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Autori

Giovanna Rossi

Professore ordinario di
Sociologia della famiglia
presso la facoltà di
Psicologia, Università
Cattolica di Milano,
segretaria, presso lo
stesso Ateneo, del centro
studi e ricerche sulla
Famiglia. Direttore,
insieme a Eugenia
Scabini, della collana
“Studi Interdisciplinari
sulla Famiglia” edita da
Vita e Pensiero (Milano).
 

4 - famiglia

Up one level
Capitolo 4 - Giovanna Rossi - “Fare famiglia” in Lombardia. Formazione, sviluppo e problematiche dell’istituzione familiare nella società lombarda
4 - famiglia 4.1 Quali sfide?
4.1 4.1.1 La relazione generazionale: nodo dei cambiamenti familiari
4.1 4.1.2 Il giovane adulto: la fatica di generare nuove famiglie
4.1 4.1.3 La formazione della coppia
4.1 4.1.4 La transizione alla genitorialità
4.1 4.1.5 Le coppie con o senza figli?
4.1 4.1.6 Disfare famiglia e rifare famiglia: separazioni, divorzi, famiglie ricostituite
4.1 4.1.7 Le “nuove forme familiari”
4.1 4.1.8 Le famiglie nella Regione Lombardia: caratteristiche e trends di sviluppo *(Il presente paragrafo è stato redatto da Giancarlo Blangiardo)
4.1 4.1.9 In sintesi
4 - famiglia 4.2 Quali risorse?
4.2 4.2.1 Il rischio sociale tra sfide e risorse
4.2 4.2.2 La famiglia “lunga” del giovane adulto*
4.2 4.2.3 La “lunga famiglia estesa”
4.2 4.2.4 In sintesi

Estratto



4.1 - Quali sfide?
4.1.1 - La relazione generazionale: nodo dei cambiamenti familiari
“Fare famiglia” non è oggi una scelta scontata e le responsabilità che deve assumersi chi compie questo passo appaiono da una parte più gravose e, dall’altra, meno determinate. Non c’è un percorso identico per tutti né nelle caratteristiche né nei tempi: chi esce dal nucleo d’origine, sposandosi civilmente o religiosamente, chi convive per qualche anno per poi sigillare col vincolo coniugale l’unione “libera”, chi non approda mai a questa opzione istituzionale, chi la rimanda fino a oltre i 35 anni, chi vive più di un’esperienza familiare nella propria vita, sciogliendo e ricostituendo unioni con partner differenti.
Mentre fino a poco tempo fa era ovvio cominciare un discorso sulla famiglia dalle coppie coniugali e dalle tipologie dei nuclei (intendendo fondamentalmente una distinzione basata sulla numerosità dei figli), oggi ci sembra più opportuno assumere, come chiave di lettura del modo attuale di “fare famiglia”, il nuovo rapporto tra generazioni, in particolare adulte: anche sulla base delle ricerche più recenti, il modello di relazioni che caratterizza la cosiddetta “famiglia lunga” appare predittivo di quanto accade nelle fasi successive del ciclo di vita familiare, dove persiste consistente il supporto delle famiglie d’origine alle famiglie neo-costituite.
Nel nostro Paese, la crescente riluttanza dei giovani a sposarsi si traduce – contrariamente a quanto avviene all’estero – in una prolungata permanenza nella famiglia d’origine. Conseguentemente, si tende a procrastinare il momento del matrimonio, la nascita del primo figlio, a rimandare quella del secondo, quasi che ogni passo da compiere richieda un tempo di prova, di preparazione, di “formazione” al nuovo evento per il quale non ci si sente mai pronti.
Il «passaggio di consegne» da una generazione all’altra (Carrà, Marta, 1995 a) risulta così molto diluito ed intrinsecamente mutato; la lunga dipendenza dei giovani dalla famiglia d’origine rende la transizione all’età adulta molto sfumata e i percorsi biografici molto frammentati: si è ancora giovani pur avendo già un reddito, o, viceversa, adulti, pur restando a carico dei genitori, o, ancora, a propria volta genitori, sebbene fortemente agganciati al supporto della famiglia d’origine.
Così, la relazione tra le generazioni appare oggi come chiave di lettura imprescindibile per comprendere i cambiamenti familiari.



