Aldo Bonomi
Capitolo 11 - Partenariato, rappresentanza e coesione sociale: digressione a partire dal modello lombardo
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/istituzionale/II/bonomi
Il contributo avvia un confronto tra la ricchezza delle esperienze regionali prodotte nell’ambito della programmazione negoziata e le recenti complicazioni prodotte dalle trasformazioni economiche e sociali. Nella parte considerata dalla sintesi vengono messi in rilievo i nodi per un nuovo partenariato e le questioni aperte per dare efficacia reale a queste prassi e affrontare in termini adeguati la domanda di rappresentanza sociale e territoriale.
Negli ultimi dieci anni la Regione Lombardia ha avviato una concreta esperienza nel campo della programmazione negoziata. Un’esperienza ricca di elementi di grande interesse ma al contempo resa complicata da alcune trasformazioni di cui ancora bisogna prendere atto in maniera compiuta da parte di tutti.
I poteri delle Autonomie locali che la “devolution della devolution” vuole promuovere si trovano ora a far fronte a un’economia del tutto diversa da quella dalla quale gli enti locali traevano importanti opportunità di legittimazione; la filosofia della concertazione ne risulta ridefinita perché al cospetto di nuovi attori; il problema della rappresentanza deve trovare altre categorie concettuali per poter operare, e magari addirittura per poter nascere. Vediamo in breve quali problemi rimangono aperti.
Il principale è di metodo, che però non manca di avere effetti anche nel merito. È tipico delle istituzioni – la Regione Lombardia non sembra fare eccezione – ricercare un tipo di innovazione che abbia la pretesa di tenere assieme tutti i soggetti e i problemi che questi sollevano. Nulla di male in questo, anzi. Il punto è che in questo modo vengono trascurati processi sociali ed economici che intanto stanno scavando in profondità.
Il mercato del lavoro non è più quello di prima ma naturalmente non è il solo cambiamento. Anche ciò che è ormai invalso qualificare come new economy si compone in realtà di un insieme eterogeneo e per molti versi magmatico di attività.
Tutto questo – mutamento del mercato del lavoro e net-economy – è all’origine di una individualizzazione dei rapporti di lavoro che ormai non consente più tanto facilmente di organizzare rappresentanze in chiave collettiva. È quello che è stato definito “capitalismo personale”. È in realtà un nuovo scenario di trasformazioni che riguardano tutti, lavoratori autonomi e dipendenti, imprenditori e professionisti, manager e operai ecc.
Il capitalismo personale è il principale segnale di un cambiamento che ha investito nei suoi fondamenti il capitalismo italiano, ma in primo luogo quello lombardo. Le persone sono soggetti la cui forza psicologica ed emotiva è alimentata da reti di appartenenza, da legami sociali che essi con la loro azione contribuiscono a riprodurre e a rigenerare. E utilizzare a questo proposito l’idea di capitale sociale o relazionale vuol dire dare tutta l’importanza che merita all’insieme di relazioni che ciascuna persona è in grado di mobilitare a fini produttivi e, in secondo luogo, all’insieme di relazioni che vengono riprodotte proprio in conseguenza di questa mobilitazione personale. In sostanza, siamo in presenza di un vero e proprio passaggio di fase che rende obsoleta la descrizione del capitalismo italiano condotta soltanto in termini di piccole e medie imprese, di subfornitura più o meno dipendente, di filiere produttive e catene del valore; in sostanza, di unità produttive minori collegate fra loro e con la grande impresa nei cicli economici di produzione del valore. Oggi sono cambiati gli attori in gioco, le loro relazioni e le risorse da loro utilizzate.
Contemporaneamente le autonomie funzionali sono diventate il vero motore dell’economia. Sono, infatti, quelle infrastrutture che fanno circolare merci, informazioni, saperi e attraggono e organizzano milioni di utenti/clienti. Ne sarà un esempio emblematico il nuovo polo della Fiera di Milano in costruzione a Rho-Pero.
Infine, si sta realizzando un altro processo ipermoderno: il mutamento del sistema di distribuzione, di consumo, di commercializzazione delle merci. Basta percorrere la SS 36, la Comasina, o l’asse Sempione per rendersi conto visivamente del proliferare degli ipermercati e dei megastore specializzati. Qui, in questi che la sociologia moderna definisce “non luoghi” del consumo, muta la nostra antropologia di uomini-consumatori e si ridisegnano spazi di incontro e di comunità basati sul nostro essere consumatori, ridisegnando la rete distributiva che muta profondamente il tessuto commerciale.
