Skip to content.
Sections
You are here: Home » Area Sociale » contesto » 1 - popolazione » Indice
Autori

Gian Carlo Blangiardo

Professore ordinario
di Demografia presso
la facoltà di Scienze
Statistiche,
Università degli Studi
di Milano-Bicocca. Ha
collaborato ed è tuttora
impegnato nell’attività di
Commissioni e gruppi di
lavoro ISTAT e in ambito
ministeriale e regionale
su temi di carattere
socio-demografico.
 

1 - popolazione

Up one level
Capitolo 1 - Gian Carlo Blangiardo - La popolazione lombarda: evoluzione quantitativa, trasformazioni strutturali e nuove realtà emergenti
1 - popolazione 1.1 Verso un nuovo corso della demografia lombarda?
1.1 1.1.1 Segnali di vitalità
1.1 1.1.2 Luci ed ombre entro i confini regionali
1.1 1.1.3 Intensità e segno delle componenti demografiche
1.1 1.1.4 I fattori del cambiamento
1 - popolazione 1.2 Le grandi trasformazioni strutturali
1.2 Premessa
1.2 1.2.1 I cambiamenti nella composizione per età della popolazione
1 - popolazione 1.3 In cammino lungo il XXI secolo

Estratto



1.1 - Verso un nuovo corso della demografia lombarda?
1.1.1 - Segnali di vitalità
Al termine di una lunga fase di sostanziale stagnazione, che ha portato la Lombardia a vivere tra il 1981 e il 1991 la sua prima esperienza di bilancio anagrafico negativo (con 36mila residenti in meno tra i due censimenti), l’avvento del XXI secolo sembra aver nuovamente dato vita ad un’epoca di relativa vivacità demografica. Se ne ha conferma sia dall’analisi della consistenza numerica della popolazione lombarda, passata oltre i 9 milioni di abitanti in occasione del censimento del 2001 e caratterizzata dall’aggiunta di altri 210 mila residenti nel breve arco del successivo biennio, sia da una prima riflessione circa le dinamiche che hanno determinato tali sviluppi. In proposito, se è vero che la responsabilità primaria della recente forte accelerazione della crescita demografica in Lombardia sembra attribuibile al duplice contributo di un saldo migratorio con l’estero largamente positivo (+126 mila unità nel biennio 2002-2003) che si somma all’altrettanto positivo bilancio delle usuali rettifiche post censuarie (un saldo netto di +54 mila unità), è pur vero che con il nuovo millennio è andata timidamente affacciandosi anche una debole inversione di tendenza sul fronte del saldo naturale, un cambiamento tanto emblematico quanto sorprendente. Non a caso, dopo che per un ventennio si era assistito alla superiorità del numero dei decessi su quello delle nascite, il sorpasso operato da queste ultime negli anni 2001 e 2002 è stato subito accolto (spesso favorevolmente) come chiusura di un ciclo regressivo che sembrava quasi inarrestabile. Di fatto, la riconquista di un saldo naturale positivo nel biennio 2001-2002 - per altro interrotta nel 2003 verosimilmente a causa del picco di mortalità estiva prodotto dalle eccezionalmente avverse condizioni climatiche - non è stata che il punto di arrivo di un percorso di crescita della natalità iniziato a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. I circa 10-12 mila neonati in più, che annualmente si registrano rispetto a dieci anni fa, vanno dunque configurandosi come la vera novità sul fronte del comportamento demografico della popolazione lombarda e meritano un duplice approfondimento, sia per comprendere quali fattori hanno favorito l’avvio ed il consolidamento di una ripresa della natalità tanto incontestabile quanto inattesa, sia per valutarne realisticamente la persistenza e l’intensità anche nel corso del prossimo futuro.



