5 - anziani
Up one level-
5.1 Un identikit dell’anziano lombardo
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5.2 Anziani attivi e anziani in condizioni di dipendenza
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5.3 I bisogni della popolazione anziana: un’analisi a partire dall’offerta
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5.4 Nodi critici e prospettive
Estratto
L’Italia è ormai da diverso tempo classificata dalle analisi demografiche come uno dei Paesi a più elevato invecchiamento al mondo a causa dei progressivi incrementi della speranza di vita e dei livelli di fecondità tra i più bassi in assoluto. L’azione combinata di questi due processi ha avuto l’effetto di trasformare sensibilmente la struttura per età della popolazione italiana, determinando un forte incremento delle proporzioni di individui anziani e un calo della percentuale di giovani. Questi scenari assumono in Lombardia un risalto particolare (Vedi Blangiardo). Anche la nostra Regione, infatti, sta vivendo una fase ricca di cambiamenti sia in riferimento alle dinamiche demografiche sia in relazione ai comportamenti sociali. Circa un quinto della popolazione è costituita da ultrasessantenni e questa realtà, risultato di una tendenza in atto ormai da diversi anni, obbliga ad alcune considerazioni. La prima, evidente, è che la condizione anziana non è più qualcosa di marginale ed irrilevante sul piano sociale e che l’allungamento della vita media impedisce di considerare tale popolazione come una categoria omogenea. Pur consapevoli dell’eterogeneità della condizione anziana tout court, si ravvisa l’importanza di delineare una sorta di identikit dell’anziano lombardo, tenendo presenti sia alcune variabili strutturali, quali la condizione abitativa, il lavoro e l’istruzione sia lo stato di salute e i livelli di autonomia personali.
Come è noto, l’aumento della speranza di vita alle età più avanzate comporta profonde implicazioni per le questioni che riguardano “i modi e i tempi” di transizione verso la vecchiaia. In generale, si tratta di superare gli stereotipi che tendono a ricomprendere l’età anziana all’interno del più vasto mondo del disagio. Tali stereotipi sono caratterizzati dal limite di sottostimare le potenzialità e le opportunità di vita presenti in questa delicata fase dell’esistenza, in cui spesso si concretizzano relazioni ed attività significative, che - se attentamente considerate e valorizzate - contribuiscono nell’insieme a delineare un’immagine nuova e più concreta del mondo degli anziani. Occorre, al contrario, evidenziare tali potenzialità, senza trascurare una realistica e doverosa attenzione alle fasce più a rischio di questo variegato insieme della popolazione presente nelle società contemporanee. In altre parole, acquisire una piena consapevolezza delle problematiche legate all’invecchiamento non significa soffermarsi unicamente sugli aspetti di criticità. Per riuscire a conseguire una visione a 360 gradi è necessario superare schemi mentali eccessivamente rigidi e recuperare un’impostazione più autentica dell’esistenza e delle diverse fasi che la caratterizzano. Il ciclo di vita dell’individuo si è allungato. E questa non può che essere considerata una grande conquista. Allo stesso modo, l’invecchiamento di una larga fascia della popolazione può essere valutato come uno dei risultati più importanti dello sviluppo sociale, una risorsa per la ricchezza globale. Per queste fondamentali ragioni, anche in Lombardia l’invecchiamento della popolazione e la condizione di anzianità devono essere ripensati e interpretati in maniera più coerente, in linea cioè con i mutamenti che stanno avvenendo anche nella società lombarda. In questa direzione, il primo passo da compiere è quello di stimolare il dibattito sull’invecchiamento come esperienza positiva, evidenziando le possibilità di ridefinizione dell’identità e del ruolo dell’anziano nelle società contemporanee. Di fatto, si può affermare che, nella maggior parte delle nazioni industrializzate, la riflessione sulla condizione anziana si sta avviando, seppur con difficoltà, verso un superamento di stereotipi e semplificazioni. L’aspetto sul quale viene posta l’accento è la promozione dell’invecchiamento attivo. L’attenzione alla prospettiva dell’activity è ormai costantemente presente, in modo trasversale, in buona parte della letteratura gerontologa internazionale. E soprattutto, il