10 - associazioni
Up one level-
10.1 Il terzo settore nel welfare plurale
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10.2 Il contributo del terzo settore lombardo: presenze societarie diverse incontrano bisogni diversi
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10.3 Conclusioni e prospettive
Estratto
In particolare, le organizzazioni del terzo settore possono essere attori strategici per la realizzazione di politiche di effettivo benessere personale e sociale, nell'ambito di un welfare plurale, civile e societario (Donati, 2001). Quest’ultimo è uno scenario societario che, sulla base del principio di sussidiarietà, attribuisce agli attori in campo - stato, mercato, terzo settore e famiglie e reti informali - responsabilità specifiche di intervento nel sociale (Koslowski 1997, Spieker, 1995), cioè nel perseguimento del benessere soggettivo e intersoggettivo .
Nella prospettiva plurale, il terzo settore si configura come una modalità positiva e propositiva, agita dalla società civile che emerge da una cultura specifica, fondata su codici simbolici propri come il dono, la reciprocità, la fiducia, la solidarietà e differente da quella che contraddistingue lo Stato e da quella propria del Mercato.
Questo scenario è quello che, pur non senza qualche ambivalenza, sembra orientare le politiche sociali promosse dalla Regione Lombardia.
Nell’analisi che segue si delineerà, seppure in modo sintetico, il contributo proveniente dalle diverse soggettività che compongono il terzo settore lombardo (Caltabiano, 2002). Si farà riferimento in particolare alle organizzazioni di volontariato, alle cooperative sociali, alle associazioni prosociali (ponendo un’attenzione specifica a quelle familiari) ed alle fondazioni prosociali2.
1 Sociologicamente, con il termine «terzo settore» si fa riferimento a entità sociali differenti che si qualificano, sotto il profilo societario, per i seguenti quattro fattori accomunanti e distintivi :
- hanno al proprio interno, inscindibilmente intrecciati tra loro, elementi comunitari - quali i legami di appartenenza dei soggetti alle organizzazioni, il piano motivazionale sia soggettivo sia intersoggettivo - e societari, riguardanti cioè gli aspetti strutturali e formali propri delle organizzazioni.
- In esse sono attivati meccanismi stabili di solidarietà, fondati sulla reciprocità, che prendono corpo nell'ambito del terzo settore, ma che si estendono all'esterno di esso, nel più vasto tessuto sociale.
- Producono un bene comune particolare, il «bene relazionale»: si tratta di un bene o di un servizio che, per essere prodotto e fruito, richiede la collaborazione tra chi offre l'intervento e chi lo riceve secondo una prospettiva di sharing
- Non hanno una finalità lucrativa che vincola alla non distribuzione degli utili.
La riflessione sociologica più recente (Boccacin Rossi, 2004) ha
identificato il volontariato organizzato come un fenomeno fortemente
radicato su tutto il territorio nazionale e in prima linea rispetto
alle deprivazioni sociali. Queste connotazioni caratterizzano anche le
organizzazioni di volontariato che operano in Lombardia3.
Infatti, l’ultima ricerca condotta nel 2001 dalla Fondazione Italiana
per il Volontariato ha censito in Lombardia ben 2432 organizzazioni di
volontariato, che comprendono sia organizzazioni iscritte sia
organizzazioni non iscritte al registro del volontariato, a fronte di
un universo verificato nel corso dell’indagine formato da 5362 unità
(Menna, 2004, p. 11)4.
Esse si stima possano avvalersi di circa 196.000 volontari, per il
64,5% dei casi impegnato in modo stabile e continuato e per la restante
quota del 35,5% coinvolto episodicamente nelle azioni prosociali
(Menna, 2004, p. 63).
Si tratta di entità che operano a livello comunale nel 44,7% dei casi
(Menna, 2004, p. 43) con una accentuata presenza nei comuni non
capoluogo a conferma della diffusione capillare che il fenomeno del
volontariato organizzato evidenzia in Lombardia5.
Il radicamento nel territorio regionale è confermato anche dai dati
relativi al periodo di costituzione delle organizzazioni: il 27,7% di
esse è sorto prima del 1975 e il 33,7% ha iniziato la propria attività
nel decennio compreso tra il 1986 ed il 1995.
