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Autori

Vincenzo Cesareo

Professore ordinario
di Sociologia presso
la facoltà di Scienze
politiche, Università
Cattolica di Milano
e direttore del
dipartimento di
Sociologia nello stesso
Ateneo. Direttore
della rivista “Studi
di Sociologia”.
 

5 - anziani

Up one level
Capitolo 5 - Vincenzo Cesareo - Gestire e valorizzare una società che invecchia
5 - anziani 5.1 Un identikit dell’anziano lombardo
5.1 premessa
5.1 5.1.1 La condizione abitativa, il lavoro e l’istruzione
5.1 5.1.2 Stato di salute e livelli di autonomia
5 - anziani 5.2 Anziani attivi e anziani in condizioni di dipendenza
5.2 premessa
5.2 5.2.1 Il ruolo dei nonni lombardi
5.2 5.2.2 Associazionismo e volontariato
5.2 5.2.3 La formazione
5 - anziani 5.3 I bisogni della popolazione anziana: un’analisi a partire dall’offerta
5.3 premessa
5.3 5.3.1 Servizi di assistenza domiciliare (A.D.I.)
5.3 5.3.2 Centri diurni integrati (C.D.I.)
5.3 5.3.3 Centri residenziali (R.S.A.)
5 - anziani 5.4 Nodi critici e prospettive

Estratto



5.1 - Un identikit dell’anziano lombardo
premessa

L’Italia è ormai da diverso tempo classificata dalle analisi demografiche come uno dei Paesi a più elevato invecchiamento al mondo a causa dei progressivi incrementi della speranza di vita e dei livelli di fecondità tra i più bassi in assoluto. L’azione combinata di questi due processi ha avuto l’effetto di trasformare sensibilmente la struttura per età della popolazione italiana, determinando un forte incremento delle proporzioni di individui anziani e un calo della percentuale di giovani. Questi scenari assumono in Lombardia un risalto particolare (Vedi Blangiardo). Anche la nostra Regione, infatti, sta vivendo una fase ricca di cambiamenti sia in riferimento alle dinamiche demografiche sia in relazione ai comportamenti sociali. Circa un quinto della popolazione è costituita da ultrasessantenni e questa realtà, risultato di una tendenza in atto ormai da diversi anni, obbliga ad alcune considerazioni. La prima, evidente, è che la condizione anziana non è più qualcosa di marginale ed irrilevante sul piano sociale e che l’allungamento della vita media impedisce di considerare tale popolazione come una categoria omogenea. Pur consapevoli dell’eterogeneità della condizione anziana tout court, si ravvisa l’importanza di delineare una sorta di identikit dell’anziano lombardo, tenendo presenti sia alcune variabili strutturali, quali la condizione abitativa, il lavoro e l’istruzione sia lo stato di salute e i livelli di autonomia personali.



5.1.1 - La condizione abitativa, il lavoro e l’istruzione
Da una indagine diretta sulla popolazione anziana della Lombardia (IRER 2000), in cui sono stati intervistati 1.000 soggetti di età compresa tra i 65-74 anni e 2.000 soggetti di 75 e più anni, è possibile ricavare un profilo di anziano lombardo piuttosto dettagliato. La maggioranza degli individui indagati risulta infatti proprietaria della casa in cui abita (63%), mentre il 20% abita in affitto, il 6,7% è usufruttuario e il 10,9% abita in casa di parenti. Gli anziani lamentano soprattutto la presenza di barriere architettoniche (15%), la mancanza di ascensore (13%), la rumorosità della casa (13%), l’umidità o l’insufficiente riscaldamento dei locali (11%). Sebbene molti siano oramai in pensione e non svolgano più lavori di tipo retribuito, si rilevano percentuali piuttosto significative di coloro che continuano a lavorare: il 14% tra i 65-74enni, il 4,9% tra i 75-84enni, l’1,5% tra coloro che hanno 85 e più anni. Gli anziani residenti in Lombardia hanno svolto nella loro vita perlopiù attività occupazionali come operai e assimilati (38%) e come lavoratori autonomi (21%), mentre percentuali più basse si registrano nelle professioni elevate e molto redditizie (poco più del 5%). Tra le donne anziane intervistate molte sono le casalinghe (21%). Anche il livello di istruzione formalmente raggiunto dall’anziano lombardo è piuttosto appiattito verso il basso: il 68,4% ha un livello di scolarità che non oltrepassa la scuola elementare, di cui circa un terzo è privo della corrispondente “licenza”. Sebbene dal punto di vista economico e dell’istruzione la condizione degli anziani in Lombardia sia piuttosto rassicurante rispetto a ciò che emerge dal panorama nazionale, sono comunque presenti situazioni di seria criticità e problematicità. Nello specifico, per quanto concerne la copertura dei bisogni economici, solo il 45,5% degli anziani intervistati afferma di riuscire a fine mese a risparmiare qualcosa, mentre il 34,4% spende tutto quello che guadagna e il 20,1% fa fatica ad arrivare a fine mese. Molto spesso gli anziani che hanno maggiori difficoltà economiche vivono in affitto e sono a rischio di sfratto o sono soli. In Lombardia, solo il 29% degli anziani intervistati vive da solo, mentre il 48,7% vive con un’altra persona che, il più delle volte, è il proprio coniuge/partner (51,9%) o un figlio (27,3%).


