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Autori

Lucia Boccacin

Professore associato
di Sociologia generale
e di Sociologia della
conoscenza presso la
facoltà di Scienze della
Formazione, Università
Cattolica di Milano. Si
occupa dello studio del
welfare plurale, della
politica sociale e dei
servizi alla persona.
 

Lucia Boccacin

Capitolo 10 - Il terzo settore nella società lombarda
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/sociale/I/boccacin

Il contributo delinea sinteticamente il quadro quantitativo e le attività delle diverse soggettività che compongono il terzo settore lombardo, identificato come attore sociale strategico del welfare plurale. Fa riferimento in particolare alle organizzazioni di volontariato, alle cooperative sociali, alle associazioni prosociali (ponendo un’attenzione specifica a quelle familiari) e alle fondazioni prosociali.

10.1 Il volontariato organizzato in Lombardia


L’ultima ricerca condotta nel 2001 dalla Fondazione Italiana per il Volontariato ha censito in Lombardia ben 2.432 organizzazioni di volontariato, che comprendono sia organizzazioni iscritte sia organizzazioni non iscritte al registro del volontariato, a fronte di un universo verificato nel corso dell’indagine formato da 5.362 unità (Menna 2004). Esse si stima possano avvalersi di circa 196 mila volontari, per il 64,5% dei casi impegnati in modo stabile e continuato e per la restante quota del 35,5% coinvolti episodicamente.
Per quanto riguarda l’iscrizione al registro del volontariato si rileva, nel tempo, un consistente incremento del numero delle organizzazioni iscritte, che passano dalle 1.687 del 1995, alle 1.827 del 1997, alle 2.591 del 1999, alle 3.154 del 2001 (ISTAT, 2004), fino a giungere alle 3.862 del 2002 (Coordinamento regionale, 2003).
Il numero dei volontari operanti all’interno di tali organizzazioni aumenta dal ’95 al 2001 di oltre 20 mila persone (da 94.096 a 114.757; ISTAT, 2004-b); tuttavia, nel corso dello stesso periodo, diminuisce il numero medio di volontari per organizzazione (da 56 a 36; ISTAT, 2004-b).
Sul versante delle relazioni societarie si evince la presenza di relazioni tra la Regione e le organizzazioni iscritte al registro, le quali hanno potuto fruire, nel 2000, di contributi pari a 3,8 miliardi di lire (www.regionelombardia.it).
Molte energie del volontariato lombardo sono destinate al settore socio-assistenziale, che interessa rispettivamente il 50,5% delle organizzazioni e il 36,2% come settore prevalente; al secondo posto si colloca il settore sanitario: 41% e 31% come settore prevalente (Menna, 2004). Si evidenzia poi una diffusa offerta di attività educative e formative (38,8%), ricreative (25,7%) e di tutela e promozione dei diritti (16,7%). I destinatari delle prestazioni, con riferimento sempre all’indagine del 2001, sono gli anziani, autosufficienti e non (37,5%), i malati (36,5%) e gli adulti in difficoltà (23,7%) (Menna, 2004).