Per quanto riguarda l’iscrizione al registro del volontariato si
rileva, nel tempo, un consistente incremento del numero delle
organizzazioni iscritte che passano dalle 1.687 del 1995, alle 1827 del
1997, alle 2.591 organizzazioni di volontariato iscritte nel 1999, alle
3.154 del 2001 (ISTAT 2004)6 fino a giungere alle 3.862 del
2002 (Coordinamento Regionale Centri di Servizio per il Volontariato,
Rapporto sulle attività 2002, Milano 2003, p. 9). Le iscrizioni al
registro, in quasi dieci anni, sono più che raddoppiate: a livello
nazionale, inoltre, la Lombardia è la regione nella quale si riscontra
la maggior quota di organizzazioni di volontariato iscritte (Ibid). In
particolare è la provincia di Milano quella nella quale si rileva sia
una maggiore percentuale di organizzazioni iscritte (907 unità) sia un
maggiore variazione nel numero di organizzazioni iscritte dal 2001 al
2002 (+ 107) (Ibid).
Il numero dei volontari operanti all’interno di tali organizzazioni
aumenta dal 95 al 2001 di oltre 20.000 persone (i volontari sono 94.096
nel 1995 e diventano 114.757 nel 2001, (ISTAT, 2004)); tuttavia, nel
corso dello stesso periodo, diminuisce il numero medio di volontari per
organizzazione (è pari a 56 nel 95 e diventa 36 nel 2001, (ISTAT,
2004)); la crescita del numero di organizzazioni e il reclutamento di
nuovi volontari non va quindi di pari passo.
La struttura di funzionamento delle organizzazioni di volontariato si
orienta prevalentemente, verso un modello articolato e complesso:
infatti, alla luce dei dati della Fondazione italiana per il
Volontariato relativi alla rilevazione del 2001, il 64,4% delle
organizzazioni di volontariato lombarde prevede al proprio interno la
presenza di tre o quattro organismi di governo (Menna, 2003 p. 47).
Indicatore della complessità organizzativa è, inoltre, il dato relativo
alle figure presenti nelle organizzazioni in esame: nel 58,6% dei casi,
infatti, si tratta di entità nelle quali sono operanti sia volontari
sia altri non retribuiti, nel 21,6% di forme miste, nelle quali sono
presenti sia volontari sia persone retribuite, mentre la quota di
organizzazioni composte esclusivamente da volontari è pari al 19,9% dei
casi. Comparando queste informazioni con quelle relative al 1997 si
evidenzia una netta flessione delle organizzazioni di “volontariato
puro” (che erano il 36,3% dei casi nei 1997 e, come detto scendono al
19,9%) e un deciso incremento delle altre (che nel 1997 erano
rispettivamente il 50,1% e il 13,7%) (Menna, 2003, p. 66).
Sul versante delle relazioni societarie si evince la presenza di
relazioni tra la regione Lombardia e le organizzazioni iscritte al
registro, le quali hanno potuto fruire, nel 2000, di contributi pari a
3,8 miliardi di lire (Portale regione Lombardia)7.
Esperiti in forma stabili rapporti con Enti locali (in particolare con
i Comuni, 27,7%, le ASL, 15,5%, le Province e la Regione, 9,3%,
(Menna, 2003, p. 76)). È, tuttavia, all’interno del circuito
delle organizzazioni di volontariato che è più intensa la relazionalità
(il 75,2% delle entità intervistate ha rapporti operativi con realtà
omologhe (Ibid).
10.2.1.1 Per chi operano le organizzazioni di volontariato lombardo
Molte energie del volontariato lombardo sono destinate al settore
socio-assistenziale (che interessa rispettivamente il 50,5% delle
organizzazioni e il 36,2% come settore prevalente). Al secondo posto si
colloca il settore sanitario (41% e 31%) (Menna, 2003, p. 51). Questi
dati confermano un tratto distintivo e consolidato nella storia delle
organizzazioni di volontariato lombarde, rappresentato dalla
polifunzionalità ed evidenziatosi fin dalle prime ricerche condotte sul
fenomeno (Cesareo Rossi, 1986 e 1989, 1994; Rossi-Boccacin-Bramanti,
1996).