Gli esempi qui richiamati riguardano tutti quell’asse pedemontano che è stato chiamato “geocomunità della città infinita”. La geocomunità si riferisce, infatti, a un’area territoriale di vasto raggio sulla quale si fanno sempre più evidenti le principali trasformazioni. Un’area tenuta assieme da un insieme di affinità e omogeneità ma anche dalle volontà e strategie degli operatori che vi sono insediati. Di qui, per esempio, la presenza di distretti produttivi omogenei storicamente dal punto di vista delle attività di impresa; ma anche la presenza di reti terziarie nel campo della comunicazione, della conoscenza, della distribuzione. In sostanza, una geocomunità viene definita da affinità e da opportunità. E l’asse pedemontano lombardo si caratterizza per una ricchezza di varietà territoriali dove ambedue questi aspetti sono facilmente rintracciabili.
Quanto all’idea di “città infinita” non è difficile vedere il motivo di questa denominazione come naturale conseguenza del concetto di geocomunità. Infatti, proprio questa varietà, di assetti territoriali, di produzioni, di vocazioni, di nuove strategie, stinge i confini tra “centro” e “periferia” con cui il territorio è sempre stato interpretato. Anche quella che prima era una periferia, per esempio la provincia lombarda, si trova oggi a ospitare funzioni tipicamente metropolitane, come abbiamo visto nel caso delle sedi universitarie o dei centri specializzati di distribuzione.
Inutile dire che con queste definizioni i concetti di geocomunità e di città infinita diventano utili strumenti da utilizzare anche sul piano della programmazione regionale.
11.2 Le questioni aperte: efficacia, nuove rappresentanze e nuove borghesie
Bisognerà fare in modo che tutti i momenti di concertazione siano direttamente connessi a un’operatività che ne assicuri in qualche modo il raggiungimento dei risultati. Certo è che questo potrà realizzarsi soltanto a determinate condizioni.
Occorre abbassare il livello di quel sindacalismo istituzionale che oppone i comuni tra loro, i comuni alle province e tutti quanti alla Regione. Il sindacalismo istituzionale non è che il residuo malato di quella cultura sindacale dei diritti che è molto attenta ai bisogni, a ciò che manca, ma che al contempo non riserva alcuno spazio ai doveri. Cosa da non trascurare soprattutto nel caso di poteri pubblici.
È necessario che le rappresentanze tradizionali riconoscano di non essere più in grado di esercitare una rappresentanza generale. Vi potranno magari aspirare quelle storicamente abilitate a svolgere funzioni nazionali di contenimento dei costi in cambio di un allargamento della base occupazionale. Ma intanto la frammentazione del mercato del lavoro ha incentivato le negoziazioni individuali o di piccolo gruppo che semmai i costi li hanno aumentati: ciascun professionista o ciascuna rappresentanza sindacale, specie se autonoma, si muove anche al di fuori delle regole in cui la concertazione sindacale è sempre stata esercitata.
È quanto mai necessario tener conto della nascita di una nuova borghesia, le cui principali fonti di ricchezza sono il livello di conoscenza impiegato nelle attività e poi il capitale di reti da cui i neoborghesi traggono riconoscimento e inviti ad assumersi responsabilità sociali. È un ceto sociale trasversale a diversi settori dell’economia. Vediamo i principali:
- le medie imprese: il tratto più caratteristico è lo sviluppo di circuiti tipicamente di filiera. Ciascuna azienda della filiera svolge una fase del ciclo produttivo e si specializza su un core business di ampiezza limitata, per focalizzare rischi e investimenti: per tutto il resto ricorre ad altre imprese, con le quali sviluppa dialoghi e relazioni durevoli, per gestire in modo efficace la reciproca specializzazione e dipendenza. Le economie di scala che contano sono dunque quelle della filiera e non quelle delle singole aziende;
- il management bancario: a definire una componente della neoborghesia non sono tanto i principali titolari delle quote proprietarie degli istituti di credito, sono piuttosto coloro che compongono il vasto tessuto del management, coloro cioè che interpretano operativamente le linee strategiche dell’istituto e che rappresentano il complesso di competenze, di responsabilità aziendali e di valori a cui si rifanno in questa fase storica gli istituti bancari che ambiscono a ricoprire una nuova presenza nella società. È questa, infatti, una fase storica del tutto nuova per le banche italiane, interessate, dopo la privatizzazione, da consistenti processi di concentrazione, agglomerazione, fusione. Anche questo è un bacino di formazione della neoborghesia;
