6 - immigrati
Up one levelCapitolo 6 - Patrizia Farina - Da forza lavoro a “popolazione”: percorsi e progetti degli immigrati in Lombardia
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6.1 Gli stranieri in Lombardia: numerosità, provenienze e destinazioni
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6.2 I caratteri del cambiamento: femminilizzazione e stabilità
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6.3 Presenza regolare e condizioni economiche
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6.4 Famiglie e reti
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6.5 Prospettive future
Estratto
6.1 - Gli stranieri in Lombardia: numerosità, provenienze e destinazioni
La crescita della popolazione di origine straniera è senza dubbio uno
dei fenomeni più dinamici e significativi occorsi negli ultimi anni in
Lombardia: in due decenni i permessi di soggiorno sono quintuplicati
sfiorando le 350 mila unità all’inizio del 2003, un quinto circa delle
presenze nazionali. Nello stesso periodo la capacità attrattiva del
capoluogo regionale si è attenuata a favore di destinazioni più
“periferiche”, favorite anche dallo sviluppo delle reti etniche1.

La dinamica evolutiva dei permessi di soggiorno consente confronti fra la realtà lombarda e quella degli altri contesti regionali o nazionale anche prolungati nel tempo, ma per sua natura questa fonte informativa non è in grado di cogliere la dimensione irregolare del fenomeno né i caratteri qualitativi dell’eterogeneo universo straniero, strategici invece per la definizione di politiche di intervento e di integrazione. Allo scopo di superare queste lacune, la Regione Lombardia ha istituito nel 2001 l’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità che, fra le molteplici attività, realizza annualmente anche un’indagine campionaria2 con il duplice obiettivo di fornire una stima degli stranieri presenti, indipendentemente dalla regolarità giuridica, e definirne i principali caratteri qualitativi.
Per quanto riguarda la dimensione quantitativa l’indagine rileva al 2003 una presenza assai più consistente di quella conteggiata considerando i permessi di soggiorno. La stima, infatti, “conta” un collettivo fra le 548 e 567 mila unità, cioè circa 200 mila persone in più rispetto alla fonte ministeriale. Tale divario è certamente dovuto all’inclusione degli irregolari - clandestini e overstayers - ma anche allo scarto temporale fra la rilevazione e la trasformazione in permesso di soggiorno delle regolarizzazioni successive all’approvazione della legge Bossi - Fini3. Inoltre, mentre i permessi segnalano nel biennio 2001-20034 una crescita del 12% circa, l’indagine la innalza al 30-35% con una graduatoria delle provenienze che vede nel collettivo est europeo il gruppo attualmente più numeroso e diffuso sul territorio (140-150 mila presenze), seguito da quello asiatico (130-134 mila), nord africano (128-132 mila), latino americano (81-84 mila) e africano non mediterraneo (61-64 mila).
La distribuzione provinciale di questi collettivi mostra una tendenziale etnicizzazione del territorio, invero sovrapposta a quella del mercato del lavoro. Nel polo milanese dominano le comunità “metropolitane” asiatiche e latino americane. Fra le prime si segnalano particolarmente i cinesi (60% dediti alla ristorazione e al commercio) e i filippini (64% nei servizi domestici), fra le seconde le donne peruviane, salvadoregne e dominicane impegnate soprattutto nei servizi domestici e di baby sitting (mai inferiori al 30% degli occupati di queste nazionalità). Gli asiatici provenienti dal sub-continente indiano invece sono particolarmente presenti nelle province di Mantova, Lodi, Cremona perché occupati nel settore agro alimentare e nell’agricoltura in senso stretto, mentre nelle province di Bergamo, Brescia, Lecco si concentra buona parte degli stranieri proveniente dall’Africa non mediterranea, più frequentemente operai dell’industria meccanica e siderurgica.
1 Nel 1980 l’80% dei presenti in Lombardia si concentrava a Milano. Oggi tale proporzione scesa al 50%.
2 L’Osservatorio è istituito presso la Direzione Famiglia e solidarietà sociale ed è realizzato in collaborazione con la Fondazione ISMU. L’indagine riguarda l’intero territorio regionale ed è rappresentativa al livello provinciale. A meno di notazione contraria d’ora in poi si farà riferimento ai risultati delle indagini condotte fra il 2001 e il 2003. Per i dettagli sulla metodologia utilizzata vedi Blangiardo, 1996.
3 L’indagine è al 1.7.2003, le regolarizzazioni già presentate a quella data sono conteggiate nei permessi solo alla fine dell’anno solare 2003 e appaiono quindi al primo gennaio 2004, dato non ancora disponibile.
