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Autori

Sonia Stefanizzi

Professore associato
di Sociologia presso la
facoltà di Sociologia,
Università degli Studi
di Milano-Bicocca. Si
occupa di metodologia
della ricerca sociale
ed ha svolto numerose
ricerche sui temi
della conformità
e della devianza,
dell’amministrazione
della giustizia e delle
trasformazioni urbane.
 

20 - sicurezza

Up one level
Capitolo 20 - Sonia Stefanizzi (Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale) - La sicurezza in Lombardia come dimensione della cittadinanza
20 - sicurezza 20.1 La sicurezza in Lombardia: analisi dei dati (1991-2001)
20 - sicurezza 20.2 La sicurezza come competenza regionale
20 - sicurezza 20.3 L’azione della Regione Lombardia in materia di sicurezza
20 - sicurezza 20.4 Gli interventi in materia di sicurezza sociale: il ruolo della protezione civile
20 - sicurezza 20.5 Considerazioni conclusive

Estratto



20.1 - La sicurezza in Lombardia: analisi dei dati (1991-2001)
La sicurezza è stata da sempre al centro delle preoccupazioni di governanti e cittadini delle società occidentali. Tra le funzioni originarie dello Stato moderno, un posto di rilievo era occupato dalla necessità di garantire l’incolumità dei cittadini e i diritti di proprietà individuali. Nel corso del xx secolo, alla tutela della sicurezza civile (secondo la definizione recentemente proposta da Robert Castel)1 si è progressivamente affiancata una funzione di protezione sociale. Tramite un allargamento dei propri compiti, infatti, lo Stato, accanto ai diritti individuali di proprietà e alla vita dei cittadini, si è vieppiù impegnato a garantire la sicurezza sociale, con l’obiettivo di rendere effettivo l’esercizio dei diritti sociali, la terza componente della cittadinanza. Lo sviluppo del welfare state può essere letto come la creazione di un complesso e articolato sistema di protezione, che ha spesso assunto la forma di un’assicurazione collettiva costruita sul lavoro e che ha garantito un accesso universalistico, indipendente dal mercato, a una serie di beni e servizi essenziali per una piena partecipazione alla vita sociale (istruzione, salute, reddito minimo, etc.). Proprio attorno al binomio sicurezza civile-sicurezza sociale si è costituito il patto tra governanti e cittadini che ha caratterizzato, per tutto il secondo dopoguerra, le liberal-democrazie occidentali.
Nel corso degli anni Ottanta - in Italia, a partire dagli anni Novanta -, tale asse di equilibrio si è progressivamente incrinato e, negli Stati che continuano a rimanere i più sicuri del pianeta, la preoccupazione per la sicurezza dei cittadini si è imposta come uno dei temi scottanti del dibattito politico-mediatico. Questo è accaduto, si badi bene, prima che le preoccupazioni per le minacce provenienti dai network del terrorismo internazionale giungessero a monopolizzare l’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica. Gli anni Novanta sono stati costellati da campagne di allarme sociale sulla sicurezza e dal diffondersi di forme di protesta dei cittadini, a volte spontanee a volte organizzate, in relazione al “degrado dei quartieri”, al “diffondersi della microcriminalità” e alla presenza di figure sociali (senza fissa dimora, migranti irregolari, tossicodipendenti, prostitute, etc.) che metterebbero a repentaglio la sicurezza degli spazi urbani. Difesa del decoro dei quartieri e tutela della sicurezza hanno rappresentato le ragioni per richiedere e giustificare una più energica azione delle forze di polizia.
Questo cambiamento è intercorso a fronte di riscontri empirici – forniti dai dati statistici sulla criminalità – che mostrano un quadro fortemente controverso ed evidenziano la problematicità di qualsiasi correlazione tra andamenti degli indicatori relativi alla sicurezza/insicurezza e centralità di tale categoria nel dibattito pubblico.
Un’analisi dei delitti denunciati dalle forze di polizia (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Corpo della Guardia di Finanza) relativi ai reati maggiormente connessi all’allarme sicurezza mostra, infatti, un quadro sostanzialmente stazionario negli ultimi 10-15 anni. Se consideriamo il totale delle denunce, possiamo notare come tra il 1991 e il 2001 si sia verificata una diminuzione del 20% circa dei delitti. Tale riduzione ha riguardato l’Italia nel suo complesso, così come il nord e la Lombardia, dove l’andamento nel corso dei dieci anni considerati risulta meno regolare, con un picco nel 1996 e un successivo riallineamento dei valori rispetto alla media delle regioni settentrionali e a quella nazionale.
 