- i “padroni dei flussi”: flussi da intendere in senso lato (di trasporto, di conoscenza, di comunicazioni, di gusti e stili di vita). Ne sono responsabili coloro che rivestono funzioni di responsabilità nelle autonomie funzionali che sono preposte alla gestione e organizzazione di questi flussi. È questa forse la componente di neoborghesia più diversificata, ma anche numericamente più consistente;
- le internet companies: i finanziatori si sono fatti più avveduti, mentre le imprese che hanno superato la selezione, oltre a dotarsi di strumenti di approccio al mercato più idonei, hanno messo in campo strategie di alleanze, fusioni e acquisizioni, in grado di dare alle iniziative imprenditoriali maggiore stabilità e chances di sopravvivenza nel medio-lungo periodo. In estrema sintesi, gli imprenditori della net economy, altra categoria di neoborghesi, hanno incorporato alcuni fondamentali elementi della tradizione della cd. old economy;
- le imprese sociali: è un nuovo attore il cui profilo deriva dal fatto di collocarsi sul discrimine tra diversi sistemi. In definitiva dalla costruzione delle reti di relazioni attraverso cui ricercare l’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati e attraverso cui ricercare la stessa affermazione dell’impresa sociale, insieme, come attore di mercato e come punto di riferimento delle nuove politiche sociali.
C’è infine, oltre al tema della neoborghesia, quello dei nuovi ultimi. Sono quelli che, per ragioni di reddito o di emarginazione, vivono di fatto una condizione di esclusione sociale. Una programmazione regionale che si voglia aggiornata, tanto più se negoziata, non può ignorare questa componente della società e il panorama degli attori che direttamente o meno se ne occupano, un panorama di cui il volontariato e le imprese sociali sono solo una parte.
Su queste sfide sembra giocarsi l’operatività della concertazione che a molti non appare più nemmeno possibile perché “tempo perso”.
In materia di nuovi temi per rilanciare, o meglio ridefinire il partenariato, gli ambiti con i quali fare i conti sembrano ben precisati: abbassare il sindacalismo istituzionale, metter mano a un sistema della rappresentanza non più generale, essere attenti alla formazione di una nuova borghesia, non escludere i nuovi ultimi.
Il contributo avvia un confronto tra la ricchezza delle esperienze regionali prodotte nell’ambito della programmazione negoziata e le recenti complicazioni prodotte dalle trasformazioni economiche e sociali. Nella parte considerata dalla sintesi vengono messi in rilievo i nodi per un nuovo partenariato e le questioni aperte per dare efficacia reale a queste prassi e affrontare in termini adeguati la domanda di rappresentanza sociale e territoriale.
11.1 I nodi vitali del nuovo partenariato
Negli ultimi dieci anni la Regione Lombardia ha avviato una concreta esperienza nel campo della programmazione negoziata. Un’esperienza ricca di elementi di grande interesse ma al contempo resa complicata da alcune trasformazioni di cui ancora bisogna prendere atto in maniera compiuta da parte di tutti.
I poteri delle Autonomie locali che la “devolution della devolution” vuole promuovere si trovano ora a far fronte a un’economia del tutto diversa da quella dalla quale gli enti locali traevano importanti opportunità di legittimazione; la filosofia della concertazione ne risulta ridefinita perché al cospetto di nuovi attori; il problema della rappresentanza deve trovare altre categorie concettuali per poter operare, e magari addirittura per poter nascere. Vediamo in breve quali problemi rimangono aperti.
Il principale è di metodo, che però non manca di avere effetti anche nel merito. È tipico delle istituzioni – la Regione Lombardia non sembra fare eccezione – ricercare un tipo di innovazione che abbia la pretesa di tenere assieme tutti i soggetti e i problemi che questi sollevano. Nulla di male in questo, anzi. Il punto è che in questo modo vengono trascurati processi sociali ed economici che intanto stanno scavando in profondità.
Il mercato del lavoro non è più quello di prima ma naturalmente non è il solo cambiamento. Anche ciò che è ormai invalso qualificare come new economy si compone in realtà di un insieme eterogeneo e per molti versi magmatico di attività.
Tutto questo – mutamento del mercato del lavoro e net-economy – è all’origine di una individualizzazione dei rapporti di lavoro che ormai non consente più tanto facilmente di organizzare rappresentanze in chiave collettiva. È quello che è stato definito “capitalismo personale”. È in realtà un nuovo scenario di trasformazioni che riguardano tutti, lavoratori autonomi e dipendenti, imprenditori e professionisti, manager e operai ecc.
