riproduttivo, sia le modalità e i tempi con cui esso è andato e va ancora oggi manifestandosi.
Il livello di fecondità della popolazione lombarda, sceso sotto la “soglia di ricambio generazionale” (due figli per donna) a partire dalla metà degli anni ’70, ha raggiunto nel 1994-1995 il suo minimo assoluto (1,08 figli per donna). Tale valore ha subito una lieve ripresa nel successivo quinquennio, presumibilmente riconducibile a un recupero della genitorialità attribuibile alle coorti delle 30-35enni (appartenenti alle generazioni, assai numerose, formatesi in occasione del “baby-boom” degli anni ’60). Tuttavia, lo sviluppo dell’esperienza di maternità in età relativamente matura non deve ritenersi esaurito durante il decennio da poco concluso, e tale fenomeno sembra poter offrire una spiegazione (per quanto non esclusiva) della recente ripresa di natalità. D’altra parte, mentre già il censimento del 2001 aveva conteggiato in Lombardia ben 52 mila donne 35-44enni con un unico figlio in età prescolare (donne mediamente attorno ai 35 anni in occasione del relativo parto), le statistiche più aggiornate confermano anche per l’inizio del nuovo secolo la persistenza del modello di figlio unico e l’accrescimento nell’età delle relative madri.
In ogni caso, nel panorama delle novità che hanno recentemente interessato l’area della fecondità in Lombardia, un posto di primo piano va anche riservato alle nascite riconducibili al fenomeno della presenza straniera: esse erano meno di 2 mila unità nei primi anni ’90 (il 2,6% del totale dei nati in regione) e sono salite a più di 6 mila alla fine del decennio, a conferma di come la ripresa della natalità recentemente constatata nella popolazione lombarda abbia potuto contare – e lo potrà sempre più in futuro – sul crescente contributo dei flussi migratori dall’estero. Una nuova realtà, quella dell’immigrazione straniera, che oggi è giunta a fornire quasi un decimo del totale annuo dei nati, ma già in occasione del censimento del 2001 poteva conteggiare, su un totale di 319 mila residenti in regione, ben 42 mila soggetti nati in Italia. Questi ultimi rappresentavano al censimento del 2001 il 27% del corrispondente valore nazionale, un dato che si allinea perfettamente alla quota che compete alla Lombardia rispetto al totale annuo degli stranieri iscritti in anagrafe per nascita.
Un altro importante fenomeno nella realtà demografica lombarda del nostro tempo è rappresentato dal sostanziale allungamento della sopravvivenza. In poco più di un decennio, la speranza di vita si è accresciuta di oltre 2 anni per le femmine e di oltre 3 per i maschi, raggiungendo livelli di più di 83 anni di vita attesa per le prime e di quasi 77 per i secondi. Va osservato in proposito che, in una società demograficamente evoluta e già caratterizzata da bassa mortalità infantile (come è appunto quella lombarda), l’allungamento della sopravvivenza va sempre più configurandosi come effetto delle attenuazioni del rischio di morte che sono andate via via estendendosi alle fasce di età adulta e senile. Non è dunque sorprendente constatare come sensibili incrementi dell’aspettativa media di vita residua siano chiaramente identificabili per i sessantacinquenni (poco meno di 2 anni “guadagnati” nell’arco di un decennio) e come essi persistano anche in corrispondenza degli stessi settantacinquenni (+0,9 per i maschi e +1,3 per le femmine).
Mentre relativamente al calo della fecondità e all’allungamento della sopravvivenza l’attenzione è stata rivolta più sull’intensità con cui tali fenomeni sono andati manifestandosi che sull’originalità della loro dinamica, diverso è il discorso allorché si affronta il tema della presenza straniera. Quest’ultima, affacciatasi in Italia nel corso degli anni ’70 e consolidatasi nel successivo ventennio, ha introdotto un elemento di rottura nel tradizionale panorama dei flussi di mobilità, interna e internazionale, e ha aperto la via a scenari evolutivi e a problematiche tanto impreviste quanto impegnative da gestire.
In tale contesto, la Lombardia è chiamata tuttora a svolgere un ruolo di primo piano, concentrando sul suo territorio circa il 20-25% del totale delle presenze straniere a livello nazionale ed evidenziando un tendenziale orientamento ad accrescere sia la consistenza assoluta sia la quota relativa di tali presenze.