5.1.2 - Stato di salute e livelli di autonomia
A livello nazionale, secondo i dati ISTAT 2000, gli anziani esprimono livelli diversi di soddisfazione con riferimento alla situazione economica, alla salute, alle relazioni familiari, alle relazioni con amici e al tempo libero. Essi sembrano infatti maggiormente soddisfatti per le relazioni familiari, per le relazioni amicali e per il tempo libero, mentre evidenziano qualche criticità proprio sul versante salute e situazione economica (ISTAT 2000). Di qui l’esigenza di entrare nello specifico della situazione lombarda, prendendo in esame lo stato di salute e i livelli di autonomia degli anziani che risiedono in Lombardia. Per indagare lo stato di salute della popolazione di questa Regione sono state individuate alcune dimensioni importanti: autonomia, presenza di malattie o altri fattori di instabilità clinica, percezione soggettiva dello stato di salute, tono dell’umore e stato cognitivo (IRER, 2000). Dai dati in nostro possesso, risulterebbe per molti anziani lombardi una condizione di salute globalmente intesa piuttosto buona, ovviamente rapportata alla loro età e alle “normali” patologie legate a questa fase della vita: essi hanno una buona mobilità, capacità di orientamento, una sufficiente autonomia sia economica sia di tempo libero, che li porterebbe ad impiegare e investire il tempo anche all’esterno della loro famiglia. Ciò non toglie che restino significative le percentuali degli anziani bisognosi di cure specialistiche e di un sostegno sia economico sia in termini di assistenza nello svolgimento delle attività di gestione della vita quotidiana. Molto spesso infatti molti anziani che, come abbiamo visto, vivono perlopiù con il proprio partner o da soli, quando sopraggiungono particolari patologie invalidanti si trovano improvvisamente costretti a far ricorso a strutture residenziali e alle famiglie dei figli, nelle quali trascorrono gli ultimi anni della loro vita. Per tentare di far fronte a queste situazioni di emergenza, sempre più ricorrenti sul territorio, in Lombardia sono state incentivate le politiche sociali a favore della famiglia, in quanto si è compreso che l’inserimento dell’anziano in un contesto di questo tipo gli garantisce una qualità di vita superiore, sia in termini di cure specialistiche sia di affetto e integrazione nel tessuto sociale più esteso. Come si vedrà nella parte relativa alle azioni di governo, accanto alle strutture residenziali (RSA), la stessa Regione Lombardia sta potenziando l’assistenza domiciliare, supportando anche economicamente e con l’erogazione di prestazioni professionali di tipo infermieristico i familiari delle persone anziane che si prendono carico dell’assistenza di un proprio caro. Tuttavia, prima di introdurre le tematiche dell’anziano fragile conviene riflettere sulla condizione anziana non solo come fase della vita intrisa di problematicità ma anche come risorsa per l’intera società. E per far ciò occorre cambiare prospettiva, ovvero ripensare l’invecchiamento nell’ottica dell’activity.