Il capitalismo personale è il principale segnale di un cambiamento che ha investito nei suoi fondamenti il capitalismo italiano, ma in primo luogo quello lombardo. Le persone sono soggetti la cui forza psicologica ed emotiva è alimentata da reti di appartenenza, da legami sociali che essi con la loro azione contribuiscono a riprodurre e a rigenerare. E utilizzare a questo proposito l’idea di capitale sociale o relazionale vuol dire dare tutta l’importanza che merita all’insieme di relazioni che ciascuna persona è in grado di mobilitare a fini produttivi e, in secondo luogo, all’insieme di relazioni che vengono riprodotte proprio in conseguenza di questa mobilitazione personale. In sostanza, siamo in presenza di un vero e proprio passaggio di fase che rende obsoleta la descrizione del capitalismo italiano condotta soltanto in termini di piccole e medie imprese, di subfornitura più o meno dipendente, di filiere produttive e catene del valore; in sostanza, di unità produttive minori collegate fra loro e con la grande impresa nei cicli economici di produzione del valore. Oggi sono cambiati gli attori in gioco, le loro relazioni e le risorse da loro utilizzate.
Contemporaneamente le autonomie funzionali sono diventate il vero motore dell’economia. Sono, infatti, quelle infrastrutture che fanno circolare merci, informazioni, saperi e attraggono e organizzano milioni di utenti/clienti. Ne sarà un esempio emblematico il nuovo polo della Fiera di Milano in costruzione a Rho-Pero.
Infine, si sta realizzando un altro processo ipermoderno: il mutamento del sistema di distribuzione, di consumo, di commercializzazione delle merci. Basta percorrere la SS 36, la Comasina, o l’asse Sempione per rendersi conto visivamente del proliferare degli ipermercati e dei megastore specializzati. Qui, in questi che la sociologia moderna definisce “non luoghi” del consumo, muta la nostra antropologia di uomini-consumatori e si ridisegnano spazi di incontro e di comunità basati sul nostro essere consumatori, ridisegnando la rete distributiva che muta profondamente il tessuto commerciale.
Gli esempi qui richiamati riguardano tutti quell’asse pedemontano che è stato chiamato “geocomunità della città infinita”. La geocomunità si riferisce, infatti, a un’area territoriale di vasto raggio sulla quale si fanno sempre più evidenti le principali trasformazioni. Un’area tenuta assieme da un insieme di affinità e omogeneità ma anche dalle volontà e strategie degli operatori che vi sono insediati. Di qui, per esempio, la presenza di distretti produttivi omogenei storicamente dal punto di vista delle attività di impresa; ma anche la presenza di reti terziarie nel campo della comunicazione, della conoscenza, della distribuzione. In sostanza, una geocomunità viene definita da affinità e da opportunità. E l’asse pedemontano lombardo si caratterizza per una ricchezza di varietà territoriali dove ambedue questi aspetti sono facilmente rintracciabili.
Quanto all’idea di “città infinita” non è difficile vedere il motivo di questa denominazione come naturale conseguenza del concetto di geocomunità. Infatti, proprio questa varietà, di assetti territoriali, di produzioni, di vocazioni, di nuove strategie, stinge i confini tra “centro” e “periferia” con cui il territorio è sempre stato interpretato. Anche quella che prima era una periferia, per esempio la provincia lombarda, si trova oggi a ospitare funzioni tipicamente metropolitane, come abbiamo visto nel caso delle sedi universitarie o dei centri specializzati di distribuzione.
Inutile dire che con queste definizioni i concetti di geocomunità e di città infinita diventano utili strumenti da utilizzare anche sul piano della programmazione regionale.
11.2 Le questioni aperte: efficacia, nuove rappresentanze e nuove borghesie
Bisognerà fare in modo che tutti i momenti di concertazione siano direttamente connessi a un’operatività che ne assicuri in qualche modo il raggiungimento dei risultati. Certo è che questo potrà realizzarsi soltanto a determinate condizioni.
Occorre abbassare il livello di quel sindacalismo istituzionale che oppone i comuni tra loro, i comuni alle province e tutti quanti alla Regione. Il sindacalismo istituzionale non è che il residuo malato di quella cultura sindacale dei diritti che è molto attenta ai bisogni, a ciò che manca, ma che al contempo non riserva alcuno spazio ai doveri. Cosa da non trascurare soprattutto nel caso di poteri pubblici.