Alla luce dei dati più recenti, resi disponibili da fonti attivate in modo specifico nel contesto lombardo, vi sarebbero in regione circa 600 mila stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo o in fase di transizione socio-economica (est Europa), gran parte dei quali in condizione di regolarità rispetto al soggiorno – anche grazie alla recente ultima regolarizzazione – e per lo più inseriti nel sistema produttivo o attivi nei servizi alle famiglie e alla persona.
L’intensità e le modalità con cui sono andati manifestandosi i fenomeni demografici nella Lombardia di quest’ultimo ventennio hanno introdotto significative trasformazioni tanto nella struttura per età della popolazione, quanto nella consistenza e nella composizione dei nuclei familiari. Tali trasformazioni sono verosimilmente destinate a proseguire nel corso dei nei prossimi decenni e a modificare le caratteristiche strutturali del capitale umano che forma la società lombarda, rendendo necessaria sia la definizione di nuovi equilibri nel sistema economico e sociale, sia la ricerca di nuovi modelli nell’organizzazione della vita e nelle stesse relazioni familiari e interpersonali.
In particolare, nell’arco di poco più di un decennio – e nonostante la recente moderata ripresa sul fronte della natalità – la popolazione lombarda ha perso circa 250 mila giovani (0-19 anni) e si è accresciuta di quasi mezzo milione di ultracinquantanovenni, di cui più di un quinto (102 mila) ultrasettantanovenni. Tra il 1991 e il 2003 la variazione della quota di residenti nelle classi d’età che identificano le diverse “stagioni della vita” si caratterizza per la netta contrapposizione tra la dinamica fortemente decrescente della classe giovanile (che è scesa dal 21% al 17,7%) e il forte aumento del peso relativo della componente più anziana: dal 20,4% di ultracinquantanovenni nel 1991 al 25,1% nel 2003. Il tutto mentre la popolazione in età attiva ha mantenuto una sostanziale stabilità, perdendo unicamente circa un punto percentuale. Nel complesso, mentre nel 1991 il collettivo dei giovani (0-19 anni) aveva ancora un modesto margine di supremazia rispetto al gruppo degli ultracinquantanovenni, il sorpasso di questi ultimi si è rapidamente concretizzato negli anni successivi. D’altra parte, ancor più di quanto non sia accaduto nel recente passato, il cambiamento più rivoluzionario che attende la società lombarda nel prossimo futuro è proprio quello del massiccio aumento della componente anziana. Secondo le più recenti previsioni ufficiali, l’anno 2010 vedrebbe la presenza di 200 mila ultracinquantanovenni in più rispetto al 2005 e nel 2030 essi salirebbero di altre 900 mila unità. La Lombardia del 2030 avrebbe ancora 9,3 milioni di abitanti, ma tra di essi ben 2,7 milioni (il 29%) avrebbero almeno 65 anni e quasi un milione (il 10,2% dei residenti) dovrebbero collocarsi oltre la ragguardevole soglia dell’ottantesimo compleanno.
Se è innegabile che le profonde trasformazioni avviate a partire dagli anni ’70 abbiamo certamente ipotecato il futuro sviluppo demografico della popolazione lombarda, è anche vero che alcuni spazi di manovra, limitati ma importanti, si possono intravedere per contrastarne le conseguenze meno auspicabili e più problematiche. La storia dell’ultimo quinquennio, con le sorprese sul fronte della natalità e le conferme su quello dell’immigrazione, ha dimostrato che un processo di rivitalizzazione della demografia lombarda non è del tutto impossibile. Esso richiede solo una particolare attenzione alle condizioni di contesto entro cui maturano le scelte soprattutto dei giovani e delle famiglie. Il capitale umano della regione più popolosa d’Italia è ancora abbondante e qualificato. La sfida per il futuro sarà quella di conservarlo e mantenerlo in efficienza anche qualora dovessero alterarsi gli attuali equilibri tra generazioni. Una società che invecchia – lo si è detto in più occasioni – “non è né migliore, né peggiore: è solo diversa”. Preparare la Lombardia a rimodellarsi nei prossimi decenni senza che per questo essa debba perdere le sue prerogative di regione leader è un obiettivo difficile, ma accessibile e stimolante.
Al termine di una lunga fase di sostanziale stagnazione, che ha portato la popolazione lombarda a vivere tra il 1981 e il 1991 la sua prima esperienza di bilancio anagrafico negativo, l’avvento del XXI secolo sembra aver nuovamente dato vita a un’epoca di relativa vivacità demografica. Se ne ha conferma sia dalla valutazione della consistenza numerica dei residenti, passati oltre i 9 milioni di unità in occasione del censimento del 2001 e ulteriormente accresciutisi di altre 210 mila nel breve arco del successivo biennio, sia dall’analisi delle dinamiche che hanno determinato tali sviluppi: dal ritrovato sorpasso dei decessi da parte delle nascite, alla conferma del tradizionale ruolo di regione che funge da polo di attrazione di importanti flussi di mobilità, sullo sfondo di un sistema socio-economico tuttora capace di offrire valide opportunità di lavoro e un buon livello di qualità della vita.