A corollario della riconquistata vivacità demografica della popolazione lombarda in questi ultimi anni va anche messo in luce il significativo rafforzamento del suo peso relativo nel panorama nazionale, soprattutto rispetto alle singole componenti che ne determinano la dinamica. Per esempio, nell’arco di un decennio la percentuale di nascite in Lombardia, rispetto al totale dei nati in Italia, si è alzata di 2,5 punti e si sono osservati aumenti pressoché analoghi per le corrispondenti quote di iscrizioni anagrafiche da e verso l’interno e dall’estero. Interessante è altresì rilevare come la quota lombarda dei movimenti verso l’estero abbia invece registrato un aumento assai più contenuto ed è bene sottolineare come la percentuale di decessi sia rimasta immutata nel corso del decennio: mentre nei primi anni Novanta l’intera regione (con il 15,6% della popolazione italiana) accentrava il 15,3% dei morti in Italia e solo il 13,6% dei nati, nel biennio 2002-2003 ad una quota di popolazione sostanzialmente simile (15,9%) sono riconducibili, da un lato, ancora il 15,3% dei decessi italiani, dall’altro, il 16,1% delle nascite.




1.1.2 - Luci ed ombre entro i confini regionali
L’apparente ritorno alla crescita demografica, così come la conferma del peso relativo con cui la Lombardia manifesta tuttora il tradizionale primato di regione più popolosa d’Italia, non devono tuttavia indurre la convinzione che non si siano verificati in questi ultimi anni, né siano in atto, profondi cambiamenti nella realtà demografica regionale.
A tale proposito, il dettaglio territoriale a livello provinciale non manca di mettere in luce per il complesso del periodo 1993-2003 realtà alquanto diversificate. Si passa dalla vitalità delle province di Bergamo e Brescia, che insieme contribuiscono al 50% della crescita demografica lombarda nell’ultimo decennio ed offrono, con riferimento allo stesso arco temporale, l’unico esempio di province strutturalmente caratterizzate da un surplus di nascite sui decessi, ai saldi naturali tradizionalmente negativi nelle circoscrizioni dell’area meridionale (Pavia, Lodi, Cremona e Mantova), dove la crescita demografica (che pur è presente) va interamente ricondotta al consistente apporto dei movimenti migratori. Questi ultimi risultano ovunque determinanti, sia per invertire il segno della crescita della popolazione (come accade oltre che nelle province meridionali anche in quelle di nord ovest), sia per aumentarne l’intensità (come avviene a Bergamo, Brescia e Lecco). Va poi osservato come nell’ambito di tali flussi il peso della componente straniera vada progressivamente accrescendosi sino a diventare essenziale. Se ne ha un eloquente esempio nella provincia di Milano, ove l’apporto netto estero è l’unico fattore di compensazione di una dinamica demografica deficitaria tanto sotto il profilo del saldo naturale (-8 mila unità), quanto rispetto al fenomeno della mobilità residenziale interna (-35 mila unità).



D’altra parte, l’area milanese è anche quella che, indubbiamente più di ogni altra realtà provinciale lombarda, sconta il processo di ridimensionamento della grande città come polo di sviluppo demografico, o almeno come polo che si identifica con uno specifico territorio comunale. È noto come da tempo le tradizionali grandi città si siano allargate oltre i loro confini amministrativi e come abbiano generalmente spinto all’esterno proprio le componenti più dinamiche sotto il profilo del contributo al ricambio generazionale. Non è dunque sorprendente rilevare nel bilancio intercensuario 1991-2001, accanto al dato che documenta la persistente crisi dei comuni con più di 50 mila residenti (con 158 mila abitanti in meno), la parallela crescita di ben 257 mila unità nell’ambito di quelli con meno di 10 mila residenti.



In realtà, il fatto che la popolazione lombarda sia sempre più addensata in comuni medio piccoli -spesso localizzati in prossimità di uno dei centri di grande dimensione- andrebbe forse visto, più che come perdita di attrattiva da parte di questi ultimi, semplicemente come un allargamento della loro sfera di influenza. Fenomeni come il calo della popolazione tra il 1991 e il 2001, che sostanzialmente ricorre in tutti i capoluoghi provinciali (quand’anche in ripresa nel successivo biennio), così come quello di tipo opposto -la crescita che contraddistingue l’insieme dei comuni con meno di 2 mila residenti (un insieme che comprende quasi la metà dell’universo dei comuni lombardi)- vanno correttamente interpretati anche alla luce di una nuova concezione del territorio e della sua funzionalità che, rispetto alle scelte della popolazione lombarda (residenziali, lavorative, relazionali, di svago, ecc.), sembrerebbe essere sempre meno ingabbiata entro rigidi confini amministrativi.