A fronte di un sentimento di crescente insicurezza per la diffusione della micro-criminalità, i dati mostrano, dunque, una generale contrazione delle attività illegali che interessa, pur con caratteristiche diverse, tutte le aree del Paese.
Un aspetto ancora più interessante emerge ove si analizzino le fattispecie criminali maggiormente connesse al sentimento di insicurezza dei cittadini.
La serie storica relativa agli omicidi (volontari), per esempio, mostra una diminuzione del 50% circa (nord e Lombardia)  tra il 1991 e il 2001, inferiore a quanto accaduto a livello nazionale (grazie alla netta diminuzione degli omicidi legati alla criminalità organizzata nelle regioni del sud), ma pur sempre degna di nota.



Proprio gli omicidi, lo ricordiamo, furono al centro di un’ondata di panico che accompagnò l’inizio del 1999 quando, nella provincia di Milano, in pochi giorni furono uccise nove persone e si diffuse la sensazione, alimentata da una campagna stampa martellante, che le strade del capoluogo lombardo fossero diventate pericolose quanto quelle, se non di più, delle aree metropolitane degli Stati Uniti.
I dati relativi alle denunce per rapina e furto confermano quanto detto finora, evidenziando una contrazione di questi fenomeni delittuosi particolarmente significativa per la Lombardia, rispetto al nord nel suo complesso e alla media nazionale.
Tale riduzione è più marcata per il meno grave, ma più diffuso, dei due reati, ovvero i furti. Se le denunce per rapina diminuiscono “solo” del 9% tra il 1991 e il 2001, evidenziando comunque un decremento superiore a quanto registrato per il resto del Paese e facendo registrare un -25% nel 1996, quelle per furto (inteso in tutte le sue fattispecie) diminuiscono di circa un terzo, contro un 20% circa della media nazionale.
 



La stessa tendenza si riscontra in relazione ai “reati di droga”, notoriamente i “reati senza vittime” più preoccupanti sul piano della percezione di insicurezza. Le denunce per produzione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti vedono, infatti, una diminuzione superiore al 20%, con la Lombardia che si attesta ben al di sotto della media nazionale.
 

L’unica fattispecie delittuosa, strettamente collegata al sentimento di insicurezza, che, contrariamente ai dati visti poc’anzi, fa segnare una decisa impennata sono le violenze sessuali, che, nel decennio considerato, subiscono un aumento di ben il 350%. Una quota di tale incremento va sicuramente addebitata alla mutata cornice normativa (legge n. 66/1997) che ha trasformato la violenza sessuale da reato contro la morale a reato contro la persona, rendendo più facile la denuncia. Ci troviamo, tuttavia, di fronte a un dato molto preoccupante, che segnala un’area di crescente insicurezza oggettiva - tradizionalmente sottostimata dai dati statistici basati sulle denunce, come dimostrano le recenti ricerche sulla vittimizzazione2 - e indica una priorità nelle future politiche della sicurezza.



In conclusione, fatta eccezione per le violenze sessuali, le evidenze empiriche a disposizione, di cui non vanno certo dimenticati limiti e problematicità (numero oscuro, propensione alla denuncia da parte dei cittadini, relazione controversa tra attività delle forze di polizia e andamento dei delitti denunciati, etc.)3 mostrano una situazione relativamente confortante sul piano dell’evoluzione dei fenomeni criminali, che contrasta fortemente sia con il sentimento di crescente insicurezza diffuso tra i cittadini sia con l’enfasi che alla diffusione della criminalità hanno dato i mezzi di comunicazione e il sistema politico.

1 Castel R., L’insicurezza sociale, il Mulino, Bologna 2004.
2 Si vedano le Indagini Multiscopo sulla sicurezza dei cittadini, condotte dall’ISTAT nel 2002 su 60.000 famiglie.
3 Si veda in proposito Quassoli F., Stranieri e criminalità: un quadro statistico, in Melossi D. (a cura di), Multiculturalismo e sicurezza in Emilia Romagna: Seconda parte,  Quaderno n. 21 del “Progetto Città sicure”, Bologna, Regione Emilia Romagna, pp. 66-113.


