Gianluigi Gorla
Capitolo 2 - L’evoluzione del sistema produttivo lombardo
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/economica/I/gorla
Il contributo analizza l’evoluzione del sistema produttivo lombardo avvenuto negli anni ’90, descrivendo le trasformazioni che hanno interessato i maggiori comparti produttivi. I dati del presente capitolo sono tratti dai censimenti generali sull’industria e dei servizi (1991, 2001) e dai conti economici regionali.
La Lombardia è la più grande regione europea, sia in termini demografici che economici, con elevati livelli di produttività e bassa disoccupazione che si traducono in elevati livelli di benessere materiale, tali da collocarla al vertice delle classifiche dell’Unione.
Questi caratteri assicurano alla Lombardia una maggior stabilità, grazie alla minor esposizione a shock asimmetrici a causa delle dimensioni e della diversificazione della sua base produttiva; ma anche disegnano una realtà suscettibile di più lenta dinamica aggregata, a causa del già elevato livello di sviluppo economico.
Il confronto tra le 80 regioni UE15 con pil pro-capite superiore alla media nel 2001, vede comunque la Lombardia collocata a circa un terzo della classifica della crescita 1995-2001 nominale in euro. Altre aree tradizionalmente impiegate come bench-mark o comunque ritenute comparabili, presentano nel quinquennio precedente l’avvento della moneta unica, una dinamica nominale chiaramente inferiore.
Poiché, nel corso del periodo in esame, la Lombardia ha ottemperato sia al vincolo esterno sia a quello interno, la delineata dinamica di medio periodo appare favorevole, sebbene condizionata dall’apprezzamento della lira fino alla definizione della parità con l’euro nel 1999. Sullo sfondo si profilano però tendenze meno favorevoli, legate alle dinamiche nominali: da una parte, il saldo attivo dell’interscambio commerciale tende a contrarsi e, dall’altra, anche il differenziale del pil-procapite (in PPP) con il resto dell’UE tende a ridursi.
2.2 Le trasformazioni dell'industria
Con oltre 750 mila imprese, 35 mila istituzioni pubbliche e non-profit, 850 mila unità produttive, la Lombardia presenta nel 2001 un numero di addetti pari a quasi 3,9 milioni, ovvero un quinto dell’occupazione complessiva del Paese.
Trascurando il ridotto peso del comparto agricolo, circa il 40% degli addetti appartengono all’industria e il rimanente 60% ai servizi; e ciò dopo i cambiamenti verificatesi tra il 1991 e il 2001, quando l’industria lombarda, edilizia esclusa, perde oltre 170 mila posti di lavoro, 5 mila unità produttive e 6 mila imprese mentre l’occupazione terziaria cresce di oltre 440 mila unità.
L’incidenza della componente manifatturiera in Lombardia è nel 2001 seconda solo a quella del Veneto. I più importanti settori fanno capo al comparto metalmeccanico che, da solo, conta circa il 40% dell’intera occupazione manifatturiera e che ha significativamente contenuto il calo occupazionale del decennio precedente. Con quote di addetti superiori al 10% seguono i settori elettromeccanico ed elettronico, le industrie tessile e abbigliamento, la chimica, gomma e plastica.
Gli elementi di maggior sofferenza occupazionale si riscontrano nel “sistema moda” (in particolare maglieria, confezionamento abiti e calzature) dove è concentrata poco meno della metà dell’intera perdita degli anni Novanta; e nel settore delle macchine e apparecchiature elettriche ed elettroniche (specialmente macchine per ufficio e calcolatori, apparecchi trasmittenti e riceventi di radiofonia, TV e telefonia), pur in presenza di mercati di consumo in forte sviluppo e forte concorrenza internazionale
Le specializzazioni manifatturiere prevalenti nel 2001 si rinvengono nella chimica (di base, prodotti per usi diversi, farmaceutica e fibre), nel tessile, nell’editoria, oltre che in alcune industrie dei comparti metalmeccanico (siderurgia, coltelleria e utensili, armi) ed elettromeccanico. Esse non sono però così fortemente caratterizzanti il tessuto produttivo come invece accade in altre regioni, dove un numero più limitato di industrie emerge in misura più marcata.