1.1.3 - Intensità e segno delle componenti demografiche
Alla base del percorso che ha condotto la popolazione lombarda dal modesto (ma emblematico) regresso nel corso dell’intervallo intercensuario 1981-1991 alla fase di ripresa nel successivo decennio, sino all’ulteriore e più recente accelerazione della crescita, sono identificabili –come in parte già anticipato- alcune importanti evoluzioni sia sul piano della dinamica naturale (nascite e morti), sia sotto il profilo della mobilità territoriale (migrazioni).
Per quanto riguarda la prima di tali componenti, l’analisi della serie provinciale dei tassi di natalità e di mortalità mette in rilievo come, passando dai primi anni Novanta ai nostri giorni, il consolidamento o la riconquista di un saldo naturale positivo -come accade, rispettivamente, a Bergamo e Brescia e a Como, Milano e Lecco- oppure anche solo l’attenuazione del suo valore negativo, come è tipico delle province dell’area meridionale- chiamano ovunque in causa un innalzamento dei tassi di natalità, che si accompagna ad un quasi altrettanto generalizzato abbassamento di quelli di mortalità. L’impressione di fondo è che dal confronto temporale fra inizio e fine decennio emergano segnali di ripresa sul fronte della dinamica naturale legittimamente attribuibili ad ogni singola realtà del panorama provinciale lombardo. In ultima analisi, pur in presenza di un bilancio complessivo 1993-2003 che non smentisce l’esistenza della storica contrapposizione tra le province caratterizzate da surplus naturale e quelle tipicamente contraddistinte da deficit, l’esame della dinamica consente di sottolineare la valenza generalizzata con cui si è manifestato nel corso della seconda parte del decennio in oggetto il recupero di vitalità nelle diverse circoscrizioni lombarde. Un recupero che, se già si prospettava come nuovo in una valutazione aggregata a livello regionale, risulta ancora più inatteso allorché si affaccia anche nell’ambito di realtà provinciali, come Pavia, Cremona o Mantova, ove il consolidamento del fenomeno di invecchiamento della popolazione sembrava aver lasciato ben pochi margini per un rialzo della natalità e ancor meno per un calo della frequenza relativa di decessi.



In ogni caso, se il generale miglioramento del saldo naturale si qualifica come più appariscente e più innovativo, l’accrescimento di quello migratorio resta comunque assai più sostanziale nel determinare l’intensità della crescita demografica. Di fatto, la maggior forza attrattiva delle province lombarde trova eloquente documentazione nel diffuso e deciso incremento del surplus migratorio, indotto da un considerevole aumento dei tassi di immigrazione e da un più contenuto rialzo di quelli di emigrazione. Le province che più si distinguono per una tale dinamica nel passare dal triennio 1992-1994 al 2001-2003 sono quelle di Brescia, Mantova e Milano. Nelle prime due il saldo migratorio si è sostanzialmente triplicato, mentre a Milano si è trasformato da moderatamente negativo nel 1992-1994 (-0,4 per 1000 residenti) a decisamente positivo (+7,1 per 1000) nel triennio più recente.
Nel quadro di un rilancio generalizzato sul fronte della mobilità territoriale, così come emerge dall’esame dei tassi di immigrazione e di emigrazione, è bene evidenziare come un sostanziale contributo vada ovunque attribuito alla componente estera. I movimenti oltre i confini nazionali, benché siano ancora circoscritti al 14% dei flussi di iscrizione nelle anagrafi lombarde e al 4% delle cancellazioni, hanno prodotto nel periodo 2001-2003 un saldo medio annuo positivo del 4,3 per 1000. Un valore, questo, che equivale a poco meno della metà del saldo osservato per la Lombardia relativamente al complesso degli spostamenti (nazionali ed esteri) registrati nel corso dello stesso periodo.
In tema di apporto dall’estero, l’analisi dei singoli dati provinciali consente altresì di sottolineare, accanto alla generalizzazione della forte incidenza della componente estera nella determinazione del saldo migratorio positivo, la specifica capacità attrattiva di flussi esteri da parte delle province di Brescia, Mantova, Lodi e Cremona.







