Piero Bassetti
Un'istituzione e la sua politica
Credo che al sottoscritto, che lungo tutto il corso della sua
esperienza politica personale ha avuto a cuore l’evoluzione
dell’istituzione Regione, e della Regione Lombardia in particolare,
possa essere concesso il diritto – che è anche un dovere – di
sottolineare in modo sintetico soltanto quei fattori che gli sono
sembrati rilevanti sul piano istituzionale ancor più che su quello
della più concreta cronaca politica.
Scegliendo allora fra alcuni settori che mi sono sembrati più toccati dalla trasformazione della nostra Regione, vorrei partire da una riflessione sull’esistenza stessa dell’istituto regionale cioè sul ruolo di innovazione politico istituzionale da essa concretamente sviluppata in questi 10 anni nel contesto nazionale ed europeo. Un ruolo che in questo periodo è sicuramente molto cresciuto e che ha portato la Regione a vincere la sfida di affermarsi come punto di riferimento importante nella vita dei lombardi.
Malgrado la vicinanza di un soggetto politico forte, come il Comune di Milano, la Regione Lombardia, anche sostenuta da un trend internazionale favorevole, ha saputo emergere e imporsi sulla nostra scena politica troncando ogni vecchia questione relativa alla concreta utilità della riforma regionalista del nostro Paese.
In un’epoca come la nostra, in cui la classe politica e il suo ruolo spesso rimangono indefiniti e confusi, l’indiscutibile protagonismo del suo Presidente si è, a mio avviso, rivelato assai utile per diffondere tra i lombardi un senso di presenza dell’Istituzione regionale, in se stessa assai positiva.
Certo, l’elezione diretta ha giocato positivamente: il dato vero e rilevante è però che la Regione Lombardia oggi c’è, è visibile, è presente assai più di quanto non fosse 10 anni fa.
D’altro canto, al giorno d’oggi, il fatto che la politica nazionale, oscurata da quella europea e messa in secondo piano dalle problematiche locali, sia destinata a incidere sempre più sporadicamente nel contesto economico e sociale di comunità che, come la nostra, si definiscono e si identificano a partire da logiche non solo regionali, provinciali e comunali ma anche internazionali e globali, ha agito in modo parallelo, ma tutt’altro che trascurabile.
Da questo punto di vista è stato pure importante che la nostra Regione abbia saputo ritagliarsi anche un ruolo politico concreto affrontando, assieme al tema del posizionamento istituzionale, anche rilevanti problematiche di contenuto, prima fra tutte quella della sanità. A questo proposito, se un’osservazione può essere rivolta, essa riguarda il minor spazio concesso alle forze sociali che scaturiscono politicamente dal basso. Penso agli enti locali e allo stesso Consiglio Regionale. Anche la compagine assessorile è stata in parte penalizzata. Comunque, per quel che riguarda il futuro, è prevedibile che le decisioni politiche che verranno proposte al soggetto regionale tenderanno a essere, oltre che più numerose e rilevanti, anche più “difficili” perché legate a temi nuovi, più collegate che in passato a problematiche anch’esse nuove. Il caso degli OGM è stato solo un primo esempio.
L’avvento della cosiddetta “democrazia deliberativa” è sicuramente una strada che dovrà essere percorsa onde evitare di affrontare questioni sempre più complesse con procedure non all’altezza dei tempi. Il problema di conciliare sussidiarietà, partecipazione e governance con le spinte accentratici inevitabilmente connesse alla presenza di un Presidente eletto si rivelerà in proposito di indubbia criticità.
Tuttavia, 10 anni di un’istituzione non possono essere giudicati unicamente per le trasformazioni istituzionali e di ruolo ad essa apportate. Altrettanto importante è guardare a ciò che essa ha fatto, al di là delle sue innovazioni di metodo, sul piano delle concrete scelte di contenuto.
Appaiono qui di grande importanza i rapporti che la Regione ha stabilito con il resto del mondo su temi quanto mai concreti come lo sviluppo delle nostre relazioni non solo economiche ma anche culturali. Si è intravisto un approccio di tipo glocale capace di intrecciare la dimensione regionale con quella globale anche senza mediazione nazionale.
È in questo ambito che si sono rivelati di primaria importanza i rapporti stabiliti con numerose regioni europee (Club delle regioni) oltre che quelli tradizionali con quelle italiane.
A monte c’è stata la scelta, secondo me giusta, di non gestire soltanto i rapporti territoriali ma di privilegiare quelli tra “funzioni”: i casi dei Quattro Motori, della Ricerca scientifica, di Malpensa, della Fiera, dell’inquinamento, dell’energia, del Corridoio 5, dei trafori, delle infrastrutture autostradali sono stati esemplari. Infatti, nel terzo millennio ogni concezione di governo che voglia aver successo dovrà sempre di più tenere conto di istituzioni territoriali e funzionali fra loro intrecciate in rapporti fra reti.