Accanto dunque a una ricca gamma di specializzazioni relative, la Lombardia conserva anche un elevato grado di articolazione della propria base produttiva, tale da caratterizzarla in modo assai distinto dal resto delle regioni industriali del Paese.
2.3 L’evoluzione dei servizi
Nei servizi, il comparto del commercio e pubblici esercizi mostra la maggiore incidenza occupazionale, pari circa a un terzo dell’intera occupazione terziaria. Di rilievo, al suo interno, sono il commercio all’ingrosso e gli intermediari del commercio, cresciuti notevolmente nel corso degli anni novanta, con funzioni che si estendono alla scala nazionale e internazionale, e alle quali fa riscontro un altrettanto intenso sviluppo dei settori trasporti terresti e attività ausiliarie (movimentazione merci e magazzinaggi e nelle altre attività connesse), che conferma la crescente importanza della regione nel sistema della logistica.
Il settore della finanza, di limitate dimensioni occupazionali, caratterizza la base terziaria lombarda, in particolare nei campi assicurativo e dell’intermediazione finanziaria. Ma è nelle altre attività che fanno capo al comparto dei servizi agli affari dove la Lombardia più è cresciuta e più si distingue, per esempio nel settore dell’informatica con una dotazione superiore del 70% alla media del Paese. Con un incremento di circa 280 mila addetti e quasi 120 mila unità locali, il comparto raddoppia le proprie dimensioni nel corso degli anni Novanta, concentrando i maggiori guadagni nel settore immobiliare, nell’informatica e, soprattutto, nel settore delle altre attività professionali e imprenditoriali. Una quota importante dello sviluppo si accompagna però alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro.
In conclusione, nel quadro del Paese e in particolare a raffronto con le altre regioni del Nord più sviluppate, agli inizi del nuovo millennio la Lombardia si connota per un’estesa base produttiva, con una rilevante componente industriale alla quale si affianca, senza sostituirla, un ampio settore terziario; inoltre l’intero sistema produttivo, sia il comparto manifatturiero sia quello terziario, presentano un positivo differenziale di produttività, non solo a paragone della media del Paese, ma anche nei confronti delle regioni più avanzate, che dipende sia dalla più favorevole composizione settoriale, sia dalla più elevata produttività delle imprese all’interno di ciascuna industria, per le industrie diverse.
2.4 La crescita del prodotto
Al marcato calo dell’occupazione industriale non corrisponde una contrazione del prodotto del comparto che, nel decennio intercensuario, invece cresce in termini reali di circa 11 punti percentuali, approssimativamente un punto in meno di quanto avviene in media nel Paese. Nel comparto terziario, il prodotto cresce di oltre 20 punti in termini reali, un punto in meno della variazione media del Paese. Complessivamente, il prodotto aumenta di circa 17,2 punti reali, equivalente ad un tasso medio annuo di crescita dell’1,6%. Si tratta di un risultato molto basso in assoluto, a paragone del decennio precedente quando la Lombardia era cresciuta a un tasso annuo del 2,4%, e inferiore, seppur di scarti, a quello del resto del Paese.
Dal confronto con il resto del Paese si può inoltre osservare che la produttività è cresciuta di meno poiché, a fronte di una crescita paragonabile della produttività industriale, nel comparto dei servizi si è verificato un aumento decisamente inferiore proprio mentre aumentava la quota di occupazione terziaria.
La maggior crescita dell’impiego di lavoro non è stata dunque sufficiente a controbilanciare la minor crescita della produttività reale e ha di conseguenza comportato un aumento del prodotto regionale inferiore a quello del Paese.
Il ridimensionamento del comparto industriale lombardo ha inciso non solo sulle organizzazioni meno efficienti, ma anche sui settori a più bassa produttività, consentendo di mantenere inalterati i positivi differenziali di produttività rispetto al resto del Paese.