4 Blangiardo, 2001.

La dinamica evolutiva dei permessi di soggiorno consente confronti fra la realtà lombarda e quella degli altri contesti regionali o nazionale anche prolungati nel tempo, ma per sua natura questa fonte informativa non è in grado di cogliere la dimensione irregolare del fenomeno né i caratteri qualitativi dell’eterogeneo universo straniero, strategici invece per la definizione di politiche di intervento e di integrazione. Allo scopo di superare queste lacune, la Regione Lombardia ha istituito nel 2001 l’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità che, fra le molteplici attività, realizza annualmente anche un’indagine campionaria2 con il duplice obiettivo di fornire una stima degli stranieri presenti, indipendentemente dalla regolarità giuridica, e definirne i principali caratteri qualitativi.
Per quanto riguarda la dimensione quantitativa l’indagine rileva al 2003 una presenza assai più consistente di quella conteggiata considerando i permessi di soggiorno. La stima, infatti, “conta” un collettivo fra le 548 e 567 mila unità, cioè circa 200 mila persone in più rispetto alla fonte ministeriale. Tale divario è certamente dovuto all’inclusione degli irregolari - clandestini e overstayers - ma anche allo scarto temporale fra la rilevazione e la trasformazione in permesso di soggiorno delle regolarizzazioni successive all’approvazione della legge Bossi - Fini3. Inoltre, mentre i permessi segnalano nel biennio 2001-20034 una crescita del 12% circa, l’indagine la innalza al 30-35% con una graduatoria delle provenienze che vede nel collettivo est europeo il gruppo attualmente più numeroso e diffuso sul territorio (140-150 mila presenze), seguito da quello asiatico (130-134 mila), nord africano (128-132 mila), latino americano (81-84 mila) e africano non mediterraneo (61-64 mila).
La distribuzione provinciale di questi collettivi mostra una tendenziale etnicizzazione del territorio, invero sovrapposta a quella del mercato del lavoro. Nel polo milanese dominano le comunità “metropolitane” asiatiche e latino americane. Fra le prime si segnalano particolarmente i cinesi (60% dediti alla ristorazione e al commercio) e i filippini (64% nei servizi domestici), fra le seconde le donne peruviane, salvadoregne e dominicane impegnate soprattutto nei servizi domestici e di baby sitting (mai inferiori al 30% degli occupati di queste nazionalità). Gli asiatici provenienti dal sub-continente indiano invece sono particolarmente presenti nelle province di Mantova, Lodi, Cremona perché occupati nel settore agro alimentare e nell’agricoltura in senso stretto, mentre nelle province di Bergamo, Brescia, Lecco si concentra buona parte degli stranieri proveniente dall’Africa non mediterranea, più frequentemente operai dell’industria meccanica e siderurgica.
1 Nel 1980 l’80% dei presenti in Lombardia si concentrava a Milano. Oggi tale proporzione scesa al 50%.
2 L’Osservatorio è istituito presso la Direzione Famiglia e solidarietà sociale ed è realizzato in collaborazione con la Fondazione ISMU. L’indagine riguarda l’intero territorio regionale ed è rappresentativa al livello provinciale. A meno di notazione contraria d’ora in poi si farà riferimento ai risultati delle indagini condotte fra il 2001 e il 2003. Per i dettagli sulla metodologia utilizzata vedi Blangiardo, 1996.
3 L’indagine è al 1.7.2003, le regolarizzazioni già presentate a quella data sono conteggiate nei permessi solo alla fine dell’anno solare 2003 e appaiono quindi al primo gennaio 2004, dato non ancora disponibile.
4 Blangiardo, 2001.
6.2 - I caratteri del cambiamento: femminilizzazione e stabilità
Il ragguardevole incremento della popolazione straniera in Lombardia è
avvenuto in concomitanza con due caratteri qualitativi che ne hanno
cambiato in parte la fisionomia. Il primo attiene alla dimensione delle
intenzioni migratorie che si concretizzano nell’insediamento stabile
sul territorio lombardo. Questo fenomeno è ben espresso dalle
iscrizioni anagrafiche5 cresciute da 125 mila a 343 mila
unità fra il 1992 e il 2002, dall’aumento dell’anzianità media di
permanenza, dal popolamento degli edifici scolastici di bambini nati da
immigrati e dalle testimonianze degli interessati che, interrogati su
progetti di trasferimento altrove, nel 2002 hanno dato risposta
negativa nel 75% dei casi6.