tema dell’activity non viene più affrontato come un problema di cui precisare i confini, le prospettive e le potenzialità, ma come un criterio imprescindibile su cui riflettere e da valorizzare per interpretare adeguatamente tutti gli aspetti della condizione anziana. Con le dovute precisazioni: la condizione di activity dell’anziano non può e non deve essere assimilata alla vita attiva tout court. Non si tratta, in altri termini, di proporre modelli giovanilistici di vita ma di evidenziare, all’interno della condizione anziana, la capacità di gestire un ruolo attivo e socialmente rilevante, valorizzandolo come risorsa sul piano pratico, simbolico e umano, ma anche come fonte di saggezza e di memoria per le giovani generazioni e per la società intera. Si è accennato che non è più possibile parlare di anzianità in generale, perché la realtà anziana è assolutamente eterogenea e differenziata. Considerando ormai superata la distinzione che fa riferimento all’età biologica, si impone una profonda revisione della rappresentazione sociale dell’anzianità, che tenga conto delle numerose variabili che determinano le diverse modalità di essere anziani: fra queste, le caratteristiche relazionali, le condizioni economiche, la differenze di genere, le condizioni di salute, la presenza o meno di nipoti e la possibilità di prendersi cura di loro, la percezione di sé come adulto, anziano o vecchio, paiono essere le più rilevanti. E, accanto a queste, un ruolo di primo piano è svolto dalla “storia di vita” e più precisamente dal modo con cui ciascun individuo vive e percepisce il proprio stato di anzianità. Pertanto, il tentativo di leggere la condizione anziana attraverso la prospettiva dell’activity consente di comprendere, da un lato, come questa fase della vita può costituire una risorsa per l’intera società e, dall’altro, quali sono le risorse di cui l’anziano dispone e di cui necessita nella vita quotidiana.


Nella fig. 5.2, sono raffigurati i contributi economici che i nonni lombardi elargiscono ai propri nipoti. Risulta infatti da questa indagine che le somme di denaro messe a disposizione dai nonni vanno a coprire soprattutto le spese quotidiane (49,1%) e il tempo libero (26,1%) dei nipoti, ossia i nonni si affiancano alla famiglia dei loro figli nella gestione delle piccole spese, mentre a questi ultimi sono ancora demandate le voci di spesa più consistenti. Tuttavia, possiamo osservare come il 9,9% dei nonni contribuisca anche alle spese scolastiche e all’acquisto di strumentazione tecnologica (5,9%) e, addirittura, all’acquisto di una automobile (1,8%). Possiamo quindi concludere che i nonni lombardi hanno un ruolo attivo nel “tamponare” le emergenze, ossia utilizzano parte del loro tempo libero per la gestione della quotidianità dei loro nipoti. In questa ottica si ha un duplice vantaggio, ossia da un lato i nonni sono attivi e hanno la possibilità di sentirsi ancora utili ai loro figli, che oramai sono usciti definitivamente di casa attraverso la cura dei propri nipoti e, dall’altro, i figli e i nipoti ricevono un sostegno non solo economico, come abbiamo visto, ma anche organizzativo. Quella del nonno che si prende cura dei nipoti è uno dei riscontri empirici più rilevanti di vita attiva dell’anziano.
1 Regione Lombardia, Lorien Consultino, “Indagine sulla festa dei nonni”, Ottobre 2004.
Inoltre, come evidenzia la già citata indagine nazionale dell’IRP (2001), molto spesso agli anziani liberati dal lavoro si apre la possibilità di dare seguito a una diversa organizzazione della propria vita. In questo senso, la seconda età adulta - quella età intermedia in cui ancora si è forti, in buona salute, giovani nello spirito e anche nel corpo - può realmente configurarsi come l’età delle grandi libertà: i figli sono ormai usciti di casa, hanno una loro famiglia e una vita indipendente, il peso delle responsabilità è diminuito, si è più liberi dai doveri e si può dunque pensare a se stessi quasi totalmente. In particolare, esiste per il neo pensionato almeno la potenzialità di dedicarsi ad attività scelte anziché obbligate, valorizzando nuove e vecchie opportunità. Da qui segue la necessità di attivare delle iniziative per far conoscere e sensibilizzare gli anziani alle opportunità presenti sul territorio. Queste esperienze di volontariato, inoltre, rendono meno traumatico il passaggio dalla fase produttiva lavorativa a quella del pensionamento.