Si trovano, infatti, sempre meno organizzazioni che operano all’interno
di un solo settore di intervento, mentre è più consistente la quota di
entità che attivano una offerta plurima di prestazioni8.
Oltre alle organizzazioni impegnate in ambito socio-assistenziale e
sanitario si evidenzia una diffusa offerta di attività educative e
formative (38,8%), ricreative (25,7%) e di tutela e promozione dei
diritti (16,7%) (Menna, 2003, p. 51).
Esaminando nel dettaglio la gamma di servizi offerti si rileva che gli
interventi più diffusi sono quelli di assistenza personalizzata
(37,4%), che comprendono l’assistenza domiciliare, l’accompagnamento,
le attività di ascolto e sostegno; seguono poi le attività di advocacy
(35,2%), quali ad esempio l'organizzazione di campagne di
sensibilizzazione dell’opinione pubblica, di informazione, di
educazione alla salute, le azioni legate alla donazione di sangue
(24,0%) (Menna, 2003, p. 52).
I destinatari delle prestazioni, con riferimento sempre all'indagine
del 2001 sono gli anziani, autosufficienti e non (37,5%), i malati
(36,5%) e gli adulti in difficoltà (23,7%) (Menna, 2003, p. 61) .
Dai dati si evidenzia che il volontariato lombardo è connotato in modo
peculiare, nello svolgimento delle proprie attività, dal porre al
centro dell’intervento la persona. La sua specificità consiste nel
gestire la relazione diretta e priva di mediazioni tra azione gratuita
e domanda sociale. Il volontariato in Lombardia, quindi, tende sempre
più a privilegiare la relazione d’aiuto personalizzata tra care-giver e
destinatario delle prestazioni e a praticare sempre meno interventi
standardizzati e indifferenziati.
3 Basti osservare che già dal 1983, anno della prima indagine condotta in Italia sul volontariato organizzato, in Lombardia erano attive 798 organizzazioni (Rossi, Colozzi, 1983).
4 Per quanto riguarda gli ultimi dieci-dodici anni è
possibile avere un’idea dell’andamento del fenomeno nella regione, sia
pure in forma approssimativa, considerando che nel 1992, le
organizzazioni di volontariato, iscritte e non, operanti in Lombardia e
rilevate da una specifica indagine, erano 1634, a fronte di un universo
stimato pari a circa 1.922 unità (Cursi, Graziani 1995). Di queste 653
risultavano iscritte al registro regionale del volontariato (Cesareo,
Rossi, 1994). Si osserva uno scarto piuttosto contenuto, tra entità
iscritte ed entità parte dell’universo, dal momento che, a solo un anno
di distanza dall’entrata in vigore della l. n. 266/1991 istitutiva del
registro per il volontariato, una organizzazione lombarda su tre
risultava iscritta. In proposito è opportuno osservare che la Regione
Lombardia, precorse i tempi rispetto alla normativa nazionale,
istituendo già nel 1986, con la legge regionale n. 1, un registro per
le organizzazioni di volontariato. Tale scelta del legislatore lombardo
permise, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, di stabilire
un legame reciprocamente proficuo tra organizzazioni di volontariato e
istituzione regionale e contribuì a diffondere capillarmente nel
territorio la prassi dell’iscrizione al registro da parte delle
organizzazioni di volontariato. (Cesareo V. e Rossi G. (a cura di), Il
volontariato in Lombardia, Vita e Pensiero, Milano,1994, p. 7-30;
51-59; 139-217).
5 In particolare le organizzazioni non iscritte al registro,
andrebbero conosciute più a fondo, in quanto portatrici di un
patrimonio societario specifico, come dimostrano alcuni studi non
recenti che sarebbero meritevoli di essere aggiornati nel tempo (Rossi,
Boccacin, Bramanti, 1996).
6 Dal 2001, a seguito dell’entrata in vigore della l. r. n.
1 del 5 gennaio 2000, sono state istituite le sezioni provinciali del
registro trasferendo la competenza della loro tenuta alle 11
amministrazioni provinciali lombarde mantenendo alla Regione la tenuta
del registro relativamente alle organizzazioni di volontariato di
carattere regionale o nazionale.
