Giuseppe Torchio
Allargare gli spazi della partecipazione degli enti locali
Il declino industriale del Paese e le riforme che hanno coinvolto il
mercato del lavoro e lo stesso stato sociale stanno producendo il
risultato di una crescita del disagio e della disuguaglianza economica
e sociale: aumenta la precarietà del lavoro, l’età di ingresso nel
mercato, peggiorando le condizioni di vita delle famiglie, dei
lavoratori dipendenti, dei pensionati e di una grande parte di quelli
autonomi. A destare timori è, in particolare, l’incertezza
dell’occupazione. Nel giugno 2004 l’indice riferito alla possibilità di
mantenere il proprio posto di lavoro da qui a un anno è del 94,3 a
fronte di un indice italiano del 98,6 e lo stesso vale per i redditi.
In Italia sono aumentati i rischi di estensione delle povertà. È una
rotta che va invertita rapidamente, grazie all’impegno di tutti. Benché
la Lombardia spenda nel welfare mediamente cinque volte di più
dell’Italia e due terzi siano a carico degli enti locali, la situazione
non è certo delle migliori.
Ad aggravare la situazione, poi, concorrono i livelli di disuguaglianza e concentrazione della ricchezza più elevati non solo rispetto alle regioni del centro, ma anche rispetto alla Liguria e al Veneto, dove l’effetto redistributivo del sistema pubblico è superiore. Le grandi sfide dei prossimi anni saranno anche in campo produttivo. Le regioni, ancor più che in passato, sono chiamate a fornire risposte concrete, ad assumersi precise responsabilità che discendono dal trasferimento delle deleghe. Penso, innanzitutto, alla riqualificazione dei collegamenti viari. In questi anni lo sviluppo infrastrutturale non è stato certamente omogeneo. Se nel nord della Regione sono stati investiti capitali ingenti, altrettanto non si può dire per le province del sud. Una “Madonnina strabica”, verrebbe da dire. Penso alla rete stradale ma anche ai collegamenti intermodali. Pur riconoscendo la gravità della situazione, la Regione, non ha saputo o potuto mantenere fede agli accordi di programma con gli enti locali del sud della Lombardia e il potenziamento di alcune linee strategiche per il territorio, pur inserito nei documenti elaborati dal Tavolo Territoriale di confronto, è rimasto, fino ad ora, lettera morta. Il nuovo materiale viaggiante a livello ferroviario poi, è distillato al sud con il contagocce e certamente non sufficiente a superare le criticità del sistema. Analogamente occorre investire sulle vie d’acqua. Da anni si dibatte se il canale navigabile di Cremona debba arrivare a Milano o interrompersi a Pizzighettone. Io credo, al contrario, serva un progetto per poter garantire uno sbocco nell’Adriatico. Tanto più che l’Azienda dei porti di Cremona e Mantova ha fortemente lamentato i tagli della Regione, con una riduzione dei trasferimenti senza la delega alle province dei porti, mentre la legge sul decentramento delle competenze alle province segna il passo.
Questi ultimi cinque anni hanno visto, infine, una sempre più insistente richiesta di sicurezza da parte dei cittadini. La Regione Lombardia, per la prima volta, ha istituito un vero e proprio assessorato con queste competenze. Tuttavia, l’ultimo bilancio ha portato a una riduzione – da 13 a 9 milioni di euro – per il “progetti sicurezza” dei comuni.
La Regione non ha voluto o potuto svolgere la necessaria azione di riforma dello statuto e si è rivolta ai tavoli del dibattito nazionale con una posizione debole e sbiadita mentre avrebbe potuto guidare le ipotesi di un forte federalismo con la leale alleanza della grande forza di comuni e province.
Tale ruolo e tali rapporti possono essere recuperati. Bisognerebbe almeno tentare di percorrere con maggior grinta e vigore la strada del sostegno attento e deciso alle attese delle province dopo la protesta legata alla riconsegna delle deleghe ai trasporti e al turismo alla Regione, a seguito dell’assurda decisione contenuta nella Finanziaria nazionale di escludere dai trasferimenti l’ammontare delle funzioni attribuite nel 2004. Il segnale di attenzione espresso dal presidente Formigoni non può essere sottovalutato. Egli dovrebbe mettersi alla guida delle richieste federaliste degli enti locali. Allo stesso modo non ha saputo credere fino in fondo alle possibilità di arricchimento a livello di consenso della Conferenza Regionale delle Autonomie che va profondamente rifondata nella sua concezione autonomistica. La riforma costituzionale del Titolo V ha rafforzato in modo rilevante i poteri delle regioni: si tratta di un’occasione storica per assicurare a livello regionale lo sviluppo complessivo della capacità di governo del territorio, che deve accompagnarsi con l’allargamento degli spazi di democrazia e di partecipazione, evitando in modo accurato il perpetuarsi di pratiche centralistiche.