A livello nazionale, i pensionati “attivi”sono circa il 36%, di cui il 19% pratica sport, l’11% volontariato, il 6% frequenta corsi di vario genere. Come è piuttosto intuibile, anche a questa età la scelta delle attività dipende dal sesso e dal titolo di studio. Mentre le donne tendono a perpetuare un lavoro di cura attraverso il volontariato, gli uomini, invece, seguono prevalentemente interessi ed esigenze personali dedicandosi in larga parte ad attività sindacali (14%) e ad altre come il controllo dei giardini, la vigilanza davanti alle scuole, l’accompagnatore nei musei e l’addetto alla protezione civile in caso di calamità (rispettivamente il 3%, 3%, 2%, 4%).
Come già accennato sopra, accanto alle attività “socialmente utili”, gli anziani hanno riscoperto in questi ultimi anni la necessità e il desiderio di continuare a studiare, sfruttando le occasioni culturali promosse dal contesto locale in cui risiedono e, in alcuni casi, partecipando attivamente alla produzione di cultura. Da una recente ricerca commissionata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano al Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano (2004b), sono state censite nel 2003 a livello provinciale numerose associazioni culturali, gestite proprio dagli anziani, come ad esempio l’Associazione Artisti del Quartiere Garibaldi e l’Antica Credenza di Sant’Ambrogio, entrambe con sede a Milano ma attive sul territorio lombardo. Alcune associazioni si muovono proprio con lo spirito di promuovere le tradizioni locali: tutela e salvaguardia delle forme dialettali, divulgazione di scrittori e poeti locali poco conosciuti, mostre fotografiche e di arte prodotte dagli stessi anziani che aderiscono alle associazioni. Occorre sottolineare, tuttavia, come tutte le associazioni intervistate presenti sul territorio milanese lamentino, da un lato, la bassa partecipazione alle loro iniziative culturali da parte delle giovani generazioni e, dall’altro, le scarse disponibilità economiche di cui dispongono, a causa anche dei significativi tagli dei fondi da parte della stessa Regione. Quella dell’associazionismo culturale, pertanto, può essere pensata come una forma di invecchiamento attivo da promuovere prioritariamente, perché, non solo consente di impegnare il tempo degli anziani, ma anche contribuisce in maniera significativa alla tutela della memoria storica della nostra Regione.
Oltre ad essere promotori di cultura, gli anziani lombardi sono desiderosi di nuove conoscenze. Questa affermazione è supportata dalla frequenza di questi ultimi ai corsi organizzati dalle Università della Terza età presenti sul territorio regionale e nazionale. Secondo una rilevazione dell’Eurispes del 1999, le Università della Terza Età presenti nel mondo sarebbero 3.000 mentre quelle in Italia circa 300. Per quanto concerne la loro natura giuridica, queste ultime si costituiscono soprattutto come associazione culturale (86%), solo un 2,7% come Fondazione e un 1,8% come Cooperativa (AUSER, AUPTEL 1994).

Come si può osservare dalla tab. 5.1, secondo un recente censimento, le Università della Terza Età in Lombardia sono 18 e per ciascuna di essa è stato predisposto un sito web, attraverso il quale gli stessi anziani possono accedere telematicamente e consultare l’offerta formativa erogata. Ancora una volta, questo dato dovrebbe far riflettere sulla tipologia dei nuovi anziani, molti dei quali hanno svolto, soprattutto negli ultimi anni, attività professionali in cui sono stati socializzati, seppure in maniera “rudimentale”, all’uso del PC e di Internet. Accanto quindi all’immagine del pensionato che trascorre larga parte della giornata in casa seduto in poltrona davanti alla TV o a leggere il giornale, possiamo affiancare la nuova immagine del pensionato che è capace di collegarsi ad internet, utilizzando da casa le apparecchiature informatiche, che gli consentono di connettersi virtualmente con il territorio locale e globale e di tenersi aggiornato sulle attività culturali, sugli eventi e su tutte le questioni che più lo interessano. Ancora una volta sono i nipoti che spesso fanno da tramite, che fungono da facilitatori e mediatori tra i loro nonni e le nuove tecnologie informatiche.