Tuttavia, il travaso di lavoro verso il comparto terziario, connotato da una maggiore produttività media, non ha generato i classici benefici transitori sul livello del prodotto che derivano dall’aggiustamento strutturale; anzi presenta evidenti segni di problematicità che, ultimamente, dipendono dalla qualità delle attività che si vanno sviluppando e dalla loro capacità di incorporare fattori di progresso in grado di riflettersi stabilmente sulla crescita della produttività.
Nella seconda metà del decennio trascorso, le dinamiche nominali, in particolare quella del cambio che, muovendo da bassi livelli del 1995-1996, si è apprezzato fino al momento della fissazione della parità con l’euro, hanno contribuito ad alleggerire gli effetti per le famiglie più indesiderabili derivanti non solo dalle esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, ma anche dalle dinamiche reali dei sistemi produttivi italiani, in particolare per le regioni più aperte verso l’estero.
Tuttavia si è trattato di una fase di transizione destinata a non ripetersi, e oggi la capacità competitiva dei sistemi economici è sempre più condizionata dalle loro caratteristiche strutturali, tanto più in un Paese come l’Italia dove il divario storico di sviluppo e il più recente modello di diffusione per sistemi locali, hanno creato una forte variabilità di ambienti produttivi.
Fra questi, la Lombardia ancora oggi si distingue in positivo quanto a ricchezza e articolazione della propria base produttiva industriale e terziaria; per lo sviluppo di un apparato terziario con forti componenti di complementarità all’industria; per l’esistenza di un tessuto imprenditoriale diffuso, ma anche per la presenza di almeno 1.000 imprese di media e grande dimensione nelle quali sono impiegati circa 400 mila addetti; per l’elevato grado di apertura ai mercati esterni che le deriva dalla propria tradizione industriale e per la struttura competitiva dei mercati sui quali opera; per l’elevato livello di benessere economico dei suoi (numerosi) abitanti e per le opportunità occupazionali che loro si offrono.
La Lombardia è la più grande regione europea sia in termini demografici che economici. Nonostante il calo dell’occupazione, il settore industriale conserva una ricca gamma di specializzazioni produttive, propria anche del settore terziario. Il travaso di lavoro verso il comparto terziario non ha tuttavia generato benefici sul livello del prodotto.
Il contributo analizza l’evoluzione del sistema produttivo lombardo avvenuto negli anni ’90, descrivendo le trasformazioni che hanno interessato i maggiori comparti produttivi. I dati del presente capitolo sono tratti dai censimenti generali sull’industria e dei servizi (1991, 2001) e dai conti economici regionali.
2.1 La Lombardia in Europa
La Lombardia è la più grande regione europea, sia in termini demografici che economici, con elevati livelli di produttività e bassa disoccupazione che si traducono in elevati livelli di benessere materiale, tali da collocarla al vertice delle classifiche dell’Unione.
Questi caratteri assicurano alla Lombardia una maggior stabilità, grazie alla minor esposizione a shock asimmetrici a causa delle dimensioni e della diversificazione della sua base produttiva; ma anche disegnano una realtà suscettibile di più lenta dinamica aggregata, a causa del già elevato livello di sviluppo economico.
Il confronto tra le 80 regioni UE15 con pil pro-capite superiore alla media nel 2001, vede comunque la Lombardia collocata a circa un terzo della classifica della crescita 1995-2001 nominale in euro. Altre aree tradizionalmente impiegate come bench-mark o comunque ritenute comparabili, presentano nel quinquennio precedente l’avvento della moneta unica, una dinamica nominale chiaramente inferiore.
Poiché, nel corso del periodo in esame, la Lombardia ha ottemperato sia al vincolo esterno sia a quello interno, la delineata dinamica di medio periodo appare favorevole, sebbene condizionata dall’apprezzamento della lira fino alla definizione della parità con l’euro nel 1999. Sullo sfondo si profilano però tendenze meno favorevoli, legate alle dinamiche nominali: da una parte, il saldo attivo dell’interscambio commerciale tende a contrarsi e, dall’altra, anche il differenziale del pil-procapite (in PPP) con il resto dell’UE tende a ridursi.
