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Introduzione

di Adriano De Maio

Il lettore ha tra le mani un’opera particolare: la raccolta degli estratti dei contributi di 80 studiosi e protagonisti del sistema lombardo che hanno accettato di “raccontare” e “interpretare” dieci anni di trasformazioni di questa regione, le scelte di governo adottate e, non ultimo, le questioni che maggiormente interpellano il prossimo futuro.

Scorrendo la versione integrale del Rapporto (www.rapportoirer2005.it) il lettore noterà la ricchezza dei contributi, la mole talvolta imponente dei materiali, la ricca documentazione di dati, la pluralità di visioni e sottolineature che gli autori hanno offerto. Proprio la voce plurale della comunità scientifica ci ha permesso di produrre un Rapporto che indica – crediamo – con precisione e ampiezza di prospettive i percorsi compiuti, le scelte adottate e le priorità per il futuro.

L’importanza del Rapporto, della cui linea interpretativa l’Istituto si assume la responsabilità, è perciò, in questo momento specifico, particolarmente rilevante, perché mette in evidenza non solo quanto è stato compiuto in termini di scelte di governo, ma fornisce anche utili indicazioni per il programma futuro in un periodo estremamente delicato.

Il posizionamento dell’Italia in Europa non è sicuramente dei più solidi, in una Europa che, fra l’altro, sta subendo la pressione competitiva da parte degli USA e dei paesi emergenti – in primis dalla Cina – in un sistema sempre più globalizzato.

In questo contesto la Lombardia è di fatto chiamata a coprire un ruolo rilevante, in quanto regione forte in Italia e in Europa, e quindi potrebbe (o, meglio, dovrebbe) costituire una delle locomotive per trainare lo sviluppo italiano ed europeo.

Trainare lo sviluppo italiano rappresenta oggi l’unica alternativa di coraggio. Vi è ormai maggiore consenso di un tempo, anche se non completo, rispetto al fatto che uno Stato centralista perda in potenzialità competitive, soprattutto quando, come in Italia, l’inefficienza dell’apparato centrale è ancora un problema aperto.

In particolare, sembra riemergere continuamente quel diffuso e malinteso senso di uguaglianza per il quale, concentrarsi sui punti di forza, cercando di rafforzarli in eccellenze, significherebbe necessariamente ignorare se non addirittura escludere gli ultimi, i meno capaci. Secondo questa ipotesi, la precondizione dello sviluppo risiederebbe, invece, nella capacità di aggredire e vincere preliminarmente i punti deboli del sistema. Dato e non concesso che esista questo presunto trade-off fra scelte di eccellenza e solidarietà, allo stato attuale questa prospettiva sarebbe di fatto impraticabile perché non disponiamo di risorse in quantità adeguata e nemmeno di un apparato in grado di utilizzale al meglio per aggredire e vincere davvero i punti deboli. Soprattutto non è sicuramente diffuso e accettato, nonostante i proclami contrari, il principio di sussidarietà nelle sue conseguenze più significative per un sistema e, infatti, non ci si basa sulla meritocrazia e sulla valutazione dei risultati; anzi, talvolta, sembra che venga premiata l’inefficienza e l’immobilismo.

In questo momento, come è stato messo bene in luce in una serie di documenti e di dichiarazioni a livello europeo, è vincente chi sa innovare. La Lombardia è una regione che sicuramente ha sempre messo in luce la sua capacità di innovazione ed è quindi chiamata a essere un punto di riferimento. Così facendo riuscirà anche, fra l’altro – a dispetto dell’egualitarismo irresponsabile – ad aiutare e sollevare i più deboli.