20.2 - La sicurezza come competenza regionale
Il dibattito sulla sicurezza, nell’ultima decade, si è sviluppato secondo logiche interne al quadro politico e al rapporto con i mass-media, indipendentemente, almeno in parte, dall’evoluzione della situazione oggettiva della criminalità nella nostra Regione (le stesse considerazioni potrebbero essere fatte rispetto ad altre aree del Paese).
Tale dibattito, inoltre, si è finora contraddistinto per un aspetto saliente; ovvero, la riduzione del complesso universo semantico connesso alla sicurezza ad un'unica chiave di lettura: la recrudescenza della criminalità.
Come ci ha ricordato Zygmunt Bauman4, tuttavia, è possibile distinguere tra almeno tre significati di “insicurezza”: un’insicurezza cognitiva, legata alla crescente perdita di intelligibilità e prevedibilità delle società contemporanee; un’insicurezza esistenziale, connessa alla crescente mobilità sociale e geografica e alle trasformazioni del mercato del lavoro che rendono sempre meno sicuro e duraturo il nostro status sociale a causa dell’obsolescenza crescente di competenze e ruoli professionali e dell’indebolimento delle relazioni sociali che ci coinvolgono; un’insicurezza, infine, connessa alle minacce per l’incolumità personale e le proprietà (insicurezza civile). A fronte di questa complessità semantica, la continua riproposizione del nesso tra sicurezza e preoccupazioni derivanti dal verificarsi di fenomeni criminali ha oscurato qualsiasi riferimento alle dimensioni esistenziale e cognitiva che, almeno in una certa misura, possiamo collocare a monte delle paure e delle preoccupazioni che assillano le nostre esistenze.
Inoltre, la focalizzazione del dibattito sulle insicurezze prodotte dalla percezione di un aumento e di una diffusione della criminalità, che è andata di pari passo con l’invocazione rituale di misure preventivo-repressive più radicali ed efficaci, ha fatto passare in secondo piano altre dimensioni cruciali dell’insicurezza, che avrebbero dovuto rappresentare il terreno privilegiato per qualsiasi politica che intenda aggredire alla radice tale problema.
Un primo elemento, non sufficientemente considerato sia sul piano interpretativo sia su quello delle politiche, riguarda la ridotta tenuta dei legami sociali significativi e delle forme di solidarietà a fronte della crisi delle tradizionali reti di protezione (famiglia, comunità locale, quartiere, ecc.), destrutturate da logiche consumistiche, da processi di mobilità geografico/professionale e della frammentazione delle relazioni sociali.
Un secondo aspetto attiene al livello di fiducia dei cittadini nelle istituzioni: un fattore cruciale per il funzionamento dei sistemi politici democratici e per la partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale, dato anche l’esaurirsi delle forme di partecipazione politica e di mobilitazione collettiva che ha caratterizzato la vita politica italiana del secondo dopoguerra.
Un terzo elemento, sempre sul piano politico, risiede nella capacità del sistema politico, delle istituzioni pubbliche e dei media di mitigare e ricondurre entro confini realistici inquietudini e paure, senza alimentare e amplificare un sentimento di insicurezza che, scaturendo da trasformazioni globali che attraversano le società contemporanee, non può essere realmente placato da politiche orientate in senso sicuritario.
È in questo clima che la questione della “sicurezza urbana” e delle politiche ad essa dedicate è rapidamente diventata un tema centrale nel dibattito sul governo delle città. Se si focalizza l’attenzione sull’evoluzione delle politiche di sicurezza, in relazione, soprattutto, ai cambiamenti in atto nel quadro della riforma federalista dello Stato e ai rapporti tra città, enti intermedi e Stato centrale, si può osservare che dalla metà degli anni Novanta la questione “sicurezza” è diventata oggetto di una forte competizione istituzionale nel processo di allargamento delle competenze e delle responsabilità del sistema delle autonomie locali iniziata con la legge n. 142/1990.
Le iniziative e le attività promosse nell’ultimo decennio riflettono un interesse che si è concretizzato nella crescita di strumenti di intesa politico-amministrativa con le città e con le regioni, unitamente alla nascita di una autonoma politica di sicurezza nazionale che fa riferimento al dibattito avviato in sedi decentrate riguardo alla messa a punto di nuovi strumenti d’intervento, come le strategie di prevenzione e di prossimità a favore dei cittadini e la modernizzazione delle funzioni della polizia. Questo clima istituzionale e sociale ha creato le premesse per lo sviluppo di leggi regionali e di varie attività istituzionali centrate sulla sicurezza da parte delle diverse polizie municipali.
In particolare, un approccio decentrato a livello regionale per le politiche di sicurezza risale agli anni Settanta e Ottanta, anni in cui le regioni si sono fatte interpreti del bisogno di coesione istituzionale contro due grandi emergenze, il terrorismo e la criminalità organizzata, anche di stampo mafioso. Sono questi gli anni in cui le regioni hanno sviluppato competenze sulla politica carceraria attraverso la riforma penitenziaria del 1975 (l. n. 354/1975, modificata dalla l. n. 663/ 1986 cd. legge Gozzini), grazie anche al manifestarsi di nuove forme di collaborazione in materia di sicurezza, tra regioni, città e governo centrale. Se, da una parte, nessuna modifica è intervenuta nella divisione di competenze tra Stato e regioni sull’ordine pubblico, dall’altra parte, con la riforma del Titolo V della Costituzione, si è avviata una nuova interpretazione del ruolo delle autonomie locali sulla sicurezza. Basti pensare alle nuove ed esclusive prerogative del governo regionale e dei comuni sulla polizia amministrativa locale, e al principio della sussidiarietà sia verticale che orizzontale che, indubbiamente, ha avviato una fase di integrazione istituzionale con un ruolo sempre più centrale delle autonomie locali e delle parti sociali coinvolte.
In particolare, sempre a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, si è manifestata, a livello regionale, una consistente attività legislativa e di programmazione che ha contribuito a sostenere e a sviluppare maggiormente l’attività delle città e delle polizie municipali sulla sicurezza urbana. Gli ambiti di intervento rilevabili nella prima fase dello sviluppo delle politiche regionali sono essenzialmente due: la polizia amministrativa quale risorsa idonea per intervenire sulla sicurezza nelle città e l’educazione alla legalità e alla convivenza.
In particolare, le iniziative attuate dalle amministrazioni regionali hanno riguardato:

  • il sostegno a favore delle vittime della criminalità organizzata e nello specifico i soggetti a rischio di usura (Lombardia, Piemonte, Toscana, Lazio, Sicilia);
  • il sostegno a favore delle vittime della criminalità diffusa (in questa direzione si sono cimentate sia la Lombardia sia l’Emilia Romagna, favorendo presso i comuni la creazione di “pool assicurativi e fondi di solidarietà” oppure sostenendo anche finanziariamente le associazioni di volontariato che operano a favore delle vittime di reato);
  • il sostegno finanziario diretto delle regioni a favore di nuove politiche di sicurezza nelle città e di iniziative ad essa finalizzate.
La sperimentazione di questi ultimi anni ha, inoltre, dimostrato che la funzione di coordinamento delle politiche locali attribuite alle amministrazioni regionali ha favorito la creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo delle politiche integrate di sicurezza (formazione, infrastrutture tecnologiche, sistemi informativi, e così via)5.

4 Bauman Z., La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1999.
5 Dopo la prima esperienza d’avanguardia della Regione Emilia Romagna con l’approvazione della l.r. 3 del 26 aprile 1999, a tutt’oggi sono state approvate leggi regionali in materia di sicurezza urbana anche da Toscana, Campania, Marche e Lazio, oltre che dalla Lombardia.



