11 - partenariato: le prospettive
Up one levelCapitolo 11 - Aldo Bonomi - Partenariato, rappresentanza e coesione sociale: digressione a partire dal modello lombardo
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11.1 Devolution della devolution e rappresentanza degli interessi: le sfide della programmazione negoziata lombarda
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11.2 Le filiere del partenariato lombardo
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11.3 Oltre la concertazione
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11.4 I nodi vitali del nuovo partenariato
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11.5 Le questioni aperte: efficacia, nuove rappresentanze e nuove borghesie
Estratto
11.1 - Devolution della devolution e rappresentanza degli interessi: le sfide della programmazione negoziata lombarda
Negli ultimi dieci anni la Regione Lombardia ha avviato una concreta
esperienza nel campo della programmazione negoziata. Un’esperienza
ricca di elementi di grande interesse ma al contempo resa complicata da
alcune trasformazioni di cui ancora bisogna prendere atto in maniera
compiuta da parte di tutti. In rapida sintesi questi elementi di
complicazione possono essere ricondotti ai seguenti punti:
Infine, queste tre complicazioni hanno un comune denominatore dal quale in qualche modo traggono origine e sul quale al contempo hanno effetti. Si tratta della crescente commistione tra le principali componenti dell’economia che ne determina un vero e proprio stato di transizione. In particolare la commistione tra settore della produzione, dei servizi e delle reti.
La produzione non basta più a se stessa per farne derivare un processo di sviluppo a scala regionale. Pur nelle varianti più virtuose - quella delle filiere e dei distretti industriali - il settore della produzione vede oggi forzati i suoi limiti dalla necessità di allargare le sue prerogative e vantaggi competitivi a nuove competenze di conoscenza, di reti efficienti ed efficaci, di nuovi servizi di progettazione, design, commercializzazione, consulenza, etc.
Dal nostro punto di vista, tutto questo è alla base degli elementi di complicazione della programmazione negoziata che abbiamo indicato: i poteri delle autonomie locali che la “devolution della devolution” vuole promuovere si trovano a far fronte a un’economia del tutto diversa da quella dalla quale gli enti locali traevano importanti opportunità di legittimazione; la filosofia della concertazione ne risulta ridefinita perché al cospetto di nuovi attori; il problema della rappresentanza deve trovare altre categorie concettuali per poter operare, e magari addirittura per poter nascere.
- la programmazione negoziata trova da tempo il proprio soggetto cardine nella regione. Tutte le regioni si sono così trovate a ricoprire un ruolo di architrave nel ridisegno in chiave federalista dello Stato concentrando nell’ambito delle loro prerogative funzioni e competenze di governo del territorio di cui in precedenza lo Stato centrale era il solo depositario. È stato questo il punto di partenza dal quale molte regioni si sono avventurate in una impresa di devolution che avesse come destinatari gli enti locali del loro territorio. È stato così anche per la Regione Lombardia, che coinvolgendo le autonomie locali, ha inaugurato un processo di “devolution della devolution” che nelle intenzioni dovrebbe favorire l’articolazione dei poteri a vantaggio dei livelli inferiori di governo. Non è una dinamica del tutto lineare come sembrerebbe dalla semplice enunciazione del principio. È invece un elemento di complicazione da diversi punti di vista. Anzitutto esso stesso implica un elemento di negoziazione, in questo caso con gli enti locali, che come tutti i processi di negoziazione non ha mai il risultato definito a priori. E poi essendo il processo di devoluzione un disegno di ridefinizione di tutto lo Stato, anche gli organi centrali dello Stato sono chiamati a intervenirvi. In sostanza, la “devolution della devolution” mette in primo piano il ruolo dei livelli inferiori di governo ma questo implica anche una ridefinizione di tutti i poteri, e questo allarga, non riduce, il raggio della negoziazione.
- Al contempo, la programmazione negoziata implica, in maniera esplicita o implicita, un rapporto con la concertazione territoriale che si estende in primo luogo alle parti sociali. In sostanza, l’interrogativo è in questo caso se e in che misura esista un rapporto con quella che a tutti gli effetti è una “filosofia della concertazione”. Infatti, a rigore, non può definirsi programmazione negoziata un’operazione che coinvolga soltanto gli enti locali; è invece necessario anche il coinvolgimento di quella vasta rete di rappresentanza di cui sono protagoniste le rappresentanze dei diversi interessi. E per fare questo è preliminarmente necessario disporre di un quadro concettuale, motivazionale e di procedure in grado di comprendere una più ampia gamma di attori.
- Ne deriva un’ulteriore complicazione, quella di dover fare i conti con un quadro della rappresentanza che intanto ha subito trasformazioni che non possono essere ignorate se non si vuole riprodurre lo stesso quadro che valeva fino a pochi anni fa. Allora non aveva alcun senso la domanda “chi rappresenta chi”; oggi invece questa appare come la domanda centrale quando ci si propone di coinvolgere le parti sociali. Mai come oggi, infatti, la rappresentanza segue percorsi nuovi, a partire dall’affermarsi di nuovi soggetti che si propongono con questa funzione. Non è però solo un problema di nuove rappresentanze; molto più gravide di conseguenze sulla vita dei lavoratori e dei cittadini è il fatto che le rappresentanze tradizionali non sembrano più in grado di interpretare, dar voce, portare a sintesi, in sostanza, rappresentare, le loro basi sociali storiche: il sindacato dei lavoratori, le associazioni dell’artigianato e del commercio, la stessa Confindustria. In definitiva, la rappresentanza degli interessi è definitivamente diventata un problema e la programmazione negoziata della Regione ne risente: la “difficile rappresentanza” è anche un problema dell’istituzione regionale.
Infine, queste tre complicazioni hanno un comune denominatore dal quale in qualche modo traggono origine e sul quale al contempo hanno effetti. Si tratta della crescente commistione tra le principali componenti dell’economia che ne determina un vero e proprio stato di transizione. In particolare la commistione tra settore della produzione, dei servizi e delle reti.
La produzione non basta più a se stessa per farne derivare un processo di sviluppo a scala regionale. Pur nelle varianti più virtuose - quella delle filiere e dei distretti industriali - il settore della produzione vede oggi forzati i suoi limiti dalla necessità di allargare le sue prerogative e vantaggi competitivi a nuove competenze di conoscenza, di reti efficienti ed efficaci, di nuovi servizi di progettazione, design, commercializzazione, consulenza, etc.