1.1.4 - I fattori del cambiamento
Per meglio comprendere la dinamica delle componenti (naturale e migratoria) che concorrono a produrre sia l’evoluzione quantitativa di cui si è detto, sia le importanti modificazioni strutturali della popolazione lombarda, di cui si avrà modo di trattare nel seguito, è opportuno introdurre qualche osservazione circa alcuni fenomeni demografici che, consolidatisi nel corso dell’ultimo ventennio, svolgono tuttora un ruolo determinante nel dar vita ai cambiamenti in atto e sembrano destinati ad accrescere ulteriormente la loro influenza nell’ambito degli scenari che vanno configurandosi per il futuro.

1.1.4.1. Il calo della fecondità. Il primo di tali fenomeni è rappresentato dalle rivoluzionarie trasformazioni che hanno interessato l’area della fecondità e che riguardano sia l’intensità del comportamento riproduttivo, sia le modalità ed i tempi con cui esso è andato e va ancora oggi manifestandosi.
Il livello di fecondità della popolazione lombarda, dopo essere sceso sotto la così detta “soglia di ricambio generazionale” (mediamente due figli per donna) già a partire dalla metà degli anni Settanta, si è ulteriormente ridotto nel successivo decennio sino a raggiungere nel 1994-1995, con 1,08 figli per donna, il suo minimo assoluto. Tale valore ha subito una lieve ripresa nel successivo quinquennio, presumibilmente riconducibile ad un’azione di recupero della genitorialità che sembra attribuibile alle coorti dei 30-35enni, per altro identificabili con gli appartenenti alle generazioni, assai numerose, formatesi in occasione del “baby-boom” degli anni Sessanta. Tuttavia, lo sviluppo dell’esperienza di maternità in età relativamente matura non deve ritenersi esaurito durante il decennio da poco concluso, tale fenomeno sembra poter offrire un valido supporto all’interpretazione, quand’anche non in via esclusiva, della ripresa di natalità osservata negli anni più recenti. D’altra parte, mentre già il censimento del 2001 aveva conteggiato in Lombardia ben 52 mila donne 35-44enni con un unico figlio in età prescolare (donne mediamente attorno ai 35 anni in occasione del relativo parto), le statistiche più aggiornate confermano la persistenza del modello di figlio unico e l’accrescimento nell’età delle relative madri anche per l’inizio del nuovo secolo. Elementi in tal senso si ricavano sia dal resoconto della fecondità espressa dalla generazioni femminili più recenti –tra quelle che hanno pressoché concluso il percorso di vita riproduttiva- sia dall’esperienza di realtà territoriali documentate. Per esempio, ciò è quanto puntualmente accade con riferimento al comune di Milano, dove nell’intervallo 1994-2000 si rileva un calo del 4% per le madri meno che trentenni e un aumento del 102% per le ultraquarantenni.