Il secondo carattere, in parte connesso al primo, è costituito dalla femminilizzazione dei flussi e dunque dal riequilibrio di genere nella presenza. Il processo è stato intenso particolarmente nel corso degli anni Novanta. All’inizio del periodo, infatti, si contavano circa 200 uomini ogni cento donne; alla fine dello scorso anno tale rapporto è sceso a 118. La riduzione di questo rapporto è dovuta all’incremento dei flussi migratori femminili motivati dal ricongiungimento familiare o dal lavoro con il primo motivo prevalente, ma incalzato dal secondo grazie soprattutto al rafforzamento delle presenze est europee e Latino americane. Pur non disponendo ancora dei dati più recenti di fonte ministeriale o ISTAT, è verosimile ritenere che sia stato raggiunto un sostanziale equilibrio fra i motivi femminili della presenza, dopo la sanatoria che ha fatto emergere proprio la componente di origine est europea e latino americana, più presente per motivi di lavoro. In ogni caso e qualsiasi sia la natura delle intenzioni migratorie delle donne – condivisione passiva di progetti decisi soprattutto da altri o assunzione di responsabilità nel perseguimento dei propri fini dall’altro - la loro presenza è il risultato e insieme un elemento essenziale della composizione o ricomposizione del nucleo familiare in emigrazione.

Crescita, stabilizzazione e riequilibrio di genere sono dunque gli elementi del processo insediativo degli stranieri in Lombardia transitati in questi anni da gruppo indistinto a popolazione in senso stretto, capace da un lato di soddisfare progetti e aspettative e dall’altro di cogliere le opportunità per realizzarli soprattutto rendendosi indispensabili al sistema economico direttamente - nella partecipazione alla produzione in senso stretto - e indirettamente - liberando risorse altrimenti destinate a compiti di cura e di servizio alla famiglia.
Il processo insediativo segue percorsi originali e diversamente accidentati, ma le indagini dell’Osservatorio consentono di rintracciare alcune tappe di transizione comuni di un percorso che inizia con l’ottenimento dello status di regolare. Non diversamente dal resto d’Italia si conferma anche in Lombardia il carattere endemico7 dell’irregolarità nell’ingresso: solo uno straniero ogni tre presente oggi in regione non ha usufruito di almeno una sanatoria, cioè non è transitato per periodi più o meno prolungati nella condizione irregolare. Quest’ultima è determinata in parte da fattori che esulano dal contesto territoriale, ma il perdurare in condizione giuridiche precarie dipende anche da caratteristiche locali dell’immigrazione fra cui soprattutto l’efficienza della rete etnica e le opportunità di lavoro per clandestini o overstayers che sommano così alla presenza irregolare sotto il profilo giuridico anche quella determinata dal lavoro in nero. Di certo l’uscita da questa condizione modifica la qualità dell’insediamento avendo effetto sulle condizioni di lavoro e sul reddito e quindi sulle possibilità di costituire o ricostituire il nucleo, di intraprendere in definitiva percorsi di integrazione.

5 Il dato viene considerato indicatore di stabilità perché l’iscrizione anagrafica è una procedura facoltativa, ma certamente conveniente in caso di permanenza prolungata. L’incremento quadruplicherebbe se si considerasse il 2003, un anno condizionato dall’applicazione della legge Bossi-Fini che fra l’altro richiedeva anche una posizione anagrafica.
6 Si tratta di un quesito formulato nell’indagine svolta in quell’anno. (Blangiardo, 2003)
7 Sciortino in Blangiardo 2003, p. 117
Il secondo carattere, in parte connesso al primo, è costituito dalla femminilizzazione dei flussi e dunque dal riequilibrio di genere nella presenza. Il processo è stato intenso particolarmente nel corso degli anni Novanta. All’inizio del periodo, infatti, si contavano circa 200 uomini ogni cento donne; alla fine dello scorso anno tale rapporto è sceso a 118. La riduzione di questo rapporto è dovuta all’incremento dei flussi migratori femminili motivati dal ricongiungimento familiare o dal lavoro con il primo motivo prevalente, ma incalzato dal secondo grazie soprattutto al rafforzamento delle presenze est europee e Latino americane. Pur non disponendo ancora dei dati più recenti di fonte ministeriale o ISTAT, è verosimile ritenere che sia stato raggiunto un sostanziale equilibrio fra i motivi femminili della presenza, dopo la sanatoria che ha fatto emergere proprio la componente di origine est europea e latino americana, più presente per motivi di lavoro. In ogni caso e qualsiasi sia la natura delle intenzioni migratorie delle donne – condivisione passiva di progetti decisi soprattutto da altri o assunzione di responsabilità nel perseguimento dei propri fini dall’altro - la loro presenza è il risultato e insieme un elemento essenziale della composizione o ricomposizione del nucleo familiare in emigrazione.

Crescita, stabilizzazione e riequilibrio di genere sono dunque gli elementi del processo insediativo degli stranieri in Lombardia transitati in questi anni da gruppo indistinto a popolazione in senso stretto, capace da un lato di soddisfare progetti e aspettative e dall’altro di cogliere le opportunità per realizzarli soprattutto rendendosi indispensabili al sistema economico direttamente - nella partecipazione alla produzione in senso stretto - e indirettamente - liberando risorse altrimenti destinate a compiti di cura e di servizio alla famiglia.