4.1.2 - Il giovane adulto: la fatica di generare nuove famiglie
Il protrarsi della permanenza dei giovani all’interno del nucleo familiare d’origine è un fenomeno ormai radicato nella realtà del nostro tempo. Da alcuni anni si assiste infatti ad un rallentamento nei tempi di entrata nella vita adulta, che non sembra legato semplicemente a problemi di ordine occupazionale e che riguarda trasversalmente tutte le classi sociali. Negli ultimi 20 anni, in Italia, si è verificata una vera e propria rivoluzione che ha portato circa il 60% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni (ben il 30% di quelli tra i 30 e i 34 anni) a restare nella famiglia d’origine (Blangiardo, 2001a). I dati lombardi relativi ai due ultimi censimenti ci consentono di esaminare in dettaglio la posizione familiare dei giovani tra i 25 e i 34 anni.
In questa fascia d’età, si è passati in 10 anni (dal 1991 al 2001) dal 30,7% al 38,3% di giovani che vivono ancora nella casa dei genitori, mentre la percentuale di coniugati si è ridotta sia per i maschi che per le femmine di più del 5%; attualmente (al censimento 2001), i maschi sposati sono il 19,1% e le femmine il 27,4%; se nel 1991 le donne sposate di 25-34 anni avevano già figli nel 23,6% dei casi, nel 2001 sono solo il 16,8%; i single sono cresciuti del 3,2% arrivando a quota 8,6%.
Dati più recenti provenienti dalle Indagini Multiscopo dell’ISTAT, relativi agli anni 2001 e 2002 sembrano documentare in Lombardia una leggera, ma significativa inversione di tendenza, in particolare per la fascia d’età tra i 18 e i 24 anni: nel 2002, infatti, vivevano con almeno un genitore il 43,2% dei 25-34enni e l’85,2% dei 18-24enni a fronte rispettivamente del 45,1% e 91,4% del 2001. Fra questi sono aumentati in modo più significativo i giovani in cerca di occupazione (dal 6,7% del 2001, all’8,6% del 2002), ad indicare forse una maggiore pregnanza del fattore economico nel mantenere i giovani entro il nucleo d’origine.



4.1.3 - La formazione della coppia
Come abbiamo constatato, il “fare famiglia” si delinea oggi sempre più come una sfida con cui non tutti i giovani vogliono confrontarsi, tanto che una quota non trascurabile di loro preferisce rinunciare – opponendo un esplicito rifiuto al matrimonio e all’avere figli – o, più frequentemente, posporre sempre più tali scelte fondamentali. In questo senso, si è parlato di seconda transizione demografica1, caratterizzata da un ripiegamento su comportamenti più individualistici che ostacolano la scelta riproduttiva, fondamentalmente più altruistica.
In Lombardia, come nel resto dell’Italia, si è assistito, a partire dagli anni Settanta, al progressivo calo dei matrimoni, già riscontrato in altri Paesi centro e nord europei in epoca precedente2. I dati ISTAT3 hanno rilevato che tra il 1992 e il 1999, il tasso di nuzialità4 in questa Regione si è abbassato dal 5,20 al 4,45, mentre, contemporaneamente, l’età media al primo matrimonio si è elevata da 29,5 a 31,1 per i maschi e da 26,8 a 27,9 per le femmine. La laicizzazione del vincolo coniugale è testimoniata dall’incremento di matrimoni civili che passano dal 19,9% del 1992 al 25,9% del 1999.
Le coppie non coniugate (raggiungendo quota 113 mila) rappresentavano nel 2001 il 5,1% del totale delle coppie. La metà di esse è costituita da partners entrambi celibi/nubili. Da segnalare l’elevata percentuale di coppie non coniugate nella provincia di Milano (6,1%; 8,5 nel Capoluogo) e la bassa percentuale delle stesse nella provincia di Sondrio (3%).

1 Cfr. Blangiardo (2001b); Van de Kaa D.J. (1987).
2 Blangiardo (2001a).
3 I dati fanno riferimento a Demos, Indicatori sociali per il territorio, ISTAT.
4 Tasso di nuzialità= (Matrimoni / Popolazione residente media) * 1000



4.1.4 - La transizione alla genitorialità
La transizione alla genitorialità è una transizione “chiave” nella vita individuale e coniugale in quanto rende “visibile” il legame tra i partner e dà origine alla relazione genitoriale che è per sua natura indelebile. In questa fase avviene, inoltre, anche il passaggio di consegne tra le generazioni: la neo coppia è il punto di incrocio tra due storie familiari e deve riscrivere, con propri accenti, un nuovo capitolo della storia familiare e sociale. I coniugi sono infatti portatori di un “patrimonio” di valori, aspettative, miti, credenze, tabù, ereditato dalle generazioni precedenti, e devono in qualche modo decidere, non sempre in modo consapevole, se e che cosa trasmettere alle generazioni successive.
Tali considerazioni pongono interrogativi cruciali di fronte al trend ormai noto di drastica caduta della natalità, che ha visto dimezzare in trent’anni (a partire dagli anni Sessanta) il numero di nascite in Italia. Tale fenomeno si è accompagnato al progressivo innalzamento dell’età media alla nascita del primogenito e, in questo senso, si configura non solo come conseguenza del ritardato ingresso dei giovani nella vita coniugale, ma sempre più come «effetto di decisioni maturate in via autonoma entro il rapporto di coppia; vera e propria spia di una nuova tendenza orientata a ridefinire i tempi “dell’essere genitori” nel corso della fase espansiva del ciclo di vita familiare» (Blangiardo, 2001a). Solo gli ultimi anni denotano un lieve cambio di tendenza, dovuto – come da più parti si segnala – all’incidenza delle famiglie immigrate, caratterizzate da comportamenti procreativi molto diversi da quelli dei Paesi occidentali. Dai dati ISTAT, che confrontano 1992 e 2000, si può desumere che, mentre l’età media della madre al parto continua ad innalzarsi (da 29,8 a 31,4 anni), il tasso di natalità sta lentamente risalendo, essendo passato in 8 anni da 8,74 a 9,37. Anche il tasso di crescita naturale è passato dai valori negativi del 1992 allo 0,02 del 2000.
Mentre la voglia di generare sembra riprendere gradatamente vigore, continua ad aumentare – in senso opposto – il tasso di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG)6, che è passato da 9,0 nel 1994 a 9,5 nel 1999): crescono in particolare le IVG tra le donne nubili, mentre diminuiscono lievemente tra le coniugate. Fanno ricorso all’IVG soprattutto le donne lombarde tra i 20 e 24 anni, in particolare a Milano, dove il tasso di IVG, in questa classe di età, raggiunge la quota 20,9.