Restando nella specificità lombarda, è interessante puntualizzare come siano presenti alcune Università della Terza Età molto attive sul territorio: nello specifico possiamo menzionare la UNITRE-Milano e la Terza Università di Bergamo. Dai siti web di queste università è possibile reperire informazioni sia sui costi associativi (circa 15 euro annui) e l’iscrizione ai corsi (dai 18 ai 25 euro a modulo), la cui frequenza dà diritto ad un attestato di partecipazione ma non prevede necessariamente, stando ai nostri dati, il superamento di esami. Proprio la Terza Università di Bergamo ha redatto una statistica interna per analizzare l’evoluzione delle iscrizioni negli ultimi anni, per valutare la propria offerta formativa, nonché per conoscere le aspettative e il livello di soddisfazione dei propri utenti. A tal riguardo, dal 1994/1995 al 1998/1999 il numero degli iscritti è passato da 271 a 2.349 anziani, così come il monte ore didattico si è incrementato da 175 a 1.575. Nell’anno 1998/1999, ultimo dato a nostra disposizione, il numero delle corsiste donne rappresenta l’85,3% sul totale degli iscritti, l’età media dei partecipanti si attesta intorno ai 59 anni e il 45,5% ha più di 60 anni. Nello specifico gli anziani iscritti alla Terza Università di Bergamo hanno un titolo di studio piuttosto eterogeneo, anche se in prevalenza medio-alto: il 12,2% un diploma elementare, il 26,2% un diploma di scuola media inferiore, il 48,9% un diploma di scuola media superiore e il 12,7% un diploma di laurea. Anche per quanto concerne la professione svolta dagli anziani bergamaschi (il più delle volte sono oramai pensionati), si ha una stratificazione verso l’alto: il 37,8% impiegati, il 10,2% casalinghe, il 25,7% insegnanti, il 10,4% operai, il 2,3% sarte, il 3,5% infermiere, il 4,1% commercianti e il 5,9% altro.
Ma che cosa cercano gli anziani in queste strutture? E soprattutto, chi sono gli anziani che vi partecipano, che necessità hanno? Secondo l’indagine nazionale dell’Eurispes (1999), gli anziani che si iscrivono alle Università della Terza Età hanno principalmente necessità di tipo culturale (69,6%), ma anche socializzanti (21,5%). Secondo un’altra fonte statistica (AUPTEL 1994), in linea con i risultati Eurispes, gli anziani sembrerebbero aver necessità di conoscenza (63,2%), di socialità (18,3%) e di abilità strumentali (15,5%). Nello specifico, il 23% vuole informarsi, il 21,8% imparare cose nuove, il 18,4% migliorare le conoscenze, il 6,4% allenare la memoria, l’8,4% stare con gli altri, il 6,5% impiegare il tempo, il 2,5% uscire di casa, l’1,9% risolvere problemi e l’1% non stare da solo. Per quanto riguarda lo specifico della Terza Università di Bergamo, nell’anno 1998/1999, al termine del corso gli anziani hanno confermato i dati nazionali, in quanto il 62,34% ha dichiarato di sentirsi più ricca culturalmente, il 10% più aperta socialmente e il 18,13% più consapevole, dimostrando una buona coincidenza tra aspettative e risultati ottenuti.
Questi “titoli”, messi a disposizione dalla Regione Lombardia, consentono di acquisire l’Assistenza domiciliare integrata (A.D.I.), che può essere sia sanitaria (infermieristica, riabilitativa, medico-specialistica) sia sociale (sostegno e aiuto alla persona nelle pratiche della vita quotidiana). Nello specifico, per quanto riguarda l’assistenza domiciliare integrata, il dato a nostra disposizione è relativo al 2002. Complessivamente, in Lombardia sono stati trattati 53.610 casi, di cui la percentuale di anziani è pari al 76,7% (tab. 5.2).

Questo dato è piuttosto significativo perché mette in evidenza come, attualmente, l’assistenza domiciliare in Lombardia – che viene erogata a favore di disabili, anziani, portatori di handicap, ecc. - riguardi quasi esclusivamente la popolazione anziana, una situazione che si avvicina alla media nazionale.