Il processo insediativo segue percorsi originali e diversamente accidentati, ma le indagini dell’Osservatorio consentono di rintracciare alcune tappe di transizione comuni di un percorso che inizia con l’ottenimento dello status di regolare. Non diversamente dal resto d’Italia si conferma anche in Lombardia il carattere endemico7 dell’irregolarità nell’ingresso: solo uno straniero ogni tre presente oggi in regione non ha usufruito di almeno una sanatoria, cioè non è transitato per periodi più o meno prolungati nella condizione irregolare. Quest’ultima è determinata in parte da fattori che esulano dal contesto territoriale, ma il perdurare in condizione giuridiche precarie dipende anche da caratteristiche locali dell’immigrazione fra cui soprattutto l’efficienza della rete etnica e le opportunità di lavoro per clandestini o overstayers che sommano così alla presenza irregolare sotto il profilo giuridico anche quella determinata dal lavoro in nero. Di certo l’uscita da questa condizione modifica la qualità dell’insediamento avendo effetto sulle condizioni di lavoro e sul reddito e quindi sulle possibilità di costituire o ricostituire il nucleo, di intraprendere in definitiva percorsi di integrazione.

5 Il dato viene considerato indicatore di stabilità perché l’iscrizione anagrafica è una procedura facoltativa, ma certamente conveniente in caso di permanenza prolungata. L’incremento quadruplicherebbe se si considerasse il 2003, un anno condizionato dall’applicazione della legge Bossi-Fini che fra l’altro richiedeva anche una posizione anagrafica.
6 Si tratta di un quesito formulato nell’indagine svolta in quell’anno. (Blangiardo, 2003)
7 Sciortino in Blangiardo 2003, p. 117
6.3 - Presenza regolare e condizioni economiche
Le indagini condotte in questi anni nell’ambito dell’Osservatorio
Regionale concordano sul fatto che l’inserimento lavorativo degli
stranieri non è particolarmente arduo e infatti la disoccupazione è
relativamente bassa (13% nel 2003), anche se di molto superiore al
valore lombardo soprattutto a Milano (19%) e nella sua provincia (15%),
meno nelle province più esterne (5-6%) o tradizionalmente industriali
come quelle di Brescia, Bergamo e Lecco (poco meno del 10%). La
relativa facilità di accesso al lavoro è determinata dalla
disponibilità degli stranieri a svolgere qualsiasi tipo di occupazione
e dai vantaggi che trae il sistema socio-economico lombardo da questa
disponibilità. In altri termini, «la condizione migratoria in Lombardia
si assesta attorno ad un equilibrio fondato sostanzialmente sullo
scambio reciprocamente conveniente tra attese, disponibilità e
adattabilità degli immigrati da una parte, e domanda di lavoro e
fabbisogni professionali del nostro sistema economico e sociale
dall’altra»8.
Dal punto di vista dei lavoratori il vantaggio prefigurato da questo equilibrio si concretizza seguendo le tappe di un percorso condizionato dallo status giuridico fin dalle opportunità di accesso al lavoro. Negli anni 2001-2003, infatti, quasi la metà9 degli stranieri disoccupati è priva di permesso di soggiorno mentre è ad un livello «fisiologico» quello di chi ha la carta di soggiorno (5%).
Fra gli occupati l’irregolarità giuridica si riflette non solo nell’ovvia impossibilità di svolgere un lavoro regolare, ma anche nel tipo di occupazione. Guardando alla graduatoria dei mestieri per irregolarità questa caratteristica appare chiara: domestici, baby sitter, addetti alle pulizie e operai edili mostrano in genere i valori più altri di irregolarità (40-43 irregolari ogni 100 regolari) mentre in coda alla graduatoria vi sono, oltre a poche professioni qualificate, gli operai generici e specializzati. Questa dinamica si riflette peraltro sul territorio dove si verificano concentrazioni di irregolarità superiori alla media regionale soprattutto a Milano e Sondrio, dove il lavoro terziario non qualificato è preponderante (25 irregolari ogni cento regolari)10.
Due altre caratteristiche definiscono la dimensione lavorativa: l’etnicizzazione in alcuni settori economici e la scarsa professionalità richiesta. La prima si concretizza nella concentrazione di alcune comunità in particolari segmenti del mercato del lavoro: nord africani ed est europei prevalenti fra gli edili; africani non mediterranei nelle industrie meccaniche; asiatici nel commercio e nell’agricoltura o nel settore agro industriale. La concentrazione si è senza dubbio accentuata nel corso dell’ultimo decennio soprattutto per l’efficienza delle reti con amici, parenti o conoscenti attori del collocamento al lavoro e promotori di relazioni soddisfacenti fra datori italiani e nuovi lavoratori stranieri in un certo senso “addestrati” a comprendere le esigenze dei primi, siano essi famiglie o imprese. Non è un caso che ben il 70% degli occupati di recente arrivo ha trovato lavoro con l’aiuto di connazionali o di familiari mentre la proporzione è il 20% per i presenti da più tempo.