Dal nostro punto di vista, tutto questo è alla base degli elementi di complicazione della programmazione negoziata che abbiamo indicato: i poteri delle autonomie locali che la “devolution della devolution” vuole promuovere si trovano a far fronte a un’economia del tutto diversa da quella dalla quale gli enti locali traevano importanti opportunità di legittimazione; la filosofia della concertazione ne risulta ridefinita perché al cospetto di nuovi attori; il problema della rappresentanza deve trovare altre categorie concettuali per poter operare, e magari addirittura per poter nascere.
11.2 - Le filiere del partenariato lombardo
Sembra questo il caso della Regione Lombardia, la quale nell’ultimo
lustro ha ben operato. In particolare attivando tutte le filiere di
partenariato che sembrava possibile attivare, come esplicitato nel
contributo di Lorenza Violini.
Anzitutto la filiera delle autonomie locali: si è dato vita a momenti di coinvolgimento di comuni, province, comunità montane nel corso dei quali in primo luogo ascoltare il punto di vista di ciascuno. E poi per raccogliere tutti gli elementi sullo stato di bisogno delle diverse aree territoriali per prospettare linee di intervento in accordo con gli enti locali.
Quindi la filiera delle autonomie funzionali: partiti con il coinvolgimento di camere di commercio e di università, l’azione si sta ora estendendo a comprendere altre autonomie quali le fiere, le agenzie dei trasporti e delle comunicazioni, le public utilities. In generale tutta quella filiera di strutture che configurano una filiera territoriale operante per lo sviluppo.
Infine la filiera delle autonomie dell’ambiente e dell’economia sociale: si compone dei soggetti che rivestono responsabilità soprattutto nel campo dell’ambiente naturale e antropico e dei servizi alla persona. L’ambiente, in particolare, rivelandosi come bacino di risorse economiche e territoriali, si sta rivelando come un settore nel quale sperimentare una programmazione negoziata ricca di potenzialità, sia dal punto di vista economico che della conservazione e valorizzazione dei valori ambientali. Dal canto suo, l’economia sociale è quel settore in cui un ruolo dal quale non è possibile prescindere viene svolto dal sistema delle cooperative sociali e in genere del terzo settore. Un ambito non semplicemente di “riparo” per coloro che non possono più contare sulle generosità di un welfare in crisi, ma riserva di un bacino di risorse di sviluppo a tutti gli effetti; si pensi solo alle possibilità di reimpiego su altri versanti di capacità professionali potenzialmente utili anche per gli operatori economici del mercato del lavoro centrale. Anche questa è una filiera da potenziare, ma le promesse per ben operare ci sono tutte.
Nell’insieme sono tutte filiere che configurano un partenariato territoriale nient’affatto privo di ripercussioni sugli stessi strumenti di programmazione negoziata. Si pensi solo all’efficacia che oggi viene garantita dal Programma Integrato di Sviluppo Locale (PISL), strumento regionale che è necessariamente espressione di coalizioni istituzionali, economiche e sociali, le quali, in forma di partenariato, operano in determinate aree omogenee con finalità di sviluppo locale, e in ogni caso in coerenza con la programmazione regionale.
Nel complesso la valutazione sulle politiche di programmazione negoziata della Regione è positivo. La fase attuale ha infatti aperto il tema di un approccio programmatorio più adeguato alle logiche di sussidiarietà e di governance del territorio.
Anzitutto la filiera delle autonomie locali: si è dato vita a momenti di coinvolgimento di comuni, province, comunità montane nel corso dei quali in primo luogo ascoltare il punto di vista di ciascuno. E poi per raccogliere tutti gli elementi sullo stato di bisogno delle diverse aree territoriali per prospettare linee di intervento in accordo con gli enti locali.
Quindi la filiera delle autonomie funzionali: partiti con il coinvolgimento di camere di commercio e di università, l’azione si sta ora estendendo a comprendere altre autonomie quali le fiere, le agenzie dei trasporti e delle comunicazioni, le public utilities. In generale tutta quella filiera di strutture che configurano una filiera territoriale operante per lo sviluppo.
Infine la filiera delle autonomie dell’ambiente e dell’economia sociale: si compone dei soggetti che rivestono responsabilità soprattutto nel campo dell’ambiente naturale e antropico e dei servizi alla persona. L’ambiente, in particolare, rivelandosi come bacino di risorse economiche e territoriali, si sta rivelando come un settore nel quale sperimentare una programmazione negoziata ricca di potenzialità, sia dal punto di vista economico che della conservazione e valorizzazione dei valori ambientali. Dal canto suo, l’economia sociale è quel settore in cui un ruolo dal quale non è possibile prescindere viene svolto dal sistema delle cooperative sociali e in genere del terzo settore. Un ambito non semplicemente di “riparo” per coloro che non possono più contare sulle generosità di un welfare in crisi, ma riserva di un bacino di risorse di sviluppo a tutti gli effetti; si pensi solo alle possibilità di reimpiego su altri versanti di capacità professionali potenzialmente utili anche per gli operatori economici del mercato del lavoro centrale. Anche questa è una filiera da potenziare, ma le promesse per ben operare ci sono tutte.
Nell’insieme sono tutte filiere che configurano un partenariato territoriale nient’affatto privo di ripercussioni sugli stessi strumenti di programmazione negoziata. Si pensi solo all’efficacia che oggi viene garantita dal Programma Integrato di Sviluppo Locale (PISL), strumento regionale che è necessariamente espressione di coalizioni istituzionali, economiche e sociali, le quali, in forma di partenariato, operano in determinate aree omogenee con finalità di sviluppo locale, e in ogni caso in coerenza con la programmazione regionale.
Nel complesso la valutazione sulle politiche di programmazione negoziata della Regione è positivo. La fase attuale ha infatti aperto il tema di un approccio programmatorio più adeguato alle logiche di sussidiarietà e di governance del territorio.
11.3 - Oltre la concertazione
Negli ultimi anni la Regione Lombardia ha inteso lavorare sull’idea di
partenariato in una logica che prescindesse o almeno andasse oltre il
dibattito stantio sulla concertazione. Il partenariato ha così inteso
focalizzare la propria fisionomia di concetto comunitario, cioè di
sistema multiplo di relazioni con i corpi intermedi della società
finalizzato a condividere gli obiettivi strategici delle politiche ai
diversi livelli istituzionali in cui la Regione si articola e a
cooperare all’attuazione di questi obiettivi in una logica per
l’appunto partenariale.
In questa visione, il partenariato non vuole essere semplicemente assimilato a una generica condivisione di obiettivi, cioè alla costruzione di un consenso a decisioni già prese o comunque di competenza della sola Regione. È invece la presa d’atto della necessità di concretizzare con i corpi intermedi della società, oltre che con le istituzioni locali, quella combinazione di sussidiarietà verticale e orizzontale che costituisce la cornice normativa e strategica che la Regione si è data.