6 Tasso di IVG =(IVG / Popolazione femminile residente media in età 15-49 anni) * 1.000


4.1.5 - Le coppie con o senza figli?
Guardando ai cambiamenti strutturali delle famiglie lombarde tra i due ultimi censimenti, risulta evidente come le coppie con figli siano diminuite in modo drastico (-6,3%), passando dal 45,8% al 39,5% delle tipologie familiari e ciò è avvenuto nonostante – come abbiamo visto – aumentino i figli che restano nella famiglia d’origine fino a tarda età, fenomeno che dovrebbe, al contrario, incrementare la quota della tipologia “coppie con figli”.
Le coppie senza figli (sempre prendendo in considerazione l’insieme delle tipologie familiari) sono aumentate in modo sensibile (+2,5%). Tale fatto è verosimilmente collegato al forte calo della natalità e alla sua dilazione nel tempo: prendendo in considerazione le coppie lombarde in cui la moglie o convivente ha meno di 45 anni, le coppie senza figli erano nel 2001 un quarto del totale; fra quelle con figli, il 34,8% ne aveva soltanto uno: solo dopo i 35 anni della madre prevalgono le coppie con 2 figli (che tuttavia sono la metà delle coppie con figli).
D’altro canto, anche l’allungamento della vita, che consente di vivere in coppia per un lungo periodo, quando i figli sono ormai usciti7, ha contribuito a rendere più consistente il numero delle coppie senza figli.
Nel complesso, dunque, le modifiche sostanziali alla “configurazione coppia con figli”, sono:
  • la riduzione della generatività delle “coppie in età fertile”;
  • il differimento della fase del “nido vuoto” alle coppie decisamente anziane, che – grazie alle più elevate aspettative di vita – riescono a godere di un periodo più prolungato di convivenza;
  • la diffusione della “famiglia lunga”, che vista nell’ambito dei trend demografici più ampi, in cui le coppie con figli rappresentano una fetta sempre più esigua, appare quasi come una “risorsa” per far sperimentare ancora la presenza di più generazioni nello stesso nucleo.
Vanno considerati, poi, altri fenomeni in crescita che stanno mutando in modo significativo il volto della genitorialità: la percentuale di coppie non coniugate con figli, seppur ancora esigua nel 2001 (3,4%), rappresenta una tipologia emergente. L’1,2% è costituito da coppie in cui entrambi i partner sono celibi/nubili.

7 Si tratta della generazione precedente a quella delle “famiglie lunghe”.



4.1.6 - Disfare famiglia e rifare famiglia: separazioni, divorzi, famiglie ricostituite
L’instabilità del vincolo coniugale è diventata in Europa, negli ultimi anni, un fenomeno così consistente da far parlare di de-istituzionalizzazione del matrimonio stesso, che non appare più come legame sufficiente ad identificare l’istituzione familiare. Nella sociologia francese si riconosce ormai come più rilevante a questo fine la relazione filiale7. In Italia, tale trend è ancora piuttosto circoscritto. In Lombardia, il tasso di separazione coniugale è passato dallo 0,99 del 1994 all’1,51 del 2000, mentre quello di divorzialità dallo 0,62 allo 0,78. Come cresce l’età media al matrimonio, aumenta anche quella alla separazione e al divorzio (nel 2001 è circa 39 anni per le separazioni e circa 42 per i divorzi). Non c’è invece una sensibile differenza tra il 1994 e il 2001 rispetto alla durata media dei matrimoni (intorno ai 13 anni per le separazioni e ai 16 per i divorzi).
I nuclei familiari ricostituiti sono stimati in Lombardia in quasi 140.000 unità (6,1% del totale delle coppie presenti), sono caratterizzati dalla presenza di figli nel 55,8% dei casi. I 3/5 sono sanzionati da un matrimonio.

