Corrado Passera
La sfida della competitività
1. La rete di relazioni interindustriali presente in Lombardia è da
sempre uno dei principali fattori di competitività della regione. In
Lombardia sono disponibili molte delle abilità professionali, delle
competenze manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno;
esiste, pressoché in ogni ramo di attività economica, una adeguata rete
di fornitori, subfornitori e terzisti; è ampiamente sviluppato,
soprattutto nell’area milanese, il terziario avanzato, in particolare
quello dei servizi finanziari e creditizi. Ciò spiega l’alta
attrattività esercitata dalla regione sugli operatori stranieri: in
Lombardia, infatti, si trova il 50% delle imprese italiane controllate
da gruppi esteri.
Nel corso degli ultimi anni la Lombardia è stata tuttavia interessata da una preoccupante erosione del tessuto produttivo. Le industrie della termo-elettromeccanica e degli apparati e sistemi per le telecomunicazioni, per molto tempo al riparo dalla concorrenza internazionale, hanno risentito dell’apertura dei mercati. In questi comparti le imprese lombarde hanno incontrato notevoli difficoltà nell’affrontare la concorrenza esercitata dalle imprese europee e americane e hanno subìto un ridimensionamento o sono state acquisite da gruppi esteri. Ciò molto spesso si è tradotto in una perdita di competenze e di attività ad alto valore aggiunto. L’industria lombarda è stata, inoltre, indebolita da una serie di disinvestimenti di attività industriali da parte di investitori italiani ed esteri, che ha riguardato un numero non trascurabile di medie e grandi imprese, che operavano soprattutto nei settori con economie di scala o a tecnologia medio alta. Queste tendenze non hanno certo prodotto uno spostamento della specializzazione produttiva lombarda verso i settori a più alto contenuto tecnologico. Fatta eccezione per la meccanica, la Lombardia non era e continua a non essere specializzata nei comparti ad alta tecnologia. Negli ultimi anni, infatti, la maggior presenza nella regione della farmaceutica e della chimica è stata più che compensata dall’arretramento accusato nella produzione di computer e macchine per ufficio e di autoveicoli.
Negli ultimi anni, inoltre, si è assistito a un ridimensionamento non certo trascurabile delle industrie tessili e dell’abbigliamento, penalizzate dalla progressiva affermazione delle imprese localizzate nei paesi emergenti (Cina in primis). La crisi di questi settori ha portato molti commentatori a parlare di de-industrializzazione. In effetti, le minacce di de-industrializzazione che colpiscono oggi l’economia lombarda sono molto serie perché riguardano il tessuto connettivo che la caratterizza. Diventa pertanto necessaria una risposta di sistema, che mobiliti tutti i soggetti presenti nella regione, dalle imprese industriali alle banche, dalle associazioni territoriali alla Regione Lombardia.
2. Solo offrendo prodotti con maggior contenuto di conoscenza i paesi industrializzati avanzati e, quindi, anche l’industria lombarda possono competere con successo sui mercati internazionali. Vale la pena di sottolineare che anche le innovazioni che non hanno contenuto tecnologico (quelle organizzative, di marketing, di miglioramento estetico, ecc.) possono avere effetti non trascurabili sulla competitività e sull’efficienza delle imprese.
Analogamente, i processi di de-localizzazione delle nostre imprese possono essere tenuti sotto controllo solo se il territorio di un Paese di antica industrializzazione dispone di vantaggi competitivi che non sono certo rappresentati dai bassi costi di produzione, ma devono essere altri, non facilmente riproducibili. Tra questi, quelli più difficilmente imitabili sono costituiti dalle competenze e abilità professionali, soprattutto quando esse costituiscono un sistema. Si possono infatti spostare singole persone con elevate capacità professionali, ma è molto più difficile riprodurre una piazza finanziaria, un sistema territoriale ad alta intensità scientifica.
Compito della politica industriale, pertanto, è di adottare misure atte a favorire l’acquisizione è l’incremento di tali conoscenze, in modo diretto e tramite la promozione delle infrastrutture che ne sono il necessario complemento. Dobbiamo dare atto che la Regione è stata molto attiva, ma bisogna ulteriormente accelerare.
In sintesi, le parole chiave sulle quali basare le politiche di intervento sono le seguenti: 1. capacità innovativa 2. crescita dimensionale delle imprese 3. spirito imprenditoriale 4. infrastrutture.
Con riferimento all’innovazione, l’equazione che può portare al successo si chiama “Industria-Università-Banche”. Perché il ciclo dell’innovazione possa svolgersi con le modalità tipiche dell’economia basata sulla conoscenza è necessaria l’interazione sistematica di tre mondi: la produzione della conoscenza, ovvero la ricerca e l’educazione; la produzione di beni e servizi che incorporano e valorizzano la conoscenza, ovvero l’impresa; l’allocazione delle risorse alle innovazioni meritevoli e la valutazione del loro ritorno, ovvero la finanza. Una spinta decisiva per produrre la svolta necessaria al nostro sistema produttivo può essere fornita da una politica per l’innovazione più coraggiosa, che punti a ridurre il costo connesso con la formazione e l’utilizzo del personale addetto alla ricerca, e che incoraggi maggiormente le imprese a investire nell’innovazione risorse proprie.
