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Autori

Bianca Beccalli

Professore straordinario
di Sociologia del lavoro
presso la facoltà di
Scienze Politiche,
Università degli Studi di
Milano. Direttrice, presso
lo stesso Ateneo, del
centro di studi e ricerca
“Donne e Differenze di
Genere” e delegata del
Rettore alla CRUI per gli
Studi di genere e le Pari
Opportunità.
 

7 - pari opportunità

Up one level
Capitolo 7 - Bianca Beccalli - L’uguaglianza e l’identità di genere (1)
7 - pari opportunità 7.1 Aspetti critici della parità
7 - pari opportunità 7.2 I dilemmi delle giovani donne
7 - pari opportunità 7.3 Polarizzazione dei tempi di lavoro e diseguaglianze di genere
7 - pari opportunità 7.4 Carriere difficili
7 - pari opportunità 7.5 Le donne globali
7 - pari opportunità 7.6 Rappresentanza politica delle tematiche femminili, contratti di lavoro e contratti di genere

Estratto



7.1 - Aspetti critici della parità
I nuovi aspetti dell’identità di genere, sia i progressi verso la parità sia le nuove forme di diseguaglianza, trovano nel caso lombardo un ricco osservatorio. Da un lato, infatti, proprio in questa regione più che altrove si riscontrano progressi nella direzione di una maggiore presenza sociale delle donne: basti guardare alla loro accresciuta partecipazione al lavoro per il mercato, quella che Reyneri (2002) definisce  «la vera rivoluzione del mercato del lavoro contemporaneo». E si guardi al sorpasso dei ragazzi da parte delle ragazze nell’accesso alle credenziali educative2. Dall’altro lato, però, proprio in Lombardia si possono riscontrare alcuni limiti di questi progressi, ed alcuni aspetti contraddittori: le credenziali non conducono necessariamente alla parità di genere né nel mondo pubblico (professioni, istituzioni, rappresentanza politica) né nella divisione del lavoro di cura. I nuovi percorsi delle donne nel mondo pubblico e nel lavoro di cura sollecitano pertanto approfondimenti nella ricerca su queste tematiche (ancora poco studiate in Italia rispetto ad altri Paesi europei ed al Nord America) e suggeriscono la elaborazione di nuove politiche sociali, nelle quali la dimensione regionale e locale è particolarmente importante.
In questo contributo vengono considerati alcuni punti che consentono di mettere in luce gli aspetti critici della parità nella zona più modernizzata del Paese: la nuova stratificazione del tempo di lavoro sia con lo sviluppo del part-time e della flessibilità sia all’interno delle zone forti del lavoro tradizionale; le persistenti o nuove difficoltà nelle carriere per le donne; la ricerca di nuove soluzioni ai problemi di conciliazione tra famiglia e lavoro, compresa l’etnicizzazione del lavoro di cura, che in Lombardia vede uno sviluppo particolare.
Questa veloce rassegna su alcuni temi scelti (tra i vari possibili) come rilevanti per la parità utilizza dati lombardi, nazionali e internazionali; e si svolge sullo sfondo di una più generale discussione sui problemi della diseguaglianza, non soltanto di quella di genere, che ha impegnato nell’ultimo decennio le scienze sociali, il dibattito culturale, la elaborazione delle politiche pubbliche. Negli anni recenti sono emerse infatti tendenze, nella letteratura accademica come nel dibattito politico, che considerano superati i problemi della diseguaglianza (per una recente rassegna critica su queste tendenze, si veda Phillips, 2004). Nel caso della diseguaglianza di genere, in particolare, l’attenzione per la “differenza” consente facilmente di attribuire i diversi percorsi di donne e uomini nel mercato del lavoro alle loro scelte diverse, alla diversità nelle loro “preferenze”, trascurando di analizzare le diseguaglianze che producono disparità nei risultati, quali quelle indicate dai differenziali salariali di genere3. Trascurando cioè quelle risorse sociali a disposizione di donne e uomini che strutturano socialmente le scelte durante i percorsi di vita, e possono quindi produrre e riprodurre diseguaglianze (Crompton, 2002).