7 Thery, 1998.


4.1.7 - Le “nuove forme familiari”
Il tema della cosiddetta “pluralizzazione” delle forme di vita familiare si è sviluppato nell’ambito di una contrapposizione alla visione tradizionale che, nella società pre-moderna e anche nella modernità, faceva riferimento ad un unico modello di famiglia. In realtà, una pluralità di forme familiari è sempre esistita. Oggi, ci sono numerose e differenti forme “di fatto” (famiglie o coppie) altamente dinamiche, interattive e mutevoli, che vengono in alcuni casi riconosciute e censite dall’ISTAT. Il criterio ordinatore nella complessità dell’universo familiare è costituito dalle dimensioni specifiche della relazione familiare: la dimensione generazionale e quella della reciprocità tra i sessi (Donati, 2001). La pluralità delle forme familiari emerge perché tali dimensioni si combinano in modo differente: quanto più la società si fa complessa, tanto più cresce la probabilità che ogni elemento costitutivo della famiglia vada per conto suo e dia vita a forme familiari diverse (Rossi, 2003).
Attraverso i dati dell’ISTAT possiamo individuare in Lombardia la presenza e il peso di alcune fra le forme familiari specifiche del nostro tempo. Per quanto riguarda le coppie, oltre alle “famiglie ricostituite” che – abbiamo visto – raggiungono il 6,1% delle coppie, va considerato anche il 2,7% di libere unioni (in cui i partner non provengono da separazioni/divorzi) censite sul territorio regionale. La combinazione di questi due valori porta l’incidenza complessiva delle “nuove forme familiari” al rapporto di circa 1 coppia ogni 118. Rispetto ai medesimi modelli stimati con l’Indagine multiscopo nel 1998 e relativi al territorio italiano, la Lombardia presenta valori sensibilmente più elevati (circa +3%) nel censimento del 20019.
Altre situazioni particolari che vanno annoverate nell’ambito della pluralizzazione sono le cosiddette famiglie “unipersonali” (i “single”), che rappresentano una quota molto consistente delle famiglie lombarde (26,0% nel 2001) ed in sensibile aumento (+4,5% dal censimento del 1991), e i nuclei “monogenitore” (nel 2001 erano il 7,2% le madri sole e l’1,5% i padri soli), che hanno subito una lieve oscillazione in dieci anni, a vantaggio dei nuclei costituiti dalla madre con figli.

8 Tale rapporto è ottenuto dividendo il totale delle coppie per il numero delle “nuove forme familiari”. Il valore scende a 1 ogni 18 se si prende come riferimento il totale delle famiglie.
9 Blangiardo G., Analisi demografica delle « nuove forme familiari » e delle forme di convivenza in Italia e in Europa, 2001b, cit., p. 160: il rapporto in quel caso era di una coppia su 17.



4.1.8 - Le famiglie nella Regione Lombardia: caratteristiche e trends di sviluppo *(Il presente paragrafo è stato redatto da Giancarlo Blangiardo)
Dopo aver percorso i cambiamenti familiari in Lombardia, lungo l’asse generazionale, forniamo ora alcune chiavi di lettura trasversali, che identificano i fenomeni demografici più rilevanti.
Esse sono: il ridimensionamento dei nuclei, la prevalenza della forma nucleare, l’emergenza di tipologie familiari “nuove” e l’incremento delle famiglie straniere. Vediamo analiticamente ciascun fenomeno.

4.1.8.1 Più numerose, ma più “piccole”. A fronte di un aumento del 2,1% della popolazione residente in famiglia, da 8.777.987 unità nel 1991 a 8.964.156 nel 2001, il numero delle famiglie residenti in Lombardia si è accresciuto nello stesso periodo dell’11% (da 3.290.060 a 3.652.954 unità). L’aumento è stato del 32% per le famiglie unipersonali, del 24% per quelle con due componenti, ma si è trasformato in una riduzione dell’8% già in corrispondenza delle famiglie con quattro componenti, per diventare un calo del 46% per quelle con sei o più membri. Nel complesso, il numero medio di componenti, già sceso da 3,5 nel 1961 a 2,67 nel 1991, si è ulteriormente ridotto a 2,45.