La dimensione inadeguata – ed è questa la seconda parola chiave – rallenta l’innovazione e rende difficile il finanziamento dell’internazionalizzazione. Sono diversi i fattori che limitano la crescita dimensionale delle imprese italiane. Un elemento che appare critico è quello del passaggio generazionale. Inoltre, la crescita dimensionale è scoraggiata anche dalle complesse e farraginose procedure amministrative necessarie ai fini all’ampliamento delle attività industriali. Vi sono poi le debolezze finanziarie, che non vedono escluse le imprese lombarde: una recente ricerca condotta presso la Bocconi, mettendo a confronto la struttura patrimoniale di un campione di imprese della provincia di Milano con analoghe imprese localizzate nelle regioni di Rhônes-Alpes, Barcellona, West-Midlands e nella Rhur, ha evidenziato una particolare debolezza della struttura patrimoniale-finanziaria delle nostre imprese. La terza parola chiave è imprenditorialità: l’imprenditoria è centrale per la crescita economica di un Paese. Per questo motivo è necessario avviare una serie di azioni che favoriscano la formazione degli imprenditori: in quest’ottica la Commissione europea propone di inserire nei sistemi nazionali di istruzione e formazione programmi di studio relativi alle attività imprenditoriali. Ciò è già praticato negli stati Uniti, dove oltre 50 università, tra cui anche le più prestigiose come Harvard e Yale, dispongono di dipartimenti specializzati in Entrepreneurship e sviluppano programmi di insegnamento su questo tema sia per undergraduate che per graduate. Il nostro Paese si trova in ritardo su questa frontiera cruciale e infatti le attività in materia di formazione imprenditoriale sono considerate di natura sussidiaria e occupano un ruolo molto marginale nel sistema formativo.
Occorre adeguamento delle infrastrutture: le linee di mobilità della Lombardia sono sature, soprattutto quelle stradali e ferroviarie: questo ha un effetto dirompente sullo stato di sviluppo complessivo della Regione, sia per quanto riguarda la qualità della vita dei cittadini, sia per quanto riguarda la crescita economica. La Lombardia è attraversata da _ di tutte le merci che circolano su gomma in Italia. L’incremento annuo del traffico fra l’area milanese e l’Adda è pari al 2,5%, quello fra Adda e il confine regionale orientale è addirittura del 4%. È molto importante che il tema delle infrastrutture si collochi ai primi posti tra le priorità del governo regionale, dato che è anche sulla dotazione, la qualità e l’efficienza delle proprie reti infrastrutturali che il sistema industriale si gioca il suo futuro.
Nel corso degli ultimi anni la Lombardia è stata tuttavia interessata da una preoccupante erosione del tessuto produttivo. Le industrie della termo-elettromeccanica e degli apparati e sistemi per le telecomunicazioni, per molto tempo al riparo dalla concorrenza internazionale, hanno risentito dell’apertura dei mercati. In questi comparti le imprese lombarde hanno incontrato notevoli difficoltà nell’affrontare la concorrenza esercitata dalle imprese europee e americane e hanno subìto un ridimensionamento o sono state acquisite da gruppi esteri. Ciò molto spesso si è tradotto in una perdita di competenze e di attività ad alto valore aggiunto. L’industria lombarda è stata, inoltre, indebolita da una serie di disinvestimenti di attività industriali da parte di investitori italiani ed esteri, che ha riguardato un numero non trascurabile di medie e grandi imprese, che operavano soprattutto nei settori con economie di scala o a tecnologia medio alta. Queste tendenze non hanno certo prodotto uno spostamento della specializzazione produttiva lombarda verso i settori a più alto contenuto tecnologico. Fatta eccezione per la meccanica, la Lombardia non era e continua a non essere specializzata nei comparti ad alta tecnologia. Negli ultimi anni, infatti, la maggior presenza nella regione della farmaceutica e della chimica è stata più che compensata dall’arretramento accusato nella produzione di computer e macchine per ufficio e di autoveicoli.
Negli ultimi anni, inoltre, si è assistito a un ridimensionamento non certo trascurabile delle industrie tessili e dell’abbigliamento, penalizzate dalla progressiva affermazione delle imprese localizzate nei paesi emergenti (Cina in primis). La crisi di questi settori ha portato molti commentatori a parlare di de-industrializzazione. In effetti, le minacce di de-industrializzazione che colpiscono oggi l’economia lombarda sono molto serie perché riguardano il tessuto connettivo che la caratterizza. Diventa pertanto necessaria una risposta di sistema, che mobiliti tutti i soggetti presenti nella regione, dalle imprese industriali alle banche, dalle associazioni territoriali alla Regione Lombardia.