La bassa qualificazione e lo scarso contenuto professionale dei lavori offerti agli immigrati è una caratteristica molto importante che spiega in parte l’irrilevanza del titolo di studio posseduto nel tipo di lavoro. Piuttosto, l’ascesa professionale è correlata all’anzianità di permanenza e, infatti, considerando il collettivo presente secondo le coorti di arrivo11 si nota che fra gli stranieri che svolgono lavori poco o per nulla qualificati l’anno di arrivo in Lombardia non è discriminante, ma solo le coorti di arrivo più anziane - con status della presenza quasi totalmente regolare – hanno le posizioni professionali migliori, incluse le poche di natura intellettuale. Questo ovviamente si riflette sul reddito che aumenta mediamente del 15-20% al crescere della permanenza indipendentemente dal mestiere svolto (a parte quello di cura).
8 Zucchetti in Blangiardo 2003 p. 99
9 In particolare tali valori erano 40, 49,7 e 48,7 percento negli anni rispettivamente 2001, 2002, 2003.
10 Nel 2001 tale rapporto era nell’ordine di 36 irregolari ogni 100 regolari, nel 2002 era 44 e nel corso del 2003 si è ridotto per effetto della sanatoria.
11 L’arrivo in Lombardia è stato classificato in chi è arrivato prima del 1994 e nei periodi 1995-1997, 1998-2001, 2002-2003.
Dal punto di vista dei lavoratori il vantaggio prefigurato da questo equilibrio si concretizza seguendo le tappe di un percorso condizionato dallo status giuridico fin dalle opportunità di accesso al lavoro. Negli anni 2001-2003, infatti, quasi la metà9 degli stranieri disoccupati è priva di permesso di soggiorno mentre è ad un livello «fisiologico» quello di chi ha la carta di soggiorno (5%).
Fra gli occupati l’irregolarità giuridica si riflette non solo nell’ovvia impossibilità di svolgere un lavoro regolare, ma anche nel tipo di occupazione. Guardando alla graduatoria dei mestieri per irregolarità questa caratteristica appare chiara: domestici, baby sitter, addetti alle pulizie e operai edili mostrano in genere i valori più altri di irregolarità (40-43 irregolari ogni 100 regolari) mentre in coda alla graduatoria vi sono, oltre a poche professioni qualificate, gli operai generici e specializzati. Questa dinamica si riflette peraltro sul territorio dove si verificano concentrazioni di irregolarità superiori alla media regionale soprattutto a Milano e Sondrio, dove il lavoro terziario non qualificato è preponderante (25 irregolari ogni cento regolari)10.
Due altre caratteristiche definiscono la dimensione lavorativa: l’etnicizzazione in alcuni settori economici e la scarsa professionalità richiesta. La prima si concretizza nella concentrazione di alcune comunità in particolari segmenti del mercato del lavoro: nord africani ed est europei prevalenti fra gli edili; africani non mediterranei nelle industrie meccaniche; asiatici nel commercio e nell’agricoltura o nel settore agro industriale. La concentrazione si è senza dubbio accentuata nel corso dell’ultimo decennio soprattutto per l’efficienza delle reti con amici, parenti o conoscenti attori del collocamento al lavoro e promotori di relazioni soddisfacenti fra datori italiani e nuovi lavoratori stranieri in un certo senso “addestrati” a comprendere le esigenze dei primi, siano essi famiglie o imprese. Non è un caso che ben il 70% degli occupati di recente arrivo ha trovato lavoro con l’aiuto di connazionali o di familiari mentre la proporzione è il 20% per i presenti da più tempo.
La bassa qualificazione e lo scarso contenuto professionale dei lavori offerti agli immigrati è una caratteristica molto importante che spiega in parte l’irrilevanza del titolo di studio posseduto nel tipo di lavoro. Piuttosto, l’ascesa professionale è correlata all’anzianità di permanenza e, infatti, considerando il collettivo presente secondo le coorti di arrivo11 si nota che fra gli stranieri che svolgono lavori poco o per nulla qualificati l’anno di arrivo in Lombardia non è discriminante, ma solo le coorti di arrivo più anziane - con status della presenza quasi totalmente regolare – hanno le posizioni professionali migliori, incluse le poche di natura intellettuale. Questo ovviamente si riflette sul reddito che aumenta mediamente del 15-20% al crescere della permanenza indipendentemente dal mestiere svolto (a parte quello di cura).