4.1.8.2 Il modello “nucleare” continua ad essere il tipico contesto di vita della popolazione lombarda. Circa l’85% dei residenti in Lombardia vive in una famiglia nucleare (coppia con o senza figli oppure singolo genitore e figli), raramente con la compresenza di altri soggetti (accade solo per il 5,6% dei residenti) e ancor più raramente con la convivenza di più nuclei (1,5%). Circa 6 lombardi su 10 vivono in coppia con figli, 2 sono in coppia senza figli, 1 è solo in compagnia dei propri figli (generalmente si tratta di donne) e 1 vive da single, per lo più non in coabitazione.
Come già illustrato, vivere da figlio è prerogativa quasi assoluta per i giovani lombardi almeno fino al 20esimo compleanno ed ancora in età 20-24 ben l’84% di essi si qualifica come “figlio” entro un nucleo con entrambi i genitori (72,2%) o più raramente con la sola madre (9,2%) o con il solo padre (2,5%). Tra i 25-29enni si fanno timidamente strada sia i giovani in coppia (18,1%) o persino in coppia con figli (13,8%), sia i casi di single non coabitanti (7,5%).
L’autonomia e le responsabilità familiari sembrano affacciarsi con più evidenza, anche se con una persistente “pigrizia”, nella fascia d’età 30-34 anni: circa 4 soggetti su 10 sono divenuti genitori, 2 hanno almeno formato una coppia e 1 è quanto meno uscito di casa per vivere da solo. E’ dunque unicamente tra i 35-55enni che il coinvolgimento nell’esperienza e nelle responsabilità di una propria famiglia si configura come norma di vita: sono in coppia con figli circa 2/3 dei lombardi in tale fascia d’età.
Infine, con l’avvicinarsi della stagione del pensionamento prende sempre più consistenza il fenomeno dello “svuotamento del nido”: dapprima, con il sorpasso dei residenti in coppia con figli da parte di quelli in coppia senza figli, in seguito con il massiccio passaggio entro il collettivo dei single per effetto dei processi di vedovanza (spesso al femminile).

4.1.8.3 Esplorando l’universo dei nuclei familiari lombardi. Più di 2/3 dei nuclei familiari lombardi si caratterizzano per la presenza di figli: il 55,7% in un contesto di coppia, il 12,7% in realtà monogenitoriali. Queste ultime non devono tuttavia evocare, se non in una ristretta minoranza di casi, la figura del genitore single, generalmente donna, alle prese con le note problematiche della cura di figli piccoli. In realtà, circa 3/4 dei nuclei monogenitore vedono la presenza di figli tutti maggiorenni.
Inoltre, se è vero che la presenza dei nuclei con figli è tuttora largamente dominante nel panorama familiare lombardo, è anche vero che la presenza dei figli nei nuclei non si manifesta con altrettanta abbondanza. Oltre la metà dei nuclei con figli sono infatti caratterizzati da un solo figlio (55,7% dei casi a livello regionale) e un ulteriore terzo (36,6%) è fermo al secondogenito. In una realtà caratterizzata da un numero medio di 1,05 figli per nucleo, elevato a 1,53 se si considerano i soli nuclei con figli, la rarefazione delle relazioni familiari primarie va fortemente accentuandosi. Ad esempio, l’esperienza del legame fraterno sembra oggigiorno approssimativamente10 negata a un milione di lombardi che vivono la condizione di unici figli all’interno di un nucleo familiare. Circa 3/4 di essi convivono con entrambi i genitori e sono minorenni nella metà dei casi (47,7%).
La presenza di almeno un minore contraddistingue anche il 68,9% delle coppie con almeno due figli e l’80,9% di quelle con tre o più. Essa ricorre invece solo nel 29,9% dei nuclei monogenitore nel cui ambito, come già osservato, la forte presenza di figli tutti adulti va di pari passo con la netta prevalenza di figli unici in convivenza (72,51% dei casi).
Riguardo alle coppie senza figli va tenuto presente come in tale insieme confluiscano due diversi sub universi: l’uno formato dalle coppie relativamente giovani che ancora non hanno vissuto l’esperienza dell’essere genitori (nel 27,3% delle coppie senza figli l’uomo non supera i 44 anni d’età), l’altro da quelle che presumibilmente hanno già completato tale esperienza (nel 50,2% dei casi di coppia senza figli l’uomo è ultrasessantaquattrenne).
La confluenza di due realtà diverse e antitetiche ricorre anche dall’analisi della distribuzione per età dei single non coabitanti. Al mondo dei giovani o dei giovani adulti non più che 44enni (cui compete solo un quarto dei casi in oggetto) si contrappone l’universo degli anziani soli: il 50,2% dei single residenti in Lombardia è formato da soggetti ultrasessantaquattrenni e in 6 casi ogni 10 si tratta di persone con almeno 75 anni d’età.