20.3 - L’azione della Regione Lombardia in materia di sicurezza
La Lombardia è stata la prima regione italiana ad aver istituito nel 2003 un Assessorato alla sicurezza, polizia locale e protezione civile, rispondendo così ad una crescente e diffusa esigenza dei cittadini e delle istituzioni territoriali.  
Il primo impegno è stato quello di sviluppare un’efficace funzione di coordinamento delle realtà presenti sul territorio, quali la protezione civile e le forze di polizia locale, d’intesa con le prefetture ed insieme a tutte le forze impegnate nel settore (Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e associazioni di volontariato).
Un consolidato patrimonio di conoscenze ed esperienze a livello territoriale è poi confluito nella creazione della Direzione Generale Sicurezza e protezione civile.
In tale quadro è stata adottata poi la legge regionale di riordino e riforma della disciplina regionale in materia di polizia locale e sicurezza urbana (l.r. n. 4 del 14 aprile 2003),  che esprime un bisogno di coordinamento e di integrazione delle politiche realizzate a livello territoriale, esaltandone implicitamente la centralità.
 In particolare, nei principi generali (art. 1) viene specificato che la Regione attraverso strumenti finanziari integrati, concorre con gli enti locali alla realizzazione di progetti finalizzati a garantire la sicurezza urbana, a promuovere e a realizzare mediante accordi di collaborazione istituzionale le politiche integrate. Pur riconoscendo l’esclusiva competenza dello Stato in materia di sicurezza, al fine di incrementare i livelli di sicurezza urbana, la Regione definisce gli indirizzi generali dell'organizzazione e dello svolgimento del servizio di polizia locale dei comuni, delle province e delle loro forme associative, il coordinamento delle attività e l'esercizio associato delle funzioni, gli interventi regionali per la sicurezza urbana, la collaborazione tra polizia locale e soggetti privati operanti nel settore della vigilanza, nonché le modalità di accesso e la formazione degli operatori di polizia locale.
È interessante sottolineare che in questa legge sono state introdotte importanti innovazioni tra cui l’istituzione, al fine di assicurare la collaborazione e l'integrazione delle attività dei corpi e dei servizi di polizia locale (art. 20), di una apposita struttura di coordinamento delle funzioni e dei compiti di polizia locale; la messa a punto di un miglior standard di dotazioni e strumenti ed, infine, l’ ipotizzata collaborazione tra polizia locale e soggetti privati (art. 34). Questa ultima ipotesi, ovvero l’utilizzo di personale della polizia privata per attività proprie dell’ente e da sempre svolte dalla polizia locale, ha suscitato critiche e perplessità, derivanti dalla mancata individuazione, sul piano normativo, delle modalità e delle circostanze in cui questo debba o possa avvenire.
In materia di sicurezza la Regione è chiamata a svolgere un determinante contributo, nel rispetto dell’autonomia gestionale e operativa dei servizi di cui sono titolari comuni e province. Si rileva tuttavia che le funzioni di coordinamento ed organizzazione svolte dalla Regione non possono dispiegarsi pienamente, a causa della frammentarietà delle forze e delle tecnologie impiegate nei comandi e servizi di polizia locale (circa 8 mila  addetti per più di 800 realtà), che non sempre riescono a raggiungere quella “massa critica” utile a permettere un’efficiente ed economico impiego delle risorse presenti.
    In questo quadro la negoziazione e condivisione di obiettivi comuni a livello locale e la leva del cofinanziamento di progetti per la sicurezza dovranno essere indubbiamente incentivati, incentivo che potrà essere reso concretamente possibile dalla modifica costituzionale (all’esame delle Camere) che prevede, come noto, l’attribuzione di competenze alle regioni in materia di sicurezza.



20.4 - Gli interventi in materia di sicurezza sociale: il ruolo della protezione civile
Nell’ambito dell’individuazione delle linee d’azione strategiche del governo della Regione in materia di benessere sociale, assume notevole rilevanza l’analisi del sistema della protezione civile. In questo caso il discorso sulla sicurezza sociale si focalizza su una delle molteplici dimensioni del concetto di sicurezza, vale a dire sull’intervento pubblico, inteso nella sua accezione più ampia, ovvero come azione estesa a tutti i cittadini in quanto tali e diretto alla tutela di tutte le fondamentali condizioni di bisogno. In Italia e, in particolare nella nostra Regione, la “mission” della protezione civile comprende tutte quelle attività di prevenzione delle situazioni di emergenza/catastrofe naturali o di rischio/disastro causati dall’uomo, attraverso la cooperazione e l’applicazione coordinata di tutte le risorse umane e tecnologiche disponibili. In questo caso gli interventi sono diretti a mitigare un tipo di vulnerabilità sociale che si esprime, soprattutto, come possibilità che un sistema sociale sia colpito, in tempi stretti, da un evento esterno che può produrre una situazione di pericolo (si pensi ad un evento naturale come una frana, una pioggia intensa o un terremoto) e/o di rischio (quando una situazione di pericolo produce un’emergenza specifica).
All’interno del servizio nazionale di protezione civile le principali strutture operative che intervengono in caso di emergenza sono (si veda a questo proposito la legge 225/1992) il Corpo dei Vigili del Fuoco, le forze dell’ordine, le strutture di emergenza sanitaria e le organizzazioni di volontariato.
Con il trasferimento di molte competenze dallo Stato alle regioni, necessariamente si è ridefinito anche il ruolo delle regioni nella protezione civile. Dalla legge n. 225/1992, che di fatto non assegnava un ruolo significativo alle regioni nella protezione civile, le regioni hanno, progressivamente, assunto un ruolo importante soprattutto nella fase della previsione-prevenzione, in particolare, nella predisposizione di interventi volti a sviluppare tre tipi di prevenzione:

  • una prevenzione a lungo termine con lo sviluppo di una “cultura di protezione civile” e di un ampio sistema formativo, grazie alla predisposizione di politiche di protezione e conoscenza del territorio e dei suoi rischi;
  • una prevenzione a breve-medio termine, progettando e realizzando opere di difesa del suolo, di monitoraggio dei rischi e di ingegneria naturalistica, al fine di evitare in modo concreto le possibili situazioni di rischio;
  • una prevenzione a brevissimo termine, sviluppando accurati sistemi di monitoraggio in grado di preannunciare eventi calamitosi e, quindi, di allertare la popolazione coinvolta, da pochi giorni a poche ora prima dell’evento.
Un’analisi attenta dei diversi sistemi regionali di protezione civile ha mostrato alcune inversioni del ciclo di interventi appena descritto. Molto spesso le regioni sono state chiamate a gestire nel tempo le post-emergenze (la ricostruzione, il rimborso dei danni, la difesa del suolo ecc…) e questo ha sicuramente contribuito a sviluppare, contrariamente alle aspettative, una politica dell’emergenza anziché una vera cultura di protezione civile.
In questo quadro, non certo incoraggiante, la Regione Lombardia è riuscita a sviluppare nell’ultimo decennio una politica di prevenzione delle situazioni di pericolo e di rischio e di programmazione delle diverse azioni di contrasto. Senza entrare nel merito delle singole azioni predisposte dalla Regione Lombardia, è importante ricordare i principi alla base del sistema di protezione civile regionale. La filosofia della strategia perseguita dalla Regione e sulla quale sono state impostate le azioni e le misure sviluppate in questi ultimi dieci, si basa sul principio di sussidiarità. L’applicazione di questo concetto ha previsto sia sul versante legislativo, sia su quello della governance, azioni volte ad integrare sul territorio tutte le forze disponibili per la gestione dell’emergenza, con l’opportuna differenziazione dei ruoli per evitare la duplicazioni di funzioni, sovrapposizioni o conflitti di competenze e con l’adeguamento delle risorse e dei mezzi di intervento.
Il valore aggiunto del modello lombardo in tema di protezione civile risiede nella interdisciplinarietà degli interventi, grazie ai quali è stato possibile gestire in modo efficiente e sinergico le tre fasi della prevenzione (a lungo, breve-medio e brevissimo termine). Ciò ha comportato una rivisitazione del concetto di protezione civile e degli attori coinvolti nel sistema regionale di protezione civile. L’obiettivo è stato quello di collegare e armonizzare tutte le forze del sistema regionale di protezione civile che concorrono alla gestione dell’emergenza dando a ciascun soggetto un ruolo e una responsabilità precisa.
    Il raggiungimento di questo obiettivo rappresenta oggi la vera sfida nella messa a punto di un sistema regionale di protezione civile in cui la Regione possa assumere un nuovo ruolo di regista della politica dell’emergenza. In questa prospettiva le difficoltà sono rappresentate dalla capacità di gestire l’emergenza non tanto attraverso nuovi provvedimenti legislativi o normativi, quanto nella messa a punto di una serie di convenzioni, accordi, protocolli di intesa tra tutti le parti interessate. La gestione dell’emergenza, intesa come sistema reticolare e paritetico di individuazione delle competenze e delle responsabilità e di articolazione chiara dei ruoli, non passa certo attraverso “l’esercizio del potere”, ma si può realizzare solo attraverso un “agreement” paritetico e partecipativo tra tutti i soggetti gestori dell’emergenza nell’ambito di un progetto generale predefinito.



