Luigi Roth
Da regione a sistema, da presidio a governo
Il primo indicatore di cambiamento, quando si osserva un fenomeno di
grandi dimensioni, sono le parole, le definizioni usate per
etichettarlo. Quando si cominciano a usare parole nuove, sia tra
addetti ai lavori sia sulle pagine dei giornali, e si costruisce un
senso comune per alcuni concetti che non è più necessario spiegare,
allora è avvenuto un mutamento, una vera evoluzione. E se è vero che le
parole riflettono il mondo che le circonda e le produce, allora
possiamo censire facilmente non soltanto i cambiamenti avvenuti in
un’intera Regione, vasta e consistente come la Lombardia, ma anche i
concetti chiave su cui lavorare ancora.
Le mie riflessioni, come operatore all’interno di un soggetto economico privato come Fondazione Fiera Milano, partono dal 2000, quando è cominciata l’avventura della trasformazione del sistema fieristico milanese. Un tempo breve, ma molto significativo per la densità degli avvenimenti e per l’esperienza di collaborazione diretta con il nucleo di governo della Regione. Se infatti la Fiera di Milano è un soggetto antico, sul territorio milanese da oltre ottant’anni, Fondazione Fiera Milano è un modello di impresa giovane, nuovo, con caratteristiche che gli hanno permesso di crescere rapidamente e di realizzare un grande progetto, ormai quasi giunto al termine. Così, allo stesso modo la Regione Lombardia è un ente giovane. È uno degli enti che governano il territorio, pur poco patrimonializzato rispetto ad altre istituzioni con cui si trova a “spartire” il palcoscenico della politica e dell’amministrazione.
Che sia cambiata la percezione diffusa della Lombardia e della città di Milano è cosa evidente. Sempre meno si parla di Milano come città, ma la si cita come modello. Di più, Milano è un sistema. E spesso per la Regione si usa dire “sistema Lombardia”. Da regione a sistema, il salto è stato grande, non solo a parole. Si è passati dall’essere un ente, con competenze e ambiti legati al territorio, all’essere una rete di soggetti. Un punto d’onore che esprime non solo la capacità di guardare alle funzioni sul territorio con attenzione, ma anche la speranza che queste continuino sempre di più a fare rete tra loro, a mediare tra le esigenze – orizzontali e verticali – e a rappresentare gli interessi collettivi, di concerto con gli altri soggetti presenti sulla rete territoriale (tanto di natura pubblica quanto di natura privata).
Quali sono le caratteristiche presenti, di questo sistema? Quali gli strumenti? Un sistema, per definizione, è una realtà dinamica, che si evolve in modo discontinuo, grazie all’interazione con altri elementi. A partire dall’esperienza di Fondazione Fiera Milano, l’apertura data dalla Regione al progetto di realizzazione del Nuovo Polo e alla riqualificazione del quartiere attuale attraverso l’utilizzo di due strumenti come l’Accordo di programma e il Collegio di vigilanza, ha permesso di creare la “cabina di regia” con le istituzioni presenti sul territorio (insieme con i comuni e la provincia). Questo progetto ha creato grande valore per tutti, per noi in primo luogo – un soggetto economico privato che opera per l’interesse collettivo – che stiamo portando a termine l’opera nei tempi, nei costi e con gli obiettivi previsti. E per le istituzioni in secondo luogo, che hanno assistito a un rilancio non soltanto della credibilità di Milano e della sua Regione, ma che stanno vivendo un’esplosione di grandi progetti sul territorio e – non dimentichiamolo – un’iniezione di capitali per lo sviluppo dell’area come non avveniva da tempo. Da tempo, poi, non si parlava più così tanto e così bene di rapporto tra interesse pubblico e privato, tra politica e impresa. Un dibattito che acquista valore se inserito in quello più ampio e importante della sussidiarietà, una linea di indirizzo che viene sempre più applicata, e non soltanto teorizzata. In nome di questo valore ritengo che il rapporto pubblico-privato vada non soltanto incentivato, ma migliorato: l’Accordo di programma, il Collegio di vigilanza sono strumenti che possono funzionare in modo più ampio e sistematico? Penso di sì. Possono essere resi più flessibili, più adatti ai cambiamenti veloci di cui la nostra economia ha bisogno? Cambiare, in questa circostanza, credo sia un dovere.
