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Umberto Veronesi

Il modello lombardo di sanità: nuove potenzialità per la ricerca
La Lombardia è la regione che più contribuisce alla ricchezza nazionale. Lo dice l’ISTAT mostrando i suoi indicatori: reddito, tenore di vita e anche produttività. Purtroppo però non ci sono indicatori per quello che io, come scienziato e come cittadino, considero il contributo più importante che una regione può dare al suo Paese e alla comunità internazionale: la forza creativa del pensiero razionale e le sue manifestazioni. Io credo che negli ultimi anni il sistema Italia si è per così dire autopenalizzato e autoesculso dai grandi trend internazionali dell’innovazione – nella tecnologia, nell’agricoltura, nel cosiddetto sviluppo sostenibile, nella ricerca di nuovi fonti di energia – a causa di un sottile ma forte movimento antiscientifico “trasversale”, che impedisce di guardare ai progressi della scienza con l’ottimismo della ragione e di operare serenamente le scelte necessarie per trasformare tali progressi in effettivi miglioramenti della qualità di vita dei cittadini. Sembra impossibile, negli ultimi anni, arrivare nel nostro Paese a un corretto confronto delle idee, al di là delle ideologie che congelano i nostri decisori su posizioni di intransigenza.  Basta qualche esempio: lo sviluppo della ricerca sugli organismi geneticamente modificati (OGM), la guerra al nucleare, la limitazione alla fecondazione assistita, la sperimentazione sulla clonazione terapeutica e sulle cellule staminali. Risultato: l’Italia potrebbe diventare un Paese “al traino”, costretta a importare brevetti e a rincorrere gli altri paesi per stare almeno al passo con il Nord Europa. La Lombardia non ha potuto sottrarsi al clima generale e allo stesso momento storico vissuto dall’Italia e ha quindi vissuto insieme al resto del Paese un inevitabile ritardo rispetto all’esplosione innovativa in atto. Tuttavia vanno riconosciuti alla nostra regione due elementi che la connotano positivamente nel panorama nazionale: la presenza di uno spirito imprenditoriale “illuminato”, in grado di dar vita a nuovi progetti anche in un clima di generale sfiducia, e la volontà di sperimentare. Due elementi fondamentali che il governo regionale in questi anni ha saputo valorizzare. Ho ritrovato questi due grandi valori lombardi nel mio ambito di attività quotidiana: la ricerca sperimentale e clinica e la cura e l’assistenza dei malati oncologici. Molto si è dibattuto sull’efficacia del modello lombardo di sanità, basato sulla “apertura” al privato e soprattutto sulla libera scelta del cittadino fra servizio pubblico e privato. È un sistema di per sé avanzato concettualmente, ma certamente difficile da realizzare perché presuppone un equilibrio intorno a sé. Come ha scritto Giuseppe Remuzzi sul «Corriere della Sera»: «Come possono le regioni trovare un equilibrio fra il Governo che chiede loro di risparmiare, l’industria che mette sul mercato tecnologie sempre più sofisticate e farmaci sempre più cari e i cittadini che vogliono tutto e subito?» Io penso che questo modello forse non ha risolto il problema del contenimento della spesa sanitaria, ma certamente ha reso possibile la nascita a Milano di centri di eccellenza come l’Istituto Europeo di Oncologia o il San Raffaele, che sono un punto di riferimento per il mondo sanitario mondiale e soprattutto per migliaia di malati provenienti da tutta l’Italia. Il sistema del privato non-profit (come sono appunto lo IEO e il San Raffaele), che prevede un investimento di capitale privato in strutture ospedaliere con l’obbligo istituzionale di reinvestire gli eventuali utili in ricerca, inserito in un contesto di sanità pubblica, grazie alla convenzione con il sistema sanitario nazionale, funziona. E funziona soprattutto se opera in un’area culturalmente preparata a recepire l’innovazione e a sperimentare. Non può essere un caso del resto che nell’area milanese si concentrino istituti biomedici di grande peso scientifico e di eccellenza nella cura come il Centro Cardiologico Monzino per le patologie cardiovascolari, l’Istituto Neurologico Besta per le malattie neurologiche e appunto l’Istituto europeo di Oncologia per la lotta ai tumori.

Proprio sulla base di queste considerazioni io vedo una grande potenzialità per Milano e la Lombardia per diventare “pioniere scientifico” in Italia e in un’Europa in grande espansione e con una rinnovata sensibilità ai problemi della ricerca. Ci sono le condizioni per fare sorgere a Milano una città della scienza, creando un Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata (CERBA) che riunendo istituti di ricerca e cura per diverse patologie (a partire appunto dalle principali patologie del nostro secolo: oncologia, cardiologia e neuroscienze) possa permettere di superare il punto debole della ricerca biomedica europea: l’assenza di un coordinamento attivo analogo a quello statunitense. Questa mancanza fa sì che vengano finanziate ricerche simili o addirittura uguali anche nello stesso Paese. Il modello a cui ispirarci esiste già: è quello del National Institute of Health di Betehesda negli Stati Uniti, che riunisce 12 istituti di ricerca sperimentale e clinica per 12 diversi settori di patologia. Nella sua realizzazione il CERBA potrebbe andare anche al di là dei modelli a cui si ispira. Nell’era post-genomica abbiamo capito che l’elemento di ricerca comune a tutte le discipline biomediche è lo studio del DNA e nell’ambito della diagnosi precoce e delle cure, che sempre più salvaguardano la qualità di vita dei pazienti, la tecnologia è il cardine dell’assistenza sanitaria ai cittadini. È inutile dal punto di vista scientifico ed economico che esistano laboratori di ricerca con tecnologie avanzatissime e costosissime per le singole branche. Un’ottimizzazione delle risorse renderebbe possibile il raggiungimento dei grandi obiettivi scientifici di questo millennio, quali la sconfitta del cancro e il controllo delle patologie neurodegenerative, ma anche la soluzione del grande problema della spesa sanitaria, la spada di Damocle di ogni nuovo grande progetto in biomedicina.
L’idea del CERBA può contare su basi solide: esiste già una Fondazione che riunisce i più qualificati partners scientifici e istituzionali e un gruppo motivato di imprenditori motivati, gli stessi che già dieci anni fa hanno mostrato la loro lungimiranza nella realizzazione dell’Istituto europeo di oncologia. La Regione e la Provincia di Milano hanno già espresso il loro appoggio all’iniziativa. Mi auguro che, dalle intenzioni alla realtà il passo sia breve, e che ancora una volta la nostra regione dia prova di saper riprogettare liberamente il proprio futuro.


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