20.5 - Considerazioni conclusive
In conclusione una valutazione complessiva degli interventi promossi finora dagli enti locali ci porta a due ordini di considerazioni.
    Da un lato, va riconosciuto che le politiche di sicurezza attivate nel contesto nazionale e locale nella seconda metà degli Novanta, sembrano incorporare/assumere/riflettere la multidimensionalità del concetto di sicurezza. Accanto, infatti, a una dimensione di repressione e di controllo dei comportamenti considerati devianti, si possono riscontrare orientamenti differenti quali il “sicuritarismo”, che nasce dal tipo di azione mobilitante promossa dalla comunità con finalità di prevenzione e di ricostruzione del controllo sociale informale, iniziative rivolte, più in generale, a ridurre le condizioni criminogene presenti in un contesto sociale e, in particolare, ai gruppi sociali più esposti al rischio di criminalità, e, infine, politiche di ri-socializzazione della vita urbana e locale, basate sui principi di vicinanza ai cittadini, di inclusione sociale, di allargamento dei diritti di cittadinanza .
    Dall’altro lato, non si può non riconoscere la priorità attribuita a interventi direttamente repressivi ad opera delle agenzie centrali di pubblica sicurezza, all’articolazione di forme innovative di controllo del territorio, a fini preventivi, che hanno visto il coinvolgimento in una veste nuova della Polizia Locale o alla partecipazione diretta delle comunità locali e degli abitanti dei quartieri ad attività di controllo del territorio.
In linea generale, tuttavia, politiche che ruotino attorno alla priorità dell’azione penale - preventiva e/o repressiva - e che prevedano una riorganizzazione delle modalità di controllo del territorio lasciano, in buona misura, intatte le cause che, a monte, alimentano il sentimento di insicurezza espresso dai cittadini e rischiano di generare due effetti egualmente pericolosi: una legittimazione del sistema penale in una dimensione prevalentemente simbolica, da un lato, e una privatizzazione della difesa della sicurezza sociale, dall’altro lato. Una declinazione della sicurezza in termini di pericoli provenienti dalla criminalità, e delle relative politiche in chiave penale, rischia di produrre, inoltre, preoccupanti conseguenze in termini di esclusione sociale. Le politiche criminali, di qualsiasi tipo esse siano, tendono, infatti, a privilegiare la sicurezza dei cittadini inclusi contro le minacce provenienti dai segmenti deboli e dagli esclusi. Esse si articolano in interventi tecnocratici che mirano, de facto, alla conservazione dello status quo sociale, tramite la riduzione della domanda di sicurezza sociale al controllo della criminalità e alla privatizzazione della tutela di un classico bene sociale (si pensi al business della sicurezza piuttosto che al coinvolgimento dei cittadini in attività tradizionalmente effettuate dalle forze di polizia come il neighbourhood watching). Simili politiche, infine, minacciano la sfera dei diritti e delle libertà in un duplice modo: da un lato, tramite la limitazione dell’accessibilità degli spazi pubblici e la loro conseguente “militarizzazione” (fino alla creazione di vere è proprie comunità fortificate), dall’altro lato, a causa del mantenimento di forti disuguaglianze sociali rispetto sia al rischio oggettivo di essere vittimizzati sia a quello di essere criminalizzati, in entrambi i casi in quanto membri di gruppi socialmente più deboli.
Per eludere tali rischi, ben più gravi del sentimento di insicurezza che assilla i cittadini, l’azione di governo dovrebbe articolarsi secondo strategie di intervento di tipo politico, sociale e culturale, che molto più efficacemente dell’azione penale, possono consentire di rispondere ai bisogni di sicurezza della cittadinanza. Tale azione, muovendo da una visione multidimensionale e complessa della sicurezza e incorporando un intervento sulle cause oggettive, dovrebbe dispiegarsi tramite politiche che siano rivolte all’empowerment dei gruppi più deboli e a rischio di esclusione, progettate e realizzate con una forte attenzione per le specificità dei vari contesti locali e per l’attivazione di forme di partecipazione sociale, nell’ipotesi che la rivitalizzazione della vita sociale nei quartieri possa, di per sé, generare una rassicurazione basata sulla riattivazione di forme di controllo endogeno di tipo comunitario e sulla riappropriazione diretta degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Ridimensionare la domanda di pena nell’opinione pubblica (grazie a interventi di politica culturale) e incorporare la politica criminale quale elemento sussidiario di una politica integrata e pubblica della sicurezza implica un rovesciamento della logica che prevede di affiancare i cittadini alle forze di polizia, trasformando i poliziotti in cittadini (si pensi agli esempi di “polizia comunitaria”), e l’affermazione implicita del valore dell’uguaglianza, accanto alla valorizzazione dell’uso degli spazi pubblici da parte di tutti.





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