In ogni caso, nell’esaminare il comportamento riproduttivo espresso in questi ultimi anni dalla popolazione che risiede sul territorio lombardo non si rileva solo la conferma di alcuni orientamenti -come il “taglio” delle nascite di ordine più elevato o lo spostamento in avanti del calendario della maternità- che lasciano intendere un ridimensionamento, o quanto meno un rinvio, dei progetti di fecondità e che inducono a riflettere sul tema della libertà o del condizionamento delle coppie lombarde nelle scelte che riguardano la sfera familiare e riproduttiva. Nel panorama delle novità che hanno recentemente interessato l’area della fecondità un posto di primo piano va riservato alle nascite riconducibili al fenomeno della presenza straniera: esse erano meno di 2 mila unità nei primi anni Novanta (il 2,6% del totale dei nati in regione) e sono salite a più di 6 mila alla fine del decennio, a conferma di come la ripresa della natalità recentemente constatata nella popolazione lombarda abbia potuto contare –e lo potrà sempre più in futuro- sul crescente contributo dei flussi migratori dall’estero. Una nuova realtà, quella dell’immigrazione straniera, che oggi è giunta a fornire quasi un decimo del totale annuo dei nati, ma già in occasione del censimento del 2001 poteva conteggiare, su un totale di 319 mila residenti, ben 42 mila soggetti nati in Italia. Questi ultimi rappresentavano al censimento del 2001 il 27% del corrispondente valore nazionale, un dato che si allinea perfettamente alla quota che compete alla Lombardia rispetto al totale annuo degli stranieri iscritti in anagrafe per nascita.




1.1.4.2. L’allungamento della sopravvivenza. Un altro importante fenomeno nella realtà demografica lombarda del nostro tempo è rappresentato dal sostanziale allungamento della sopravvivenza. In poco più di un decennio, la speranza di vita si è accresciuta di oltre 2 anni per le femmine e di oltre 3 per i maschi, raggiungendo livelli di più di 83 anni di vita attesa per le prime e di quasi 77 per i secondi. Va osservato in proposito che, in una società demograficamente evoluta e già caratterizzata da bassa mortalità infantile (come è appunto quella lombarda), l’allungamento della sopravvivenza va sempre più configurandosi come effetto delle attenuazioni del rischio di morte che sono andate via via estendendosi alle fasce di età adulta e senile. Non è dunque sorprendente constatare come sensibili incrementi dell’aspettativa media di vita residua siano chiaramente identificabili per i sessantacinquenni (poco meno di 2 anni “guadagnati” nell’arco di un decennio) e come essi persistano anche in corrispondenza degli stessi settantacinquenni (+0,9 per i maschi e +1,3 per le femmine).




In sintesi, mentre ai livelli di sopravvivenza di circa trent’anni fa (l’equivalente di un salto generazionale) il 50% dei neonati maschi e il 75% delle femmine avrebbero raggiunto il 70-esimo compleanno e al successivo appuntamento con l’80-esimo la percentuale si sarebbe ridotta, rispettivamente, attorno al 25% e al 50%, in base alle attuali condizioni di mortalità tali quote subiscono un sensibile incremento. Per una neonata femmina la soglia dei 70 anni di vita va prospettandosi quasi come una certezza (ricorre nel 88% dei casi) e anche l’80-esimo compleanno si presenta come altamente probabile (70% dei casi). Analoghi successi, anche se più contenuti, vanno altresì configurandosi per la componente maschile: l’obiettivo del 70-esimo compleanno può ritenersi acquisito nel 75% dei casi (a fronte del 54% prospettato nei dati degli anni Settanta) e quello dell’80-esimo nel 47% (contro il 23% degli anni Settanta).
Gli alti livelli di sopravvivenza evidenziati in corrispondenza del dato medio regionale trovano generalmente riscontro nei valori che caratterizzano il dettaglio provinciale. Nel confronto territoriale Varese sembra essere la provincia moderatamente più favorita, mentre Lodi si prospetta come quella relativamente più svantaggiata. Sondrio si rivela penalizzante, rispetto al dato medio regionale, per la componente maschile, ma è premiante per quella femminile. Condizioni moderatamente più sfavorevoli per entrambi i generi sono invece presenti nelle province di Bergamo, Pavia e Cremona.