10.2 Le cooperative sociali


I dati attualmente disponibili sulla cooperazione sociale nel suo complesso consentono di identificare, alla fine del 2001 in Lombardia, la presenza di 962 entità iscritte all’Albo regionale istituito dalla Regione con la l.r. n.16/1993. Esso è articolato in tre sezioni, relative rispettivamente alle cooperative sociali di tipo A (servizi socio-sanitari), a quelle di tipo B (inserimento lavorativo di persone svantaggiate) e ai consorzi.
 Considerando il periodo compreso tra il 1997 ed il 2001, si evidenzia un incremento nelle iscrizioni in tutte le tre sezioni, rispettivamente pari a +48,5% per le cooperative di tipo A, +32,7% per quelle di tipo B, +111% per i consorzi (Regione Lombardia, 2003-c). Dai dati emerge che i soci delle cooperative sociali in Lombardia sono quasi 40 mila, con un aumento del 29% registrato nel corso del quinquennio 1997-2001.
Le cooperative nel corso del quinquennio considerato hanno progressivamente allargato la quota degli occupati, facendo registrare un incremento pari al 74,5%. Tale quota è più sostenuta per quanto riguarda le cooperative di tipo A, che dal 2000 al 2001 fanno registrare un incremento nel numero degli occupati del 13,1%, mentre è molto più contenuto per quelle di tipo B (per lo stesso periodo è del 5,8%). Per queste ultime, in particolare, esaminando i dati relativi agli anni precedenti, si rileva un trend marcatamente orientato al ribasso.
Differenti sono le aree di difficoltà che riguardano le persone inserite nelle cooperative di tipo B: esse comprendono la disabilità fisica e psichica, il disagio psichico, le forme di dipendenza. L’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati avviene mediante lo svolgimento di varie attività nelle quali rientrano la manutenzione del verde, l’assemblaggio meccanico, i servizi informatici e la raccolta dei rifiuti. Mentre le prime due, tradizionalmente tipiche della cooperazione sociale di tipo B, registrano una flessione rispetto al numero di cooperative che le organizzano (rispettivamente pari per il periodo 2001-2002 a –3,5% e a –5,2%), le altre, maggiormente innovative, evidenziano un trend di diffusione improntato all’aumento: per il periodo compreso dal 2001 al 2002 le cooperative impegnate in ambito informatico aumentano dell’1,1% e quelle che si occupano di raccolta differenziata dei rifiuti del 2,6%.
La collocazione per ambito di mercato delle cooperative sociali evidenzia una “specializzazione” negli interventi in base alla quale le cooperative di tipo B che inseriscono disabili si orientano per lo più verso il settore delle pulizie; quelle che si occupano di malati psichici lavorano in prevalenza nell’ambito dei servizi comunali. Le cooperative che intervengono a favore di portatori di dipendenze sono attive nel campo della raccolta differenziata dei rifiuti e quelle che agiscono a vantaggio dei detenuti nell’area dei servizi di tipo informatico.
Per quanto riguarda le cooperative di tipo A i destinatari delle prestazioni comprendono anziani, portatori di handicap, minori, malati psichici, tossico- e alcol-dipendenti, detenuti, emarginati.
I servizi offerti a questi utenti comprendono una articolata gamma di prestazioni e spaziano dalla gestione di asili nido e di scuole materne, alle residenze socio-assistenziali, ai centri diurni per anziani, alle comunità di prima accoglienza, ecc.: il confronto nel tempo (dal 1998 al 2001) indica un incremento della quota di cooperative impegnate nelle prestazioni di assistenza domiciliare, di assistenza scolastica ad personam di formazione e di consulenza (Ibidem).

10.3 L’associazionismo prosociale


In Lombardia alla fine del 1999 operavano 8.544 associazioni legalmente riconosciute e 19.364 associazioni non riconosciute (ISTAT 2001-b).
Le associazioni di promozione sociale svolgono in prevalenza le loro attività in ambito culturale, sportivo e ricreativo e questo andamento riguarda sia le associazioni riconosciute sia quelle non riconosciute sotto il profilo giuridico (rispettivamente 4.863 e 12.223). Al secondo posto si collocano le attività di tipo sanitario (1.044) e al terzo quelle sociali (998), per quanto riguarda le associazioni riconosciute, mentre tra le associazioni non riconosciute si registra un maggior numero di organismi impegnati nell’assistenza sociale (1.589), seguite da quelle che svolgono un’azione di voice mediante la rappresentanza di interessi (1.504). Un sottoinsieme molto interessante delle associazioni prosociali è costituto dalle associazioni familiari. La Regione, attraverso la l.r. n. 23/99 (“Politiche regionali per la famiglia”) ha dato un significativo impulso alla promozione dell’associazionismo familiare, riconoscendo a tale fenomeno un ruolo fondamentale nell’affermazione della soggettività sociale della famiglia.
Nel corso del 2000 sono state rilevate 447 associazioni di solidarietà familiare, di cui la quasi totalità si è successivamente iscritta al Registro (Regione Lombardia - Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, 2001). Le associazioni familiari lombarde sono prevalentemente impegnate nell’erogazione di servizi di prossimità: ben il 57,5% di esse, infatti, ha come raggio di azione il proprio comune di riferimento.
I servizi erogati comprendono una vasta gamma di prestazioni che riguardano attività di sostegno rivolte alle famiglie in difficoltà, interventi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di organizzazione della rappresentanza politico-sociale degli associati, interventi formativi e informativi. Sono questi ultimi a registrare la percentuale maggiore di diffusione (43,6%), seguiti dalle attività di advocacy, (36,0%) e dall’erogazione di servizi alla persona che si fondano su un’azione di care (31,8%).
Nella maggior parte dei casi (53,8%) i destinatari delle prestazioni offerte dalle associazioni familiari sono persone in situazioni di difficoltà. Non manca, tuttavia, una spiccata propensione al sostegno della “normalità”, con particolare attenzione alla prima infanzia (49,2%), agli adolescenti/giovani (38,3%), ai genitori (27,6%).