7 Inoltre, dal 2001 è stato istituito, sempre da parte
dell’Ente regionale, il Tavolo permanente del terzo settore come luogo
di confronto intersoggettivo. Ulteriori informazioni in merito sono
rintracciabili sul sito della Regione Lombardia
www.regione.lombardia.it).
8 Ad esempio le organizzazioni che offrono esclusivamente
prestazioni socio-assistenziali sono il 36,2% a fronte del 50,5% che
eroga, accanto a questi, altri interventi; analogo trend per i servizi
sanitari (coinvolgono il 31,3% delle associazioni come attività uniche
mentre sono il 41% quelle che prevedono un intervento plurimo. Il
divario diviene maggiore considerando le attività di tipo educativo e
formativo: sono l’8,3% le organizzazioni di volontariato che operano
unicamente in tale ambito, divengono il 38,8% se queste prestazioni
sono considerate accanto ad altre (Menna, 2004, p. 51).
La cooperazione sociale presenta in Lombardia, a partire dagli anni Novanta, uno sviluppo veramente notevole: la sua espansione è il sintomo della presenza di un’azione sociale non casuale e non episodica che, nell’incontro del bisogno, ha saputo adeguarsi e trasformarsi, anche a livello organizzativo, in relazione ad esso (Boccacin, 1993).
In particolare, la legge della regione Lombardia del 1989, riconoscendo le Cooperative di Solidarietà sociale9 come soggetti attivi nell’ambito dell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, ha avuto un effetto promozionale che si evidenzia tutt’oggi analizzando i dati relativi alle cooperative di tipo B costituitesi anteriormente al 1992, le quali sono ben 50 a fronte delle 211 avviate nel decennio successivo (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003, p. 42).
L’area dei servizi alla persona risulta presidiata dalle cooperative sociali di tipo A, che, come recita l’articolo 1 della l. n. 381/1991, perseguono le finalità di promozione umana e di integrazione sociale attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi. Occorre tuttavia sottolineare che anche le cooperative di tipo B, avendo come finalità quella di occuparsi dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, finiscono per erogare, in senso lato, «servizi alla persona».
I dati attualmente disponibili sulla cooperazione sociale nel suo complesso consentono di identificare, alla fine del 2001 in Lombardia, la presenza di 962 entità iscritte all’Albo regionale10. Esso è articolato in tre sezioni, relative rispettivamente alle cooperative sociali di tipo A, a quelle di tipo B e ai consorzi.
Considerando il periodo compreso tra il 1997 ed il 2001, si evidenzia un incremento nelle iscrizioni in tutte le tre sezioni considerate, rispettivamente pari a + 48,5% per le cooperative di tipo A, + 32,7% per quelle di tipo B, + 111% per i Consorzi (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003 p. 26).
Quest’ultimo dato è molto interessante in quanto riguarda l’incremento della presenza di una forma sociale “di secondo livello”, costituita dal consorzio, innovativa sotto il profilo societario. Esso segnala la capacità delle cooperative sociali di creare reti orizzontali che, consorziandosi tra loro agiscono in sinergia e rendono visibile il circuito relazionale che le connette.
La distribuzione territoriale segnala una cospicua presenza delle cooperative sociali nella provincia di Milano (36,1%), seguita da quella di Brescia (19,2%) e da quella di Bergamo (10.5%) (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003 p. 29).
Tenendo conto delle tre sezioni dell’albo emerge inoltre la prevalenza delle cooperative di tipo A in tutte le province lombarde rispetto a quelle di tipo B.
Si osservava in precedenza come le cooperative sociali si connotino per essere forme miste: tale caratteristica si ripropone per quanto attiene la composizione della loro base sociale: in esse, infatti, si riscontra la presenza plurima e costante, accanto ai soggetti svantaggiati, di figure professionali e al tempo stesso di volontari.
Dai dati emerge che i soci delle cooperative sociali in Lombardia sono quasi 40.000, con un aumento del 29% registrato nel corso del quinquennio 1997-2001 (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003 p. 53).
Considerando i soci volontari11 si nota che anche la loro presenza è in aumento all’interno delle cooperative sociali lombarde: si registra infatti un incremento del 34% nel corso del periodo considerato che riguarda in misura maggiore le cooperative di tipo A (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003, p. 54).