4.8.8.4 Uno sguardo alle “nuove famiglie”… Sul fronte delle così dette “nuove forme familiari” il fenomeno dei nuclei ricostituiti (dopo l’esperienza di una precedente unione coniugale) non sembra ancora ricevere nella società lombarda quell’accoglienza che l’enfasi dei media lascerebbe intendere. Di fatto, i circa 140 mila nuclei ricostituiti rappresentano solo il 5,3% dei nuclei familiari lombardi. Tra di essi poco più della metà (55,8%) è caratterizzato dalla presenza di figli, in 2/3 dei casi tutti minori.
Tra le coppie ricostituite e caratterizzate dalla presenza di figli 2 su 3 sono coniugate e nella maggioranza dei casi formate da donne 35-44enni. Le 25-34enni sono più frequenti tra le non coniugate (25,1% contro 14,1%), così come lo sono le rare under 25enni (1,4% contro 0,6%).
Se i nuclei ricostituiti scontano ancora una relativamente scarsa diffusione, non maggiore successo sembrerebbero riscuotere, almeno in base alle risultanze censuarie, le così dette “famiglie di fatto”. Esse risultano essere 113 mila, pari a circa il 5% del totale delle coppie lombarde, con la punta massima del 6% in provincia di Milano (8,5% nel capoluogo) e la minima del 3% in provincia di Sondrio.


4.1.8.5 …e alle “famiglie nuove”. Quando si pensa all’innovazione sul fronte delle strutture familiari lombarde conviene forse fare riferimento, più che a nuove forme familiari legate al vissuto coniugale dei partner, alla novità (in forte crescita) delle strutture familiari definita rispetto alle caratteristiche etniche e socio-culturali dei membri della coppia. La conta censuaria del 2001 ha identificato come residenti in Lombardia circa 100 mila nuclei con almeno un cittadino straniero (il 3,8% del totale dei nuclei lombardi) con un’incidenza di coppie miste nell’ordine di 4 su 10, di coppie formate da entrambi stranieri pari a 5 su 10 e di nuclei monogenitore in un caso su 10.
In generale, nell’ambito delle coppie miste, particolarmente frequenti con partner europei e americani (del nord e del centro-sud), la componente italiana è maschile 2 volte su 3. La presenza di uomini stranieri diventa invece prevalente tra le coppie miste formate da nord africani.

10 Non va dimenticato che i dati censuari riportano la fotografia statica della famiglia convivente. Sfuggono all’analisi le relazioni di parentela tra soggetti appartenenti a nuclei distinti



4.1.9 - In sintesi
Il modello prevalente del “fare famiglia” in Lombardia è ancora centrato sulla coppia con figli, che, tuttavia, rappresenta ormai una quota considerevolmente inferiore alla metà delle famiglie lombarde (39,5%). Questo accade, nonostante in Lombardia sia consolidato (è stata una delle prime Regioni italiane dove il fenomeno si è manifestato) il fenomeno della famiglia lunga che potrebbe compensare il calo delle coppie con figli dovuta alla minore propensione delle coppie a generare figli (pur diminuendo le coppie giovani con figli, aumentano quelle di mezz’età o anziane che hanno ancora figli in casa). Si riduce, dunque, lo scambio generazionale all’interno delle mura domestiche, sebbene ricerche condotte proprio in Lombardia alla fine degli anni Novanta abbiano ampiamente documentato come si mantenga a livelli molto elevati il legame tra giovani usciti dal nucleo d’origine per “fare famiglia” con i propri genitori, che intervengono considerevolmente nella cura dei figli piccoli (Carrà, 1999).
Indubbiamente, la trasformazione più rilevante di questi ultimi decenni, in cui certamente la Lombardia ha fatto da apripista per le altre Regioni italiane, ha riguardato il rapporto tra le generazioni. Senza grandi scontri epocali, come quelli della fine degli anni Sessanta, gli equilibri si sono gradualmente modificati. Il senso e la portata di tali mutamenti possono emergere solo da analisi qualitativamente più mirate, che indaghino in profondità la natura dei legami, al di là dei trend demografici pur molto significativi.