Di qui gli strumenti di cui ci si è dotati; anzitutto il “Patto per lo sviluppo”, inteso non come un “tavolo”, ma come un sistema di relazioni e di collaborazioni. E poi tutta la “famiglia” degli strumenti della programmazione negoziata che, anche attraverso la legge regionale, hanno interessato i livelli locali delle istituzioni. Ne è derivato e da cui è derivato un doppio piano di comunicazione. In primo luogo, il rapporto con le istituzioni locali dei comuni, delle province e delle comunità montane è stato mirato alla gestione di tutto quanto riguarda il decentramento. Da questo punto di vista, concentrandosi sugli aspetti relativi alle risorse e al trasferimento delle competenze, il dibattito si è configurato sostanzialmente come un problema tutto istituzionale dagli esiti non diversi da quelli del tradizionale dibattito sul decentramento. Infatti, essendo il rapporto con gli enti locali fortemente centrato sul tema delle competenze, il dibattito che ne è scaturito è stato sicuramente utile a definire e precisare la divisione del lavoro amministrativo fra le diverse istituzioni. Al contempo, però, irrigidendo l’impostazione generale della discussione su problemi come il personale e l’organizzazione e in generale su tutti gli aspetti di ruolo e di funzioni che sono tipici del dibattito tra diversi livelli istituzionali.
Diverso il rapporto con i corpi intermedi, certamente più flessibile e dotato di relativa autonomia, dove semmai il principale problema si è rivelato quello della disponibilità delle risorse su cui impostare la cooperazione. In sostanza, mentre per gli enti locali l’impegno più faticoso è stato quello della definizione di ruoli e funzioni, una volta definiti i quali si può contare più agevolmente sulle risorse attraverso cui cooperare, per i soggetti privati è proprio quest’ultimo il terreno sul quale più faticosa si fa la cooperazione.
Di fronte a tutto questo la Regione ha costruito “tavoli territoriali” in tutte le province finalizzati all’ascolto delle esigenze del territorio; strumenti che, anche attraverso momenti assembleari di incontri periodici, vedono la partecipazione di soggetti istituzionali, di autonomie funzionali e di organizzazioni della società. Sono stati concepiti come funzionali alla raccolta e selezione delle priorità e quindi come un’operazione di voice delle società locali che vengono invitate ad esprimere le principali attese sulle priorità a cui la Regione dovrebbe fornire supporti.
Resta il fatto che ancora si deve giungere a una vera e propria capacità attuativa, cioè a progetti di programmazione negoziata, anche se la legge sulla programmazione di cui ci si è dotati costituisce sicuramente un elemento di facilitazione che sta consentendo di mettersi all’opera con buone prospettive di realizzazione. Il Consiglio delle autonomie, previsto dalle legge, consente di predisporre un ambiente di dialogo tra diversi livelli istituzionali, l’importante è condividere l’idea che questo non potrà esaurire il problema di dotarsi di un sistema di relazioni più ampio e articolato a livello di società. In secondo luogo, condividere l’idea che tutto questo non potrà essere così formalizzato, e quindi politico, come talvolta sembra essere accaduto privilegiando le componenti istituzionali sui protagonisti della sussidiarietà orizzontale.
In questa visione, il partenariato non vuole essere semplicemente assimilato a una generica condivisione di obiettivi, cioè alla costruzione di un consenso a decisioni già prese o comunque di competenza della sola Regione. È invece la presa d’atto della necessità di concretizzare con i corpi intermedi della società, oltre che con le istituzioni locali, quella combinazione di sussidiarietà verticale e orizzontale che costituisce la cornice normativa e strategica che la Regione si è data.
Di qui gli strumenti di cui ci si è dotati; anzitutto il “Patto per lo sviluppo”, inteso non come un “tavolo”, ma come un sistema di relazioni e di collaborazioni. E poi tutta la “famiglia” degli strumenti della programmazione negoziata che, anche attraverso la legge regionale, hanno interessato i livelli locali delle istituzioni. Ne è derivato e da cui è derivato un doppio piano di comunicazione. In primo luogo, il rapporto con le istituzioni locali dei comuni, delle province e delle comunità montane è stato mirato alla gestione di tutto quanto riguarda il decentramento. Da questo punto di vista, concentrandosi sugli aspetti relativi alle risorse e al trasferimento delle competenze, il dibattito si è configurato sostanzialmente come un problema tutto istituzionale dagli esiti non diversi da quelli del tradizionale dibattito sul decentramento. Infatti, essendo il rapporto con gli enti locali fortemente centrato sul tema delle competenze, il dibattito che ne è scaturito è stato sicuramente utile a definire e precisare la divisione del lavoro amministrativo fra le diverse istituzioni. Al contempo, però, irrigidendo l’impostazione generale della discussione su problemi come il personale e l’organizzazione e in generale su tutti gli aspetti di ruolo e di funzioni che sono tipici del dibattito tra diversi livelli istituzionali.
Diverso il rapporto con i corpi intermedi, certamente più flessibile e dotato di relativa autonomia, dove semmai il principale problema si è rivelato quello della disponibilità delle risorse su cui impostare la cooperazione. In sostanza, mentre per gli enti locali l’impegno più faticoso è stato quello della definizione di ruoli e funzioni, una volta definiti i quali si può contare più agevolmente sulle risorse attraverso cui cooperare, per i soggetti privati è proprio quest’ultimo il terreno sul quale più faticosa si fa la cooperazione.
Di fronte a tutto questo la Regione ha costruito “tavoli territoriali” in tutte le province finalizzati all’ascolto delle esigenze del territorio; strumenti che, anche attraverso momenti assembleari di incontri periodici, vedono la partecipazione di soggetti istituzionali, di autonomie funzionali e di organizzazioni della società. Sono stati concepiti come funzionali alla raccolta e selezione delle priorità e quindi come un’operazione di voice delle società locali che vengono invitate ad esprimere le principali attese sulle priorità a cui la Regione dovrebbe fornire supporti.
Resta il fatto che ancora si deve giungere a una vera e propria capacità attuativa, cioè a progetti di programmazione negoziata, anche se la legge sulla programmazione di cui ci si è dotati costituisce sicuramente un elemento di facilitazione che sta consentendo di mettersi all’opera con buone prospettive di realizzazione. Il Consiglio delle autonomie, previsto dalle legge, consente di predisporre un ambiente di dialogo tra diversi livelli istituzionali, l’importante è condividere l’idea che questo non potrà esaurire il problema di dotarsi di un sistema di relazioni più ampio e articolato a livello di società. In secondo luogo, condividere l’idea che tutto questo non potrà essere così formalizzato, e quindi politico, come talvolta sembra essere accaduto privilegiando le componenti istituzionali sui protagonisti della sussidiarietà orizzontale.