8 Zucchetti in Blangiardo 2003 p. 99
9 In particolare tali valori erano 40, 49,7 e 48,7 percento negli anni rispettivamente 2001, 2002, 2003.
10 Nel 2001 tale rapporto era nell’ordine di 36 irregolari ogni 100 regolari, nel 2002 era 44 e nel corso del 2003 si è ridotto per effetto della sanatoria.
11 L’arrivo in Lombardia è stato classificato in chi è arrivato prima del 1994 e nei periodi 1995-1997, 1998-2001, 2002-2003.
6.4 - Famiglie e reti
L’offerta di lavoro del sistema economico lombardo, seppure alle
condizioni appena descritte, ha effettivamente concorso alla
realizzazione di percorsi insediativi stabili e di integrazione. La
dinamica e le velocità di questo processo sono intrinsecamente legate
alla forza dei legami di ciascun individuo. A questo proposito si
rileva come la maturazione del fenomeno in Lombardia abbia aumentato
grandemente le possibilità di avere conoscenze all’arrivo e questo dato
è confermato dalle indagini dell’Osservatorio secondo le quali solo il
23% degli immigrati in Lombardia nell’ultimo biennio non aveva
conoscenze all’ingresso mentre alla fine degli anni ottanta questo
gruppo era oltre un terzo. D’altronde, le indagini confermano anche che
è cresciuta la proporzione di chi immigra in Lombardia direttamente
dall’estero senza fare tappe intermedie nazionali o internazionali.
Se nel tempo l’emigrazione dal Paese di origine verso la Regione è divenuta meno complessa per la presenza di conoscenti, non si devono sottovalutare le differenze determinare dal tipo di legame esistente con chi “accoglie” e quindi del supporto ricevuto. E’ indubbio che la presenza di familiari in senso stretto rafforza la possibilità che il primo periodo sia più “accompagnato” rispetto a situazioni in cui la relazione è meno intensa come, ad esempio, quella fra conoscenti.
Occupazione e condizioni abitative accettabili favoriscono il richiamo di altri parenti, spesso della famiglia in senso stretto con il coniuge che precede i figli o al più immigra con loro. La ricomposizione del nucleo in emigrazione è un processo lento che può ritardare ulteriormente per fattori economici, sociali e soprattutto burocratici. Si tratta di un passaggio molto comune: chi è da tempo soggiornante in Lombardia frequentemente vive con i familiari per la realizzazione di un progetto di medio o lungo periodo; chi è di più recente arrivo, invece, vive frequentemente solo o con conoscenti in una relazione debole e spesso temporanea.
Nella dimensione abitativa dell’insediamento è interessante notare che le donne e gli uomini delle coorti di arrivo meno recente sono in coppia in proporzione sostanzialmente identica (56-57%); questa omogeneità non sussiste fra le coorti più recenti: il 32% delle donne vive con il coniuge, e solo l’8% degli uomini vive nella medesima condizione. Queste differenze sono imputabili al fatto che l’arrivo femminile successivo a quello del coniuge è ancora dominante, soprattutto fra le comunità numerose come quelle Nord africane, anche se non va trascurata la tendenza alla coabitazione informale fra donne, soprattutto di provenienza latino americana e asiatica, le prime più spesso con famiglia monoparentale, le seconde (filippine e cinesi) più frequentemente in attesa del coniuge.
La sequenzialità delle tappe di insediamento rispetto ai figli è confermata dal fatto che la metà degli uomini e delle donne di arrivo precedente il 1994 ha almeno un figlio convivente; al contrario la quasi totalità degli uomini arrivati nell’ultimo biennio è senza figli ((97%). Fra le donne la proporzione diminuisce (78%) a conferma della più frequente “accoppiata madre-figli” soprattutto se si tratta di minori12. Questi ultimi abitano soprattutto paesaggi familiari adulti e in questo senso non vivono una condizione molto diversa da quella dei bambini italiani, ma mentre questi ultimi sono effettivamente in gran parte figli unici, i minori stranieri non di rado hanno fratelli e sorelle al Paese di origine13. Comunque, quando queste popolazioni affrontano all’estero eventi complessi come la maternità e la paternità hanno intenzioni migratorie di lungo periodo e in questo senso la presenza dei minori è anche indicatore della maturità del fenomeno migratorio, particolarmente visibile nell’ambito scolastico lombardo. Al proposito si consideri che gli studenti con cittadinanza non italiana hanno superato le 68 mila unità, poco meno di un quarto del totale nazionale, con le province di Milano, Bergamo e Brescia che insieme raccolgono più dei due terzi degli studenti stranieri lombardi, e quella di Mantova che detiene il maggior rapporto di bambini con cittadinanza non italiana rispetto al totale.