Tutto il recente cospicuo aumento dell’occupazione tra le persone adulte si deve alle donne. Tra il 1993 ed il 2003, su 10 donne tra i 30 e i 50 anni, quelle con un’occupazione retribuita da 5 passano a 6, mentre il tasso di occupazione degli adulti maschi è leggermente diminuito. Le famiglie con due o più occupati aumentano dal 37% nel 1993 a quasi il 40% nel 2003 e l’aumento è dovuto quasi tutto all’accresciuta occupazione delle donne adulte (Reyneri , 2004).
Gli occupati in Lombardia al 2003 sono 4.064.000, su un totale di 22.054.000 in Italia: il 40,5% sono donne, contro il 37,9% in Italia. In Lombardia vi sono quindi il 19,7% delle occupate in rapporto a quelle italiane (mentre soltanto il 16% delle cittadine italiane risiede in questa Regione) (Annuario statistico regione Lombardia, 2003).
Dal 1993 al 2003 l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro ha investito, anche se in diversa misura, tutte le donne lombarde adulte tra i 25 e i 64 anni ed è stato cospicuo (+14,8%). Il tasso di partecipazione della popolazione femminile nel 2003 ha superato il 55% a fronte di tassi di attività maschili pressoché stabili (Gender, 2004).


1 Ha collaborato alla raccolta dei dati Daniela Falcinelli, che ha redatto il paragrafo sui “dilemmi delle giovani donne”.
2 Le considerazioni di Paolo Santi (2000) sulle credenziali educative risultano confermate dal “Profilo dei laureati 2003”. All’università le donne sono sempre più numerose (il 59,2%), distanziando parecchio i colleghi maschi. Persistono però percorsi fortemente caratterizzati dal genere. Inoltre merita attenzione il confronto delle perfomances donne-uomini: i risultati sono a favore delle prime per quanto riguarda la votazione agli esami (26,6 contro 25,8) e la votazione di laurea (104,2 contro 101,4), la regolarità (il ritardo è 1,8 anni per le laureate e 2,2 anni per i laureati). Ma non si deve dimenticare che lo scarto, nei punteggi di esami e laurea, si riduce tenendo conto della maggiore presenza femminile nei corsi caratterizzati da votazioni più alte (http://www.almalaurea.it). Gli Atenei lombardi (Bergamo, Brescia, Castellanza, Pavia ed il “polo” milanese) mostrano lo  stesso andamento (http://www.miur.it/ustat/).
3 Per alcuni interessanti dettagli sul gap tra uomini e donne nei percorsi lavorativi e sui differenziali salariali si rimanda alla ricerca di Daniele Checchi su “Formazione e percorsi lavorativi dei laureati dell’Università degli Studi di Milano” (Checchi, 2002).