11.4 - I nodi vitali del nuovo partenariato
Fin qui gli aspetti positivi, o tendenzialmente tali. Vediamo ora in breve quali problemi rimangono aperti.
Il principale è di metodo, che però non manca di avere effetti anche nel merito. È tipico delle istituzioni – la Regione Lombardia non sembra fare eccezione – ricercare un tipo di innovazione che abbia la pretesa di tenere assieme tutti i soggetti e i problemi che questi sollevano. In questo c’è il tentativo condotto in buona fede e con tutti i buoni propositi, di innovare dall’altro e innovare dal basso. In concreto, nella logica di una programmazione negoziata onnicomprensiva, vengono coinvolte tanto le parti sociali tradizionali del capitale e del lavoro, quanto le strutture del terzo settore e gli operatori dell’ambiente. Nulla di male in questo, anzi. Il punto è che in questo modo vengono trascurati processi sociali ed economici che intanto stanno scavando in profondità.
Il mercato del lavoro non è più quello di prima. Accanto all’ingresso di nuove popolazioni immigrate che mutano la composizione sociale anche dei comuni più piccoli, assistiamo al più consistente cambiamento delle forme di lavoro e dei loro criteri di regolazione. Ma al contempo è tutto il lavoro a frammentarsi, con i contratti a progetto, i contratti di formazione-lavoro, i lavori stagionali, lo staff leasing e in generale tutte quelle forme contrattuali che non possono in alcun modo essere ricondotte al tradizionale contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Naturalmente non è il solo cambiamento. Anche ciò che è ormai invalso qualificare come new economy si compone in realtà di un insieme eterogeneo e per molti versi magmatico di attività. Prima di tutto, la new economy propriamente detta: il settore che produce mezzi di calcolo (computers) e di comunicazione (Internet). Questo settore viene investito dalla compressione dei costi (e dall’aumento della potenza) del calcolo e della comunicazione, che si traduce in un fortissimo incentivo ad accrescere le quantità offerte e domandate. La rivoluzione nel calcolo e nella comunicazione riguarda sia la old che la new economy. Ma questo comporta un uso intensivo dei mezzi di calcolo e di comunicazione che può essere piuttosto visto come l’affermazione di una net economy che usa computers e Internet per favorire una economia dell’interazione comunicativa. Nella net economy il valore viene prodotto dall’interazione tra produttori e consumatori, facendo crescere le contaminazioni, i dialoghi e le esperienze condivise che allacciano i diversi attori presenti nella rete. Infine una knowledge economy che nasce dalle enormi possibilità di riuso delle conoscenze che sono rese accessibili dalla connessione in rete di milioni di persone e di operatori, ciascuno dei quali può accedere al sapere degli altri e può vendere il proprio sapere agli altri.
Tutto questo – mutamento del mercato del lavoro e net-economy – è poi all’origine di una individualizzazione dei rapporti di lavoro che ormai non consente più tanto facilmente di organizzare rappresentanze in chiave collettiva. È quello che è stato definito “capitalismo personale”. È in realtà un nuovo scenario di trasformazioni che riguardano tutti, lavoratori autonomi e dipendenti, imprenditori e professionisti, manager e operai, … Il capitalismo personale è il principale segnale di un cambiamento che ha investito nei suoi fondamenti il capitalismo italiano, ma in primo luogo quello lombardo. Le persone sono soggetti la cui forza psicologica ed emotiva è alimentata da reti di appartenenza, da legami sociali che essi con la loro azione contribuiscono a riprodurre e a rigenerare. E utilizzare a questo proposito l’idea di capitale sociale o relazionale questo vuol dire: dare tutta l’importanza che merita all’insieme di relazioni che ciascuna persona è in grado di mobilitare a fini produttivi e, in secondo luogo, all’insieme di relazioni che vengono riprodotte proprio in conseguenza di questa mobilitazione personale. In sostanza, siamo in presenza di un vero e proprio passaggio di fase che rende obsoleta la descrizione del capitalismo italiano condotta soltanto in termini di piccole e medie imprese, di subfornitura più o meno dipendente, di filiere produttive e catene del valore; in sostanza, di unità produttive minori collegate fra loro e con la grande impresa nei cicli economici di produzione del valore. Oggi sono cambiati gli attori in gioco, le loro relazioni e le risorse da loro utilizzate. Si tratta di fare un passaggio ulteriore: nelle vicende della piccola impresa, dei sistemi locali, dei distretti c’è molto di più dell’importanza che l’impresa minore ricopre nella produzione di valore economico. C’è l’energia messa in circolo dalle persone e dalle relazioni tra le persone. È questo che mobilita i mercati, i capitali, il denaro e che alla fin fine genera sviluppo imprenditoriale e crescita economica.
Se si considera tutto questo, appare evidente la distonia tra i processi reali e una concertazione che si ostina a fare del lavoro normato il suo unico o almeno principale architrave.
Contemporaneamente le autonomie funzionali sono diventate il vero motore dell’economia. Sono, infatti, quelle infrastrutture che fanno circolare merci, informazioni, saperi e attraggono e organizzano milioni di utenti/clienti. Ne sarà un esempio emblematico il nuovo polo della Fiera di Milano in costruzione a Rho-Pero. È nel cuore della pedemontana che si ridisegna la mappa della comunicazione con il mondo nell’epoca della velocità ed è qui che è in atto una terziarizzazione basata su un grande dinamismo per poli, per segmenti, al di fuori cioè di un disegno ordinatorio unico e condiviso.
Il fatto poi che parliamo di pedemontana lombarda senza che esista la Pedemontana intesa come infrastruttura che dovrebbe connettere i flussi della fiera e degli aeroporti ai luoghi è emblematico. Basti pensare che il polo fieristico sarà operativo nel 2005, che l’aeroporto di Malpensa è già operativo e che la Pedemontana-superstrada o autostrada, se tutto andrà bene, poserà la prima pietra nel 2006-2008. E intanto gli insediamenti ipermoderni scavano nel territorio con le loro funzioni on site, come nel caso di Malpensa che ha visto insediarsi commerci, banche, autonoleggi, parcheggi … e con quelle off site: trasporti, spedizionieri, logistica.