È necessario che le rappresentanze tradizionali riconoscano di non essere più in grado di esercitare una rappresentanza generale. Vi potranno magari aspirare quelle storicamente abilitate a svolgere funzioni nazionali di contenimento dei costi in cambio di un allargamento della base occupazionale. Ma intanto la frammentazione del mercato del lavoro ha incentivato le negoziazioni individuali o di piccolo gruppo che semmai i costi li hanno aumentati: ciascun professionista o ciascuna rappresentanza sindacale, specie se autonoma, si muove anche al di fuori delle regole in cui la concertazione sindacale è sempre stata esercitata.
È quanto mai necessario tener conto della nascita di una nuova borghesia, le cui principali fonti di ricchezza sono il livello di conoscenza impiegato nelle attività e poi il capitale di reti da cui i neoborghesi traggono riconoscimento e inviti ad assumersi responsabilità sociali. È un ceto sociale trasversale a diversi settori dell’economia. Vediamo i principali:
- le medie imprese: il tratto più caratteristico è lo sviluppo di circuiti tipicamente di filiera. Ciascuna azienda della filiera svolge una fase del ciclo produttivo e si specializza su un core business di ampiezza limitata, per focalizzare rischi e investimenti: per tutto il resto ricorre ad altre imprese, con le quali sviluppa dialoghi e relazioni durevoli, per gestire in modo efficace la reciproca specializzazione e dipendenza. Le economie di scala che contano sono dunque quelle della filiera e non quelle delle singole aziende;
- il management bancario: a definire una componente della neoborghesia non sono tanto i principali titolari delle quote proprietarie degli istituti di credito, sono piuttosto coloro che compongono il vasto tessuto del management, coloro cioè che interpretano operativamente le linee strategiche dell’istituto e che rappresentano il complesso di competenze, di responsabilità aziendali e di valori a cui si rifanno in questa fase storica gli istituti bancari che ambiscono a ricoprire una nuova presenza nella società. È questa, infatti, una fase storica del tutto nuova per le banche italiane, interessate, dopo la privatizzazione, da consistenti processi di concentrazione, agglomerazione, fusione. Anche questo è un bacino di formazione della neoborghesia;
- i “padroni dei flussi”: flussi da intendere in senso lato (di trasporto, di conoscenza, di comunicazioni, di gusti e stili di vita). Ne sono responsabili coloro che rivestono funzioni di responsabilità nelle autonomie funzionali che sono preposte alla gestione e organizzazione di questi flussi. È questa forse la componente di neoborghesia più diversificata, ma anche numericamente più consistente;
- le internet companies: i finanziatori si sono fatti più avveduti, mentre le imprese che hanno superato la selezione, oltre a dotarsi di strumenti di approccio al mercato più idonei, hanno messo in campo strategie di alleanze, fusioni e acquisizioni, in grado di dare alle iniziative imprenditoriali maggiore stabilità e chances di sopravvivenza nel medio-lungo periodo. In estrema sintesi, gli imprenditori della net economy, altra categoria di neoborghesi, hanno incorporato alcuni fondamentali elementi della tradizione della cd. old economy;
- le imprese sociali: è un nuovo attore il cui profilo deriva dal fatto di collocarsi sul discrimine tra diversi sistemi. In definitiva dalla costruzione delle reti di relazioni attraverso cui ricercare l’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati e attraverso cui ricercare la stessa affermazione dell’impresa sociale, insieme, come attore di mercato e come punto di riferimento delle nuove politiche sociali.
C’è infine, oltre al tema della neoborghesia, quello dei nuovi ultimi. Sono quelli che, per ragioni di reddito o di emarginazione, vivono di fatto una condizione di esclusione sociale. Una programmazione regionale che si voglia aggiornata, tanto più se negoziata, non può ignorare questa componente della società e il panorama degli attori che direttamente o meno se ne occupano, un panorama di cui il volontariato e le imprese sociali sono solo una parte.
Su queste sfide sembra giocarsi l’operatività della concertazione che a molti non appare più nemmeno possibile perché “tempo perso”.
Conclusioni
In materia di nuovi temi per rilanciare, o meglio ridefinire il partenariato, gli ambiti con i quali fare i conti sembrano ben precisati: abbassare il sindacalismo istituzionale, metter mano a un sistema della rappresentanza non più generale, essere attenti alla formazione di una nuova borghesia, non escludere i nuovi ultimi.