2.2 Le trasformazioni dell'industria
Con oltre 750 mila imprese, 35 mila istituzioni pubbliche e non-profit, 850 mila unità produttive, la Lombardia presenta nel 2001 un numero di addetti pari a quasi 3,9 milioni, ovvero un quinto dell’occupazione complessiva del Paese.
Trascurando il ridotto peso del comparto agricolo, circa il 40% degli addetti appartengono all’industria e il rimanente 60% ai servizi; e ciò dopo i cambiamenti verificatesi tra il 1991 e il 2001, quando l’industria lombarda, edilizia esclusa, perde oltre 170 mila posti di lavoro, 5 mila unità produttive e 6 mila imprese mentre l’occupazione terziaria cresce di oltre 440 mila unità.
L’incidenza della componente manifatturiera in Lombardia è nel 2001 seconda solo a quella del Veneto. I più importanti settori fanno capo al comparto metalmeccanico che, da solo, conta circa il 40% dell’intera occupazione manifatturiera e che ha significativamente contenuto il calo occupazionale del decennio precedente. Con quote di addetti superiori al 10% seguono i settori elettromeccanico ed elettronico, le industrie tessile e abbigliamento, la chimica, gomma e plastica.
Gli elementi di maggior sofferenza occupazionale si riscontrano nel “sistema moda” (in particolare maglieria, confezionamento abiti e calzature) dove è concentrata poco meno della metà dell’intera perdita degli anni Novanta; e nel settore delle macchine e apparecchiature elettriche ed elettroniche (specialmente macchine per ufficio e calcolatori, apparecchi trasmittenti e riceventi di radiofonia, TV e telefonia), pur in presenza di mercati di consumo in forte sviluppo e forte concorrenza internazionale
Le specializzazioni manifatturiere prevalenti nel 2001 si rinvengono nella chimica (di base, prodotti per usi diversi, farmaceutica e fibre), nel tessile, nell’editoria, oltre che in alcune industrie dei comparti metalmeccanico (siderurgia, coltelleria e utensili, armi) ed elettromeccanico. Esse non sono però così fortemente caratterizzanti il tessuto produttivo come invece accade in altre regioni, dove un numero più limitato di industrie emerge in misura più marcata.
Accanto dunque a una ricca gamma di specializzazioni relative, la Lombardia conserva anche un elevato grado di articolazione della propria base produttiva, tale da caratterizzarla in modo assai distinto dal resto delle regioni industriali del Paese.
2.3 L’evoluzione dei servizi
Nei servizi, il comparto del commercio e pubblici esercizi mostra la maggiore incidenza occupazionale, pari circa a un terzo dell’intera occupazione terziaria. Di rilievo, al suo interno, sono il commercio all’ingrosso e gli intermediari del commercio, cresciuti notevolmente nel corso degli anni novanta, con funzioni che si estendono alla scala nazionale e internazionale, e alle quali fa riscontro un altrettanto intenso sviluppo dei settori trasporti terresti e attività ausiliarie (movimentazione merci e magazzinaggi e nelle altre attività connesse), che conferma la crescente importanza della regione nel sistema della logistica.
Il settore della finanza, di limitate dimensioni occupazionali, caratterizza la base terziaria lombarda, in particolare nei campi assicurativo e dell’intermediazione finanziaria. Ma è nelle altre attività che fanno capo al comparto dei servizi agli affari dove la Lombardia più è cresciuta e più si distingue, per esempio nel settore dell’informatica con una dotazione superiore del 70% alla media del Paese. Con un incremento di circa 280 mila addetti e quasi 120 mila unità locali, il comparto raddoppia le proprie dimensioni nel corso degli anni Novanta, concentrando i maggiori guadagni nel settore immobiliare, nell’informatica e, soprattutto, nel settore delle altre attività professionali e imprenditoriali. Una quota importante dello sviluppo si accompagna però alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro.
In conclusione, nel quadro del Paese e in particolare a raffronto con le altre regioni del Nord più sviluppate, agli inizi del nuovo millennio la Lombardia si connota per un’estesa base produttiva, con una rilevante componente industriale alla quale si affianca, senza sostituirla, un ampio settore terziario; inoltre l’intero sistema produttivo, sia il comparto manifatturiero sia quello terziario, presentano un positivo differenziale di produttività, non solo a paragone della media del Paese, ma anche nei confronti delle regioni più avanzate, che dipende sia dalla più favorevole composizione settoriale, sia dalla più elevata produttività delle imprese all’interno di ciascuna industria, per le industrie diverse.
