Marco Lucchini
Ancora più libertà per il non profit
1. Le politiche verso il non profit
Se rispetto al mercato del profit, la Regione è impegnata per esportare il modello Lombardia, esistono ancora delle resistenze nell’amministrazione a elaborare delle politiche di intervento efficaci a favore delle imprese del terzo settore.
Tale difficoltà risulta inspiegabile se si pensa alla specificità della realtà del non profit nella nostra regione. La Lombardia si distingue, infatti, per la molteplicità di enti e associazioni con diverse finalità – dall’assistenza alla persona, allo sport – che, nate su iniziativa di privati per rispondere alle esigenze espresse dai cittadini, hanno trovato delle soluzioni di finanziamento senza contare esclusivamente sull’appoggio del pubblico. Esiste un approccio lombardo al non profit che si basa sulla concretezza del fare.
In secondo luogo, con il federalismo è iniziato il processo di trasformazione del welfare da statale a regionale. Per la Regione diventa essenziale una conoscenza approfondita del non profit per delegare a questi soggetti lo svolgimento di alcuni servizi che non può garantire autonomamente al cittadino.
In questo contesto mi sembra che la risposta della Regione sia ancora insufficiente. Prevalgono una logica burocratica, totalmente avulsa dalle necessità delle associazioni lombarde, e il persistere di una concezione appiattente che tende ad allineare tutti indistintamente sul risultato finale e non sulla partenza, come invece si potrebbe fare dotando tutti delle medesime risorse e dando così l’opportunità a ciascuno di metterle a frutto in base alle proprie capacità.
Al contrario, per relazionarsi con il mondo del non profit, la Regione si affida alla moda imperante della standardizzazione. La pretesa di inglobare in uno schema teorico i progetti e le soluzioni espresse dal terzo settore è deleteria perché ostacola e scoraggia l’iniziativa delle persone.
2. La burocrazia all’opera
L’efficacia della fondazione Banco Alimentare è ormai stimata e riconosciuta in tutta Italia, senza distinzione di schieramenti politici o orientamenti ideologici. Attraverso il Banco aiutiamo in Lombardia più di 900 associazioni che assistono 80 mila bisognosi. La nostra pertanto è una realtà così detta di 2° livello: non aiutiamo direttamente i poveri ma le variegate espressioni della società che aiutano i poveri. Secondo me questo significa attuare in modo concreto il principio di sussidiarietà, che giustamente ha ispirato l’azione del Governo regionale in questa come nella scorsa legislatura.
La l. 328/2000, che finanzia i progetti di intervento a favore degli indigenti, non riconosce però il 2° livello. Nei bandi di concorso, infatti, i contributi sono diretti alle persone e il Banco, pur operando a favore dei poveri, non riceve nulla proprio perché svolge un’attività sussidiaria.
La situazione descritta è frutto dell’applicazione di uno schema che non tiene conto della diversità dei soggetti e della pluralità degli interventi concepiti dai vari operatori.
In questo senso intravedo un rischio nel trasferimento dei poteri dallo Stato alle regioni: se la mentalità delle istituzioni non cambia, la loro vicinanza incrementa la burocrazia senza nessun apporto positivo per la realtà del non profit.
3. I bisogni del non profit
Vorrei raccontare l’esperienza del Banco in Sicilia. L’amministrazione da subito ci ha lanciato una sfida: se finanziamo l’attività del Banco siete in grado di mostrare l’effetto moltiplicatore dell’intervento? E così è stato. In breve tempo hanno approvato una legge e hanno erogato un contributo di 750 mila euro che abbiamo utilizzato per un miglioramento strutturale della nostra presenza in Sicilia: raccolta delle eccedenze, potenziamento dei mezzi per la distribuzione, acquisto dei capannoni per lo smistamento. Alla fine il nostro il risultato è stato sottoposto a un’attenta valutazione. Il primo anno abbiamo incrementato del 70% la raccolta, il secondo abbiamo attivato nuovi punti di smistamento.
Il caso della Sicilia è un modello emblematico di come dovrebbe avvenire la cooperazione tra non profit e istituzioni. La Regione ha dato credito alla nostra iniziativa, ha controllato il corretto uso del contributo e alla fine il beneficio è stato reale perché abbiamo aiutato gli enti di assistenza. Senza l’appoggio dell’amministrazione pubblica il Banco non avrebbe costruito la rete oggi attiva in Sicilia.
Noi del Banco chiediamo una norma che finanzi la nostra attività. L’auspicio è che si parta da quello che c’è. Il problema del welfare ricade sempre di più sulla Regione. Bisogna adottare la logica dei finanziamenti alle PMI: contributi mirati consapevoli del loro ruolo incisivo per il sistema Paese.
4. Applicare al non profit la logica manageriale
L’obiettivo da perseguire è rendere più semplice la partenza, le basi per poter intraprendere un’attività a sostegno dei bisognosi. Il secondo passo è essere valutati sul raggiungimento oggettivo dei risultati e non sul rispetto delle mode teoriche del momento.
Secondo me il problema è una resistenza culturale al non profit. Fa comodo a tutti sfruttare dei soggetti che non hanno potere e dipendono totalmente dai contributi pubblici o privati che siano. Manca il riconoscimento del diritto, della dignità e dell’utilità del terzo settore che invece diventa sempre più necessario, vista l’impossibilità di continuare a ricorrere a una sistema di welfare esclusivamente statale.
Il non profit è ancora considerato un soggetto “folkloristico” a cui fare la carità sulla spinta dei buoni sentimenti o dell’orientamento politico. Manca un progetto lungimirante che tenga conto dell’evoluzione del welfare e della conseguente necessità di valorizzare le associazioni che, nonostante tutto le difficoltà e l’indifferenza dello Stato, già operano.
