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Giuseppe De Rita

Il governo della complessità
Tante cose son state dette e scritte sull’esperienza di governo della Regione Lombardia durante gli ultimi dieci anni. All’osservatore esterno resta quindi solo la non esaltante possibilità di ritagliarsi una piccola nicchia di riflessione nel grande insieme delle sintesi e delle interpretazioni oggi correnti sull’argomento.
Dichiaro subito che la mia nicchia di riflessione riguarda una personale sorpresa, legata alla constatazione che la grande complessità lombarda non è stata irrigidita in una altrettanto complessa armatura gestionale, ma è stata “governata in una costante fluidità”. Confesso che non me l’aspettavo in un periodo e in un ambiente che ha visto orgogliose lotte di potere istituzionale e che avrebbe ben potuto indulgere a fare apparato istituzionale, tradizionale o nuovo che fosse.
Non devo perder parole per richiamare i termini basilari della complessità lombarda: una regione che è più grande di molti Stati nazionali facenti parte della UE, una regione di enorme intensità e densità (di abitanti e di imprese), una regione di grande potenza economica, una regione dove l’innovazione (finanziaria o telematica che sia) è costante e diffusa, una regione strategica nei flussi di sviluppo (sud-nord ed est-ovest) del continente europeo, una regione ad altissima internazionalizzazione, una regione di grande delicatezza ambientale, una regione ad alto tasso di diversità (di situazioni, di comportamenti, di problemi, di valori al limite). Potrei continuare l’elencazione, ma credo che essa sarebbe inutile: tutti sappiamo quanta complessità vi sia oggi in Lombardia e quali sfide di governo essa imponga, quotidianamente.
Mi sembra invece più utile soffermarsi, anche brevemente, su quella speciale complessità data dalla compresenza non rituale ma vitale delle componenti e delle sedi intermedie di governo. In parole povere, il governo della realtà lombarda non può essere esercitato solo attraverso responsabilità, soggetti e procedure riferentesi all’apparato istituzionale regionale; esso ha bisogno di un coordinamento serio della indiscussa vitalità delle autonomie locali, delle autonomie funzionali, delle rappresentanze sociali, delle geocomunità che in qualche modo fanno condensazione dei soggetti imprenditoriali e sociali locali. Anche qui non devo fare grandi richiami per ricordare a tutti che in Lombardia le autonomie locali (dai comuni alle province alle comunità montane ecc.) svolgono un ruolo di grande responsabilità nella vita comunitaria, nella crescita della coesione sociale, nella stessa propulsione economica. Non devo fare grandi richiami per ricordare a tutti il ruolo potente che hanno assunto in Lombardia le autonomie funzionali; solo che si pensi al peso del sistema camerale, delle autonomie universitarie, del sistema fieristico ed aeroportuale (specialmente dopo Malpensa e nella imminenza dell’inaugurazione delle nuova Fiera di Milano). Non devo fare grandi richiami per ricordare a tutti che le cosiddette “forze sociali”, cioè le rappresentanze delle diverse categorie lavorative e professionali, hanno in Lombardia non solo la loro storica radice culturale e di mobilitazione, ma anche e specialmente il campo più ricco di esplicitazione del loro ruolo dialettico e/o di autonoma responsabilità. Così come non devo fare grandi richiami per ricordare a tutti che la Lombardia è la patria di uno spontaneismo economico che ha fatto la cifra sistemica della regione, ma che è poi andato via via condensando le proprie responsabilità di sistema, sia attraverso la moltiplicazione di imprese sociali sia e più specialmente attraverso emergenti forme di geo-comunità.
Governare la regione attraverso un apparato istituzionale regionale pur intelligente e potente non è quindi possibile, e per fortuna (almeno in Lombardia e almeno negli ultimi dieci anni) non ce n’è stata la tentazione, visto che il paradigma piramidale e statuale non è mai stato nel codice genetico lombardo, più cattaneiano che cavouriano. Tuttavia un problema istituzionale si è posto e, a mio avviso si pone; ed è il problema di se e come formalizzare i rapporti fra la Regione e le quattro sfere vitali sopra richiamate.
È un problema che è stato all’attenzione di molti, specialmente all’interno della faticosa redazione dei nuovi statuti regionali, un problema cui si è pensato di dare soluzione con formule (o più che altro con proposte) di vario tipo: istituzionalizzare la presenza e il ruolo delle forze sociali attraverso un equivalente regionale del CNEL; istituzionalizzare la presenza e il ruolo delle autonomie locali attraverso un qualche “consiglio delle autonomie”; istituzionalizzare la presenza e il ruolo delle autonomie funzionali attraverso, anche qui, una sorta di “camera” o “consiglio”. Non ho mai visto con favore tali formule, non solo per la loro dose di fatale macchinosità ma anche e specialmente perché alla fin fine esse condurrebbero comunque ad un depotenziamento se non allo svuotamento del più alto organo elettivo (il Consiglio Regionale) già troppo penalizzato dalla forte verticalizzazione dei poteri nell’esecutivo.
Per questo ho visto con maggiore favore la propensione di chi ha governato la Lombardia a ragionare “per tavoli e per patti”, consentendo così una dialettica più vitale, forse più cangiante ma certo meno ingessata in organismi di secondo livello fatalmente esposti alla burocratizzazione. Certo un consiglio delle autonomie è previsto dalla legge lombarda sulla programmazione, ma in genere sembra a me che in questi ultimi anni si sia riusciti a garantire un alto livello di partecipazione collettiva senza troppe formalizzazioni in ulteriori istituzioni intermedie. Il che non è poco in un Paese dove vige più il sindacalismo della presenza istituzionale che la voglia di fare imprenditorialità collettiva partendo dall’istituzione. E possiamo riporre onorevole fiducia nel fatto che questa volontà di non ingessare le istituzioni la ritroveremo in atto quando la Regione disegnerà le sue opzioni in materia di articolazione subregionale dei poteri (di devolution della devolution).
E vorrei ricordare e rimarcare, alla fine, che aver mantenuto fluido il processo di governo (fondendo e non retoricamente distinguendo fra governance e governement) è stato, dalla mia nicchia di osservazione, il risultato più intelligente che ci si potesse attendere. L’anima pragmatica, fluida e imprenditoriale della cultura lombarda ha vinto sulle tentazioni di disegnare architetture istituzionali. È un esempio da seguire, anche se a molti sembrerà difficile.





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