È qui, al centro della Lombardia – significativo il caso delle università, del loro decentramento e del loro rapporto con il territorio - che si determinano le nuove dinamiche di sviluppo. Da Varese a Bergamo si sta consolidando un asse del sapere diffuso e territorializzato: l’Università dell’Insubria e della LIUC di Castellanza, l’Istituto universitario di don Verzè a Cesano Maderno, in Brianza, e poi Lecco e Como, dove il Politecnico ha lanciato il suo progetto di rete territoriale in rapporto con le imprese, Servitec, a Dalmine. Dal basso insomma inizia a prender forma una delle scommesse più difficili per reggere la sfida attuale basata sulla capacità di interconnettere i luoghi e i modelli produttivi con la produzione di saperi e di ricerca adeguata. Non solo, nel caso delle università locali si assiste ad un ruolo strategico delle camere di commercio. Emerge in maniera chiara e netta il protagonismo del sistema camerale che da Varese, Como, Lecco e Bergamo va a supporto della internazionalizzazione delle imprese per la realizzazione delle infrastrutture di cui spesso le camere di commercio hanno quote rilevanti sino alla realizzazione delle università.
Infine, si sta realizzando un altro processo ipermoderno: il mutamento del sistema di distribuzione, di consumo, di commercializzazione delle merci. Basta percorrere la SS 36, la Comasina, o l’asse Sempione per rendersi conto visivamente del proliferare degli ipermercati e dei megastore specializzati. Qui, in questi che la sociologia moderna definisce ”non luoghi” del consumo, muta la nostra antropologia di uomini-consumatori e si ridisegnano spazi di incontro e di comunità basati sul nostro essere consumatori, ridisegnando la rete distributiva che muta profondamente il tessuto commerciale.
Gli esempi qui richiamati riguardano tutti quell’asse pedemontano che è stato chiamato “geocomunità della città infinita”. La geocomunità si riferisce, infatti, ad un’area territoriale di vasto raggio sulla quale si fanno sempre più evidenti le principali trasformazioni. Un’area tenuta assieme da un insieme di affinità e omogeneità ma anche dalle volontà e strategie degli operatori che vi sono insediati. Di qui, ad esempio, la presenza di distretti produttivi omogenei storicamente dal punto di vista delle attività di impresa; ma anche la presenza di reti terziarie nel campo della comunicazione, della conoscenza, della distribuzione. In sostanza, una geocomunità viene definita da affinità e da opportunità. E l’asse pedemontano lombardo si caratterizza per una ricchezza di varietà territoriali dove ambedue questi aspetti sono facilmente rintracciabili.
Quanto all’idea di “città infinita” non è difficile vedere il motivo di questa denominazione come naturale conseguenza del concetto di geoconmunità. Infatti, proprio questa varietà, di assetti territoriali, di produzioni, di vocazioni, di nuove strategie, stinge i confini tra “centro” e “periferia” con cui il territorio è sempre stato interpretato. Anche quella che prima era una periferia, ad esempio la provincia lombarda, si trova oggi a ospitare funzioni tipicamente metropolitane, come abbiamo visto nel caso delle sedi universitarie o dei centri specializzati di distribuzione.
Inutile dire che con queste definizioni i concetti di geocomunità e di città infinita diventano utili strumenti da utilizzare anche sul piano della programmazione regionale.
Infine: da un lato nella programmazione sembra voler entrare tutto, o almeno tutto quello che di solito viene a configurarsi come rappresentanza organizzata; dall’altro troppe cose ne rimangono ancora escluse. In definitiva, l’ipermodernità di questa regione, tutto quello in sostanza che qui è stato richiamato per indicare le principali trasformazioni socio-economiche e che è all’origine di una geocomunità, ancora non è entrato come materia di programmazione.
Il principale è di metodo, che però non manca di avere effetti anche nel merito. È tipico delle istituzioni – la Regione Lombardia non sembra fare eccezione – ricercare un tipo di innovazione che abbia la pretesa di tenere assieme tutti i soggetti e i problemi che questi sollevano. In questo c’è il tentativo condotto in buona fede e con tutti i buoni propositi, di innovare dall’altro e innovare dal basso. In concreto, nella logica di una programmazione negoziata onnicomprensiva, vengono coinvolte tanto le parti sociali tradizionali del capitale e del lavoro, quanto le strutture del terzo settore e gli operatori dell’ambiente. Nulla di male in questo, anzi. Il punto è che in questo modo vengono trascurati processi sociali ed economici che intanto stanno scavando in profondità.
Il mercato del lavoro non è più quello di prima. Accanto all’ingresso di nuove popolazioni immigrate che mutano la composizione sociale anche dei comuni più piccoli, assistiamo al più consistente cambiamento delle forme di lavoro e dei loro criteri di regolazione. Ma al contempo è tutto il lavoro a frammentarsi, con i contratti a progetto, i contratti di formazione-lavoro, i lavori stagionali, lo staff leasing e in generale tutte quelle forme contrattuali che non possono in alcun modo essere ricondotte al tradizionale contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Naturalmente non è il solo cambiamento. Anche ciò che è ormai invalso qualificare come new economy si compone in realtà di un insieme eterogeneo e per molti versi magmatico di attività. Prima di tutto, la new economy propriamente detta: il settore che produce mezzi di calcolo (computers) e di comunicazione (Internet). Questo settore viene investito dalla compressione dei costi (e dall’aumento della potenza) del calcolo e della comunicazione, che si traduce in un fortissimo incentivo ad accrescere le quantità offerte e domandate. La rivoluzione nel calcolo e nella comunicazione riguarda sia la old che la new economy. Ma questo comporta un uso intensivo dei mezzi di calcolo e di comunicazione che può essere piuttosto visto come l’affermazione di una net economy che usa computers e Internet per favorire una economia dell’interazione comunicativa. Nella net economy il valore viene prodotto dall’interazione tra produttori e consumatori, facendo crescere le contaminazioni, i dialoghi e le esperienze condivise che allacciano i diversi attori presenti nella rete. Infine una knowledge economy che nasce dalle enormi possibilità di riuso delle conoscenze che sono rese accessibili dalla connessione in rete di milioni di persone e di operatori, ciascuno dei quali può accedere al sapere degli altri e può vendere il proprio sapere agli altri.