All’interno delle cooperative sociali operano, oltre ai soci e ai soci volontari, anche dei volontari non soci: si tratta generalmente di appartenenti a organizzazioni di volontariato che offrono la loro attività nell’ambito delle cooperative sociali.
La presenza di tale figura è, tuttavia, consistentemente diminuita nel corso di un solo anno: dal 2001 al 2000 si è, infatti, registrata un marcato decremento (- 878 unità) che riguarda in particolare le cooperative che gestiscono servizi socio-assistenziali.
Le cooperative sociali si avvalgono anche di dipendenti: nel corso del quinquennio considerato esse hanno progressivamente allargato la quota degli occupati, facendo registrare un incremento pari al 74,5%.
L’aumento degli occupati evidenzia un andamento differenziato considerando i due tipi di cooperative sociali: è più sostenuto per quanto riguarda le cooperative di tipo A, che dal 2000 al 2001 fanno registrare un incremento nel numero degli occupati del 13,1%, mentre è molto più contenuto per quelle di tipo B (per lo stesso periodo è del 5,8%). Per queste ultime, in particolare, esaminando i dati relativi agli anni precedenti, si rileva un trend marcatamente orientato al ribasso (l’incremento negli occupati nelle cooperative sociali di tipo B è pari al 17,8% per il 1997/1998, e al 17,1% per il 1998/1999, al 13,9% per il 1999/200 e, come precedentemente illustrato, scende di ben 8 punti percentuali dal 2000 al 2001 (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003 p. 92).
Tale basso incremento degli occupati rappresenta un dato su cui riflettere poiché, secondo quanto recita l’art. 4 della l. n. 381/1991, il 30% delle cooperative sociali di tipo B deve essere costituito da persone svantaggiate e, pertanto, il rallentamento della loro crescita non può non rappresentare un elemento di criticità sul versante della risposta al bisogno sociale. Per contro, la tenuta, in termini di occupazione nelle cooperative di tipo A (esaminando le serie storiche si evidenzia che tale componente si incrementa del 15,9% dal 1997 al 1998, passa al 14,1 dal 1998 al 1999, ha un netto innalzamento, pari al 18,3%, dal 1999 al 2000, per deflettere poi al 13,8% dal 2000 al 2001) pare indicare un orientamento di questa fattispecie verso la formula della impresa sociale in senso proprio.
10.2.2.1. Per chi operano le cooperative sociali lombarde
Differenti sono le aree di difficoltà che riguardano le persone inserite nelle cooperative di tipo B: esse comprendono la disabilità fisica e psichica, il disagio psichico, le forme di dipendenza.

L’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati avviene mediante lo svolgimento di varie attività nelle quali rientrano la manutenzione del verde, l’assemblaggio meccanico, i servizi informatici e la raccolta dei rifiuti. Mentre le prime due, tradizionalmente tipiche della cooperazione sociale di tipo B registrano una flessione rispetto al numero di cooperative che le organizzano (rispettivamente pari per il periodo 2001-2002 a –3,5 e a –5,2), le altre, maggiormente innovative, evidenziano un trend di diffusione improntato all’aumento: per il periodo compreso dal 2001 al 2002 le cooperative impegnate in ambito informatico aumentano dell’1,1 e quelle che si occupano di raccolta differenziata dei rifiuti del 2,6% (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003, p. 207).
La collocazione per ambito di mercato delle cooperative sociali evidenzia una “specializzazione” negli interventi in base alla quale le cooperative di tipo B che inseriscono disabili si orientano per lo più verso il settore delle pulizie; quelle che si occupano di malati psichici lavorano in prevalenza nell’ambito dei servizi comunali. Le cooperative che intervengono a favore di portatori di dipendenze sono attive nel campo della raccolta differenziata dei rifiuti e quelle che agiscono a vantaggio dei detenuti nell’area dei servizi di tipo informatico. (Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia,2003 ).
Per quanto riguarda le cooperative di tipo A i destinatari delle prestazioni comprendono anziani, portatori di handicap, minori, malati psichici, tossico- e alcol-dipendenti, detenuti, emarginati.