In un mondo sempre più competitivo e globale, è il “territorio” a essere maggiormente coinvolto nella competizione. Un territorio, si badi, a “geometria variabile”, che non coincide più e soltanto con i confini geografici e amministrativi, ma con le relazioni, i contatti, le permeabilità di sistemi sempre più aperti, quasi scardinati dalle accelerate trasformazioni degli strumenti di comunicazione e, come conseguenza, dei processi di produzione, trasferimento, distribuzione della ricchezza. Fra i tanti parametri che si possono utilizzare per mettere in risalto la capacità competitiva di un sistema, uno sembra essere quello che sinteticamente rappresenta la situazione presente e fornisce utili indicazioni per le prospettive future: la capacità di attrazione. Tale capacità è ora accentuata perché il processo in atto ha diminuito i vincoli che contrastano o rendono difficile la mobilità di persone e attività. L’attrattività è la capacità sia di trattenere sia di “chiamare” da fuori le risorse fondamentali che costituiscono i fattori di successo: le persone (i fattori più importanti), i capitali, le attività produttive. Questa, da sempre, è stata la caratteristica dei territori che esprimono una leadership. Sotto questa ottica particolare si può leggere e interpretare il Rapporto IReR e mettere in rilievo alcuni aspetti su cui puntare le decisioni politiche nel futuro.

Si potrebbe ritenere questo approccio eccessivamente “economicista”. Se si guarda a fondo, altri aspetti emergono, magari impliciti, ma essenziali e che rendono impossibile una interpretazione restrittiva della categoria di attrattività.

Parlare di attrattività, per esempio, ha ricadute immediate sui temi ambientali, della cultura e perfino della bellezza. Capacità di attrazione significa, si è detto, “trattenere” le risorse migliori che già sono presenti sul territorio e richiamarne da fuori; ma ben pochi vogliono rimanere o sono attratti laddove siano forti le tensioni sociali, dove i deboli non sono protetti, dove i servizi sociali, dalla sanità alla scuola, non siano eccellenti, dove l’ambiente fisico è inquinato, e così via. Soltanto una visione miope potrebbe pensare di non dedicare grande attenzione a questi problemi; contrariamente a quanto normalmente si ritiene, tali questioni non sono secondarie rispetto alla necessità di localizzare attività di innovazione, di ricerca e di produzione di alto profilo, di pensare di costituire un mercato attraente per la finanza e per qualsiasi tipo di investimento, alla stessa attrazione di turisti e di partecipanti a fiere di alto livello. Quindi, da un lato, si tratta di verificare le tendenze “naturali”, quello cioè che potrebbe capitare in assenza di un cambiamento di politiche, dall’altro lato di identificare quello che vorremmo essere nel futuro, verificare quali sono le risorse e i fattori necessari per riuscire a raggiungere questo stato desiderato e, conseguentemente, creare le condizioni perché venga incentivato il mantenimento o la disponibilità di queste risorse e fattori. Il tutto secondo una logica di sussidiarietà, che non deve essere vista come principio astratto e ideologico, ma come condizione necessaria perché le potenzialità presenti si possano sviluppare, così come è rilevabile dalla storia e come è presente nei cromosomi della nostra cultura, sussidiarietà territoriale e funzionale.

Le questioni che avremo di fronte nel prossimo futuro esigono una visione dello sviluppo più interdipendente, capace di superare schemi vecchi e ingiustificati come quello tra produzione e distribuzione della ricchezza. Il tema della qualità ambientale non solo come vincolo, ma come opportunità di sviluppo è ben noto; ma anche in ambito del welfare il trade off tra distribuzione e produzione, tra solidarietà ed efficienza può e deve essere superato; è emblematico il caso della salute: la Lombardia è prima per numero di centri pubblici e privati, di cura, riabilitazione e ricerca; occorre pensare alle potenzialità produttive in questo settore: non solo in campo farmaceutico, dove è immediato, ma anche su settori di ricerca applicata, quale la produzione di protesi, la nuova domotica per anziani o non autosufficienti, ecc. Migliorare le ricerche in questo campo significa sviluppare la competitività. Lo stesso può dirsi per il tema del “food”
e il suo indotto: con un settore agroalimentare che non ha nulla da invidiare a quello di altri sistemi, la Lombardia può sviluppare opportunità integrate tra ricerca, logistica, servizi e industria della conservazione, della ristorazione, della distribuzione, e così via.