2 Per le definizioni si rimanda al capitolo 12 paragrafo 12.3.

In Lombardia, dal 1996 al 1999, sono state aperte 96 sedi con 1814 posti. Ma il numero dei CDI è destinato ad aumentare nei prossimi anni ed è cresciuto in maniera consistente negli ultimi cinque. Basti pensare che i Centri diurni integrati accreditati in Lombardia, secondo l’ultimo aggiornamento regionale dell’agosto 2004, sono complessivamente 152 e prevedono 3.142 posti (tab. 5.3).


Per quanto concerne l’evoluzione dell’offerta RSA in Lombardia, negli ultimi cinque anni si è assistito a un significativo incremento sia del numero delle strutture (+ 90) sia dei posti letto (+ 8.625), mentre i posti riservati agli anziani malati di Alzheimer sono aumentati di poco (+ 65) e in relazione al numero totale dei posti la sua consistenza è addirittura diminuita (dal 2,8% al 2,5%) (tab. 5.6).
Nella tab. 5.7 si può osservare la distribuzione dell’offerta RSA nelle ASL della Lombardia, il numero complessivo dei posti letto e il numero dei posti destinati ai malati di Alzheimer.


Come suggerisce la Presidenza del Consiglio dei Ministri, le sfide da affrontare nei prossimi decenni riguardano soprattutto la capacità di adattamento sociale, economico e culturale alle modifiche strutturali che il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione comporta. Un adattamento che, oltre a richiedere sensibilità ed apertura alle problematiche emergenti, esige il superamento degli stereotipi che vedono l’anziano come un soggetto necessariamente debole, bisognoso di continua assistenza e inevitabilmente destinato ad assorbire risorse dalla società.
L’analisi delle caratteristiche dell’anzianità pone in evidenza un aspetto che forse ancora oggi si tiene poco in considerazione. E cioè che, al di là delle variabili oggettive che necessariamente influiscono sui diversi modi di essere anziani, “il percorso verso la vecchiaia è un percorso individuale” e che la storia di vita di ciascuno influenza notevolmente il modo con cui ogni individuo percepisce e vive il proprio stato di anzianità.
Come si è avuto modo di evidenziare, accanto ad anziani realmente in difficoltà, perché non autosufficienti, malati o soli, nella nostra Regione vivono molti individui che, pur avendo superato i 65 anni, conducono una vita attiva sia sul piano personale sia in riferimento alla società, che continuano a dare una dimensione progettuale alla propria vita e che non sentono in alcun modo di appartenere alla categoria di anziani.
In questo senso, diventa importante favorire lo sviluppo di un clima culturale capace di accreditare l’immagine dell’anziano non come “peso da sopportare”, bensì come “risorsa da reinvestire”; come soggetto di cui è doveroso valorizzare esperienze e potenzialità. Occorre, in altri termini, sensibilizzare ed educare alla vecchiaia sia gli anziani di oggi sia, e soprattutto, coloro che vivranno la condizione anziana nel corso dei prossimi decenni.
Da ciò scaturisce la necessità di politiche sociali che, oltre a supportare le famiglie con anziani non autosufficienti, sappiano promuovere e sostenere le opportunità relazionali degli anziani.
L’auspicio è dunque che i mutamenti demografici sopra descritti siano accompagnati da paralleli progressi nell’orizzonte culturale, che portino a riconoscere e a valorizzare le numerose sfaccettature che di fatto caratterizzano la condizione anziana. In questo modo l’invecchiamento potrà essere considerato anche un’esperienza positiva, una risorsa per le società.
Di qui l’esigenza, accanto ad una continua implementazione della Assistenza domiciliare integrata e delle politiche sociali a favore della famiglia, di ripensare e promuovere alcune iniziative in favore della popolazione anziana lombarda, come ad esempio:
- qualificare le strutture, assicurando la formazione professionale degli operatori;
- pensare iniziative che favoriscano la partecipazione sociale di queste persone, incentivando forme di volontariato;
- progettare percorsi di formazione permanente, che orientino le persone anziane a vivere e comprendere le trasformazioni societarie;
- organizzare attività culturali e ricreative per il tempo libero;
- promuovere una cultura della vita attiva dell’anziano.