5.2 - Anziani attivi e anziani in condizioni di dipendenza
premessa

Come è noto, l’aumento della speranza di vita alle età più avanzate comporta profonde implicazioni per le questioni che riguardano “i modi e i tempi” di transizione verso la vecchiaia. In generale, si tratta di superare gli stereotipi che tendono a ricomprendere l’età anziana all’interno del più vasto mondo del disagio. Tali stereotipi sono caratterizzati dal limite di sottostimare le potenzialità e le opportunità di vita presenti in questa delicata fase dell’esistenza, in cui spesso si concretizzano relazioni ed attività significative, che - se attentamente considerate e valorizzate - contribuiscono nell’insieme a delineare un’immagine nuova e più concreta del mondo degli anziani. Occorre, al contrario, evidenziare tali potenzialità, senza trascurare una realistica e doverosa attenzione alle fasce più a rischio di questo variegato insieme della popolazione presente nelle società contemporanee. In altre parole, acquisire una piena consapevolezza delle problematiche legate all’invecchiamento non significa soffermarsi unicamente sugli aspetti di criticità. Per riuscire a conseguire una visione a 360 gradi è necessario superare schemi mentali eccessivamente rigidi e recuperare un’impostazione più autentica dell’esistenza e delle diverse fasi che la caratterizzano. Il ciclo di vita dell’individuo si è allungato. E questa non può che essere considerata una grande conquista. Allo stesso modo, l’invecchiamento di una larga fascia della popolazione può essere valutato come uno dei risultati più importanti dello sviluppo sociale, una risorsa per la ricchezza globale. Per queste fondamentali ragioni, anche in Lombardia l’invecchiamento della popolazione e la condizione di anzianità devono essere ripensati e interpretati in maniera più coerente, in linea cioè con i mutamenti che stanno avvenendo anche nella società lombarda. In questa direzione, il primo passo da compiere è quello di stimolare il dibattito sull’invecchiamento come esperienza positiva, evidenziando le possibilità di ridefinizione dell’identità e del ruolo dell’anziano nelle società contemporanee. Di fatto, si può affermare che, nella maggior parte delle nazioni industrializzate, la riflessione sulla condizione anziana si sta avviando, seppur con difficoltà, verso un superamento di stereotipi e semplificazioni. L’aspetto sul quale viene posta l’accento è la promozione dell’invecchiamento attivo. L’attenzione alla prospettiva dell’activity è ormai costantemente presente, in modo trasversale, in buona parte della letteratura gerontologa internazionale. E soprattutto, il tema dell’activity non viene più affrontato come un problema di cui precisare i confini, le prospettive e le potenzialità, ma come un criterio imprescindibile su cui riflettere e da valorizzare per interpretare adeguatamente tutti gli aspetti della condizione anziana. Con le dovute precisazioni: la condizione di activity dell’anziano non può e non deve essere assimilata alla vita attiva tout court. Non si tratta, in altri termini, di proporre modelli giovanilistici di vita ma di evidenziare, all’interno della condizione anziana, la capacità di gestire un ruolo attivo e socialmente rilevante, valorizzandolo come risorsa sul piano pratico, simbolico e umano, ma anche come fonte di saggezza e di memoria per le giovani generazioni e per la società intera. Si è accennato che non è più possibile parlare di anzianità in generale, perché la realtà anziana è assolutamente eterogenea e differenziata. Considerando ormai superata la distinzione che fa riferimento all’età biologica, si impone una profonda revisione della rappresentazione sociale dell’anzianità, che tenga conto delle numerose variabili che determinano le diverse modalità di essere anziani: fra queste, le caratteristiche relazionali, le condizioni economiche, la differenze di genere, le condizioni di salute, la presenza o meno di nipoti e la possibilità di prendersi cura di loro, la percezione di sé come adulto, anziano o vecchio, paiono essere le più rilevanti. E, accanto a queste, un ruolo di primo piano è svolto dalla “storia di vita” e più precisamente dal modo con cui ciascun individuo vive e percepisce il proprio stato di anzianità. Pertanto, il tentativo di leggere la condizione anziana attraverso la prospettiva dell’activity consente di comprendere, da un lato, come questa fase della vita può costituire una risorsa per l’intera società e, dall’altro, quali sono le risorse di cui l’anziano dispone e di cui necessita nella vita quotidiana.