Proprio in ambito scolastico sono proliferate iniziative e progetti di integrazione sostenute da differenti attori pubblici - la Direzione scolastica regionale, la stessa Regione Lombardia - e privati che consentono di affrontare le problematiche poste dalla presenza di alunni stranieri in classe e di sostenere progetti di educazione «che pongono in essere un dialogo e un incontro tra culture, facendo vivere le diverse culture come ambiti di interpretazione della realtà e di costruzione di modi di vivere in risposta ad esigenze e problemi vitali»14.
12 Le indagini indicano una proporzione doppia di madri con figli rispetto ai padri. Le prime sono soprattutto latino americane, i secondi sono soprattutto nord africani con figli autosufficienti.
13 Va detto che, nel complesso, il numero medio di figli fra gli immigrati non è elevato come quello riscontrabile nei Paesi di provenienza sia perché le popolazioni migranti non avrebbero avuto percorsi molto affollati di bambini nemmeno rimanendo nel proprio paese, sia per le difficoltà che si frappongono alla maternità allorché le donne sono in migrazione per motivi di lavoro. Infatti, se le motivazioni all’emigrazione sono di tipo economico vi è un conflitto potenziale fra mansioni di cura e partecipazione al lavoro che si può indirettamente osservare guardando alle riduzioni di reddito all’aumentare del numero di figli conviventi. A questo proposito si veda Farina in Blangiardo, 2002.
14 A questo proposito si veda fra l’altro la recente costituzione della Banca dati delle esperienze di educazione interculturale organizzata nell’ambito delle iniziative dell’Osservatorio regionale. Vedi www.ismu.org.
Se nel tempo l’emigrazione dal Paese di origine verso la Regione è divenuta meno complessa per la presenza di conoscenti, non si devono sottovalutare le differenze determinare dal tipo di legame esistente con chi “accoglie” e quindi del supporto ricevuto. E’ indubbio che la presenza di familiari in senso stretto rafforza la possibilità che il primo periodo sia più “accompagnato” rispetto a situazioni in cui la relazione è meno intensa come, ad esempio, quella fra conoscenti.
Occupazione e condizioni abitative accettabili favoriscono il richiamo di altri parenti, spesso della famiglia in senso stretto con il coniuge che precede i figli o al più immigra con loro. La ricomposizione del nucleo in emigrazione è un processo lento che può ritardare ulteriormente per fattori economici, sociali e soprattutto burocratici. Si tratta di un passaggio molto comune: chi è da tempo soggiornante in Lombardia frequentemente vive con i familiari per la realizzazione di un progetto di medio o lungo periodo; chi è di più recente arrivo, invece, vive frequentemente solo o con conoscenti in una relazione debole e spesso temporanea.
Nella dimensione abitativa dell’insediamento è interessante notare che le donne e gli uomini delle coorti di arrivo meno recente sono in coppia in proporzione sostanzialmente identica (56-57%); questa omogeneità non sussiste fra le coorti più recenti: il 32% delle donne vive con il coniuge, e solo l’8% degli uomini vive nella medesima condizione. Queste differenze sono imputabili al fatto che l’arrivo femminile successivo a quello del coniuge è ancora dominante, soprattutto fra le comunità numerose come quelle Nord africane, anche se non va trascurata la tendenza alla coabitazione informale fra donne, soprattutto di provenienza latino americana e asiatica, le prime più spesso con famiglia monoparentale, le seconde (filippine e cinesi) più frequentemente in attesa del coniuge.
La sequenzialità delle tappe di insediamento rispetto ai figli è confermata dal fatto che la metà degli uomini e delle donne di arrivo precedente il 1994 ha almeno un figlio convivente; al contrario la quasi totalità degli uomini arrivati nell’ultimo biennio è senza figli ((97%). Fra le donne la proporzione diminuisce (78%) a conferma della più frequente “accoppiata madre-figli” soprattutto se si tratta di minori12. Questi ultimi abitano soprattutto paesaggi familiari adulti e in questo senso non vivono una condizione molto diversa da quella dei bambini italiani, ma mentre questi ultimi sono effettivamente in gran parte figli unici, i minori stranieri non di rado hanno fratelli e sorelle al Paese di origine13. Comunque, quando queste popolazioni affrontano all’estero eventi complessi come la maternità e la paternità hanno intenzioni migratorie di lungo periodo e in questo senso la presenza dei minori è anche indicatore della maturità del fenomeno migratorio, particolarmente visibile nell’ambito scolastico lombardo. Al proposito si consideri che gli studenti con cittadinanza non italiana hanno superato le 68 mila unità, poco meno di un quarto del totale nazionale, con le province di Milano, Bergamo e Brescia che insieme raccolgono più dei due terzi degli studenti stranieri lombardi, e quella di Mantova che detiene il maggior rapporto di bambini con cittadinanza non italiana rispetto al totale.