Si tratta di una concezione che si rivelerà decisiva nei prossimi dieci anni, quando la problematica legata alla glocalizzazione che riduce l’importanza del territorio come fattore di organizzazione sociale e politico, a vantaggio delle cosiddette “funzioni” e delle relative autonomie funzionali – esempio tipico le multinazionali o le Camere di Commercio in rappresentanza delle PMI – diverrà ineludibile.
D’altro canto la nostra Regione non può limitarsi all’impegno in campi caratterizzati da un alto contento di innovazioni istituzionali.
In una Regione che possiede una delle più antiche e consolidate tradizioni di solidarietà sociale e in un’epoca in cui alcuni temi dell’assistenza sociale vengono messi in crisi, soprattutto dal rapido progresso scientifico e dal suo impatto sulle trasformazioni demografiche, i grandi temi delle trasformazioni sociali legati ai mutamenti sociali e alla riforma del welfare non possono certo essere trascurati.
Le sfide comportate dall’assunzione di nuovi modelli organizzativi, per esempio nei rapporti tra ruolo pubblico e privato nel campo assistenziale, erano ineliminabili e come tali sono state giustamente affrontate.
L’augurio è che, in una situazione oggettivamente non favorevole, tale tentativo si riveli di successo.
D’altro canto, lo spostamento di molte responsabilità decisionali dal livello internazionale a quello glocale (globale e locale) sta creando un bisogno di identificazione del tutto nuovo, basti pensare a quello che certamente sarà il difficilissimo problema dell’integrazione del numero crescente di immigrati.
La fine del mito westfaliano dell’assoluta unità politica e simbolica attorno alla sovranità dello Stato Nazione e le nuove aperture agli intrecci di reti di soggetti a dimensione e natura variabili non mancheranno di comportare sfide nuove, di metodo e di merito, all’esercizio di un adeguato governo democratico. Passare dal “governo” alla “governance” non sarà infatti un compito facile.
Il lavoro di semplificazione legislativo, svolto dalla Regione in questi ultimi anni, è in questo senso un primo passo significativo.
La Lombardia, con la sua società civile complessa ma viva, si presta, infatti, certamente a raccogliere e far riuscire il proposito di una istituzione politica come la Regione.
Un’istituzione giovanilmente plastica che ha richiesto e richiede metodi di governo innovativi e che, in questi 10 anni, ne ha sperimentati alcuni con successo.
Scegliendo allora fra alcuni settori che mi sono sembrati più toccati dalla trasformazione della nostra Regione, vorrei partire da una riflessione sull’esistenza stessa dell’istituto regionale cioè sul ruolo di innovazione politico istituzionale da essa concretamente sviluppata in questi 10 anni nel contesto nazionale ed europeo. Un ruolo che in questo periodo è sicuramente molto cresciuto e che ha portato la Regione a vincere la sfida di affermarsi come punto di riferimento importante nella vita dei lombardi.
Malgrado la vicinanza di un soggetto politico forte, come il Comune di Milano, la Regione Lombardia, anche sostenuta da un trend internazionale favorevole, ha saputo emergere e imporsi sulla nostra scena politica troncando ogni vecchia questione relativa alla concreta utilità della riforma regionalista del nostro Paese.
In un’epoca come la nostra, in cui la classe politica e il suo ruolo spesso rimangono indefiniti e confusi, l’indiscutibile protagonismo del suo Presidente si è, a mio avviso, rivelato assai utile per diffondere tra i lombardi un senso di presenza dell’Istituzione regionale, in se stessa assai positiva.
Certo, l’elezione diretta ha giocato positivamente: il dato vero e rilevante è però che la Regione Lombardia oggi c’è, è visibile, è presente assai più di quanto non fosse 10 anni fa.
D’altro canto, al giorno d’oggi, il fatto che la politica nazionale, oscurata da quella europea e messa in secondo piano dalle problematiche locali, sia destinata a incidere sempre più sporadicamente nel contesto economico e sociale di comunità che, come la nostra, si definiscono e si identificano a partire da logiche non solo regionali, provinciali e comunali ma anche internazionali e globali, ha agito in modo parallelo, ma tutt’altro che trascurabile.