4.2 - Quali risorse?
4.2.1 - Il rischio sociale tra sfide e risorse
Come è apparso chiaro nella prima parte di questo contributo, la prospettiva generazionale appare oggi come la più efficace per portare alla luce i nodi delle attuali difficoltà a “fare famiglia”: la fatica del generare (nel senso proprio del “mettere al mondo una nuova generazione”) e la problematicità della staffetta tra una generazione e la successiva (i giovani posticipano sempre di più la costituzione di una nuova famiglia) indeboliscono e snaturano le relazioni familiari.
Ciò suggerisce di mettere a fuoco i complessi equilibri che la famiglia di volta in volta costruisce nell’affrontare le transizioni familiari (la formazione della famiglia, la nascita dei figli, la loro adolescenza, giovinezza, l’uscita dal nucleo d’origine, la famiglia anziana…), snodo cruciale della storia generazionale (Rossi, a cura di, 2001).
Ogni volta che si stabilisce una situazione di equilibrio nelle relazioni familiari, a fronte di una nuova transizione, la famiglia ha risposto alla sfida del cambiamento, imposto appunto dai nuovi compiti che ciascun membro deve svolgere, mettendo in campo tutte le risorse materiali, culturali, umane di cui poteva disporre: alla nascita del primo figlio, la coppia si riorganizza, facendo leva su un nuovo utilizzo del tempo, delle energie fisiche, delle competenze di ciascuno e ricorre anche all’esperienza delle proprie famiglie d’origine o ad aiuti esterni, per rispondere nel modo migliore alla sfida della cura del nuovo nato e trovare un equilibrio diverso, a tre e non più a due.
Ogni famiglia trova il suo specifico bilanciamento, scegliendo, fra le diverse opportunità, quelle che ritiene più idonee a raggiungere l’obiettivo prefissato. Tutte le volte che si sceglie, stante la complessità del nostro tempo, che ci pone di fronte un ventaglio amplissimo di possibilità, corriamo un rischio, perché selezioniamo solo alcune delle opzioni, ritenendole, fino a prova contraria, le migliori. E non sappiamo con certezza quale sarà l’esito della nostra scelta, perché niente ci dà la sicurezza che, dati certi elementi, la loro combinazione determinerà un certo effetto.
Il rischio diventa così la categoria più prossima a rappresentare le condizioni in cui oggi si attuano le transizioni familiari. Donati (1990) suggerisce di utilizzare tale concetto come categoria neutra, considerandolo come l’effetto emergente della relazione tra le sfide da affrontare e le risorse che mettiamo in campo. I poli della relazione rischiosa (sfide e risorse) si possono distinguere solo per astrazione, perché nella realtà spesso si intrecciano e invertono la reciproca posizione. Rischiare, da questo punto di vista, significa semplicemente combinare risorse e sfide in modo più o meno sensato (equilibrato) e la scelta è un percorso di selezione tra le sfide possibili e le risorse disponibili. Il rischio può così assumere un segno positivo o negativo in base al tipo di equilibrio raggiunto nella combinazione tra sfide e risorse (Carrà Mittini, 1999).
Oggi la famiglia appare un contesto di sfida per i suoi membri, che raggiunge il suo acme in alcune transizioni cruciali.
Leggere la morfogenesi della famiglia attraverso la chiave, il modello del rischio familiare declinato nelle sue molteplici sfaccettature permette di comprendere, valutare, discernere di quali vincoli/risorse dispongono i soggetti delle relazioni familiari per rispondere alle sfide della società complessa. Il modello del rischio soppesa ogni elemento che caratterizza la situazione familiare e lo distribuisce sui due piatti di una bilancia, riservati l’uno alle sfide quotidiane che coinvolgono la famiglia in un match con avversari spesso al di sopra delle sue possibilità, e l’altro alle risorse che può e sceglie di mettere in campo. L’equilibrio raggiunto dà la misura del rischio sociale.
Due transizioni familiari (la “famiglia lunga” del giovane adulto e la “lunga famiglia estesa”) risultano oggi particolarmente esplicative delle difficoltà del fare famiglia: i loro punti di forza e di debolezza risaltano chiaramente, applicando il modello di rischio.



4.2.2 - La famiglia “lunga” del giovane adulto*
Negli ultimi vent’anni, in tutti i Paesi occidentali, si è registrato un prolungamento della permanenza dei figli nella famiglia d’origine prevalentemente per cause strutturali legate alla crisi occupazionale, all’allungamento dei percorsi scolastici e alle riforme delle politiche sociali.
La convivenza con i genitori, anche dopo il superamento della soglia dei trent’anni, non è un comportamento stigmatizzato. La cultura infatti consente che la conquista dell’autonomia possa essere pienamente raggiunta anche all’interno della famiglia e impone al giovane di abbandonare il tetto parentale per una ragione socialmente legittimata (matrimonio). Come conseguenza, da una parte i giovani in famiglia godono di ampi spazi di libertà e di un clima sereno dove la conflittualità è attutita al massimo e dall’altra, il calo della nuzialità e la tendenza alla posticipazione11 del matrimonio nel nostro Paese si sono tradotte in una maggiore permanenza dei giovani nella casa dei genitori (Carrà Mittini, 2001).
I cambiamenti strutturali degli ultimi vent’anni hanno prodotto, come esito, lo slittamento delle diverse fasi del processo di transizione alla vita adulta e l’interruzione della regolarità e della prevedibilità dei percorsi biografici. Mentre fino a pochi decenni fa le tappe si succedevano secondo un preciso scadenziario ed i tre momenti maggiormente significativi, cioè l’accesso al mondo lavorativo, il matrimonio e l’abbandono della casa dei genitori si sovrapponevano temporalmente, attualmente questa sequenzialità è venuta meno e le traiettorie biografiche seguono dei percorsi contorti ed incerti riguardo la durata di ciascuna fase ed al suo esito (Carrà Mittini, 2001). Inoltre lo stiramento temporale della durata di una fase può provocare un progressivo slittamento delle altre transizioni.
Colpevole senz’altro di tale situazione è anche il contesto attuale nel quale si realizza in Italia la trasmissione tra le generazioni. Esso può essere definito in termini di disequità generazionale12 (Donati, 1991): nei decenni passati l’uso delle risorse sociali, economiche, culturali e ambientali da parte delle generazioni adulte è stato fatto senza tenere conto degli effetti sulle generazioni successive e ora il sopruso è sfociato in una difesa strenua dei propri interessi corporativi da parte delle generazioni adulte, che sottrae risorse a quelle più giovani. Si è così verificato un evidente spostamento del baricentro verso le generazioni adulte e anziane, che pesano sempre di più nella vita sociale, mentre il calo delle nascite fa diminuire l’incidenza delle generazioni giovani.
Qual è, in questa prospettiva, il “rischio” della famiglia lunga? Va segnalata, innanzitutto una chiara contrapposizione tra due sfide di ordine diverso: la progettazione e la realizzazione del percorso di vita del giovane adulto e la necessità di rendere il giovane adulto un soggetto autonomo e indipendente (cioè capace di instaurare relazioni di reciprocità piuttosto che di dipendenza) dalla famiglia d’origine. Al raggiungimento di tali obiettivi concorrono due diverse tipologie di risorse, la prima di carattere materiale (il percorso scolastico, la ricettività del mercato del lavoro, l’equità delle politiche sociali nei confronti dei giovani), la seconda di carattere relazionale: la relazione genitori-figli deve realizzarsi come scambio di “doni”. Così, il giovane adulto riceve il “dono” di trovare nella propria storia familiare la continuità interpretativa che gli consente di sentirsi parte del processo di transizione generazionale, mentre i genitori ritengono che il proprio figlio prosegua la storia e i valori familiari (Carrà Mittini, 2001).