Tutto questo – mutamento del mercato del lavoro e net-economy – è poi all’origine di una individualizzazione dei rapporti di lavoro che ormai non consente più tanto facilmente di organizzare rappresentanze in chiave collettiva. È quello che è stato definito “capitalismo personale”. È in realtà un nuovo scenario di trasformazioni che riguardano tutti, lavoratori autonomi e dipendenti, imprenditori e professionisti, manager e operai, … Il capitalismo personale è il principale segnale di un cambiamento che ha investito nei suoi fondamenti il capitalismo italiano, ma in primo luogo quello lombardo. Le persone sono soggetti la cui forza psicologica ed emotiva è alimentata da reti di appartenenza, da legami sociali che essi con la loro azione contribuiscono a riprodurre e a rigenerare. E utilizzare a questo proposito l’idea di capitale sociale o relazionale questo vuol dire: dare tutta l’importanza che merita all’insieme di relazioni che ciascuna persona è in grado di mobilitare a fini produttivi e, in secondo luogo, all’insieme di relazioni che vengono riprodotte proprio in conseguenza di questa mobilitazione personale. In sostanza, siamo in presenza di un vero e proprio passaggio di fase che rende obsoleta la descrizione del capitalismo italiano condotta soltanto in termini di piccole e medie imprese, di subfornitura più o meno dipendente, di filiere produttive e catene del valore; in sostanza, di unità produttive minori collegate fra loro e con la grande impresa nei cicli economici di produzione del valore. Oggi sono cambiati gli attori in gioco, le loro relazioni e le risorse da loro utilizzate. Si tratta di fare un passaggio ulteriore: nelle vicende della piccola impresa, dei sistemi locali, dei distretti c’è molto di più dell’importanza che l’impresa minore ricopre nella produzione di valore economico. C’è l’energia messa in circolo dalle persone e dalle relazioni tra le persone. È questo che mobilita i mercati, i capitali, il denaro e che alla fin fine genera sviluppo imprenditoriale e crescita economica.
Se si considera tutto questo, appare evidente la distonia tra i processi reali e una concertazione che si ostina a fare del lavoro normato il suo unico o almeno principale architrave.
Contemporaneamente le autonomie funzionali sono diventate il vero motore dell’economia. Sono, infatti, quelle infrastrutture che fanno circolare merci, informazioni, saperi e attraggono e organizzano milioni di utenti/clienti. Ne sarà un esempio emblematico il nuovo polo della Fiera di Milano in costruzione a Rho-Pero. È nel cuore della pedemontana che si ridisegna la mappa della comunicazione con il mondo nell’epoca della velocità ed è qui che è in atto una terziarizzazione basata su un grande dinamismo per poli, per segmenti, al di fuori cioè di un disegno ordinatorio unico e condiviso.
Il fatto poi che parliamo di pedemontana lombarda senza che esista la Pedemontana intesa come infrastruttura che dovrebbe connettere i flussi della fiera e degli aeroporti ai luoghi è emblematico. Basti pensare che il polo fieristico sarà operativo nel 2005, che l’aeroporto di Malpensa è già operativo e che la Pedemontana-superstrada o autostrada, se tutto andrà bene, poserà la prima pietra nel 2006-2008. E intanto gli insediamenti ipermoderni scavano nel territorio con le loro funzioni on site, come nel caso di Malpensa che ha visto insediarsi commerci, banche, autonoleggi, parcheggi … e con quelle off site: trasporti, spedizionieri, logistica.
È qui, al centro della Lombardia – significativo il caso delle università, del loro decentramento e del loro rapporto con il territorio - che si determinano le nuove dinamiche di sviluppo. Da Varese a Bergamo si sta consolidando un asse del sapere diffuso e territorializzato: l’Università dell’Insubria e della LIUC di Castellanza, l’Istituto universitario di don Verzè a Cesano Maderno, in Brianza, e poi Lecco e Como, dove il Politecnico ha lanciato il suo progetto di rete territoriale in rapporto con le imprese, Servitec, a Dalmine. Dal basso insomma inizia a prender forma una delle scommesse più difficili per reggere la sfida attuale basata sulla capacità di interconnettere i luoghi e i modelli produttivi con la produzione di saperi e di ricerca adeguata. Non solo, nel caso delle università locali si assiste ad un ruolo strategico delle camere di commercio. Emerge in maniera chiara e netta il protagonismo del sistema camerale che da Varese, Como, Lecco e Bergamo va a supporto della internazionalizzazione delle imprese per la realizzazione delle infrastrutture di cui spesso le camere di commercio hanno quote rilevanti sino alla realizzazione delle università.
Infine, si sta realizzando un altro processo ipermoderno: il mutamento del sistema di distribuzione, di consumo, di commercializzazione delle merci. Basta percorrere la SS 36, la Comasina, o l’asse Sempione per rendersi conto visivamente del proliferare degli ipermercati e dei megastore specializzati. Qui, in questi che la sociologia moderna definisce ”non luoghi” del consumo, muta la nostra antropologia di uomini-consumatori e si ridisegnano spazi di incontro e di comunità basati sul nostro essere consumatori, ridisegnando la rete distributiva che muta profondamente il tessuto commerciale.
Gli esempi qui richiamati riguardano tutti quell’asse pedemontano che è stato chiamato “geocomunità della città infinita”. La geocomunità si riferisce, infatti, ad un’area territoriale di vasto raggio sulla quale si fanno sempre più evidenti le principali trasformazioni. Un’area tenuta assieme da un insieme di affinità e omogeneità ma anche dalle volontà e strategie degli operatori che vi sono insediati. Di qui, ad esempio, la presenza di distretti produttivi omogenei storicamente dal punto di vista delle attività di impresa; ma anche la presenza di reti terziarie nel campo della comunicazione, della conoscenza, della distribuzione. In sostanza, una geocomunità viene definita da affinità e da opportunità. E l’asse pedemontano lombardo si caratterizza per una ricchezza di varietà territoriali dove ambedue questi aspetti sono facilmente rintracciabili.
Quanto all’idea di “città infinita” non è difficile vedere il motivo di questa denominazione come naturale conseguenza del concetto di geoconmunità. Infatti, proprio questa varietà, di assetti territoriali, di produzioni, di vocazioni, di nuove strategie, stinge i confini tra “centro” e “periferia” con cui il territorio è sempre stato interpretato. Anche quella che prima era una periferia, ad esempio la provincia lombarda, si trova oggi a ospitare funzioni tipicamente metropolitane, come abbiamo visto nel caso delle sedi universitarie o dei centri specializzati di distribuzione.
Inutile dire che con queste definizioni i concetti di geocomunità e di città infinita diventano utili strumenti da utilizzare anche sul piano della programmazione regionale.
Infine: da un lato nella programmazione sembra voler entrare tutto, o almeno tutto quello che di solito viene a configurarsi come rappresentanza organizzata; dall’altro troppe cose ne rimangono ancora escluse. In definitiva, l’ipermodernità di questa regione, tutto quello in sostanza che qui è stato richiamato per indicare le principali trasformazioni socio-economiche e che è all’origine di una geocomunità, ancora non è entrato come materia di programmazione.
