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Autori

Bianca Beccalli

Professore straordinario
di Sociologia del lavoro
presso la facoltà di
Scienze Politiche,
Università degli Studi di
Milano. Direttrice, presso
lo stesso Ateneo, del
centro di studi e ricerca
“Donne e Differenze di
Genere” e delegata del
Rettore alla CRUI per gli
Studi di genere e le Pari
Opportunità.
 

Bianca Beccalli

Capitolo 7 - L’uguaglianza e l’identità di genere
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/sociale/I/beccalli

Il contributo considera alcuni punti critici della parità nella zona più modernizzata del Paese: la nuova stratificazione del tempo di lavoro, le persistenti o nuove difficoltà nelle carriere, la conciliazione tra famiglia e lavoro, l’etnicizzazione del lavoro di cura, la scarsa presenza della tematica di genere nell’agenda politica. La veloce rassegna utilizza dati lombardi, nazionali e internazionali, e si svolge sullo sfondo di una più generale discussione sui problemi della disuguaglianza. Ha collaborato al contributo anche Daniela Falcinelli.

7.1 Aspetti critici della parità


I nuovi aspetti dell’identità di genere trovano nel caso lombardo un ricco osservatorio. In questa regione più che altrove si riscontrano progressi nella direzione di una maggiore presenza sociale delle donne. Si consideri la loro accresciuta partecipazione al lavoro: tutto il recente cospicuo aumento dell’occupazione tra le persone adulte si deve alle donne. Dal 1993 al 2003 l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro è stato cospicuo (+14,8%) e ha interessato tutte le donne lombarde adulte tra i 25 e i 64 anni. Il tasso di partecipazione della popolazione femminile nel 2003 ha superato il 55% a fronte di tassi di attività maschili pressoché stabili (Gender, 2004).
Analogo discorso può farsi per quanto riguarda il “sorpasso” dei ragazzi da parte delle ragazze nell’accesso alle credenziali educative. All’università le donne sono sempre più numerose (il 59,2%), distanziando parecchio i colleghi maschi; la votazione media agli esami è 26,6 contro 25,8 e quella di laurea 104,2 contro 101,4 (lo scarto dipende anche della maggiore presenza femminile nei corsi caratterizzati da votazioni più alte); il ritardo medio è di 1,8 anni per le laureate e 2,2 anni per i laureati (http://www.almalaurea.it). Gli atenei lombardi mostrano lo stesso andamento (http://www.miur.it/ustat/). Tuttavia, proprio in Lombardia si possono riscontrare alcuni limiti di questi progressi, e alcuni aspetti contraddittori: le credenziali non conducono necessariamente alla parità di genere né nel mondo pubblico (professioni, istituzioni, rappresentanza politica) né nella divisione del lavoro di cura. I nuovi percorsi delle donne nel mondo pubblico e nel lavoro di cura sollecitano approfondimenti nella ricerca su queste tematiche e suggeriscono la elaborazione di nuove politiche sociali, nelle quali la dimensione regionale e locale è particolarmente importante.

7.2 I dilemmi delle giovani donne


Se è vero che la coorte di giovani donne istruite lavora di più delle proprie madri, d’altro canto le giovani (come le donne della coorte precedente) sono esposte allo scoraggiamento dalla partecipazione al lavoro a fronte delle prime “complicazioni” collegate al carico familiare (matrimonio e figli).
Ma quanto e come si accingono a lavorare e/o a “far famiglia” queste giovani donne? Si sta forse sviluppando, anche nelle zone più avanzate del Paese come la Lombardia, una “non rassegnazione” delle giovani donne rispetto alle nuove aspettative di conciliare famiglia e carriera? Questa “non rassegnazione” è forse una componente della denatalità?
Sarebbe interessante un confronto tra la realtà lombarda e quella della Provincia di Modena, che muove verso un modello scandinavo: reddito medio elevato, basso grado di diseguaglianza distributiva, alti tassi di occupazione femminile, segnale quest’ultimo di una forte emancipazione (Baldini et al, 2004). Questi elementi positivi si coniugano male, però, con una società in cui il lavoro domestico è ancora onere principalmente femminile e i salari medi delle donne sono inferiori a quelli degli uomini. Tutto ciò porta a “inevitabili” conseguenze negative, come il bassissimo tasso di fertilità e un progressivo invecchiamento della popolazione. Sarebbe opportuno che questi temi venissero inscritti nell’agenda politica per la elaborazione di misure specifiche di sostegno ai giovani genitori. A questo proposito la Regione, con alcune università lombarde, sta impostando un lavoro di monitoraggio dei percorsi di studio delle studentesse e delle prime fasi del loro ingresso nel mondo del lavoro, con particolare riguardo a quello della ricerca (progetto “Universidonna”).