Purtroppo le richieste degli enti locali restano spesso in sofferenza. Penso, per fare un esempio, alle richieste delle province del Po, Cremona e Mantova, impegnate a contrastare, da sole in tema di escavazioni, la “mafia del Po”, mentre la Regione Lombardia, differentemente da quanto, ad esempio, avviene in Emilia Romagna, non ha mai provveduto ad approvare un disegno di legge che preveda la compartecipazione agli utili per gli enti locali che, tuttavia, devono far fronte, con risorse proprie, alla manutenzione dell’alveo e al consolidamento dei ponti e delle altre strutture, rese instabili dall’abbassamento (in alcuni punti fino a quattro metri) dell’alveo di magra, e nemmeno a imporre l’uso di controlli satellitari e di sonar per il prelievo di materiale litoidi.
Altro elemento di sicuro interesse, unitamente alla disponibilità dimostrata da alcune commissioni consiliari, è stato l’insediamento della Conferenza regionale della Programmazione sanitaria e socio sanitaria. I risultati ottenuti – quale ulteriore riprova che la concertazione sia la via da seguire – hanno portato ANCI Lombardia e la Regione all’avanguardia nella lettura dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), nell’applicazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e dei LIVEAS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) mentre è stato rafforzato il dialogo sociale con le rappresentanze del sindacato, della cooperazione sociale, del terzo settore, e dell’associazionismo no profit.
Concludo con una nota sulla sanità, principale voce del bilancio regionale e sul “modello sanitario lombardo”. A seguito dell’introduzione dei ticket in Lombardia, nel 2003 vi è stata una riduzione significativa della spesa farmaceutica a carico del Servizio sanitario regionale; tuttavia si deve precisare che in Lombardia la copertura pubblica è al livello più basso (54,4% a fronte del 61,5% di media nazionale), con un’incidenza dei ticket sulla spesa lorda fra le più alte, pari al 9%. La giunta regionale, dunque, ha scelto, tra le misure di contenimento della spesa, quella più costosa per il bilancio, che ha colpito le famiglie. Inoltre emerge un quadro di inquietudine da parte della spedalità privata religiosa, elemento che dovrebbe essere sicuramente corretto.
Ad aggravare la situazione, poi, concorrono i livelli di disuguaglianza e concentrazione della ricchezza più elevati non solo rispetto alle regioni del centro, ma anche rispetto alla Liguria e al Veneto, dove l’effetto redistributivo del sistema pubblico è superiore. Le grandi sfide dei prossimi anni saranno anche in campo produttivo. Le regioni, ancor più che in passato, sono chiamate a fornire risposte concrete, ad assumersi precise responsabilità che discendono dal trasferimento delle deleghe. Penso, innanzitutto, alla riqualificazione dei collegamenti viari. In questi anni lo sviluppo infrastrutturale non è stato certamente omogeneo. Se nel nord della Regione sono stati investiti capitali ingenti, altrettanto non si può dire per le province del sud. Una “Madonnina strabica”, verrebbe da dire. Penso alla rete stradale ma anche ai collegamenti intermodali. Pur riconoscendo la gravità della situazione, la Regione, non ha saputo o potuto mantenere fede agli accordi di programma con gli enti locali del sud della Lombardia e il potenziamento di alcune linee strategiche per il territorio, pur inserito nei documenti elaborati dal Tavolo Territoriale di confronto, è rimasto, fino ad ora, lettera morta. Il nuovo materiale viaggiante a livello ferroviario poi, è distillato al sud con il contagocce e certamente non sufficiente a superare le criticità del sistema. Analogamente occorre investire sulle vie d’acqua. Da anni si dibatte se il canale navigabile di Cremona debba arrivare a Milano o interrompersi a Pizzighettone. Io credo, al contrario, serva un progetto per poter garantire uno sbocco nell’Adriatico. Tanto più che l’Azienda dei porti di Cremona e Mantova ha fortemente lamentato i tagli della Regione, con una riduzione dei trasferimenti senza la delega alle province dei porti, mentre la legge sul decentramento delle competenze alle province segna il passo.