Proprio in ambito scolastico sono proliferate iniziative e progetti di integrazione sostenute da differenti attori pubblici - la Direzione scolastica regionale, la stessa Regione Lombardia - e privati che consentono di affrontare le problematiche poste dalla presenza di alunni stranieri in classe e di sostenere progetti di educazione «che pongono in essere un dialogo e un incontro tra culture, facendo vivere le diverse culture come ambiti di interpretazione della realtà e di costruzione di modi di vivere in risposta ad esigenze e problemi vitali»14.
12 Le indagini indicano una proporzione doppia di madri con figli rispetto ai padri. Le prime sono soprattutto latino americane, i secondi sono soprattutto nord africani con figli autosufficienti.
13 Va detto che, nel complesso, il numero medio di figli fra gli immigrati non è elevato come quello riscontrabile nei Paesi di provenienza sia perché le popolazioni migranti non avrebbero avuto percorsi molto affollati di bambini nemmeno rimanendo nel proprio paese, sia per le difficoltà che si frappongono alla maternità allorché le donne sono in migrazione per motivi di lavoro. Infatti, se le motivazioni all’emigrazione sono di tipo economico vi è un conflitto potenziale fra mansioni di cura e partecipazione al lavoro che si può indirettamente osservare guardando alle riduzioni di reddito all’aumentare del numero di figli conviventi. A questo proposito si veda Farina in Blangiardo, 2002.
14 A questo proposito si veda fra l’altro la recente costituzione della Banca dati delle esperienze di educazione interculturale organizzata nell’ambito delle iniziative dell’Osservatorio regionale. Vedi www.ismu.org.
6.5 - Prospettive future
Nei prossimi anni l’immigrazione straniera in Italia è destinata a
crescere indipendentemente dai provvedimenti, di carattere locale o
nazionale, messi in atto. Il territorio lombardo, in particolare, si
avvia a raggiungere le proporzioni di stranieri già consolidate in
altri Paesi europei e per questa ragione è necessario da un lato
potenziare e consolidare gli interventi realizzati in questi anni,
dall’altro sviluppare nuovi strumenti operativi che favoriscano il
processo di integrazione e di pacifica convivenza.
Uno degli ambiti di intervento più importanti riguarda i meccanismi di controllo e di sorveglianza delle modalità di reclutamento e di impiego nel lavoro sia perché il sistema economico ne trae vantaggio, sia perché tale regolarità è requisito irrinunciabile dell’integrazione nell’accezione che va dalla costruzione di relazioni affettive alla disponibilità economica e fino alle opportunità di ascesa professionale e sociale.
Un secondo ambito rilevante riguarda l’attenzione verso le giovani generazioni nate o cresciute in Lombardia che sempre più popoleranno le scuole, i luoghi di socialità e una parte delle quali ora si presenta sul mercato del lavoro con credenziali formative spesso uguali a quelle dei giovani italiani, rischiando tuttavia un’emarginazione provocata da processi di esclusione o da trappole etniche. Se a questo si aggiungono le implicazioni psicologiche dell’appartenenza a un mondo e a più culture – già ben note agli educatori e agli insegnanti - si comprende perché i prossimi anni dovranno essere dedicati alla ricerca dei migliori percorsi di integrazione nell’accezione più ampia possibile e dentro un quadro di conoscenze capaci di sfuggire ai più dannosi stereotipi.
Uno degli ambiti di intervento più importanti riguarda i meccanismi di controllo e di sorveglianza delle modalità di reclutamento e di impiego nel lavoro sia perché il sistema economico ne trae vantaggio, sia perché tale regolarità è requisito irrinunciabile dell’integrazione nell’accezione che va dalla costruzione di relazioni affettive alla disponibilità economica e fino alle opportunità di ascesa professionale e sociale.
Un secondo ambito rilevante riguarda l’attenzione verso le giovani generazioni nate o cresciute in Lombardia che sempre più popoleranno le scuole, i luoghi di socialità e una parte delle quali ora si presenta sul mercato del lavoro con credenziali formative spesso uguali a quelle dei giovani italiani, rischiando tuttavia un’emarginazione provocata da processi di esclusione o da trappole etniche. Se a questo si aggiungono le implicazioni psicologiche dell’appartenenza a un mondo e a più culture – già ben note agli educatori e agli insegnanti - si comprende perché i prossimi anni dovranno essere dedicati alla ricerca dei migliori percorsi di integrazione nell’accezione più ampia possibile e dentro un quadro di conoscenze capaci di sfuggire ai più dannosi stereotipi.