7.3 Polarizzazione dei tempi di lavoro e diseguaglianze di genere


La polarizzazione delle ore di lavoro ha ricevuto meno attenzione che non i temi dell’aumento delle ore lavorate o del lavoro in diminuzione, oppure i temi della flessibilità e della insicurezza. E invece questo effetto dei cambiamenti degli orari è quello che riguarda più direttamente i rapporti tra famiglia e lavoro, tra generi e generazioni.
L’incidenza del lavoro part-time in Lombardia (9,3% del totale degli occupati) è inferiore alla media europea, ma più alta che nel resto dell’Italia (8,6%) e in costante crescita. Le caratteristiche dei part-timers in Lombardia (82% sono donne) confermano l’idea che questa tipologia contrattuale possa aiutare a conciliare lavoro e famiglia: secondo la definizione del part-time data dall’ILO (meno di 35 ore), le donne part-time in Lombardia passano dal 23,9% nel 1993 al 27,3% nel 2002. Il lavoro “normale”, il modello di lavoro stabile per tutta la vita, protetto dall’azione sindacale e dalle garanzie di cittadinanza su di esso basate, sembra aver vissuto una stagione breve in Italia, anche nelle zone di più vecchia industrializzazione come la Lombardia. Il lavoro “atipico” è tanto diffuso da minacciare il paradigma della normalità, specie per le giovani generazioni e le donne, che ne sono un soggetto sempre più importante. Nel contempo la famiglia è sottoposta a pressioni e “sofferenze” che qui non analizziamo, ma di cui ricordiamo che la denatalità risulta uno degli indicatori più vistosi.
I lavoratori parasubordinati (stime INPS al dicembre 2002), sono in Lombardia 519.398, ossia il 21,7% del totale a livello nazionale, di cui il 49,5% nella sola Provincia di Milano. L’89,9% degli iscritti in Lombardia sono collaboratori e soltanto il 7,9% sono professionisti. Le classi di età maggiormente interessate sono quelle tra i 30 e i 39 anni (29,93%) e tra i 40 e i 49 anni (20,32%). Dal 1996 al 2002 la composizione di genere vede un progressivo aumento delle donne sia in Lombardia che in Italia: nella regione si passa dal 38,46% al 44,37% (www.istat.it).

7.4 Carriere difficili


A parità di collocazione iniziale, l’intero meccanismo, a partire dalle fasi iniziali della carriera, è condizionato dal genere, anche se in misura e modi diversi a seconda del contesto professionale o politico.
I contesti occupazionali possono essere più o meno “aspri” nei confronti delle donne: l’alta finanza è ovunque poco accessibile, mentre la medicina lo è di più. La rappresentanza politica è, in generale in Italia, più inaccessibile alle donne rispetto agli altri paesi europei, peraltro lo è un po’ meno in Lombardia, in cui le donne elette in Regione nel quinquennio 2000-2005 sono soltanto l’11,2%; il dato è leggermente superiore alla media nazionale (9%), ma in diminuzione rispetto al quinquennio precedente. La magistratura si è femminilizzata più che altri settori del pubblico impiego, ma mostra una fortissima segregazione verticale: le donne sono ora quasi il 40% dei magistrati, ma è esigua la loro presenza nei ruoli decisionali, di autogoverno, di rappresentanza associativa e politica. Anche nel caso della magistratura la Lombardia non fa eccezione rispetto agli andamenti nazionali.
Le interpretazioni della mancata presenza femminile si possono riassumere in un interrogativo generale: siamo di fronte a una “preferenza” femminile per non esporsi in quei ruoli competitivi, o le donne sono frenate dagli ostacoli sociali posti dal contesto lavorativo e dai loro incarichi familiari? Insomma, si tratta di differenze o di diseguaglianze?