2.4 La crescita del prodotto
Al marcato calo dell’occupazione industriale non corrisponde una contrazione del prodotto del comparto che, nel decennio intercensuario, invece cresce in termini reali di circa 11 punti percentuali, approssimativamente un punto in meno di quanto avviene in media nel Paese. Nel comparto terziario, il prodotto cresce di oltre 20 punti in termini reali, un punto in meno della variazione media del Paese. Complessivamente, il prodotto aumenta di circa 17,2 punti reali, equivalente ad un tasso medio annuo di crescita dell’1,6%. Si tratta di un risultato molto basso in assoluto, a paragone del decennio precedente quando la Lombardia era cresciuta a un tasso annuo del 2,4%, e inferiore, seppur di scarti, a quello del resto del Paese.
Dal confronto con il resto del Paese si può inoltre osservare che la produttività è cresciuta di meno poiché, a fronte di una crescita paragonabile della produttività industriale, nel comparto dei servizi si è verificato un aumento decisamente inferiore proprio mentre aumentava la quota di occupazione terziaria.
La maggior crescita dell’impiego di lavoro non è stata dunque sufficiente a controbilanciare la minor crescita della produttività reale e ha di conseguenza comportato un aumento del prodotto regionale inferiore a quello del Paese.
2.5 Osservazioni finali
Il ridimensionamento del comparto industriale lombardo ha inciso non solo sulle organizzazioni meno efficienti, ma anche sui settori a più bassa produttività, consentendo di mantenere inalterati i positivi differenziali di produttività rispetto al resto del Paese.
Tuttavia, il travaso di lavoro verso il comparto terziario, connotato da una maggiore produttività media, non ha generato i classici benefici transitori sul livello del prodotto che derivano dall’aggiustamento strutturale; anzi presenta evidenti segni di problematicità che, ultimamente, dipendono dalla qualità delle attività che si vanno sviluppando e dalla loro capacità di incorporare fattori di progresso in grado di riflettersi stabilmente sulla crescita della produttività.
Nella seconda metà del decennio trascorso, le dinamiche nominali, in particolare quella del cambio che, muovendo da bassi livelli del 1995-1996, si è apprezzato fino al momento della fissazione della parità con l’euro, hanno contribuito ad alleggerire gli effetti per le famiglie più indesiderabili derivanti non solo dalle esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, ma anche dalle dinamiche reali dei sistemi produttivi italiani, in particolare per le regioni più aperte verso l’estero.
Tuttavia si è trattato di una fase di transizione destinata a non ripetersi, e oggi la capacità competitiva dei sistemi economici è sempre più condizionata dalle loro caratteristiche strutturali, tanto più in un Paese come l’Italia dove il divario storico di sviluppo e il più recente modello di diffusione per sistemi locali, hanno creato una forte variabilità di ambienti produttivi.
Fra questi, la Lombardia ancora oggi si distingue in positivo quanto a ricchezza e articolazione della propria base produttiva industriale e terziaria; per lo sviluppo di un apparato terziario con forti componenti di complementarità all’industria; per l’esistenza di un tessuto imprenditoriale diffuso, ma anche per la presenza di almeno 1.000 imprese di media e grande dimensione nelle quali sono impiegati circa 400 mila addetti; per l’elevato grado di apertura ai mercati esterni che le deriva dalla propria tradizione industriale e per la struttura competitiva dei mercati sui quali opera; per l’elevato livello di benessere economico dei suoi (numerosi) abitanti e per le opportunità occupazionali che loro si offrono.
Conclusioni
La Lombardia è la più grande regione europea sia in termini demografici che economici. Nonostante il calo dell’occupazione, il settore industriale conserva una ricca gamma di specializzazioni produttive, propria anche del settore terziario. Il travaso di lavoro verso il comparto terziario non ha tuttavia generato benefici sul livello del prodotto.