2. Solo offrendo prodotti con maggior contenuto di conoscenza i paesi industrializzati avanzati e, quindi, anche l’industria lombarda possono competere con successo sui mercati internazionali. Vale la pena di sottolineare che anche le innovazioni che non hanno contenuto tecnologico (quelle organizzative, di marketing, di miglioramento estetico, ecc.) possono avere effetti non trascurabili sulla competitività e sull’efficienza delle imprese.
Analogamente, i processi di de-localizzazione delle nostre imprese possono essere tenuti sotto controllo solo se il territorio di un Paese di antica industrializzazione dispone di vantaggi competitivi che non sono certo rappresentati dai bassi costi di produzione, ma devono essere altri, non facilmente riproducibili. Tra questi, quelli più difficilmente imitabili sono costituiti dalle competenze e abilità professionali, soprattutto quando esse costituiscono un sistema. Si possono infatti spostare singole persone con elevate capacità professionali, ma è molto più difficile riprodurre una piazza finanziaria, un sistema territoriale ad alta intensità scientifica.
Compito della politica industriale, pertanto, è di adottare misure atte a favorire l’acquisizione è l’incremento di tali conoscenze, in modo diretto e tramite la promozione delle infrastrutture che ne sono il necessario complemento. Dobbiamo dare atto che la Regione è stata molto attiva, ma bisogna ulteriormente accelerare.
In sintesi, le parole chiave sulle quali basare le politiche di intervento sono le seguenti: 1. capacità innovativa 2. crescita dimensionale delle imprese 3. spirito imprenditoriale 4. infrastrutture.
Con riferimento all’innovazione, l’equazione che può portare al successo si chiama “Industria-Università-Banche”. Perché il ciclo dell’innovazione possa svolgersi con le modalità tipiche dell’economia basata sulla conoscenza è necessaria l’interazione sistematica di tre mondi: la produzione della conoscenza, ovvero la ricerca e l’educazione; la produzione di beni e servizi che incorporano e valorizzano la conoscenza, ovvero l’impresa; l’allocazione delle risorse alle innovazioni meritevoli e la valutazione del loro ritorno, ovvero la finanza. Una spinta decisiva per produrre la svolta necessaria al nostro sistema produttivo può essere fornita da una politica per l’innovazione più coraggiosa, che punti a ridurre il costo connesso con la formazione e l’utilizzo del personale addetto alla ricerca, e che incoraggi maggiormente le imprese a investire nell’innovazione risorse proprie.
La dimensione inadeguata – ed è questa la seconda parola chiave – rallenta l’innovazione e rende difficile il finanziamento dell’internazionalizzazione. Sono diversi i fattori che limitano la crescita dimensionale delle imprese italiane. Un elemento che appare critico è quello del passaggio generazionale. Inoltre, la crescita dimensionale è scoraggiata anche dalle complesse e farraginose procedure amministrative necessarie ai fini all’ampliamento delle attività industriali. Vi sono poi le debolezze finanziarie, che non vedono escluse le imprese lombarde: una recente ricerca condotta presso la Bocconi, mettendo a confronto la struttura patrimoniale di un campione di imprese della provincia di Milano con analoghe imprese localizzate nelle regioni di Rhônes-Alpes, Barcellona, West-Midlands e nella Rhur, ha evidenziato una particolare debolezza della struttura patrimoniale-finanziaria delle nostre imprese. La terza parola chiave è imprenditorialità: l’imprenditoria è centrale per la crescita economica di un Paese. Per questo motivo è necessario avviare una serie di azioni che favoriscano la formazione degli imprenditori: in quest’ottica la Commissione europea propone di inserire nei sistemi nazionali di istruzione e formazione programmi di studio relativi alle attività imprenditoriali. Ciò è già praticato negli stati Uniti, dove oltre 50 università, tra cui anche le più prestigiose come Harvard e Yale, dispongono di dipartimenti specializzati in Entrepreneurship e sviluppano programmi di insegnamento su questo tema sia per undergraduate che per graduate. Il nostro Paese si trova in ritardo su questa frontiera cruciale e infatti le attività in materia di formazione imprenditoriale sono considerate di natura sussidiaria e occupano un ruolo molto marginale nel sistema formativo.
Occorre adeguamento delle infrastrutture: le linee di mobilità della Lombardia sono sature, soprattutto quelle stradali e ferroviarie: questo ha un effetto dirompente sullo stato di sviluppo complessivo della Regione, sia per quanto riguarda la qualità della vita dei cittadini, sia per quanto riguarda la crescita economica. La Lombardia è attraversata da _ di tutte le merci che circolano su gomma in Italia. L’incremento annuo del traffico fra l’area milanese e l’Adda è pari al 2,5%, quello fra Adda e il confine regionale orientale è addirittura del 4%. È molto importante che il tema delle infrastrutture si collochi ai primi posti tra le priorità del governo regionale, dato che è anche sulla dotazione, la qualità e l’efficienza delle proprie reti infrastrutturali che il sistema industriale si gioca il suo futuro.