5.2.1 - Il ruolo dei nonni lombardi
Per dirla in altri termini, la figura che si sta affermando è quella dell’anziano non solo “fruitore” di servizi ma anche e spesso “erogatore” di aiuti. Un esempio concreto è rappresentato dal sostegno che gli anziani forniscono alle famiglie dei propri figli, con forme e modalità diverse di scambio. In molti casi la presenza di anziani consente alle donne di proseguire la propria attività lavorativa, anche in presenza di bambini: i nonni hanno tempo disponibile, lo impegnano di buon grado per stare assieme ai nipoti e spesso i genitori favoriscono il rapporto, essendo impegnati per molte ore al giorno con il lavoro. I grafici riportati di seguito – tratti da una recente indagine svolta dalla Regione Lombardia1 - mettono in evidenza alcune tipologie di cura che i nonni lombardi esercitano nei confronti dei nipoti. Dalla fig. 5.1, si può osservare come i primi si prendano cura dei secondi soprattutto quando i genitori lavorano (53,6%), durante il tempo libero dei genitori (38,7%), in casi di emergenza (37,8%), durante le vacanze (16,2%), quando il nipote è malato (13,5%) e quando i genitori hanno impegni occasionali (9,9%).






Nella fig. 5.2, sono raffigurati i contributi economici che i nonni lombardi elargiscono ai propri nipoti. Risulta infatti da questa indagine che le somme di denaro messe a disposizione dai nonni vanno a coprire soprattutto le spese quotidiane (49,1%) e il tempo libero (26,1%) dei nipoti, ossia i nonni si affiancano alla famiglia dei loro figli nella gestione delle piccole spese, mentre a questi ultimi sono ancora demandate le voci di spesa più consistenti. Tuttavia, possiamo osservare come il 9,9% dei nonni contribuisca anche alle spese scolastiche e all’acquisto di strumentazione tecnologica (5,9%) e, addirittura, all’acquisto di una automobile (1,8%). Possiamo quindi concludere che i nonni lombardi hanno un ruolo attivo nel “tamponare” le emergenze, ossia utilizzano parte del loro tempo libero per la gestione della quotidianità dei loro nipoti. In questa ottica si ha un duplice vantaggio, ossia da un lato i nonni sono attivi e hanno la possibilità di sentirsi ancora utili ai loro figli, che oramai sono usciti definitivamente di casa attraverso la cura dei propri nipoti e, dall’altro, i figli e i nipoti ricevono un sostegno non solo economico, come abbiamo visto, ma anche organizzativo. Quella del nonno che si prende cura dei nipoti è uno dei riscontri empirici più rilevanti di vita attiva dell’anziano.