1.1.4.3 La realtà dell’immigrazione straniera
Mentre relativamente al calo della fecondità e all’allungamento della sopravvivenza l’attenzione è stata rivolta più sull’intensità con cui tali fenomeni sono andati manifestandosi che sull’originalità della loro dinamica, diverso è il discorso allorché si affronta il tema della presenza straniera. Quest’ultima, affacciatasi in Italia nel corso degli anni Settanta e consolidatasi nel successivo ventennio, ha introdotto un elemento di rottura nel tradizionale panorama dei flussi di mobilità, interna ed internazionale, ed ha aperto la via a scenari evolutivi e a problematiche tanto impreviste quanto impegnative da gestire.
In tale contesto, la Lombardia è chiamata tuttora a svolgere un ruolo di primo piano, concentrando sul suo territorio circa il 20-25% del totale delle presenze a livello nazionale ed evidenziando, per quanto è possibile cogliere sulla base di un quadro statistico nazionale ancora inadeguato, un tendenziale orientamento ad accrescere sia la consistenza assoluta sia la quota relativa di tali presenze.




Alla luce dei dati più recenti, resi disponibili da fonti attivate in modo specifico nel contesto lombardo, vi sarebbero in regione circa 600 mila stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo o in fase di transizione socio-economica (est Europa), gran parte dei quali in condizione di regolarità rispetto al soggiorno –anche grazie alla recente ultima regolarizzazione- e per lo più inseriti nel sistema produttivo o attivi nei servizi alle famiglie e alla persona.
L’aumento di circa 150 mila presenze nello spazio di 2-3 anni, distribuite sul territorio con intensità che variano dal +18% di Pavia al +57% a di Lodi, si è accompagnato ad un ulteriore passo in avanti nel processo di transizione che segna il passaggio degli immigrati stranieri dall’originaria categoria della “forza-lavoro” a quella della “popolazione”. E’ dunque facile comprendere come nella lettura dei fenomeni e della dinamica demografica di questi ultimi anni, le spiegazioni in termini di contributo della “popolazione straniera” trovino la più ampia legittimazione, sia che si tratti del numero di abitanti, della frequenza di nascite o del cambiamento della stesse caratteristiche strutturali di tutti coloro che risiedono sul territorio lombardo.






1.2 - Le grandi trasformazioni strutturali
Premessa
L’intensità e le modalità con cui sono andati manifestandosi i fenomeni demografici nella Lombardia di quest’ultimo ventennio hanno introdotto significative trasformazioni tanto nella struttura per età della popolazione, quanto nella consistenza e nella composizione dei nuclei familiari. Tali trasformazioni sono verosimilmente destinate a proseguire nel corso dei prossimi decenni ed a modificare le caratteristiche strutturali del capitale umano che forma la società lombarda, rendendo necessaria sia la definizione di nuovi equilibri nel sistema economico e sociale, sia la ricerca di nuovi modelli nell’organizzazione della vita e nelle stesse relazioni familiari e interpersonali.


1.2.1 - I cambiamenti nella composizione per età della popolazione
Nell’arco di poco più di un decennio –e nonostante la moderata ripresa sul fronte della natalità- la popolazione lombarda ha perso circa 250 mila giovani (0-19 anni) e si è accresciuta di quasi mezzo milione di ultracinquantanovenni, di cui più di un quinto (102 mila) ultrasettantanovenni. Tra il 1991 e il 2003 la variazione della quota di residenti nelle classi d’età che identificano le diverse “stagioni della vita” si caratterizza per la netta contrapposizione tra la dinamica fortemente decrescente della classe giovanile (che è scesa dal 21% al 17,7%) e il forte aumento del peso relativo della componente più anziana: dal 20,4% di ultracinquantanovenni nel 1991 al 25,1% nel 2003. Il tutto mentre la popolazione in età attiva ha mantenuto una sostanziale stabilità, perdendo unicamente circa un punto percentuale, e la composizione per genere ha confermato quel moderato orientamento ad una più spiccata femminilizzazione (51,5%) sostanzialmente dovuto alla predominanza femminile nelle età più anziane.
Nel complesso, mentre nel 1991 il collettivo dei giovani (0-19anni) aveva ancora un modesto margine di supremazia rispetto al gruppo degli ultracinquantanovenni, il sorpasso di questi ultimi si è rapidamente concretizzato negli anni successivi. Nel contempo l’indice di vecchiaia (ultrasessantaquattrenni per 100 residenti) e l’indice di dipendenza degli anziani (ultrasessantaquattrenni per ogni 100 residenti 20-64enni) si sono accresciuti, rispettivamente, di 4 e di 6,7 punti. In sintesi, mentre l’invecchiamento della popolazione lombarda segnala un ulteriore consistente accelerazione, la dinamica del corrispondente indicatore del “carico sociale” fornisce indicazioni tutt’altro che rassicuranti circa i futuri equilibri del sistema di welfare.