Questi ultimi cinque anni hanno visto, infine, una sempre più insistente richiesta di sicurezza da parte dei cittadini. La Regione Lombardia, per la prima volta, ha istituito un vero e proprio assessorato con queste competenze. Tuttavia, l’ultimo bilancio ha portato a una riduzione – da 13 a 9 milioni di euro – per il “progetti sicurezza” dei comuni.
La Regione non ha voluto o potuto svolgere la necessaria azione di riforma dello statuto e si è rivolta ai tavoli del dibattito nazionale con una posizione debole e sbiadita mentre avrebbe potuto guidare le ipotesi di un forte federalismo con la leale alleanza della grande forza di comuni e province.
Tale ruolo e tali rapporti possono essere recuperati. Bisognerebbe almeno tentare di percorrere con maggior grinta e vigore la strada del sostegno attento e deciso alle attese delle province dopo la protesta legata alla riconsegna delle deleghe ai trasporti e al turismo alla Regione, a seguito dell’assurda decisione contenuta nella Finanziaria nazionale di escludere dai trasferimenti l’ammontare delle funzioni attribuite nel 2004. Il segnale di attenzione espresso dal presidente Formigoni non può essere sottovalutato. Egli dovrebbe mettersi alla guida delle richieste federaliste degli enti locali. Allo stesso modo non ha saputo credere fino in fondo alle possibilità di arricchimento a livello di consenso della Conferenza Regionale delle Autonomie che va profondamente rifondata nella sua concezione autonomistica. La riforma costituzionale del Titolo V ha rafforzato in modo rilevante i poteri delle regioni: si tratta di un’occasione storica per assicurare a livello regionale lo sviluppo complessivo della capacità di governo del territorio, che deve accompagnarsi con l’allargamento degli spazi di democrazia e di partecipazione, evitando in modo accurato il perpetuarsi di pratiche centralistiche.
Purtroppo le richieste degli enti locali restano spesso in sofferenza. Penso, per fare un esempio, alle richieste delle province del Po, Cremona e Mantova, impegnate a contrastare, da sole in tema di escavazioni, la “mafia del Po”, mentre la Regione Lombardia, differentemente da quanto, ad esempio, avviene in Emilia Romagna, non ha mai provveduto ad approvare un disegno di legge che preveda la compartecipazione agli utili per gli enti locali che, tuttavia, devono far fronte, con risorse proprie, alla manutenzione dell’alveo e al consolidamento dei ponti e delle altre strutture, rese instabili dall’abbassamento (in alcuni punti fino a quattro metri) dell’alveo di magra, e nemmeno a imporre l’uso di controlli satellitari e di sonar per il prelievo di materiale litoidi.
Altro elemento di sicuro interesse, unitamente alla disponibilità dimostrata da alcune commissioni consiliari, è stato l’insediamento della Conferenza regionale della Programmazione sanitaria e socio sanitaria. I risultati ottenuti – quale ulteriore riprova che la concertazione sia la via da seguire – hanno portato ANCI Lombardia e la Regione all’avanguardia nella lettura dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), nell’applicazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e dei LIVEAS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) mentre è stato rafforzato il dialogo sociale con le rappresentanze del sindacato, della cooperazione sociale, del terzo settore, e dell’associazionismo no profit.
Concludo con una nota sulla sanità, principale voce del bilancio regionale e sul “modello sanitario lombardo”. A seguito dell’introduzione dei ticket in Lombardia, nel 2003 vi è stata una riduzione significativa della spesa farmaceutica a carico del Servizio sanitario regionale; tuttavia si deve precisare che in Lombardia la copertura pubblica è al livello più basso (54,4% a fronte del 61,5% di media nazionale), con un’incidenza dei ticket sulla spesa lorda fra le più alte, pari al 9%. La giunta regionale, dunque, ha scelto, tra le misure di contenimento della spesa, quella più costosa per il bilancio, che ha colpito le famiglie. Inoltre emerge un quadro di inquietudine da parte della spedalità privata religiosa, elemento che dovrebbe essere sicuramente corretto.