7.2 - I dilemmi delle giovani donne
Iniziamo a guardare i nuovi scenari della parità dal punto di vista delle giovani donne di oggi. Le giovani donne istruite sono la coorte che per la prima volta ha raggiunto (o superato) le credenziali educative dei propri coetanei maschi4. Che conseguenze ha questo processo su un inserimento paritario nel mercato del lavoro? Chiara Saraceno rivolge già un “caveat” importante all’ottimismo sulle conseguenze che la nuova parificazione educativa può avere per la collocazione delle giovani donne sul mercato del lavoro. Saraceno osserva, sulla base dei principali dati strutturali disponibili, che se è vero che la coorte di giovani donne istruite lavora di più delle proprie madri, d’altro canto le giovani sono similmente alle donne della coorte precedente esposte allo scoraggiamento dalla partecipazione al lavoro a fronte delle prime “complicazioni” collegate al carico familiare mal diviso, cioè il matrimonio e la nascita anche di un solo figlio (Saraceno, 2003).
Ma quanto e come si accingono a lavorare e/o a “far famiglia” queste giovani donne? Siamo di fronte ad un processo di convergenza tra i sessi nelle giovani generazioni?
Una nuova letteratura di ricerca definita sui “dilemmi morali”5 si è sviluppata di recente nel Nord America, e può aiutare a porre meglio gli interrogativi (Gerson, 1985, 2002, Marshall,2003). E’ stata coniata una nuova espressione, “Children of the Gender Revolution”, per riferirsi a quei ragazzi e ragazze che, oltre ad accedere ad alti livelli educativi in modo pari, hanno sperimentato nuovi modelli di parità nella loro socializzazione: hanno cioè già avuto in qualche misura madri che lavoravano e casi di genitori separati, famiglie insomma non del tutto tradizionali. Questi ragazzi si devono confrontare con nuovi “dilemmi morali” rispetto alla precedente generazione. Come si è evoluto, a fronte di nuovi modelli e di nuove risorse, il loro modo di decidere tra la scelta della carriera e quella di avere un figlio?
Sulla base delle ricerche svolte emerge sia il cambiamento generazionale, sia il riprodursi di differenze tra ragazzi  e ragazze: pur essendo entrambi cambiati rispetto ad un modello tradizionale di divisione dei ruoli sessuali, favorevoli a soluzioni “paritarie”, i ragazzi sono più rassegnati ad eventuali opzioni neotradizionali, che le ragazze considerano inaccettabili.
Si possono applicare questi risultati al modello sociale italiano e lombardo? Si sta forse sviluppando anche nel nostro Paese, ed in particolare nelle zone più avanzate come la Lombardia, una “non rassegnazione” delle giovani donne rispetto alle nuove aspettative di conciliare famiglia e lavoro, o meglio ancora famiglia e carriera? Questa “non rassegnazione” è forse una componente della denatalità?
Sarebbe interessante un confronto tra la realtà lombarda e quella dell’Emilia Romagna che, come emerge da una bella ricerca sulla Provincia di Modena (Baldini, Bosi, Silvestri, 2004), presenta delle caratteristiche che vedono quest’area muoversi verso un modello scandinavo (cd. Piccola Svezia) con reddito medio elevato, con un basso grado di diseguaglianza distributiva, ed alti tassi di occupazione femminile, segnale quest’ultimo di una forte emancipazione. Questi elementi altamente positivi si coniugano male, però, con una società in cui il lavoro domestico è ancora onere principalmente femminile ed in cui i salari medi delle donne sono inferiori a quelli degli uomini. Tutto ciò porta ad “inevitabili” conseguenze negative come il bassissimo tasso di fertilità ed un progressivo invecchiamento della popolazione. Colpisce il caso di Modena: quali spiegazioni si possono trovare alla discrepanza tra emancipazione femminile attraverso il lavoro in un contesto di equità sociale, da un lato, e persistenza di una bassa natalità, dall’altro? Sarebbero utili nuove ricerche mirate su questo argomento, e sarebbe opportuno che questi temi venissero inscritti nell’agenda politica per la elaborazione di misure specifiche di sostegno ai giovani genitori. A questo proposito la stessa regione Lombardia sta muovendo alcuni passi che potrebbero risultare significativi: in collaborazione con alcune università lombarde sta impostando un lavoro di monitoraggio dei percorsi di studio delle studentesse, e delle prime fasi del loro ingresso nel mondo del lavoro, con particolare riguardo a quello della ricerca6. Tale studio dovrebbe consentire l’individuazione di alcuni nodi significativi delle difficoltà delle giovani donne nel realizzare la loro “vocazione”, e potrebbe suggerire di disegnare degli interventi pubblici di sostegno. Il riferimento teorico e pratico di queste iniziative sono stati alcuni esempi esteri: quello della nuova rete europea nel progetto “Women&Science”7; e soprattutto quello dell’esperienza già sperimentata, da quattro anni, del “Gender Equity Program” americano8. Si tratta, soprattutto nel secondo modello, di progetti che intendono intervenire sul doppio fronte del sostegno alle giovani donne e della modificazione delle logiche organizzative dei loro mondi di carriera; qualcosa di più insomma che non il benemerito ma tradizionale asilo nido (variamente sperimentato in Lombardia anche nelle Università), qualcosa che aiuti davvero ad affrontare i nuovi “dilemmi morali”.