Se rispetto al mercato del profit, la Regione è impegnata per esportare il modello Lombardia, esistono ancora delle resistenze nell’amministrazione a elaborare delle politiche di intervento efficaci a favore delle imprese del terzo settore.
Tale difficoltà risulta inspiegabile se si pensa alla specificità della realtà del non profit nella nostra regione. La Lombardia si distingue, infatti, per la molteplicità di enti e associazioni con diverse finalità – dall’assistenza alla persona, allo sport – che, nate su iniziativa di privati per rispondere alle esigenze espresse dai cittadini, hanno trovato delle soluzioni di finanziamento senza contare esclusivamente sull’appoggio del pubblico. Esiste un approccio lombardo al non profit che si basa sulla concretezza del fare.
In secondo luogo, con il federalismo è iniziato il processo di trasformazione del welfare da statale a regionale. Per la Regione diventa essenziale una conoscenza approfondita del non profit per delegare a questi soggetti lo svolgimento di alcuni servizi che non può garantire autonomamente al cittadino.
In questo contesto mi sembra che la risposta della Regione sia ancora insufficiente. Prevalgono una logica burocratica, totalmente avulsa dalle necessità delle associazioni lombarde, e il persistere di una concezione appiattente che tende ad allineare tutti indistintamente sul risultato finale e non sulla partenza, come invece si potrebbe fare dotando tutti delle medesime risorse e dando così l’opportunità a ciascuno di metterle a frutto in base alle proprie capacità.
Al contrario, per relazionarsi con il mondo del non profit, la Regione si affida alla moda imperante della standardizzazione. La pretesa di inglobare in uno schema teorico i progetti e le soluzioni espresse dal terzo settore è deleteria perché ostacola e scoraggia l’iniziativa delle persone.
2. La burocrazia all’opera
L’efficacia della fondazione Banco Alimentare è ormai stimata e riconosciuta in tutta Italia, senza distinzione di schieramenti politici o orientamenti ideologici. Attraverso il Banco aiutiamo in Lombardia più di 900 associazioni che assistono 80 mila bisognosi. La nostra pertanto è una realtà così detta di 2° livello: non aiutiamo direttamente i poveri ma le variegate espressioni della società che aiutano i poveri. Secondo me questo significa attuare in modo concreto il principio di sussidiarietà, che giustamente ha ispirato l’azione del Governo regionale in questa come nella scorsa legislatura.
La l. 328/2000, che finanzia i progetti di intervento a favore degli indigenti, non riconosce però il 2° livello. Nei bandi di concorso, infatti, i contributi sono diretti alle persone e il Banco, pur operando a favore dei poveri, non riceve nulla proprio perché svolge un’attività sussidiaria.
La situazione descritta è frutto dell’applicazione di uno schema che non tiene conto della diversità dei soggetti e della pluralità degli interventi concepiti dai vari operatori.
In questo senso intravedo un rischio nel trasferimento dei poteri dallo Stato alle regioni: se la mentalità delle istituzioni non cambia, la loro vicinanza incrementa la burocrazia senza nessun apporto positivo per la realtà del non profit.
3. I bisogni del non profit
Vorrei raccontare l’esperienza del Banco in Sicilia. L’amministrazione da subito ci ha lanciato una sfida: se finanziamo l’attività del Banco siete in grado di mostrare l’effetto moltiplicatore dell’intervento? E così è stato. In breve tempo hanno approvato una legge e hanno erogato un contributo di 750 mila euro che abbiamo utilizzato per un miglioramento strutturale della nostra presenza in Sicilia: raccolta delle eccedenze, potenziamento dei mezzi per la distribuzione, acquisto dei capannoni per lo smistamento. Alla fine il nostro il risultato è stato sottoposto a un’attenta valutazione. Il primo anno abbiamo incrementato del 70% la raccolta, il secondo abbiamo attivato nuovi punti di smistamento.
Il caso della Sicilia è un modello emblematico di come dovrebbe avvenire la cooperazione tra non profit e istituzioni. La Regione ha dato credito alla nostra iniziativa, ha controllato il corretto uso del contributo e alla fine il beneficio è stato reale perché abbiamo aiutato gli enti di assistenza. Senza l’appoggio dell’amministrazione pubblica il Banco non avrebbe costruito la rete oggi attiva in Sicilia.
Noi del Banco chiediamo una norma che finanzi la nostra attività. L’auspicio è che si parta da quello che c’è. Il problema del welfare ricade sempre di più sulla Regione. Bisogna adottare la logica dei finanziamenti alle PMI: contributi mirati consapevoli del loro ruolo incisivo per il sistema Paese.
4. Applicare al non profit la logica manageriale
L’obiettivo da perseguire è rendere più semplice la partenza, le basi per poter intraprendere un’attività a sostegno dei bisognosi. Il secondo passo è essere valutati sul raggiungimento oggettivo dei risultati e non sul rispetto delle mode teoriche del momento.
Secondo me il problema è una resistenza culturale al non profit. Fa comodo a tutti sfruttare dei soggetti che non hanno potere e dipendono totalmente dai contributi pubblici o privati che siano. Manca il riconoscimento del diritto, della dignità e dell’utilità del terzo settore che invece diventa sempre più necessario, vista l’impossibilità di continuare a ricorrere a una sistema di welfare esclusivamente statale.
Il non profit è ancora considerato un soggetto “folkloristico” a cui fare la carità sulla spinta dei buoni sentimenti o dell’orientamento politico. Manca un progetto lungimirante che tenga conto dell’evoluzione del welfare e della conseguente necessità di valorizzare le associazioni che, nonostante tutto le difficoltà e l’indifferenza dello Stato, già operano.