Il contributo analizza l’evoluzione del quadro demografico lombardo degli ultimi 10 anni, cercando di individuare i principali trend, i fattori che li hanno indotti, gli aspetti strutturali dei fenomeni e le previsioni di medio e lungo periodo.
1.1 I recenti segnali di vitalità
Se è vero che la responsabilità primaria della recente forte accelerazione della crescita demografica che ha portato la Lombardia a contare circa 9.250 mila abitanti a fine 2003 (ben 250 mila in più rispetto al dato censuario del 2001) sembra per lo più attribuibile al contributo largamente positivo del saldo migratorio con l’estero (+126 mila unità nel biennio 2002-2003 che si sommano alle +54 mila unità derivanti dalle usuali rettifiche post censuarie), è altrettanto vero che con il nuovo millennio è andata timidamente affacciandosi anche una debole inversione di tendenza sul fronte del saldo naturale, un cambiamento tanto emblematico quanto sorprendente. Non a caso, dopo che per un ventennio si era assistito alla superiorità del numero dei decessi su quello delle nascite, il sorpasso operato da queste ultime negli anni 2001 e 2002 è stato subito accolto come l’attesa chiusura di un ciclo regressivo che sembrava quasi inarrestabile. Di fatto, la riconquista di un saldo naturale positivo nel biennio 2001-2002 _ per altro interrotta nel 2003 verosimilmente a causa del picco di mortalità estiva prodotto dalle eccezionalmente avverse condizioni climatiche _ non è stata che il punto di arrivo di un percorso di crescita della natalità iniziato a partire dalla seconda metà degli anni ’90: i circa 10-12 mila neonati in più, che annualmente si registrano rispetto a dieci anni fa, vanno dunque configurandosi come la vera novità sul fronte del comportamento demografico della popolazione residente sul territorio lombardo.
A corollario della riconquistata vivacità demografica della Lombardia di questi ultimi anni va anche messo il luce il significativo rafforzamento del suo peso relativo nel panorama nazionale, soprattutto rispetto alle singole componenti che ne determinano la dinamica. Per esempio, nell’arco di un decennio la percentuale di nascite lombarde, rispetto al totale dei nati in Italia, si è alzata di 2,5 punti e si sono osservati aumenti pressoché analoghi per le corrispondenti quote di iscrizioni anagrafiche da e verso l’interno e dall’estero. Interessante è altresì rilevare come la quota dei movimenti dalla Lombardia verso l’estero abbia invece registrato un aumento assai più contenuto ed è bene sottolineare come la percentuale di decessi sia rimasta immutata nel corso del decennio: mentre nei primi anni ’90 l’intera regione (con il 15,6% della popolazione italiana) accentrava il 15,3% dei morti in Italia e solo il 13,6% dei nati, nel biennio 2002-2003 a una quota di popolazione sostanzialmente simile (15,9%) sono riconducibili, da un lato, ancora il 15,3% dei decessi italiani, dall’altro, il 16,1% delle nascite.
1.2 I fattori del cambiamento
Per meglio comprendere la dinamica delle componenti (naturale e migratoria) che concorrono a produrre sia l’evoluzione quantitativa, sia le modificazioni strutturali della popolazione lombarda è opportuno sottolineare alcuni fenomeni demografici che, consolidatisi nel corso dell’ultimo ventennio, sono tuttora determinanti e destinati ad accrescere ulteriormente la loro influenza.
Il primo di tali fenomeni è rappresentato dalle rivoluzionarie trasformazioni che hanno interessato l’area della fecondità e che riguardano sia l’intensità del comportamento riproduttivo, sia le modalità e i tempi con cui esso è andato e va ancora oggi manifestandosi.