Da questo punto di vista è stato pure importante che la nostra Regione abbia saputo ritagliarsi anche un ruolo politico concreto affrontando, assieme al tema del posizionamento istituzionale, anche rilevanti problematiche di contenuto, prima fra tutte quella della sanità. A questo proposito, se un’osservazione può essere rivolta, essa riguarda il minor spazio concesso alle forze sociali che scaturiscono politicamente dal basso. Penso agli enti locali e allo stesso Consiglio Regionale. Anche la compagine assessorile è stata in parte penalizzata. Comunque, per quel che riguarda il futuro, è prevedibile che le decisioni politiche che verranno proposte al soggetto regionale tenderanno a essere, oltre che più numerose e rilevanti, anche più “difficili” perché legate a temi nuovi, più collegate che in passato a problematiche anch’esse nuove. Il caso degli OGM è stato solo un primo esempio.
L’avvento della cosiddetta “democrazia deliberativa” è sicuramente una strada che dovrà essere percorsa onde evitare di affrontare questioni sempre più complesse con procedure non all’altezza dei tempi. Il problema di conciliare sussidiarietà, partecipazione e governance con le spinte accentratici inevitabilmente connesse alla presenza di un Presidente eletto si rivelerà in proposito di indubbia criticità.
Tuttavia, 10 anni di un’istituzione non possono essere giudicati unicamente per le trasformazioni istituzionali e di ruolo ad essa apportate. Altrettanto importante è guardare a ciò che essa ha fatto, al di là delle sue innovazioni di metodo, sul piano delle concrete scelte di contenuto.
Appaiono qui di grande importanza i rapporti che la Regione ha stabilito con il resto del mondo su temi quanto mai concreti come lo sviluppo delle nostre relazioni non solo economiche ma anche culturali. Si è intravisto un approccio di tipo glocale capace di intrecciare la dimensione regionale con quella globale anche senza mediazione nazionale.
È in questo ambito che si sono rivelati di primaria importanza i rapporti stabiliti con numerose regioni europee (Club delle regioni) oltre che quelli tradizionali con quelle italiane.
A monte c’è stata la scelta, secondo me giusta, di non gestire soltanto i rapporti territoriali ma di privilegiare quelli tra “funzioni”: i casi dei Quattro Motori, della Ricerca scientifica, di Malpensa, della Fiera, dell’inquinamento, dell’energia, del Corridoio 5, dei trafori, delle infrastrutture autostradali sono stati esemplari. Infatti, nel terzo millennio ogni concezione di governo che voglia aver successo dovrà sempre di più tenere conto di istituzioni territoriali e funzionali fra loro intrecciate in rapporti fra reti.
Si tratta di una concezione che si rivelerà decisiva nei prossimi dieci anni, quando la problematica legata alla glocalizzazione che riduce l’importanza del territorio come fattore di organizzazione sociale e politico, a vantaggio delle cosiddette “funzioni” e delle relative autonomie funzionali – esempio tipico le multinazionali o le Camere di Commercio in rappresentanza delle PMI – diverrà ineludibile.
D’altro canto la nostra Regione non può limitarsi all’impegno in campi caratterizzati da un alto contento di innovazioni istituzionali.
In una Regione che possiede una delle più antiche e consolidate tradizioni di solidarietà sociale e in un’epoca in cui alcuni temi dell’assistenza sociale vengono messi in crisi, soprattutto dal rapido progresso scientifico e dal suo impatto sulle trasformazioni demografiche, i grandi temi delle trasformazioni sociali legati ai mutamenti sociali e alla riforma del welfare non possono certo essere trascurati.
Le sfide comportate dall’assunzione di nuovi modelli organizzativi, per esempio nei rapporti tra ruolo pubblico e privato nel campo assistenziale, erano ineliminabili e come tali sono state giustamente affrontate.
L’augurio è che, in una situazione oggettivamente non favorevole, tale tentativo si riveli di successo.
D’altro canto, lo spostamento di molte responsabilità decisionali dal livello internazionale a quello glocale (globale e locale) sta creando un bisogno di identificazione del tutto nuovo, basti pensare a quello che certamente sarà il difficilissimo problema dell’integrazione del numero crescente di immigrati.
La fine del mito westfaliano dell’assoluta unità politica e simbolica attorno alla sovranità dello Stato Nazione e le nuove aperture agli intrecci di reti di soggetti a dimensione e natura variabili non mancheranno di comportare sfide nuove, di metodo e di merito, all’esercizio di un adeguato governo democratico. Passare dal “governo” alla “governance” non sarà infatti un compito facile.
Il lavoro di semplificazione legislativo, svolto dalla Regione in questi ultimi anni, è in questo senso un primo passo significativo.
La Lombardia, con la sua società civile complessa ma viva, si presta, infatti, certamente a raccogliere e far riuscire il proposito di una istituzione politica come la Regione.
Un’istituzione giovanilmente plastica che ha richiesto e richiede metodi di governo innovativi e che, in questi 10 anni, ne ha sperimentati alcuni con successo.