4 Per una discussione generale su istruzione e diseguaglianze sociali si rimanda a  Schizzerotto (2002). Schizzerotto spiega come al Nord-est il capitale reale (“la fabbrichetta”) vada ai maschi, mentre la laurea (il capitale culturale) va alle donne. Questo, a lungo termine, produrrà un effetto devastante: avremo una massa enorme di donne istruite e senza potere e di uomini potenti praticamente analfabeti. Le pari opportunità sono state dunque interpretate creando una nuova asimmetria (Di Vico, 2004).
5 Queste giovani donne si trovano a dover affrontare, in un quadro di cambiamenti sociali, dei nuovi dilemmi (di cui il basso tasso di fecondità italiano è una prova evidente) che pongono delle scelte che non hanno risoluzioni “corrette” o non ambigue. I dilemmi morali socialmente strutturati ci obbligano a muoverci al di là delle abitudini e della routine per sviluppare e giustificare nuove azioni e credenze. Studiare le risposte strategiche a dilemmi morali socialmente strutturati aiuta ad illuminare processi di cambiamento di genere (Gerson, 1985, 2002).
6 L’intera iniziativa ha preso il nome “Universidonna”.
7 Network europeo promosso da  Maria Stratigaki all’interno del sesto programma quadro del Fondo sociale europeo.
8 Il progetto ha ricevuto un ricchissimo finanziamento dal National Endowement for the Humanities, ed il programma è coordinato da Virginia Valian (Valian, 2000). Per la polarizzazione in generale si può ricostruire un’interessante letteratura, risalendo ai lavori classici di Offe (1992) fino al recentissimo Dore (2004). Per la polarizzazione in chiave di genere, basti ricordare il lavoro di Schor (1993), di Hochschild (1997) e le polemiche posizioni di Hakim (1991, 2003). Per un approfondimento della discussione sugli orari in generale in Italia, vedi Chiesi (2000); mentre per le modificazioni strutturali negli orari di lavoro in Lombardia, vedi Villa (1997).




7.3 - Polarizzazione dei tempi di lavoro e diseguaglianze di genere
La polarizzazione delle ore di lavoro ha ricevuto meno attenzione nella ricerca e nel dibattito che non i temi dell’aumento delle ore lavorate o del lavoro in diminuzione, oppure i temi della flessibilità e della insicurezza. Ed invece questo effetto dei cambiamenti degli orari è quello che riguarda più direttamente i rapporti tra famiglia e lavoro, tra generi e generazioni. La stratificazione avviene sia all’interno della zona del lavoro una volta chiamato “normale”, sia all’interno del lavoro atipico, sia nella assegnazione all’una o all’altra zona.
Gli equilibri tra lavoro retribuito e lavoro di cura giocano un ruolo cruciale nella collocazione di donne e uomini nella stratificazione temporale. Recenti ricerche in campi diversi vanno messe in rapporto tra loro per comprendere i mondi intrecciati, ma sempre più in tensione, dell’economia e della famiglia. Così come ha avuto una breve durata il mondo fordista del lavoro “normale”, anche la famiglia “normale” sembra avere una breve durata: entrambi appaiono una tipologia sociale ancora predominante, ma in via di forte contrazione. Il lavoro “normale”, il modello di lavoro stabile per tutta la vita, protetto dall’azione sindacale e dalle garanzie di cittadinanza su di esso basate, sembra aver vissuto una stagione breve in Italia, anche nelle zone di più vecchia industrializzazione come la Lombardia (Accornero, 2000, Ambrosini-Beccalli, 2000, Magatti, 2002). Il lavoro “atipico” è tanto diffuso da minacciare il paradigma della normalità, specie per le giovani generazioni e le donne, che ne sono un soggetto sempre più importante. Nel contempo la famiglia è sottoposta a pressioni e “sofferenze” che qui non analizziamo, ma di cui ricordiamo che la denatalità risulta uno degli indicatori più vistosi.