Il livello di fecondità della popolazione lombarda, sceso sotto la “soglia di ricambio generazionale” (due figli per donna) a partire dalla metà degli anni ’70, ha raggiunto nel 1994-1995 il suo minimo assoluto (1,08 figli per donna). Tale valore ha subito una lieve ripresa nel successivo quinquennio, presumibilmente riconducibile a un recupero della genitorialità attribuibile alle coorti delle 30-35enni (appartenenti alle generazioni, assai numerose, formatesi in occasione del “baby-boom” degli anni ’60). Tuttavia, lo sviluppo dell’esperienza di maternità in età relativamente matura non deve ritenersi esaurito durante il decennio da poco concluso, e tale fenomeno sembra poter offrire una spiegazione (per quanto non esclusiva) della recente ripresa di natalità. D’altra parte, mentre già il censimento del 2001 aveva conteggiato in Lombardia ben 52 mila donne 35-44enni con un unico figlio in età prescolare (donne mediamente attorno ai 35 anni in occasione del relativo parto), le statistiche più aggiornate confermano anche per l’inizio del nuovo secolo la persistenza del modello di figlio unico e l’accrescimento nell’età delle relative madri.
In ogni caso, nel panorama delle novità che hanno recentemente interessato l’area della fecondità in Lombardia, un posto di primo piano va anche riservato alle nascite riconducibili al fenomeno della presenza straniera: esse erano meno di 2 mila unità nei primi anni ’90 (il 2,6% del totale dei nati in regione) e sono salite a più di 6 mila alla fine del decennio, a conferma di come la ripresa della natalità recentemente constatata nella popolazione lombarda abbia potuto contare – e lo potrà sempre più in futuro – sul crescente contributo dei flussi migratori dall’estero. Una nuova realtà, quella dell’immigrazione straniera, che oggi è giunta a fornire quasi un decimo del totale annuo dei nati, ma già in occasione del censimento del 2001 poteva conteggiare, su un totale di 319 mila residenti in regione, ben 42 mila soggetti nati in Italia. Questi ultimi rappresentavano al censimento del 2001 il 27% del corrispondente valore nazionale, un dato che si allinea perfettamente alla quota che compete alla Lombardia rispetto al totale annuo degli stranieri iscritti in anagrafe per nascita.
Un altro importante fenomeno nella realtà demografica lombarda del nostro tempo è rappresentato dal sostanziale allungamento della sopravvivenza. In poco più di un decennio, la speranza di vita si è accresciuta di oltre 2 anni per le femmine e di oltre 3 per i maschi, raggiungendo livelli di più di 83 anni di vita attesa per le prime e di quasi 77 per i secondi. Va osservato in proposito che, in una società demograficamente evoluta e già caratterizzata da bassa mortalità infantile (come è appunto quella lombarda), l’allungamento della sopravvivenza va sempre più configurandosi come effetto delle attenuazioni del rischio di morte che sono andate via via estendendosi alle fasce di età adulta e senile. Non è dunque sorprendente constatare come sensibili incrementi dell’aspettativa media di vita residua siano chiaramente identificabili per i sessantacinquenni (poco meno di 2 anni “guadagnati” nell’arco di un decennio) e come essi persistano anche in corrispondenza degli stessi settantacinquenni (+0,9 per i maschi e +1,3 per le femmine).
Mentre relativamente al calo della fecondità e all’allungamento della sopravvivenza l’attenzione è stata rivolta più sull’intensità con cui tali fenomeni sono andati manifestandosi che sull’originalità della loro dinamica, diverso è il discorso allorché si affronta il tema della presenza straniera. Quest’ultima, affacciatasi in Italia nel corso degli anni ’70 e consolidatasi nel successivo ventennio, ha introdotto un elemento di rottura nel tradizionale panorama dei flussi di mobilità, interna e internazionale, e ha aperto la via a scenari evolutivi e a problematiche tanto impreviste quanto impegnative da gestire.
In tale contesto, la Lombardia è chiamata tuttora a svolgere un ruolo di primo piano, concentrando sul suo territorio circa il 20-25% del totale delle presenze straniere a livello nazionale ed evidenziando un tendenziale orientamento ad accrescere sia la consistenza assoluta sia la quota relativa di tali presenze.
Alla luce dei dati più recenti, resi disponibili da fonti attivate in modo specifico nel contesto lombardo, vi sarebbero in regione circa 600 mila stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo o in fase di transizione socio-economica (est Europa), gran parte dei quali in condizione di regolarità rispetto al soggiorno – anche grazie alla recente ultima regolarizzazione – e per lo più inseriti nel sistema produttivo o attivi nei servizi alle famiglie e alla persona.
