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Maurizio Zipponi

Quale futuro industriale per la Lombardia?
In questi anni la Lombardia, più di altre zone del Paese, ha subito radicali e veloci mutamenti dell’impresa e del lavoro che ne hanno mutato (e continuano a modificarne) il tessuto produttivo e sociale, ponendo un enorme punto interrogativo sul suo futuro industriale.
Oggi, a differenza che negli anni Ottanta, quando alla chiusura delle grandi fabbriche corrispose lo sviluppo delle aziende nei settori dell’informatica, delle telecomunicazioni, dei servizi alle imprese e del terziario, la regione vive un declino industriale e produttivo che rischia di diventare drammatico.
Sono infatti entrate in crisi, contemporaneamente, le imprese di ogni settore e dimensione.
Così, mentre a Milano realtà fino a poco tempo fa competitive nei segmenti ad alta tecnologia non reggono più sul mercato e le imprese multinazionali delocalizzano produzioni e ricerca, a Como è il tessile a non tenere il passo con la potente Cina, e nel bresciano sono entrati in crisi distretti, come quello di Lumezzane, considerati per anni sistemi modello.
Anche il mito del “piccolo e bello” è ormai tramontato (basta leggere i dati sui tassi di mortalità delle realtà produttive di ridotte dimensioni per rendersene conto).
Non poteva essere altrimenti, dal momento che le piccole e medie aziende, senza il sostegno della grande impresa o del sistema pubblico, non dispongono delle risorse da dedicare all’innovazione e allo sviluppo del prodotto.
A smentire chi parla di un aumento dell’occupazione, quotidianamente il sindacato si trova a fronteggiare mobilità, licenziamenti, chiusure e delocalizzazioni di reparti produttivi quando non di intere aziende (oggi, nella sola Milano sono circa 30 mila i posti di lavoro a rischio).
Non credo che ad una situazione di crisi di questa portata si possa rispondere solo con la Scala, la nuova Fiera, la “città della moda” e con il proliferare dei centri commerciali, cioè con la costruzione di “contenitori”.
La strada non può essere questa: la Lombardia della finanza e del commercio senza l’industria si pone fuori dalla competizione globale.
È quindi indispensabile ragionare seriamente sul “che fare”.
Anche in Lombardia la scelta dei vertici confindustriali di competere solo sul costo del lavoro e sulla riduzione dei diritti e di “investire” nello scontro con il sindacato si è dimostrata fallimentare: all’impoverimento generale dei lavoratori, all’abbassamento del tenore di vita collettivo non ha corrisposto un miglioramento dello stato di salute delle imprese, ma un declino industriale che rischia di essere irreversibile.
Nei segmenti più dinamici del mercato mondiale la competizione si gioca sulla qualità e quantità degli investimenti in ricerca e sviluppo: su questi terreni abbiamo accumulato un pesante ritardo.
Eppure è da lì che dobbiamo ripartire, per evitare che la Lombardia, da “motore d’Europa”, si trasformi in un gigantesco scaffale da cui altri prelevano tutto ciò che serve a rendere competitivo il proprio sistema.
E veniamo al nodo, ossia all’esigenza di una politica industriale capace di gestire dignitosamente il presente e di guardare al futuro, di coniugare aumento dei salari, capacità di tenuta e sviluppo dell’impresa, ambiente.
Gestire dignitosamente il presente e guardare al futuro: è questa, in estrema sintesi, la filosofia che sta dietro il “Piano per la mobilità sostenibile” che, insieme alla Regione, stiamo tentando di concretizzare ad Arese.
È una scommessa, è il tentativo di invertire i processi in corso: costruire, sulle macerie lasciate dalla Fiat, una realtà dove si ricercano, si progettano e si “costruiscono” prodotti nuovi e ambientalmente compatibili, come i motori a emissione inquinante zero, sapendo che in questo campo il domani ruota attorno all’idrogeno.
L’idea di cominciare a lavorare al progetto di reindustrializzazione di Arese guardando in prospettiva è scaturita dall’incontro di due esigenze: quella del sindacato di dare finalmente una soluzione positiva e definitiva al dramma dei lavoratori dell’Alfa abbandonati da Fiat, nella consapevolezza che non è più possibile difendere posti di lavoro senza ragionare di qualità dell’occupazione, di formazione, di nuove produzioni; quella della Regione di occuparsi di un problema sociale e di cominciare ad affrontare alla radice la grave questione dell’inquinamento che, oltre a minare la salute dei cittadini, genera blocchi alla mobilità delle persone e delle merci che rischiano di rendere quest’area non più competitiva.
Il percorso che ha portato alla sottoscrizione degli accordi su Arese è stato lungo, ha visto momenti anche conflittuali, è stato accompagnato dalla costante mobilitazione dei lavoratori che hanno saputo conquistare l’attenzione dell’intera società.
Per mesi come sindacato dei metalmeccanici ci siamo confrontati con i vertici e con i tecnici della Regione, con i ricercatori dell’Enea, con chi nel mondo imprenditoriale ha mostrato interesse per il progetto: nessuno ha regalato niente a nessuno, sono state messe in campo competenze, professionalità, punti di vista differenti nel rispetto dei diversi ruoli.
Il limite che ci siamo trovati di fronte, per attuare ciò che abbiamo comunemente deciso, è stata l’assenza degli strumenti di programmazione economica per sostenere e radicare sull’area imprese innovative.
Ci siamo trovati di fronte, cioè, al paradosso di una Regione che ha il potere di intervenire su ciò che attiene a diritti universali come la salute e la scuola, ma non dispone di efficaci strumenti in grado di risolvere i problemi posti dal sistema di imprese installato sul proprio territorio.
Come sindacato sappiamo bene che condizioni necessarie per generare lavoro non precario e a tempo indeterminato, unico in grado di permettere ai lavoratori di ricominciare a guardare serenamente al futuro, sono un contesto di infrastutture, un “ambiente” collettivo e reti di comunicazione che consentano lo sviluppo delle imprese innovative.
Perché la crisi di oggi non si traduca in uno stillicidio occupazionale senza prospettive foriero di rotture sociali difficilmente sanabili, è indispensabile una programmazione pubblica in grado di riprodurre, in aree attrezzate e accessibili alle imprese, la catena oggi frantumata che un tempo teneva insieme ricerca, progettazione, prodotto.
Non sto proponendo il ritorno alla grande impresa fordista, ma la costruzione di luoghi (che non è difficile individuare, vista la quantità di aree dismesse che costellano la regione) dove il lavoro delle singole realtà (istituti di ricerca, aziende che producono o di servizi) messo in rete possa dare vita a un processo completo che va dallo studio alla commercializzazione del prodotto passando dalla dall’ingegnerizzazione, dalla brevettazione, dalla costruzione.
Tessere indispensabili di questo mosaico ricomposto sono i lavoratori, la loro formazione e professionalità, i loro diritti.
Da questo punto di vista è significativa l’esperienza che, insieme, stiamo facendo ad Arese: non è certo un modello ma una delle possibili strade da seguire.


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