Complessivamente si rileva un lieve flessione, considerando il periodo compreso tra il 1997 e il 2001 della presenza delle cooperative sociali nell’area dei bisogni tradizionali, quali ad esempio quelle che offrono servizi agli anziani (passano dal 46,1% del 1997 al 41,7% del 2001 ed evidenziano un trend alla diminuzione per ognuno dei cinque anni considerati)12 e ai portatori di handicap (le cooperative che si occupano di questa utenza sono il 59,3% nel 1997 e diventano il 51,1% nel 2001).
Al contrario sono in aumento le cooperative che operano nell’area dei bisogni relazionali inerenti i minori (le cooperative che li hanno come destinatari degli interventi erano il 44,3% nel 1997 e diventano il 51,1% nel 2001) e quelle che agiscono nell’ambito delle nuove marginalità, come ad esempio la dipendenza da alcool che non implicava nessuna cooperativa nel 1997 e che coinvolge il 5,1% di esse nel 2001 o che si occupano di stranieri (sono il 3,1% nel 1997 e passano al 7,4% nel 2001).
I servizi offerti a questi utenti comprendono una articolata gamma di prestazioni e spaziano dalla gestione di asili nido e di scuole materne, alle residenze socio-assistenziali, ai centri diurni per anziani, alle comunità di prima accoglienza, ecc.: il confronto nel tempo (dal 1998 al 2001)13 indica un incremento della quota di cooperative impegnate nelle prestazioni di assistenza domiciliare (erogano tali servizi 139 cooperative nel 1998 che diventano 155 nel 2001), di assistenza scolastica ad personam (sono 110 le unità operative che la offrono nel 1998 e passano a 130 nel 2001). Al terzo posto nella graduatoria delle prestazioni offerte si collocano le attività di formazione e di consulenza (le cooperative impegnate in tale ambito sono 85 nel 1998 e diventano 120 nel 2001).
Complessivamente si conferma la vocazione al “sociale” di questa fattispecie che la qualifica anche nella denominazione: in essa avviene un superamento della dimensione della “mutualità”, propria della cooperativa “classica”, per accedere a quella della “terzietà”, nella quale chi beneficia dell'intervento è un soggetto terzo non necessariamente membro dell'organizzazione.
Inoltre le cooperative sociali, coniugando i tratti della complessità organizzativa e quelli della professionalità, mediante l’impiego di lavoratori retribuiti, (Stanzani, 1998), danno origine a un modello molto prossimo a quello “dell’impresa sociale”, fondato su di un codice di azione solidaristico, ispirato ad ideali di giustizia ed equità, che si evidenzia nell’organizzazione dei servizi stessi (Folgheraiter, 2004).
9 Tale era la denominazione utilizzata dal legislatore lombardo all’epoca, sostanzialmente più corretta dell’attuale.
10 Tale Albo è stato istituito dalla Regione Lombardia con la l. r. n. 16/1993 la quale recepisce le indicazioni contenute nell’art. 9 della l. n. 381/1991.
11 Sulla base dell’art. 2 della l. n. 381/1991 i soci volontari non possono superare il 50% del totale dei soci e hanno i medesimi diritti e doveri dei soci ordinari.
12 I dati qui riportati sono stati desunti dal Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003, p. 162-163.
13 I dati qui riportati sono stati desunti dal Quarto Rapporto sulle Cooperative sociali in Lombardia, 2003, p. 182 e segg.
I dati ISTAT del primo censimento sulle organizzazioni non profit consentono tuttavia di chiarirne alcuni tratti.
In Lombardia, alla fine del 1999 operavano 8544 associazioni legalmente riconosciute e 19364 associazioni non riconosciute (ISTAT 2001).
Sotto il profilo territoriale si evidenzia una presenza considerevole di tali organismi all’interno della provincia di Milano che riguarda entrambi gli ambiti (rispettivamente 2866 associazioni legalmente riconosciute e 6263 non riconosciute). Al secondo posto si colloca la provincia di Bergamo per quanto riguarda la diffusione delle due tipologie associative considerate (rispettivamente 1.285 e 2.872) e al terzo Brescia (1.138 sono le associazioni legalmente riconosciute mentre 1968 le non riconosciute (ISTAT, 2001).