1.3 - In cammino lungo il XXI secolo
Dopo il forte incremento demografico degli anni Sessanta e il suo progressivo rallentamento nei decenni che si sono via via succeduti, con l’esperienza di regresso negli anni Ottanta e la recente riconquista di un’apparente vitalità, il futuro della popolazione lombarda sembra potersi caratterizzare per due fasi distinte. La prima, sino a circa la fine del corrente decennio, ancora contraddistinta da una moderata crescita demografica (con circa 110 mila residenti in più tra il 2005 e il 2010); la seconda con una relativa stazionarietà (o al più con un modesto calo di poche migliaia di abitanti) nel corso dei vent’anni successivi.
Nel complesso, mentre appare legittimo immaginare una sostanziale tenuta del quadro demografico lombardo sotto il profilo della consistenza numerica, meno ottimistiche risultano invece le prospettive che vanno configurandosi nei prossimi 20-30 anni rispetto alla struttura per età della popolazione.
I segni di debole ripresa nella componente giovanile –alimentati dal nuovo trend della natalità- sembrano doversi esaurire nel breve arco del prossimo quinquennio. Da allora in poi il collettivo dei giovani meno che ventenni potrebbe ridursi di altre 15 mila unità ogni anno, così come sembra doversi ridurre ancor più decisamente il contingente della forza lavoro: i 20-59enni potrebbero infatti anticipare la caduta già dal 2004 e finirebbero col perdere 770 mila unità in un quarto di secolo (tra il 2005 e il 2030).
Ma ancora una volta, e ancor più di quanto non sia accaduto nel recente passato, il cambiamento più rivoluzionario che attende la società lombarda nel prossimo futuro è quello del massiccio aumento della componente anziana. L’anno 2010 vedrebbe la presenza di 200 mila ultracinquantanovenni in più rispetto al 2005 e nel 2030 essi salirebbero di altre 900 mila unità. La Lombardia del 2030 avrebbe ancora 9,3 milioni di abitanti, ma tra di essi ben 2,7 milioni (il 29%) avrebbero almeno 65 anni e quasi un milione (il 10,2% dei residenti) dovrebbero collocarsi oltre la ragguardevole soglia dell’ottantesimo compleanno.
In conclusione, se è vero che le profonde trasformazioni avviate a partire dagli anni Settanta, ed a tutt’oggi saldamente radicate, hanno certamente ipotecato il futuro sviluppo demografico della popolazione lombarda, è anche vero che alcuni spazi di manovra, limitati ma importanti, si possono intravedere per contrastarne le conseguenze meno auspicabili e più problematiche. La storia dell’ultimo quinquennio, con le sorprese sul fronte della natalità e le conferme su quello dell’immigrazione, ha dimostrato che un processo di rivitalizzazione della demografia lombarda non è del tutto impossibile. Esso richiede solo una particolare attenzione alle condizioni di contesto entro cui maturano le scelte soprattutto dei giovani e delle famiglie. Il capitale umano della regione più popolosa d’Italia è ancora abbondante e qualificato. La sfida per il futuro sarà quella di conservarlo e mantenerlo in efficienza anche qualora dovessero alterarsi, come è verosimile che accada, gli attuali equilibri tra generazioni.
Una società che invecchia si è detto in più occasioni “non è né migliore, né peggiore: è solo diversa”. Preparare la Lombardia a rimodellarsi nei prossimi decenni senza che per questo essa debba perdere le sue prerogative di regione leader nel panorama nazionale è un obiettivo difficile, ma accessibile e stimolante.







Document Actions
 

Personal tools