1 Regione Lombardia, Lorien Consultino, “Indagine sulla festa dei nonni”, Ottobre 2004.


5.2.2 - Associazionismo e volontariato
Possiamo individuare anche altri modi di essere attivi. Molti anziani, infatti, se in buone condizioni di salute e generalmente donne, svolgono un ruolo “operativo” nel prendersi cura di altri anziani non autosufficienti o soli. Nello specifico, la capacità di dare assistenza e offrire sollievo a chi ne ha bisogno resta il fulcro delle attività che le donne anziane svolgono su base volontaria. Come evidenziano gli autori dell’indagine Irp su: Immagini, aspettative e aspirazioni degli anziani italiani (2001), dopo i sessant’anni si assiste ad un riorientamento delle attività di cura svolte dalle donne, le quali, una volta varcata la soglia della terza età, rivolgono le loro offerte di aiuto verso chi è povero, solo, malato o straniero. Gli anziani, in generale, chiedono che la società li consideri ancora utili e danno la propria disponibilità ad impegnarsi nel tempo libero in iniziative di volontariato sociale.
Inoltre, come evidenzia la già citata indagine nazionale dell’IRP (2001), molto spesso agli anziani liberati dal lavoro si apre la possibilità di dare seguito a una diversa organizzazione della propria vita. In questo senso, la seconda età adulta - quella età intermedia in cui ancora si è forti, in buona salute, giovani nello spirito e anche nel corpo - può realmente configurarsi come l’età delle grandi libertà: i figli sono ormai usciti di casa, hanno una loro famiglia e una vita indipendente, il peso delle responsabilità è diminuito, si è più liberi dai doveri e si può dunque pensare a se stessi quasi totalmente. In particolare, esiste per il neo pensionato almeno la potenzialità di dedicarsi ad attività scelte anziché obbligate, valorizzando nuove e vecchie opportunità. Da qui segue la necessità di attivare delle iniziative per far conoscere e sensibilizzare gli anziani alle opportunità presenti sul territorio. Queste esperienze di volontariato, inoltre, rendono meno traumatico il passaggio dalla fase produttiva lavorativa a quella del pensionamento.
A livello nazionale, i pensionati “attivi”sono circa il 36%, di cui il 19% pratica sport, l’11% volontariato, il 6% frequenta corsi di vario genere. Come è piuttosto intuibile, anche a questa età la scelta delle attività dipende dal sesso e dal titolo di studio. Mentre le donne tendono a perpetuare un lavoro di cura attraverso il volontariato, gli uomini, invece, seguono prevalentemente interessi ed esigenze personali dedicandosi in larga parte ad attività sindacali (14%) e ad altre come il controllo dei giardini, la vigilanza davanti alle scuole, l’accompagnatore nei musei e l’addetto alla protezione civile in caso di calamità (rispettivamente il 3%, 3%, 2%, 4%).
Come già accennato sopra, accanto alle attività “socialmente utili”, gli anziani hanno riscoperto in questi ultimi anni la necessità e il desiderio di continuare a studiare, sfruttando le occasioni culturali promosse dal contesto locale in cui risiedono e, in alcuni casi, partecipando attivamente alla produzione di cultura. Da una recente ricerca commissionata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano al Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano (2004b), sono state censite nel 2003 a livello provinciale numerose associazioni culturali, gestite proprio dagli anziani, come ad esempio l’Associazione Artisti del Quartiere Garibaldi e l’Antica Credenza di Sant’Ambrogio, entrambe con sede a Milano ma attive sul territorio lombardo. Alcune associazioni si muovono proprio con lo spirito di promuovere le tradizioni locali: tutela e salvaguardia delle forme dialettali, divulgazione di scrittori e poeti locali poco conosciuti, mostre fotografiche e di arte prodotte dagli stessi anziani che aderiscono alle associazioni. Occorre sottolineare, tuttavia, come tutte le associazioni intervistate presenti sul territorio milanese lamentino, da un lato, la bassa partecipazione alle loro iniziative culturali da parte delle giovani generazioni e, dall’altro, le scarse disponibilità economiche di cui dispongono, a causa anche dei significativi tagli dei fondi da parte della stessa Regione. Quella dell’associazionismo culturale, pertanto, può essere pensata come una forma di invecchiamento attivo da promuovere prioritariamente, perché, non solo consente di impegnare il tempo degli anziani, ma anche contribuisce in maniera significativa alla tutela della memoria storica della nostra Regione.


5.2.3 - La formazione

Oltre ad essere promotori di cultura, gli anziani lombardi sono desiderosi di nuove conoscenze. Questa affermazione è supportata dalla frequenza di questi ultimi ai corsi organizzati dalle Università della Terza età presenti sul territorio regionale e nazionale. Secondo una rilevazione dell’Eurispes del 1999, le Università della Terza Età presenti nel mondo sarebbero 3.000 mentre quelle in Italia circa 300. Per quanto concerne la loro natura giuridica, queste ultime si costituiscono soprattutto come associazione culturale (86%), solo un 2,7% come Fondazione e un 1,8% come Cooperativa (AUSER, AUPTEL 1994).