Malgrado la valorizzazione del part-time da parte del legislatore comunitario, questa tipologia contrattuale in Italia si assesta su valori sensibilmente più bassi rispetto agli altri paesi europei, rivelando la persistenza di difficoltà di ordine culturale e strutturale. Come negli altri paesi, peraltro, il part-time risulta un fattore di segregazione e marginalità (Semenza, 2004). Il dibattito sul part-time ha avuto un risvolto importante in Lombardia, una delle quattro regioni “motore” dell’economia europea, in cui il fenomeno si distingue per il suo carattere “volontario”. L’incidenza del lavoro part-time in Lombardia (9,3% del totale degli occupati) è inferiore alla media europea, ma più alta che nel resto dell’Italia (8,6%) ed in costante crescita. Le caratteristiche dei part-timers in Lombardia (82% sono donne) confermano l’idea che questa tipologia contrattuale possa aiutare a conciliare lavoro e famiglia: il 36,5% appartengono alla fascia di età compresa tra i 30 e i 39 anni, una fase della vita in cui è particolarmente gravoso l’impegno nel lavoro di cura per un figlio, che spesso resta l’unico; a conferma di questo il 69,2% dei part-timers sono coniugati ed il 68,9% hanno una famiglia di 3-4 componenti (Samek-Lodovici, Semenza, 2004).
Vi sono delle significative differenze a seconda della definizione utilizzata: secondo la definizione del part-time data dall’OCSE (meno di 30 ore settimanali) le donne part-time in Lombardia passano dal 18,4% nel 1993 al 21,9% nel 2002; secondo quella dell’ILO (meno di 35 ore) esse passano dal 23,9% nel 1993 al 27,3% nel 2002; infine secondo l’autodichiarazione su cui si basano i dati Istat ed Eurostat le donne part-time in Lombardia nel 2003 sono il 19,5%, il 18,7% nella provincia di Milano ed il 20,1% nelle province lombarde (Gender, 2004). L’aumento del part-time in questa regione, grazie alla sua tendenza ad anticipare i cambiamenti, è dovuto al doppio effetto dell’avanzamento del terziario e dell’aumento della presenza delle donne.

I lavoratori parasubordinati, secondo le stime INPS al 31-12-2002, sono in Lombardia 519.398, ossia il 21,7% del totale a livello nazionale, di cui il 49,5% nella sola Provincia di Milano. Inoltre l’89,9% degli iscritti in Lombardia sono iscritti come collaboratori e soltanto il 7,9% sono iscritti come professionisti. Le medie lombarde divise per classi di età sono molto vicine a quelle italiane in generale e le classi di età maggiormente interessate sono quelle tra i 30 e i 39 anni (29,93%) e tra i 40 e i 49 anni (20,32%). All’interno degli iscritti all’ INPS dal 1996 al 2002 la composizione di genere vede un progressivo aumento delle donne sia in Lombardia che in Italia: nella regione si passa dal 38,46% al 44,37%. Lo sviluppo del lavoro atipico in Lombardia è confermato anche dal numero di agenzie di lavoro interinale al giugno 2001 (507), ben il 32,5% del totale italiano (Annuario statistico Regione Lombardia, 2003). In Italia, come in Lombardia, il lavoro interinale è ridotto dalla presenza di piccole imprese che utilizzano altre forme di flessibilità ed è destinato a rimanere una “nicchia occupazionale”, poiché le “missioni” non raggiungono che lo 0,6% dell’occupazione totale, contro il 3% degli altri paesi (Reyneri, 2004).