11.5 - Le questioni aperte: efficacia, nuove rappresentanze e nuove borghesie
Certo è che la coesione sociale è vista come il principale motore di
qualsiasi disegno di sviluppo regionale. E di questo bisogna dare atto
alla Regione.
Soprattutto in un momento in cui la costruzione di “tavoli” è ormai troppo spesso vista, nel dibattito politico locale ed italiano, come un lavoro di falegnameria destinato solo a “far perdere tempo”. E le ragioni portate a questo argomento sono quelle che mettono in evidenza la sostanziale irrilevanza di una concertazione basata esclusivamente su attori locali; infatti - viene sottolineato - gli attori forti, quelli capaci di decidere sulle cose importanti non starebbero qui, in Lombardia. Così ad esempio il tracciato del Corridoio 5 - il principale canale di attraversamento del Nord Italia che dovrà collegare Lione con Bratislava - viene deciso altrove. Obiezioni che certamente hanno qualche fondamento ma che in ogni caso non giungono fino al punto di deprivare di qualsiasi razionalità quello che è il principale requisito di una vera prospettiva di sviluppo: la coesione sociale. Ora, se un più alto tasso di coesione viene raggiunto anche da una concertazione allargata, questo non ha nulla a che fare con la perdita di tempo. Il “tempo perso” di cui parla Bruno Manghi1 ha altre ragioni, certamente non quelle che si rifanno alla costruzione di coalizioni che hanno l’ambizione di affrontare i nodi strategici dello sviluppo.
In ogni caso bisognerà fare in modo che tutti i momenti di concertazione siano direttamente connessi ad un’operatività che ne assicuri in qualche modo il raggiungimento dei risultati. Certo è che questo potrà realizzarsi soltanto a terminate condizioni.
Occorre abbassare il livello di quel sindacalismo istituzionale che oppone i comuni tra loro, i comuni alle province e tutti quanti alla Regione. Il sindacalismo istituzionale non è che il residuo malato di quella cultura sindacale dei diritti che è molto attenta ai bisogni, a ciò che manca, ma che al contempo non riserva alcuno spazio ai doveri. Cosa da non trascurare soprattutto nel caso di poteri pubblici.
È necessario che le rappresentanze tradizionali riconoscano di non essere più in grado di esercitare una rappresentanza generale. Vi potranno magari aspirare quelle storicamente abilitate a svolgere funzioni nazionali di contenimento dei costi in cambio di un allargamento della base occupazionale. Ma intanto la frammentazione del mercato del lavoro ha incentivato le negoziazioni individuali o di piccolo gruppo che semmai i costi li hanno aumentati: ciascun professionista o ciascuna rappresentanza sindacale, specie se autonoma, si muove anche al di fuori delle regole in cui la concertazione sindacale è sempre stata esercitata. E questo non può che essere una delle ragioni di incremento di compensi e salari e quindi dei livelli di inflazione. Ora, che i salari in Italia siano tanto bassi da risultare antieconomici non riuscendo ad essere di stimolo alla domanda è vero, ma questo non dipende dalla proliferazione delle rappresentanze e delle forme di negoziazione. Dipenderà semmai dal fatto che il sindacato confederale non è più nemmeno in grado di proteggere sotto il profilo economico i propri rappresentati. E questo perché intanto questa base sociale si è ridotta proprio a vantaggio di una miriade di altre professioni e forme contrattuali.
È quanto mai necessario tener conto della nascita di una nuova borghesia le cui proprietà, anche quando cospicue, non derivano necessariamente dalle precedenti generazioni, né soprattutto dalla disponibilità di mezzi di produzione e potere politico, come avveniva per la borghesia storica. Le principali fonti della ricchezza della nuova borghesia sono il livello di conoscenza impiegato nelle attività e poi il capitale di reti da cui i neoborghesi traggono riconoscimento e inviti concreti ad assumersi responsabilità sociali.
È un ceto sociale trasversale a diversi settori dell’economia. Vediamo i principali:
Non sembri, infine, che queste siano le sole indicazioni per garantire quella operatività della concertazione che a molti non appare più nemmeno possibile perché “tempo perso”. Abbassare il sindacalismo istituzionale, metter mano a un sistema della rappresentanza non più generale, essere attenti alla formazione di una nuova borghesia sono tutti impegni che non possono escludere i nuovi ultimi. Sono quelli che per ragioni di reddito o di emarginazione, vivono di fatto una condizione di esclusione sociale. Una programmazione regionale che si voglia aggiornata, tanto più se negoziata, non può ignorare questa componente della società. La tipologia dei soggetti che ne fanno parte è quanto mai variegata. Così come variegato è il panorama degli attori che direttamente o meno se ne occupano, un panorama di cui il volontariato e le imprese sociali sono solo una parte. Per una regione bisogna solo disporre della volontà di farci i conti.
1 Manghi B., Il tempo perso nelle attività politiche, sindacali, associative, Marsilio, Venezia 1995.
Soprattutto in un momento in cui la costruzione di “tavoli” è ormai troppo spesso vista, nel dibattito politico locale ed italiano, come un lavoro di falegnameria destinato solo a “far perdere tempo”. E le ragioni portate a questo argomento sono quelle che mettono in evidenza la sostanziale irrilevanza di una concertazione basata esclusivamente su attori locali; infatti - viene sottolineato - gli attori forti, quelli capaci di decidere sulle cose importanti non starebbero qui, in Lombardia. Così ad esempio il tracciato del Corridoio 5 - il principale canale di attraversamento del Nord Italia che dovrà collegare Lione con Bratislava - viene deciso altrove. Obiezioni che certamente hanno qualche fondamento ma che in ogni caso non giungono fino al punto di deprivare di qualsiasi razionalità quello che è il principale requisito di una vera prospettiva di sviluppo: la coesione sociale. Ora, se un più alto tasso di coesione viene raggiunto anche da una concertazione allargata, questo non ha nulla a che fare con la perdita di tempo. Il “tempo perso” di cui parla Bruno Manghi1 ha altre ragioni, certamente non quelle che si rifanno alla costruzione di coalizioni che hanno l’ambizione di affrontare i nodi strategici dello sviluppo.
In ogni caso bisognerà fare in modo che tutti i momenti di concertazione siano direttamente connessi ad un’operatività che ne assicuri in qualche modo il raggiungimento dei risultati. Certo è che questo potrà realizzarsi soltanto a terminate condizioni.