Come si può osservare dalla tab. 5.1, secondo un recente censimento, le Università della Terza Età in Lombardia sono 18 e per ciascuna di essa è stato predisposto un sito web, attraverso il quale gli stessi anziani possono accedere telematicamente e consultare l’offerta formativa erogata. Ancora una volta, questo dato dovrebbe far riflettere sulla tipologia dei nuovi anziani, molti dei quali hanno svolto, soprattutto negli ultimi anni, attività professionali in cui sono stati socializzati, seppure in maniera “rudimentale”, all’uso del PC e di Internet. Accanto quindi all’immagine del pensionato che trascorre larga parte della giornata in casa seduto in poltrona davanti alla TV o a leggere il giornale, possiamo affiancare la nuova immagine del pensionato che è capace di collegarsi ad internet, utilizzando da casa le apparecchiature informatiche, che gli consentono di connettersi virtualmente con il territorio locale e globale e di tenersi aggiornato sulle attività culturali, sugli eventi e su tutte le questioni che più lo interessano. Ancora una volta sono i nipoti che spesso fanno da tramite, che fungono da facilitatori e mediatori tra i loro nonni e le nuove tecnologie informatiche.
Restando nella specificità lombarda, è interessante puntualizzare come siano presenti alcune Università della Terza Età molto attive sul territorio: nello specifico possiamo menzionare la UNITRE-Milano e la Terza Università di Bergamo. Dai siti web di queste università è possibile reperire informazioni sia sui costi associativi (circa 15 euro annui) e l’iscrizione ai corsi (dai 18 ai 25 euro a modulo), la cui frequenza dà diritto ad un attestato di partecipazione ma non prevede necessariamente, stando ai nostri dati, il superamento di esami. Proprio la Terza Università di Bergamo ha redatto una statistica interna per analizzare l’evoluzione delle iscrizioni negli ultimi anni, per valutare la propria offerta formativa, nonché per conoscere le aspettative e il livello di soddisfazione dei propri utenti. A tal riguardo, dal 1994/1995 al 1998/1999 il numero degli iscritti è passato da 271 a 2.349 anziani, così come il monte ore didattico si è incrementato da 175 a 1.575. Nell’anno 1998/1999, ultimo dato a nostra disposizione, il numero delle corsiste donne rappresenta l’85,3% sul totale degli iscritti, l’età media dei partecipanti si attesta intorno ai 59 anni e il 45,5% ha più di 60 anni. Nello specifico gli anziani iscritti alla Terza Università di Bergamo hanno un titolo di studio piuttosto eterogeneo, anche se in prevalenza medio-alto: il 12,2% un diploma elementare, il 26,2% un diploma di scuola media inferiore, il 48,9% un diploma di scuola media superiore e il 12,7% un diploma di laurea. Anche per quanto concerne la professione svolta dagli anziani bergamaschi (il più delle volte sono oramai pensionati), si ha una stratificazione verso l’alto: il 37,8% impiegati, il 10,2% casalinghe, il 25,7% insegnanti, il 10,4% operai, il 2,3% sarte, il 3,5% infermiere, il 4,1% commercianti e il 5,9% altro.
Ma che cosa cercano gli anziani in queste strutture? E soprattutto, chi sono gli anziani che vi partecipano, che necessità hanno? Secondo l’indagine nazionale dell’Eurispes (1999), gli anziani che si iscrivono alle Università della Terza Età hanno principalmente necessità di tipo culturale (69,6%), ma anche socializzanti (21,5%). Secondo un’altra fonte statistica (AUPTEL 1994), in linea con i risultati Eurispes, gli anziani sembrerebbero aver necessità di conoscenza (63,2%), di socialità (18,3%) e di abilità strumentali (15,5%). Nello specifico, il 23% vuole informarsi, il 21,8% imparare cose nuove, il 18,4% migliorare le conoscenze, il 6,4% allenare la memoria, l’8,4% stare con gli altri, il 6,5% impiegare il tempo, il 2,5% uscire di casa, l’1,9% risolvere problemi e l’1% non stare da solo. Per quanto riguarda lo specifico della Terza Università di Bergamo, nell’anno 1998/1999, al termine del corso gli anziani hanno confermato i dati nazionali, in quanto il 62,34% ha dichiarato di sentirsi più ricca culturalmente, il 10% più aperta socialmente e il 18,13% più consapevole, dimostrando una buona coincidenza tra aspettative e risultati ottenuti.