Si tratta organismi che, pur prevedendo al loro interno la presenza, di diverse figure, come i dipendenti, i lavoratori distaccati, i religiosi, gli obiettori, sono prevalentemente connotate dall’incidenza della componente volontaria (tab. 10.2).

Come emerge dai dati contenuti nella tab. 3 le associazioni di promozione sociale svolgono in prevalenza le loro attività attive in ambito culturale, sportivo e ricreativo e questo andamento riguarda sia le associazioni riconosciute sia quelle non riconosciute sotto il profilo giuridico (rispettivamente 4.863 e 12.223). Al secondo posto si collocano le attività di tipo sanitario (1.044) e al terzo quelle sociali (998), per quanto riguarda le associazioni riconosciute, mentre tra le associazioni non riconosciute si registra un maggior numero di organismi impegnati nell’assistenza sociale (1.589), seguite da quelle che svolgono un’azione di voice mediante la rappresentanza di interessi (1.504).

Un sottoinsieme molto interessante delle associazioni prosociali è costituto dalle associazioni familiari. La Regione Lombardia, attraverso la legge regionale n. 23/1999 relativa alle “Politiche regionali per la famiglia”, ha dato un significativo impulso alla promozione dell’associazionismo familiare15, riconoscendo a tale fenomeno un ruolo fondamentale nell’affermazione della soggettività sociale della famiglia.
10.2.3.1. Le associazioni familiari: una componente strategica dell’associazionismo prosociale.
Nel corso del 2000 sono state rilevate 447 associazioni di solidarietà familiare di cui la quasi totalità si sono successivamente iscritte al Registro16.
Le associazioni familiari lombarde sono prevalentemente impegnate nell’erogazione di servizi di prossimità: ben il 57,5% di esse, infatti, ha come raggio di azione il proprio comune di riferimento.
I servizi erogati comprendono una vasta gamma di prestazioni che riguardano attività di sostegno rivolte alle famiglie in difficoltà, interventi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di organizzazione della rappresentanza politico-sociale degli associati, interventi formativi ed informativi. Sono questi ultimi a registrare la percentuale maggiore di diffusione (43,6%), seguiti dalle attività di advocacy17, (36,0%) e dall’erogazione di servizi alla persona che si fondano su un’azione di care (31,8%)

Da segnalare la presenza di prestazioni innovative quali quelle legate alla mediazione familiare (1,4%), alle banche del tempo e alle attività di mutuo aiuto tra le famiglie (2,1%). Si tratta di servizi prevalentemente attivati nella città di Milano, che si conferma luogo propositivo e sperimentale delle azioni prosociali.
Nella maggior parte dei casi (53,8%) i destinatari delle prestazioni offerte dalle associazioni familiari sono persone in situazioni di difficoltà. Non manca, tuttavia, una spiccata propensione al sostegno della “normalità”, con particolare attenzione alla prima infanzia (49,2%), agli adolescenti/giovani (38,3%), ai genitori (27,6%).
L’associazionismo familiare lombardo si rivela, nel suo complesso, articolato e composito: il suo contributo distintivo, all’interno del più vasto universo dell’associazionismo prosociale e più in generale del terzo settore, è quello specifico della “familiarità”, vale a dire dell’offerta di servizi e interventi secondo una prospettiva rispettosa della famiglia e che tende a riproporne gli stili relazionali e di intervento (Carrà Mattini, 2003).
14 Anche la legge ad esso dedicata, la numero 383 del 2000 non contribuisce a chiarire in modo preciso e distintivo il confine della tipologia in esame. Recita infatti l’articolo 2 «sono considerate associazioni di promozione sociale le associazioni riconosciute e non riconosciute, i movimenti, i gruppi e i loro coordinamenti o federazioni costituiti al fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, senza finalità di lucro e nel pieno rispetto della libertà e dignità degli associati».
15 In particolare attraverso l’implementazione degli artt. 4 e 5 della legge regionale n. 23/1999 che fanno leva sul denominatore comune della solidarietà tra le famiglie. Inoltre, al fine di rendere operativa la promozione delle associazioni impegnate in servizi di aiuto alla famiglia, la Regione ha predisposto l’attivazione del Registro Regionale delle “Associazioni di solidarietà familiare”.