Un altro esempio macroscopico è la sicurezza – e il Rapporto torna giustamente a insistere su questo punto – intesa in senso ampio: non solo come ordine pubblico e sicurezza urbana, ma anche alimentare, stradale, sul e del lavoro, informatica, energetica, territoriale, eccetera. Una politica per la sicurezza non può essere più settoriale: è per sua natura ormai integrata. Garantire e consolidare la sicurezza non rappresenta solo un costo, ma anche un guadagno, un investimento sociale ed economico. Essa rappresenta comunque il mercato del futuro e, soprattutto uno stimolo formidabile per la ricerca e l’innovazione, analogamente a quanto accade in altri paesi per la difesa militare.

Ma c’è di più. Una concezione integrata di sviluppo rappresenta anche una risposta originale ed efficace alle fragilità sociali che il sistema si troverà ad affrontare:
cambiano e diventano più precarie tradizionali sicurezze e punti di riferimento, personali e sociali: la famiglia e il lavoro. La vulnerabilità sociale sarà più diffusa e meno evidente della povertà e delle forme di esclusione sociale cui siamo abituati;
essa richiederà interventi nuovi, diversi nella forma e nel contenuto, da quelli del tradizionale sistema di welfare. Riconciliare distribuzione e produzione della ricchezza può e deve essere l’opportunità anche per una forma di tutela delle nuove fasce deboli, più diffuse e meno visibili di quelle tradizionali. Il tutto visto in una logica non provinciale, che deve quindi basarsi su una politica di alleanze, all’interno della regione innanzitutto fra le diverse autonomie territoriali e funzionali, fra diverse regioni in Italia, in una nuova “Europa delle regioni” (non si dimentichino i quattro motori) e anche fuori Europa. Tutto ciò, in modo equilibrato, sia per aiutare i più deboli, sempre nell’ottica che il pensare di poter essere una isola felice in un contesto deteriorato è una visione che non regge sul medio termine, sia per sviluppare ulteriormente le proprie potenzialità, guardando chi è più avanti; il tutto per sempre meglio sviluppare il territorio.

La Lombardia, che guarda verso il mondo esterno, ha, fra l’altro, un obiettivo primario: evitare che l’Italia, nella nuova unità europea costituisca “un problema”, di difficile soluzione, così come è stato il mezzogiorno all’atto della unificazione dell’Italia. È un pericolo reale ma che può essere superato, a patto che si dedichi il massimo sforzo.

Questa è l’ottica che ci sentiamo di proporre nell’interpretare il Rapporto, non come un evento concluso, ma come un traguardo intermedio. Esso rappresenta, infatti, un percorso che l’Istituto apre; un percorso di riflessione, cui la comunità scientifica è stata invitata e sarà continuamente invitata a collaborare per redigere, correggere, integrare i contributi le analisi e i giudizi fin qui formulati.

Per questo abbiamo scelto la forma di pubblicazione di un sito internet: per consentire a quanti lo vorranno, di partecipare alla costruzione di un laboratorio autorevole e libero di conoscenza del complesso e non concluso processo di trasformazione del sistema lombardo e a beneficio – soprattutto – di quanti hanno responsabilità di programmazione e di governo. Un laboratorio aperto e autorevole, dunque. Lo esige la ricchezza dei contributi già acquisiti, ma lo esige anche il ruolo cui l’Istituto è chiamato. Collocandosi all’interno di uno dei contesti territoriali più significativi in termini di risorse economiche e di ricerca, l’ambizione dell’IReR è di diventare fattore determinante perché possa essere colta e sviluppata l’occasione offerta dall’Amministrazione regionale al sistema regionale della ricerca (pubblico e privato) per potere essere “sistema” al servizio del “sistema” lombardo.

Il Rapporto diventa in questo modo esempio e strumento delle linee strategiche che intendiamo perseguire: quella di garantire supporto scientifico e metodologico per la definizione di scenari, identificazione di strumenti e formazione di opzioni di sviluppo per il ciclo di programmazione della nuova legislatura;
quella di supportare il governo regionale nel servire sussidiariamente il contesto locale verso l’evoluzione a “sistema”; quella di favorire il costituirsi di un sistema regionale di ricerca e di un sistema regionale di innovazione.



Adriano De Maio
Presidente IReR
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