5.3 - I bisogni della popolazione anziana: un’analisi a partire dall’offerta
premessa
Se passiamo dal panorama dell’anziano attivo a quello del soggetto bisognoso di attenzioni e di assistenza, si può innanzitutto rilevare che il modello socio-sanitario attivato nella Regione Lombardia propone un sistema di welfare in cui il ruolo della famiglia diviene centrale, soggetto attivo nei confronti degli anziani, secondo una prospettiva che auspica una fattiva e realistica integrazione dell’anziano all’interno del nucleo familiare. In questa operazione la famiglia viene sostenuta da strutture che non si sostituiscono ad essa ma, al contrario, la tutelano mediante l’erogazione di servizi. Negli ultimi 10 anni la Regione Lombardia, accanto al potenziamento delle strutture residenziali (RSA) destinate alla popolazione anziana gravemente non autosufficiente - come nel caso di alcune patologie che non consentono una presa in carico del malato da parte dei familiari ma che non necessitano di una permanenza nelle strutture ospedaliere - ha potenziato altre formule di assistenza integrata, in cui la famiglia diviene parte attiva. Le strategie della politica assistenziale a sostegno della famiglia prevedono sia l’implementazione di Servizi di assistenza domiciliare (A.D.I.), attraverso le formule dei Buoni sociali, dei Voucher sociali e dei Voucher socio-sanitari, sia l’erogazione di servizi da parte dei Centri diurni integrati (CDI). Inoltre, occorre sottolineare l’importanza di alcune iniziative intraprese nel corso del 2004 come, ad esempio, l’attivazione di un servizio di sostegno e soccorso agli anziani soli: un’iniziativa che è stata sperimentata a Milano e sarà estesa nel corso del 2005 a tutta la Regione. Quindi a seguito, verrà presentato un breve monitoraggio dei servizi alla persona anziana erogati in Lombardia, tentando di verificare l’entità dell’offerta e come essa si è trasformata nel corso di questi ultimi anni.


5.3.1 - Servizi di assistenza domiciliare (A.D.I.)
L’assistenza domiciliare è la forma di politica assistenziale e sociale maggiormente caldeggiata dalla Regione Lombardia, proprio nell’ottica di consentire agli anziani non autosufficienti, qualora lo stato di salute lo consenta, di rimanere nella propria famiglia e nella propria casa. A tal fine sono previste tre diverse formule di sostegno, di tipo sociale e sanitario2.

Questi “titoli”, messi a disposizione dalla Regione Lombardia, consentono di acquisire l’Assistenza domiciliare integrata (A.D.I.), che può essere sia sanitaria (infermieristica, riabilitativa, medico-specialistica) sia sociale (sostegno e aiuto alla persona nelle pratiche della vita quotidiana). Nello specifico, per quanto riguarda l’assistenza domiciliare integrata, il dato a nostra disposizione è relativo al 2002. Complessivamente, in Lombardia sono stati trattati 53.610 casi, di cui la percentuale di anziani è pari al 76,7% (tab. 5.2).




Questo dato è piuttosto significativo perché mette in evidenza come, attualmente, l’assistenza domiciliare in Lombardia – che viene erogata a favore di disabili, anziani, portatori di handicap, ecc. - riguardi quasi esclusivamente la popolazione anziana, una situazione che si avvicina alla media nazionale.

2 Per le definizioni si rimanda al capitolo 12 paragrafo 12.3.


5.3.2 - Centri diurni integrati (C.D.I.)
I centri diurni integrati sono strutture destinate agli anziani, luoghi in cui si esplicano attività di socializzazione, di intrattenimento, di assistenza sanitaria, che spesso affiancano e sostengono la famiglia della persona anziana durante la giornata, una persona che spesso non è autosufficiente ma non ha particolari patologie, che facciano decidere per l’inserimento permanente in una struttura residenziale (RSA). I CDI sono stati pensati nell’ottica del sostegno alla domiciliarità, come vere opportunità di socializzazione per gli anziani, ma anche come “sgravo”, per alcune ore della giornata, per i familiari che li hanno in cura a casa.




In Lombardia, dal 1996 al 1999, sono state aperte 96 sedi con 1814 posti. Ma il numero dei CDI è destinato ad aumentare nei prossimi anni ed è cresciuto in maniera consistente negli ultimi cinque. Basti pensare che i Centri diurni integrati accreditati in Lombardia, secondo l’ultimo aggiornamento regionale dell’agosto 2004, sono complessivamente 152 e prevedono 3.142 posti (tab. 5.3).