1.3 Le grandi trasformazioni strutturali
L’intensità e le modalità con cui sono andati manifestandosi i fenomeni demografici nella Lombardia di quest’ultimo ventennio hanno introdotto significative trasformazioni tanto nella struttura per età della popolazione, quanto nella consistenza e nella composizione dei nuclei familiari. Tali trasformazioni sono verosimilmente destinate a proseguire nel corso dei nei prossimi decenni e a modificare le caratteristiche strutturali del capitale umano che forma la società lombarda, rendendo necessaria sia la definizione di nuovi equilibri nel sistema economico e sociale, sia la ricerca di nuovi modelli nell’organizzazione della vita e nelle stesse relazioni familiari e interpersonali.
In particolare, nell’arco di poco più di un decennio – e nonostante la recente moderata ripresa sul fronte della natalità – la popolazione lombarda ha perso circa 250 mila giovani (0-19 anni) e si è accresciuta di quasi mezzo milione di ultracinquantanovenni, di cui più di un quinto (102 mila) ultrasettantanovenni. Tra il 1991 e il 2003 la variazione della quota di residenti nelle classi d’età che identificano le diverse “stagioni della vita” si caratterizza per la netta contrapposizione tra la dinamica fortemente decrescente della classe giovanile (che è scesa dal 21% al 17,7%) e il forte aumento del peso relativo della componente più anziana: dal 20,4% di ultracinquantanovenni nel 1991 al 25,1% nel 2003. Il tutto mentre la popolazione in età attiva ha mantenuto una sostanziale stabilità, perdendo unicamente circa un punto percentuale. Nel complesso, mentre nel 1991 il collettivo dei giovani (0-19 anni) aveva ancora un modesto margine di supremazia rispetto al gruppo degli ultracinquantanovenni, il sorpasso di questi ultimi si è rapidamente concretizzato negli anni successivi. D’altra parte, ancor più di quanto non sia accaduto nel recente passato, il cambiamento più rivoluzionario che attende la società lombarda nel prossimo futuro è proprio quello del massiccio aumento della componente anziana. Secondo le più recenti previsioni ufficiali, l’anno 2010 vedrebbe la presenza di 200 mila ultracinquantanovenni in più rispetto al 2005 e nel 2030 essi salirebbero di altre 900 mila unità. La Lombardia del 2030 avrebbe ancora 9,3 milioni di abitanti, ma tra di essi ben 2,7 milioni (il 29%) avrebbero almeno 65 anni e quasi un milione (il 10,2% dei residenti) dovrebbero collocarsi oltre la ragguardevole soglia dell’ottantesimo compleanno.
1.4 Osservazioni
Se è innegabile che le profonde trasformazioni avviate a partire dagli anni ’70 abbiamo certamente ipotecato il futuro sviluppo demografico della popolazione lombarda, è anche vero che alcuni spazi di manovra, limitati ma importanti, si possono intravedere per contrastarne le conseguenze meno auspicabili e più problematiche. La storia dell’ultimo quinquennio, con le sorprese sul fronte della natalità e le conferme su quello dell’immigrazione, ha dimostrato che un processo di rivitalizzazione della demografia lombarda non è del tutto impossibile. Esso richiede solo una particolare attenzione alle condizioni di contesto entro cui maturano le scelte soprattutto dei giovani e delle famiglie. Il capitale umano della regione più popolosa d’Italia è ancora abbondante e qualificato. La sfida per il futuro sarà quella di conservarlo e mantenerlo in efficienza anche qualora dovessero alterarsi gli attuali equilibri tra generazioni. Una società che invecchia – lo si è detto in più occasioni – “non è né migliore, né peggiore: è solo diversa”. Preparare la Lombardia a rimodellarsi nei prossimi decenni senza che per questo essa debba perdere le sue prerogative di regione leader è un obiettivo difficile, ma accessibile e stimolante.
Conclusioni
Al termine di una lunga fase di sostanziale stagnazione, che ha portato la popolazione lombarda a vivere tra il 1981 e il 1991 la sua prima esperienza di bilancio anagrafico negativo, l’avvento del XXI secolo sembra aver nuovamente dato vita a un’epoca di relativa vivacità demografica. Se ne ha conferma sia dalla valutazione della consistenza numerica dei residenti, passati oltre i 9 milioni di unità in occasione del censimento del 2001 e ulteriormente accresciutisi di altre 210 mila nel breve arco del successivo biennio, sia dall’analisi delle dinamiche che hanno determinato tali sviluppi: dal ritrovato sorpasso dei decessi da parte delle nascite, alla conferma del tradizionale ruolo di regione che funge da polo di attrazione di importanti flussi di mobilità, sullo sfondo di un sistema socio-economico tuttora capace di offrire valide opportunità di lavoro e un buon livello di qualità della vita.