Sempre sulle parole chiave, tra le altre, mi soffermo sul concetto di governo. Un concetto vivo, evolutivo, lontano e differente dall’idea di politica come “presidio” immobile del territorio. La governance è un’altra parola di cui possiamo studiare la ricorrenza nei dibattiti, sui giornali, per capire subito come non sia un’espressione di esclusivo significato politico. Il concetto di governo, di governance, è ben più profondo. Sia per le sue innumerevoli vie, già storicamente percorse o percorribili, sia per la delicatezza degli equilibri che lo sostengono. Oltre alla forza politica, infatti, nel governo contano altri fattori. Per esempio, le debolezze di carattere gestionale e amministrativo o quelle che possono derivare dal patrimonio, rischiano di indebolire le capacità di governo della Regione. A questo servono i tavoli di confronto, pubblico e privato insieme, su come creare un vero progetto di governance, per non trovarsi a “tappare i buchi” emergenti. Tavoli su come armonizzare gli interventi per rendere competitivi i sistemi e disciplinarli con regole semplici, minimali, ma che funzionino davvero. Anche perché, come ultima considerazione che viene dalla mia esperienza in corso, abbiamo sperimentato con la trasformazione del sistema fieristico milanese una nuova formula di collaborazione con le istituzioni, un processo innovativo di sviluppo di una grande opera sul territorio. Un modello che abbiamo definito “unico e ripetibile”, perché pensiamo che possa essere valido in altre circostanze, sempre in grandi progetti di interesse collettivo, a partire da questa singola esperienza.
Regione Lombardia può fare leva sui privati, per affrontare nuovi progetti: privati che esistono già, e che sono già in grado di operare, o nuove forme d’impresa, da legittimare e incentivare. Una di queste forme è quella delle fondazioni di sviluppo, ancora una nuova definizione, per una categoria di soggetti al confine tra pubblico e privato di cui Fondazione Fiera Milano può essere uno dei primi esempi. Una realtà economica sussidiaria perché opera per l’interesse collettivo; perché, come “incubatore di progetti”, crea valore mettendo insieme attori diversi – istituzioni, finanza, ricerca, mercato e interesse collettivo – su obiettivi condivisi. La fondazione di sviluppo va a “coprire dei vuoti”: come espressione di un bisogno della società civile rappresenta un modello di impresa che può dare soluzioni permanenti a carenze strutturali e infrastrutturali del Paese. Da ultimo, si pone come strumento operativo delle istituzioni, senza porsi in concorrenza con loro. Ecco una proposta possibile, per aumentare la forza e l’impatto della Regione: estendere il proprio raggio d’azione attraverso l’utilizzo non solo delle proprie risorse interne, ma anche di risorse esterne, soggetti sussidiari, nuove economie. Col fine ultimo del buon governo e del bene comune.
Le mie riflessioni, come operatore all’interno di un soggetto economico privato come Fondazione Fiera Milano, partono dal 2000, quando è cominciata l’avventura della trasformazione del sistema fieristico milanese. Un tempo breve, ma molto significativo per la densità degli avvenimenti e per l’esperienza di collaborazione diretta con il nucleo di governo della Regione. Se infatti la Fiera di Milano è un soggetto antico, sul territorio milanese da oltre ottant’anni, Fondazione Fiera Milano è un modello di impresa giovane, nuovo, con caratteristiche che gli hanno permesso di crescere rapidamente e di realizzare un grande progetto, ormai quasi giunto al termine. Così, allo stesso modo la Regione Lombardia è un ente giovane. È uno degli enti che governano il territorio, pur poco patrimonializzato rispetto ad altre istituzioni con cui si trova a “spartire” il palcoscenico della politica e dell’amministrazione.
Che sia cambiata la percezione diffusa della Lombardia e della città di Milano è cosa evidente. Sempre meno si parla di Milano come città, ma la si cita come modello. Di più, Milano è un sistema. E spesso per la Regione si usa dire “sistema Lombardia”. Da regione a sistema, il salto è stato grande, non solo a parole. Si è passati dall’essere un ente, con competenze e ambiti legati al territorio, all’essere una rete di soggetti. Un punto d’onore che esprime non solo la capacità di guardare alle funzioni sul territorio con attenzione, ma anche la speranza che queste continuino sempre di più a fare rete tra loro, a mediare tra le esigenze – orizzontali e verticali – e a rappresentare gli interessi collettivi, di concerto con gli altri soggetti presenti sulla rete territoriale (tanto di natura pubblica quanto di natura privata).