7.4 - Carriere difficili
Quando le giovani donne istruite e orientate al lavoro si affacciano sul mercato, se evitano la trappola della flessibilità devono attraversare un primo filtro per definire il quale si suggerisce di non dimenticare il vecchio termine “discriminazione”. E’ in parte dovuto a fenomeni di discriminazione, ad esempio, il diseguale rapporto tra le credenziali educative di ragazze e ragazzi e la loro collocazione nelle organizzazioni di lavoro, come mostra la bella ricerca sull’inserimento lavorativo di studentesse e studenti provenienti dalle facoltà scientifiche (Lambendola, 1995). Inoltre, a parità di collocazione iniziale l’intero meccanismo, a partire dalle fasi iniziali della carriera, è condizionato dal genere, anche se in misura e modi diversi a seconda del contesto professionale o politico. La letteratura sull’argomento è enorme, specie nel mondo anglosassone9, benché in Italia la ricerca sul tema sia scarsa10.
Parecchie ricerche mettono in evidenza le diverse “regole del gioco” che caratterizzano in primo luogo le occupazioni e le politiche del lavoro e del welfare nei diversi Paesi ed in secondo luogo gli specifici contesti occupazionali. Una recente letteratura, che prende in considerazione la dimensione del genere, ha arricchito le classiche tipologie sui sistemi di welfare alla Esping-Andersen , mettendo in luce come diversi “contratti di genere” sottendono le politiche del lavoro e del welfare, che si prestano in misure e modi diversi ad una riformulazione, una volta che tale progetto viene preso in considerazione11.
I contesti occupazionali possono essere più o meno “aspri” nei confronti delle donne: l’alta finanza, come ci mostrano le ricerche comparative, è ovunque poco accessibile, mentre la medicina lo è di più (Crompton, 1999; Vicarelli, 2004).
Nella ricerca italiana vi sono pochi contributi disponibili (alcuni studi di caso12). Come esempio consideriamo due contesti professionali che sono stati oggetto recentemente di studi e di dibattito: la magistratura e la rappresentanza politica. Questi due contesti professionali costituiscono un segmento significativo di quei “ruoli decisionali” in cui le dichiarazioni d’intenti dell’Unione europea auspicano una maggiore presenza femminile;  essi hanno peraltro una dimensione che ci permette di ragionare anche sul caso lombardo.
La rappresentanza politica è, in Italia e in Lombardia, uno dei contesti di lavoro, se così lo vogliamo chiamare, più inaccessibile alle donne13. L’Italia costituisce sotto questo profilo un caso estremo rispetto agli altri paesi europei: è parte del gruppo di paesi a rappresentanza femminile tradizionalmente bassa ed è l’unico tra questi in cui la presenza femminile nello scorso decennio è andata diminuendo anziché crescendo. Alla sottorappresentanza e al suo andamento a livello nazionale non fa eccezione la Lombardia, come mostra la recente ricerca di  Zajczyk (2003). Infatti, le donne elette nella regione nel quinquennio 2000-2005 sono soltanto l’11,2%, anche se il dato è leggermente superiore alla media nazionale (9%); e sono in diminuzione rispetto al quinquennio precedente14.
La magistratura, d’altro canto, si è femminilizzata con una crescente velocità, maggiore che in altri settori del pubblico impiego, ma mostra una fortissima segregazione verticale (Civinini e SanLorenzo, 2003; Beccalli, 2004). Le donne, escluse fino al 1965, sono ora quasi il 40% dei magistrati (il 57% dei vincitori dell’ultimo concorso); ma è esigua la loro presenza nei ruoli decisionali importanti, negli incarichi extragiudiziali, negli organi di autogoverno, nella rappresentanza associativa e politica. Anche nel caso della magistratura la Lombardia non fa eccezione rispetto agli andamenti nazionali (Zajczyk, 2003). Sia nella sfera politica che nell’ambito della magistratura è in corso un dibattito sulle ragioni della marginalità femminile, e sulla possibilità di porvi rimedio. In particolare, in entrambi i campi si è sviluppato un vivace dibattito sulle politiche delle quote (Beccalli, 1999; Amato e Curcio, 2004). Quel dibattito poggia anche sulle contrapposte interpretazioni della mancata presenza femminile che si può riassumere in un interrogativo generale: siamo di fronte ad una “preferenza” femminile per non esporsi in quei ruoli competitivi, o le donne sono frenate dagli ostacoli sociali posti dal contesto lavorativo e dai loro incarichi familiari? Insomma, si tratta di differenze o di diseguaglianze?

9 Per una classica rassegna delle ricerche anglosassoni confronta Reskin (1998) e Milkman (1995). Per un dibattito recente sull’argomento in cui è stato coinvolto, oltre agli attuali specialisti del campo, il noto sociologo americano Eric Olin Wright (2000).
10 Il primo studio classico in Italia è quello IRER-Barile, Zanuso (1984). Per una rassegna si rimanda a Beccalli in Scenari, IRER 1999.
11 Confronta Esping-Andersen (1990, 2002), Orloff (1998), O’Reilly (1996). Per un confronto che prende sistematicamente in esame il caso italiano rispetto a quello degli altri paesi vedi Saraceno (2000).
12 E’ stata svolta in Lombardia da Adriana Luciano la prima ricerca su un caso aziendale, la IBM, che ha attirato l’attenzione su queste tematiche (Luciano, 1993). In Lombardia sono state peraltro svolte due ricerche esemplari sulla segregazione nel pubblico impiego, un settore del mercato del lavoro che, essendo governato da rigide norme universalistiche, secondo gli stereotipi comuni non dovrebbe dar luogo a segregazione: la persistenza della segregazione viene invece messa in evidenza proprio da quelle ricerche (Barile, 1984; Barile, Beccalli, 1990; Barile, Piazza, 1991).
13 Per i dati internazionali, nazionali e regionali. e onfronta Guadagnini (2003) e Pescarolo (2002) e Zajczyk (2003).
14 In Lombardia, come a livello nazionale appunto, dopo una iniziale crescita delle elette tra il 1990 ed il 2000 (dal 7,5% al 16,6%), si scende all’11,2% (Zajczyk, 2003).