16 Il censimento delle associazioni familiari è stato realizzato nei primi mesi del 2000 grazie alla collaborazione delle ASL, delle Province, degli STAP e dei Centri di Servizio. I dati illustrati in questo paragrafo sono stati desunti da Regione Lombardia – Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, Rapporto di ricerca sulle associazioni di solidarietà familiare lombarde e sui progetti finanziati dalla regione Lombardia attraverso la legge regionale n. 23/1999, aprile 2001.
17 In esse rientrano attività di tutela dei diritti, di informazione e di sensibilizzazione, di mediazione con le istituzioni e di segretariato sociale.
Dal punto di vista delle figure attive all’interno dell’universo delle fondazioni lombarde emerge che anche in esse, come già osservato per le associazioni prosociali, la componente prevalente è quella costituita dai volontari (381 fondazioni lombarde hanno al proprio interno almeno un volontario), seguita dai dipendenti, anch’essi attivi in oltre la metà degli organismi considerati (tab. 10.5).

Sotto il profilo delle attività offerte, le fondazioni prosociali operano prevalentemente nell’ ambito dell’istruzione e della ricerca (206 unità, tab. 10.6) ed in quello culturale, sportivo e ricreativo (166 unità). Degno di nota è, inoltre, il dato relativo alla presenza di questi organismi nell'area dell’assistenza sociale (146 unità).

Da segnalare in Lombardia il rapido diffondersi di una forma emergente e innovativa rappresentata dalla fondazione di comunità18. Essa è una fattispecie che ha avuto un significativo sviluppo all’interno della regione a seguito dell’implementazione di un progetto promosso dalla Fondazione Cariplo di Milano19: infatti, negli ultimi quattro anni hanno preso avvio ben undici fondazioni di comunità, presenti in tutte le province lombarde: La loro funzione societaria è quella di costituire un “volano” per le comunità locali mediante il finanziamento di progetti ed il sostegno ad iniziative locali nelle quali le entità di terzo settore spesso hanno una parte attiva.
18 Esiste poi un ulteriore strumento che specifica in forma innovativa l’identità societaria della fondazione, costituito dalla “fondazione di partecipazione”: si tratta di un’entità promossa da soggetti pubblici, privati e di terzo settore che attraverso tale fattispecie realizzano un progetto comune.
19 Il progetto delle Fondazioni delle Comunità locali è stato avviato dalla Fondazione Cariplo nel 1997: la prima fondazione di comunità locale è stata quella della provincia di Lecco costituitasi nel febbraio del 1999.
In sintesi gli elementi che identificano il terzo settore come fenomeno rilevante socialmente sono:
- la propensione a contribuire fattivamente al miglioramento complessivo della qualità della vita nelle sue molteplici manifestazioni, come documenta ad esempio sia l’azione delle organizzazioni di volontariato che operano a favore del disagio sociale, sia quella delle associazioni sociali che intervengono in ambito culturale e artistico, sia le fondazioni prosociali che operano, potremmo dire, come “intermediari delle appartenenze comunitarie” rinsaldando i legami e le tradizioni locali.
- Ciò che lo rende indispensabile è la competenza nella interlocuzione dei bisogni, l'attenzione ad attivare le risorse primarie e informali disponibili senza estrometterle dal processo di aiuto, ma agendo una relazionalità sussidiaria di valorizzazione e sostegno delle entità meno formalizzate come ad esempio sono le famiglie.
In questo quadro di riferimento, quanto più la Regione Lombardia saprà cogliere le dinamiche sociali propositive e saprà sostenerle attraverso interventi e policies promozionali e non invasive dell’autonomia dei soggetti di terzo settore, tanto più sarà possibile per quest’ultimo contribuire fattivamente e secondo modalità originali al perseguimento del benessere soggettivo e intersoggettivo. In una prospettiva di reale sussidiaretà, le relazioni tra i livelli regionali e le organizzazioni di terzo settore dovrebbero pertanto promuovere l’autonomia e la capacità di intrapresa e non indurre dipendenza, sia di tipo economico sia organizzativo sia culturale.