10.4 Le fondazioni prosociali


Sotto il profilo delle attività offerte, le fondazioni prosociali operano prevalentemente nell’ambito dell’istruzione e della ricerca (206 unità) e in quello culturale, sportivo e ricreativo (166 unità). Degno di nota è, inoltre, il dato relativo alla presenza di questi organismi nell’area dell’assistenza sociale (146 unità).
Da segnalare in Lombardia il rapido diffondersi di una forma emergente e innovativa rappresentata dalla fondazione di comunità. Essa è una fattispecie che ha avuto un significativo sviluppo all’interno della regione a seguito dell’implementazione di un progetto promosso dalla Fondazione Cariplo di Milano: infatti, negli ultimi quattro anni hanno preso avvio ben undici fondazioni di comunità, presenti in tutte le province lombarde. La loro funzione societaria è quella di costituire un “volano” per le comunità locali mediante il finanziamento di progetti e il sostegno a iniziative locali nelle quali le entità di terzo settore spesso hanno una parte attiva.

10.5 Questioni aperte


Gli elementi che identificano il terzo settore come fenomeno rilevante socialmente sono la propensione a contribuire al miglioramento complessivo della qualità della vita nelle sue molteplici manifestazioni, la competenza nella interlocuzione dei bisogni, l’attenzione ad attivare le risorse primarie e informali disponibili senza estrometterle dal processo di aiuto.
Tuttavia, nell’ambito delle organizzazioni di terzo settore esiste una tensione ineliminabile tra la spinta ad assumere comportamenti particolaristici o corporativi e l’orientamento a dar vita a relazioni positive, emancipanti e promozionali, diventando un valore aggiunto per la società nel suo complesso.
Quanto più la Regione saprà cogliere le dinamiche sociali propositive e saprà sostenerle attraverso interventi e policies promozionali, tanto più sarà possibile per il terzo settore contribuire fattivamente al perseguimento del bene comune.

Conclusioni


L’associazionismo in Lombardia si conferma vivace e articolato. Aumenta il numero delle associazioni di volontariato e quello dei lombardi in esse impegnati, prevalentemente nel settore socio-assistenziale. Lo stesso è accaduto nel settore delle cooperative sociali, anche se si registra un calo degli occupati nelle cooperative di tipo B. L’associazionismo prosociale evidenzia uno sviluppo significativo delle associazioni familiari (prevalentemente impegnate in servizi di prossimità) e una prospettiva interessante è costituita dalle fondazioni e dalle cosiddette “fondazioni di comunità”. In una prospettiva di reale sussidiarietà, le relazioni tra i livelli regionali e le organizzazioni di terzo settore dovrebbero promuovere l’autonomia e la capacità di intrapresa e non indurre dipendenza, di tipo sia economico, sia organizzativo, sia culturale.

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