7.5 - Le donne globali
Le diseguaglianze nella divisione del lavoro di cura sono state solo accennate, in quanto alle radici dei dilemmi e delle strategie di vita e di lavoro delle donne. Sono alle radici anche di un altro fenomeno che sta trasformando un aspetto rilevante del mercato del lavoro, specie in Lombardia. L’attivazione di catene migratorie al femminile vede le donne assumere un ruolo da protagoniste in alcuni flussi migratori provenienti dal Sud del mondo e dai paesi dell’Est, flussi che alimentano un segmento del mercato del lavoro che sembrava destinato a sparire: il lavoro domestico15. L’etnicizzazione del lavoro di cura riproduce l’esistente disparità di genere nelle responsabilità di cura all’interno del nucleo familiare, consentendo ad una parte delle donne del mondo occidentale di investire tempo ed energia nella carriera lavorativa senza alterare la netta divisione nella ripartizione del lavoro domestico all’interno della famiglia. Questa “immobilità” nella connotazione al femminile della sfera riproduttiva, rafforzata da un modello di welfare familista quale quello italiano, produce nuove asimmetrie e diseguaglianze tra i paesi del mondo, che investono tra gli effetti della globalizzazione il lavoro di cura, ed al suo interno la relazione tra donne delle diverse aree del mondo.
Su 350.000 immigrati presenti ufficialmente in Lombardia al 2003, la metà sono donne. Per la maggior parte sono donne giovani e adulte che svolgono un lavoro retribuito, a tempo determinato e spesso in nero, concentrato per di più nei servizi privati alle famiglie (colf, baby-sitter, badanti). Queste sono donne dalla “tripla presenza” (Balbo, 2004), impegnate a gestire lavoro e responsabilità familiari non solo nel paese di arrivo ma anche in quello di origine.
Si ha così una risposta all’inerzia delle politiche pubbliche di servizio con la redistribuzione globale  del lavoro di servizio nel privato (GENDER, 2004). La percentuale di istanze di regolarizzazione per lavoro domestico-assistenziale sul totale delle istanze delle regolarizzazione presentate è in Lombardia, secondo i dati Caritas, il 39,1% nel 2003, contribuendo a circa un quinto delle regolarizzazioni per collaborazione familiare e assistenza domiciliare a livello nazionale (Barbagli, Colombo, Sciortino, 2004). In tutto le badanti, tra straniere e italiane, regolarizzate e in nero, sono mezzo milione e le regioni in cui esse sono più numerose sono la Lombardia, l’Emilia-Romagna ed il Veneto (Di Vico, 2004). Questi dati evidenziano quanto la sostenibilità de modello di sviluppo nelle zone più avanzate del paese, sia legata alla segregazione delle donne immigrate all’interno del mercato domestico.