5.3.3 - Centri residenziali (R.S.A.)
Le Residenze sanitario-assistenziali (RSA), che un tempo venivano chiamate Case di riposo, sono strutture che accolgono persone anziane parzialmente o totalmente non autosufficienti e malati di Alzheimer, qualora la struttura sia predisposta per tale patologia.



Per quanto concerne l’evoluzione dell’offerta RSA in Lombardia, negli ultimi cinque anni si è assistito a un significativo incremento sia del numero delle strutture (+ 90) sia dei posti letto (+ 8.625), mentre i posti riservati agli anziani malati di Alzheimer sono aumentati di poco (+ 65) e in relazione al numero totale dei posti la sua consistenza è addirittura diminuita (dal 2,8% al 2,5%) (tab. 5.6).
Nella tab. 5.7 si può osservare la distribuzione dell’offerta RSA nelle ASL della Lombardia, il numero complessivo dei posti letto e il numero dei posti destinati ai malati di Alzheimer.







5.4 - Nodi critici e prospettive
In estrema sintesi, lo scenario demografico del prossimo futuro vede un aumento consistente di individui anziani e vecchi. E questo rappresenta un impegno non di poco conto per la società.
Come suggerisce la Presidenza del Consiglio dei Ministri, le sfide da affrontare nei prossimi decenni riguardano soprattutto la capacità di adattamento sociale, economico e culturale alle modifiche strutturali che il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione comporta. Un adattamento che, oltre a richiedere sensibilità ed apertura alle problematiche emergenti, esige il superamento degli stereotipi che vedono l’anziano come un soggetto necessariamente debole, bisognoso di continua assistenza e inevitabilmente destinato ad assorbire risorse dalla società.
L’analisi delle caratteristiche dell’anzianità pone in evidenza un aspetto che forse ancora oggi si tiene poco in considerazione. E cioè che, al di là delle variabili oggettive che necessariamente influiscono sui diversi modi di essere anziani, “il percorso verso la vecchiaia è un percorso individuale” e che la storia di vita di ciascuno influenza notevolmente il modo con cui ogni individuo percepisce e vive il proprio stato di anzianità.
Come si è avuto modo di evidenziare, accanto ad anziani realmente in difficoltà, perché non autosufficienti, malati o soli, nella nostra Regione vivono molti individui che, pur avendo superato i 65 anni, conducono una vita attiva sia sul piano personale sia in riferimento alla società, che continuano a dare una dimensione progettuale alla propria vita e che non sentono in alcun modo di appartenere alla categoria di anziani.
In questo senso, diventa importante favorire lo sviluppo di un clima culturale capace di accreditare l’immagine dell’anziano non come “peso da sopportare”, bensì come “risorsa da reinvestire”; come soggetto di cui è doveroso valorizzare esperienze e potenzialità. Occorre, in altri termini, sensibilizzare ed educare alla vecchiaia sia gli anziani di oggi sia, e soprattutto, coloro che vivranno la condizione anziana nel corso dei prossimi decenni.
Da ciò scaturisce la necessità di politiche sociali che, oltre a supportare le famiglie con anziani non autosufficienti, sappiano promuovere e sostenere le opportunità relazionali degli anziani.
L’auspicio è dunque che i mutamenti demografici sopra descritti siano accompagnati da paralleli progressi nell’orizzonte culturale, che portino a riconoscere e a valorizzare le numerose sfaccettature che di fatto caratterizzano la condizione anziana. In questo modo l’invecchiamento potrà essere considerato anche un’esperienza positiva, una risorsa per le società.
Di qui l’esigenza, accanto ad una continua implementazione della Assistenza domiciliare integrata e delle politiche sociali a favore della famiglia, di ripensare e promuovere alcune iniziative in favore della popolazione anziana lombarda, come ad esempio:
  • qualificare le strutture, assicurando la formazione professionale degli operatori;
  • pensare iniziative che favoriscano la partecipazione sociale di queste persone, incentivando forme di volontariato;
  • progettare percorsi di formazione permanente, che orientino le persone anziane a vivere e comprendere le trasformazioni societarie;
  • organizzare attività culturali e ricreative per il tempo libero;
  • promuovere una cultura della vita attiva dell’anziano.




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