Occorre abbassare il livello di quel sindacalismo istituzionale che oppone i comuni tra loro, i comuni alle province e tutti quanti alla Regione. Il sindacalismo istituzionale non è che il residuo malato di quella cultura sindacale dei diritti che è molto attenta ai bisogni, a ciò che manca, ma che al contempo non riserva alcuno spazio ai doveri. Cosa da non trascurare soprattutto nel caso di poteri pubblici.
È necessario che le rappresentanze tradizionali riconoscano di non essere più in grado di esercitare una rappresentanza generale. Vi potranno magari aspirare quelle storicamente abilitate a svolgere funzioni nazionali di contenimento dei costi in cambio di un allargamento della base occupazionale. Ma intanto la frammentazione del mercato del lavoro ha incentivato le negoziazioni individuali o di piccolo gruppo che semmai i costi li hanno aumentati: ciascun professionista o ciascuna rappresentanza sindacale, specie se autonoma, si muove anche al di fuori delle regole in cui la concertazione sindacale è sempre stata esercitata. E questo non può che essere una delle ragioni di incremento di compensi e salari e quindi dei livelli di inflazione. Ora, che i salari in Italia siano tanto bassi da risultare antieconomici non riuscendo ad essere di stimolo alla domanda è vero, ma questo non dipende dalla proliferazione delle rappresentanze e delle forme di negoziazione. Dipenderà semmai dal fatto che il sindacato confederale non è più nemmeno in grado di proteggere sotto il profilo economico i propri rappresentati. E questo perché intanto questa base sociale si è ridotta proprio a vantaggio di una miriade di altre professioni e forme contrattuali.
È quanto mai necessario tener conto della nascita di una nuova borghesia le cui proprietà, anche quando cospicue, non derivano necessariamente dalle precedenti generazioni, né soprattutto dalla disponibilità di mezzi di produzione e potere politico, come avveniva per la borghesia storica. Le principali fonti della ricchezza della nuova borghesia sono il livello di conoscenza impiegato nelle attività e poi il capitale di reti da cui i neoborghesi traggono riconoscimento e inviti concreti ad assumersi responsabilità sociali.
È un ceto sociale trasversale a diversi settori dell’economia. Vediamo i principali:
- le medie imprese: il tratto più caratteristico è lo sviluppo di circuiti tipicamente di filiera, che coinvolgono le competenze, l’apprendimento e le innovazioni di centinaia di specialisti che contribuiscono ai diversi passaggi richiesti dalla supply chain. Ciascuna azienda della filiera svolge una fase del ciclo produttivo e si specializza su un core business di ampiezza limitata, per focalizzare rischi e investimenti: per tutto il resto ricorre ad altre imprese, con le quali sviluppa dialoghi e relazioni durevoli, per gestire in modo efficace la reciproca specializzazione e dipendenza. Le economie di scala che contano sono dunque quelle della filiera e non quelle delle singole aziende;
- il management bancario: nel mondo bancario a definire una componente della neoborghesia non sono tanto i principali titolari delle quote proprietarie degli istituti di credito, sono piuttosto coloro che compongono il vasto tessuto del management, coloro cioè che interpretano operativamente le linee strategiche dell’istituto e che rappresentano il complesso di competenze, di responsabilità aziendali e di valori a cui si rifanno in questa fase storica gli istituti bancari che ambiscono a ricoprire una nuova presenza nella società. È questa, infatti, una fase storica del tutto nuova per le banche italiane, interessate, dopo la privatizzazione, da consistenti processi di concentrazione, agglomerazione, fusione. Anche questo è un bacino di formazione della neoborghesia;
- i padroni dei flussi: flussi da intendere in senso lato (di trasporto, di conoscenza, di comunicazioni, di gusti e stili di vita). Ne sono responsabili coloro che rivestono funzioni di responsabilità nelle autonomie funzionali che sono preposte alla gestione e organizzazione di questi flussi. È questa forse la componente di neoborghesia più diversificata, ma anche numericamente più consistente. Quella in cui il processo di terziarizzazione sta operando più in profondità e in maniera più diffusa. Vi opera, infatti, una molteplicità di figure di servizio che stanno cambiando la geografia economica di intere aree territoriali, e questo soprattutto in considerazione del fatto che ciascun ramo di attività finisce per avere importanti ripercussioni sugli altri e, insieme, sul resto dell’economia e della società. Nel caso dell’asse pedemontano lombardo, la geocomunità ne è il principale risultato;
- le internet companies: i finanziatori si sono fatti più avveduti, mentre le imprese che hanno superato la selezione, oltre a dotarsi di strumenti di approccio al mercato più idonei, hanno messo in campo strategie di alleanze, fusioni e acquisizioni, in grado di dare alle iniziative imprenditoriali maggiore stabilità e chances di sopravvivenza nel medio-lungo periodo. In estrema sintesi, gli imprenditori della net economy, altra categoria di neoborghesi, hanno incorporato alcuni fondamentali elementi della tradizione della cd. old economy;
- le imprese sociali: è un nuovo attore il cui profilo deriva dal fatto di collocarsi sul discrimine tra diversi sistemi (il sistema del welfare, di cui certamente ripropone le finalità di inclusione sociale e di tutela dei soggetti; il sistema del mercato, del quale condivide le logiche di impresa che devono informare anche le nuove forme di inclusione sociale e le forme di autosostenimento economico e finanziario). Tuttavia le profonde differenze dalle logiche dello Stato e del mercato risiedono tutte nel fatto che finalità e modalità d’azione dell’impresa sociale sono rappresentate dalla costruzione del legame sociale. In definitiva dalla costruzione delle reti di relazioni attraverso cui ricercare l’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati e attraverso cui ricercare la stessa affermazione dell’impresa sociale, insieme, come attore di mercato e come punto di riferimento delle nuove politiche sociali.
Non sembri, infine, che queste siano le sole indicazioni per garantire quella operatività della concertazione che a molti non appare più nemmeno possibile perché “tempo perso”. Abbassare il sindacalismo istituzionale, metter mano a un sistema della rappresentanza non più generale, essere attenti alla formazione di una nuova borghesia sono tutti impegni che non possono escludere i nuovi ultimi. Sono quelli che per ragioni di reddito o di emarginazione, vivono di fatto una condizione di esclusione sociale. Una programmazione regionale che si voglia aggiornata, tanto più se negoziata, non può ignorare questa componente della società. La tipologia dei soggetti che ne fanno parte è quanto mai variegata. Così come variegato è il panorama degli attori che direttamente o meno se ne occupano, un panorama di cui il volontariato e le imprese sociali sono solo una parte. Per una regione bisogna solo disporre della volontà di farci i conti.
1 Manghi B., Il tempo perso nelle attività politiche, sindacali, associative, Marsilio, Venezia 1995.