15 Ehrenreich , Hochschild (2002).


7.6 - Rappresentanza politica delle tematiche femminili, contratti di lavoro e contratti di genere
Anche in Lombardia siamo lontani dal raggiungere gli obiettivi del Trattato di Lisbona dell’Unione europea in tema di occupazione femminile. Ma i problemi del rapporto tra donne e lavoro, i costi dei mutamenti o dei mancati mutamenti in corso riguardano non solo i tassi di partecipazione, ma anche la vita familiare16 da un lato, e dall’altro comportano un’accentuazione della posizione di subordinazione delle donne nel lavoro. L’aspirazione ad una vita autonoma e completa delle stesse giovani donne si scontra con un mondo di “impari opportunità”. Quali politiche rispondono a questi problemi? Si nota, in particolare in Italia, una presenza debole di queste tematiche nell’agenda politica (la presenza è assai maggiore non solo nei Paesi del nord - Europa, ma anche in Francia e Spagna).
Nelle politiche dell’Unione Europea, che hanno un diretto riscontro applicativo nelle politiche regionali, si osserva nello scorso decennio una modificazione delle politiche rivolte all’eguaglianza di sesso. Si può notare un mutamento “discorsivo” rilevante delle formulazioni delle politiche dell’Unione (Stratigaki, 2004), con un passaggio dall’obiettivo di promuovere l’uguaglianza tra i sessi a quello della “conciliazione” dei tempi del lavoro e della famiglia. “Conciliazione” è diventata la parola chiave della recente politica del mainstreaming, ed è stato rilevato che il riferimento al lavoro delle donne ed al lavoro di cura viene svolto sempre più in subordinazione al ruolo dell’ economia e della flessibilità (Stratigaki, 2004). Nonostante la ricorrente enfasi dell’Unione europea sulle tematiche di equità di genere, l’orientamento è andato cambiando in senso riduttivo. L’incidenza delle politiche di genere su quelle generali, che pure è teorizzata nella filosofia del mainstreaming, non risulta in pratica così rilevante. In questo contesto problematico, che lezioni  si possono trarre dalla sperimentazione della conciliazione in Lombardia?
Osservando le politiche di parità in Lombardia possiamo notare alcune esperienze interessanti in contesti territoriali o lavorativi specifici, e possiamo anche osservarne i limiti17.
E’ probabilmente troppo presto per trarre da questi esempi qualche conclusione. Essi vanno comunque considerati sullo sfondo delle più ampie politiche in cui si dovrebbero inserire, per le quali è peraltro importante un serio coinvolgimento degli attori sociali principali. Guardiamo al settore delle politiche del lavoro ed al soggetto sociale sindacato, che ora soffre per la debolezza di rappresentanza del lavoro atipico, tanto che questa viene definita da alcuni esperti e da alcuni degli attori come la nuova mancata dimensione dell’azione sindacale (Regalia, 2003). Infatti, nonostante che il lavoro atipico sia connotato da una forte presenza femminile, questo aspetto non è stato pienamente affrontato dal sindacato. Ad esempio, nei “patti sociali territoriali”, che hanno avuto un certo rilievo in Lombardia, non è emersa la dimensione di genere, che pure avrebbe potuto trovare il consenso di tutte le parti sociali. E’ vero comunque, in generale, che nell’agenda politica complessiva in Lombardia come altrove la parità di genere non occupa una posizione centrale, nella formula che le sarebbe propria di una combinazione di politiche del lavoro e del welfare, poiché senza ridefinire quelle, la “conciliazione” da sola si muove in uno spazio troppo ristretto. Come si può avviare un serio circuito virtuoso?
I problemi sociali sono grandi e pressanti; forse gli attori politici riusciranno a coglierli nel prossimo futuro, e gli studiosi, gli accademici e gli esperti potranno contribuire a questo processo.

16 In Italia il tasso di fecondità totale (numero medio di figli per donna in età feconda) è in lieve ripresa rispetto agli ultimi decenni. Il nostro Paese ha visto trasformare, in una progressiva evoluzione, la sua tradizionale immagine di paese ad alta fecondità, a paese con valori di fecondità tra i più bassi registrati nel mondo. Il tasso di fecondità totale è attualmente di 1,24 figli per donna in età feconda. (http://www.saluteeuropa.it) In Lombardia, il numero medio di figli per donna al 2003 è 1,27, mentre, giusto per tornare al confronto sul caso di Modena, in Emilia-Romagna è 1,24 (http://demo.istat.it).
17 L’ interesse per la conciliazione è confermato dalle numerose pubblicazioni sul tema, di cui segnaliamo: Regione Lombardia - Pari Opportunità, Formaper, Cosa vogliono le Donne. Cosa fanno le Donne per conciliare Lavoro & Famiglia, Milano, 2001. Regione Lombardia - Pari Opportunità, Conciliare famiglia e lavoro. Un obiettivo possibile?, Milano, 2002. Regione Lombardia, IRER, Osservatorio sulla condizione femminile Nuove forme di lavoro, sistemi di conciliazione dei tempi, strategie per la carriera, Quaderni Regionali di Ricerca N. 16, Milano, 2002. Da una delle ricerche citate da Gender (2004) risulta che ben il 65% delle aziende ha adottato qualche misura di conciliazione nell’area milanese, soprattutto sul versante della flessibilità in entrata ed in uscita e del part-time, ma vi è una difficoltà delle piccole e medie aziende a trasformare benefit e misure episodiche e informali in riconoscimento di diritti.





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