Quali sono le caratteristiche presenti, di questo sistema? Quali gli strumenti? Un sistema, per definizione, è una realtà dinamica, che si evolve in modo discontinuo, grazie all’interazione con altri elementi. A partire dall’esperienza di Fondazione Fiera Milano, l’apertura data dalla Regione al progetto di realizzazione del Nuovo Polo e alla riqualificazione del quartiere attuale attraverso l’utilizzo di due strumenti come l’Accordo di programma e il Collegio di vigilanza, ha permesso di creare la “cabina di regia” con le istituzioni presenti sul territorio (insieme con i comuni e la provincia). Questo progetto ha creato grande valore per tutti, per noi in primo luogo – un soggetto economico privato che opera per l’interesse collettivo – che stiamo portando a termine l’opera nei tempi, nei costi e con gli obiettivi previsti. E per le istituzioni in secondo luogo, che hanno assistito a un rilancio non soltanto della credibilità di Milano e della sua Regione, ma che stanno vivendo un’esplosione di grandi progetti sul territorio e – non dimentichiamolo – un’iniezione di capitali per lo sviluppo dell’area come non avveniva da tempo. Da tempo, poi, non si parlava più così tanto e così bene di rapporto tra interesse pubblico e privato, tra politica e impresa. Un dibattito che acquista valore se inserito in quello più ampio e importante della sussidiarietà, una linea di indirizzo che viene sempre più applicata, e non soltanto teorizzata. In nome di questo valore ritengo che il rapporto pubblico-privato vada non soltanto incentivato, ma migliorato: l’Accordo di programma, il Collegio di vigilanza sono strumenti che possono funzionare in modo più ampio e sistematico? Penso di sì. Possono essere resi più flessibili, più adatti ai cambiamenti veloci di cui la nostra economia ha bisogno? Cambiare, in questa circostanza, credo sia un dovere.
Sempre sulle parole chiave, tra le altre, mi soffermo sul concetto di governo. Un concetto vivo, evolutivo, lontano e differente dall’idea di politica come “presidio” immobile del territorio. La governance è un’altra parola di cui possiamo studiare la ricorrenza nei dibattiti, sui giornali, per capire subito come non sia un’espressione di esclusivo significato politico. Il concetto di governo, di governance, è ben più profondo. Sia per le sue innumerevoli vie, già storicamente percorse o percorribili, sia per la delicatezza degli equilibri che lo sostengono. Oltre alla forza politica, infatti, nel governo contano altri fattori. Per esempio, le debolezze di carattere gestionale e amministrativo o quelle che possono derivare dal patrimonio, rischiano di indebolire le capacità di governo della Regione. A questo servono i tavoli di confronto, pubblico e privato insieme, su come creare un vero progetto di governance, per non trovarsi a “tappare i buchi” emergenti. Tavoli su come armonizzare gli interventi per rendere competitivi i sistemi e disciplinarli con regole semplici, minimali, ma che funzionino davvero. Anche perché, come ultima considerazione che viene dalla mia esperienza in corso, abbiamo sperimentato con la trasformazione del sistema fieristico milanese una nuova formula di collaborazione con le istituzioni, un processo innovativo di sviluppo di una grande opera sul territorio. Un modello che abbiamo definito “unico e ripetibile”, perché pensiamo che possa essere valido in altre circostanze, sempre in grandi progetti di interesse collettivo, a partire da questa singola esperienza.
Regione Lombardia può fare leva sui privati, per affrontare nuovi progetti: privati che esistono già, e che sono già in grado di operare, o nuove forme d’impresa, da legittimare e incentivare. Una di queste forme è quella delle fondazioni di sviluppo, ancora una nuova definizione, per una categoria di soggetti al confine tra pubblico e privato di cui Fondazione Fiera Milano può essere uno dei primi esempi. Una realtà economica sussidiaria perché opera per l’interesse collettivo; perché, come “incubatore di progetti”, crea valore mettendo insieme attori diversi – istituzioni, finanza, ricerca, mercato e interesse collettivo – su obiettivi condivisi. La fondazione di sviluppo va a “coprire dei vuoti”: come espressione di un bisogno della società civile rappresenta un modello di impresa che può dare soluzioni permanenti a carenze strutturali e infrastrutturali del Paese. Da ultimo, si pone come strumento operativo delle istituzioni, senza porsi in concorrenza con loro. Ecco una proposta possibile, per aumentare la forza e l’impatto della Regione: estendere il proprio raggio d’azione attraverso l’utilizzo non solo delle proprie risorse interne, ma anche di risorse esterne, soggetti sussidiari, nuove economie. Col fine ultimo del buon governo e del bene comune.