7.5 Le donne globali


Le diseguaglianze nella divisione del lavoro di cura sono alle radici anche di un altro fenomeno che sta trasformando un aspetto rilevante del mercato del lavoro, specie in Lombardia. Le donne assumono un ruolo da protagoniste in alcuni flussi migratori che alimentano un segmento del mercato del lavoro che sembrava destinato a sparire: il lavoro domestico. L’etnicizzazione del lavoro di cura riproduce l’esistente disparità di genere nelle responsabilità di cura all’interno del nucleo familiare, consentendo a una parte delle donne del mondo occidentale di investire tempo ed energia nella carriera lavorativa senza alterare la netta divisione nella ripartizione del lavoro domestico all’interno della famiglia. Metà degli immigrati ufficiali in Lombardia sono donne che lavorano per lo più nei servizi privati alle famiglie. Si ha così una risposta all’inerzia delle politiche pubbliche di servizio con la redistribuzione globale del lavoro di servizio nel privato. La percentuale di istanze di regolarizzazione per lavoro domestico-assistenziale sul totale delle istanze delle regolarizzazione presentate è in Lombardia, secondo i dati Caritas, il 39,1% nel 2003, contribuendo a circa un quinto delle regolarizzazioni per collaborazione familiare e assistenza domiciliare a livello nazionale (Barbagli et al., 2004). In tutto le badanti, tra straniere e italiane, regolarizzate e in nero, sono mezzo milione e le regioni in cui esse sono più numerose sono la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. Questi dati evidenziano quanto la sostenibilità del modello di sviluppo nelle zone più avanzate del Paese sia legata alla segregazione delle donne immigrate all’interno del mercato domestico.

7.6 la rappresentanza politica delle tematiche femminili, contratti di lavoro e di genere


Nelle politiche dell’Unione Europea, si riscontra un mutamento “discorsivo”: dall’obiettivo di promuovere l’uguaglianza tra i sessi a quello della “conciliazione” dei tempi del lavoro e della famiglia. Osservando le politiche di parità in Lombardia possiamo notare alcune esperienze interessanti in contesti territoriali o lavorativi specifici. È probabilmente troppo presto per trarre da questi esempi qualche conclusione. Essi vanno comunque considerati sullo sfondo delle più ampie politiche in cui si dovrebbero inserire, per le quali è peraltro importante un serio coinvolgimento degli attori sociali principali. Guardiamo al settore delle politiche del lavoro e al soggetto sociale sindacato, che soffre per la debolezza di rappresentanza del lavoro atipico. Benché il lavoro atipico sia connotato da una forte presenza femminile, questo aspetto non è stato pienamente affrontato dal sindacato. Per esempio, nei “patti sociali territoriali” in Lombardia, non è emersa la dimensione di genere, che pure avrebbe potuto trovare il consenso di tutte le parti sociali. È vero comunque, in generale, che nell’agenda politica complessiva in Lombardia come altrove la parità di genere non occupa una posizione centrale. I problemi sociali sono grandi e pressanti; forse gli attori politici riusciranno a coglierli nel prossimo futuro e gli studiosi, gli accademici e gli esperti potranno contribuire a questo processo.

Conclusioni


In Lombardia il grado di partecipazione sociale delle donne è relativamente alto; eppure l’organizzazione del lavoro e il permanere di certi modelli culturali non rendono giustizia delle migliori performance e credenziali delle giovani donne rispetto agli uomini, che non conducono necessariamente alla parità di genere né nel mondo pubblico (professioni, istituzioni, rappresentanza politica) né nella divisione del lavoro di cura. Il genere condiziona ancora il lavoro e i meccanismi di carriera, anche per le donne immigrate. Vi sono iniziative interessanti della Regione; il governo, ma anche gli attori sociali, devono e possono dare alla dimensione di genere maggiore rappresentanza nella elaborazione delle politiche.

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