(*)Interessante per l’approfondimento di tale tematica è il volume di Sgritta G. B. (a cura di), Il gioco delle generazioni. Famiglie e scambi sociali nelle reti primarie, Angeli, Milano 2002

11 Ciò che caratterizza infatti il cambiamento dei comportamenti della sfera familiare è innanzitutto il rinvio e conseguentemente la rarefazione degli eventi demografici più tradizionali. L’impossibilità di rispettare lo “scadenziario” sociale che portava “automaticamente” l’individuo dall’infanzia all’età adulta, attraverso tappe ben definite e “riti di passaggio” prescrittivi, ha lentamente prodotto una denormativizzazione della transizione, che ha reso ancor più aleatoria la necessità di uscire dalla famiglia d’origine per accedere all’età adulta. L’ “annidamento” dei giovani adulti, in particolare, sarebbe favorito da processi di: “professionalizzazione della genitorialità”, nuclearizzazione familiare e diminuzione della fecondità che amplierebbero al massimo l’investimento sui figli (“puerocentrismo esasperato”) (Rossi, 1997).
12 Secondo Scabini (1998) «[…]le relazioni intergenerazionali hanno assunto un carattere schizofrenico: mentre sul versante socio-politico la generazione adulta/anziana usa ogni mezzo per tutelare i propri interessi, sul versante familiare fa quadrato attorno alle giovani generazioni, offrendo in modo notevole protezione e supporto. I giovani sono tenuti lontani dall’arena sociale per un periodo sempre più lungo (dilatando i percorsi scolastici e impedendo l’ingresso nel mercato del lavoro) e sono proprio i loro genitori (che sul fronte sociale sottraggono risorse ai propri figli) ad offrire, entro le mura domestiche, un nido caldo dove prolungare la giovinezza, oppure offrendosi ai giovani genitori impegnati nel lavoro professionale come risorsa gratuita e affidabile per la cura dei nipoti».



4.2.3 - La “lunga famiglia estesa”
Ci troviamo di fronte ad una definizione un po’ “tortuosa”13. Tale circonlocuzione è giustificata dalla necessità di significare due fenomeni tipici del nostro tempo: l’emergere di una nuova forma di famiglia estesa, non più basata sulla convivenza di più nuclei, ma su un fitto intreccio di scambi e quello del protrarsi della dipendenza dei giovani dai propri genitori, anche una volta usciti dal nucleo d’origine, per formare una famiglia propria (Carrà Mittini, 2001).
La transizione che essa definisce è quella dalla famiglia lunga alla giovane coppia con figli piccoli, formatasi sulle “ceneri” di una convivenza protratta tra i giovani adulti e i loro genitori, dove il supporto offerto da questi ultimi, consentiva ai figli di sperimentare un doppio privilegio: la sicurezza del nido caldo e accogliente e la libertà dell’adulto, frequentemente già percettore di reddito. Il modello di rischio ci consente di mostrare come l’ombra della famiglia lunga si protenda anche sulla coppia giovane, che molto spesso costruisce il suo equilibrio dopo la transizione alla genitorialità, sul supporto notevole garantito dalle famiglie d’origine.
Anche chi accetta la sfida e si “snida”, costituendo una nuova unità familiare, può restare, per certi versi, ancora “invischiato” in una particolare forma di “famiglia estesa”, non caratterizzata – come la forma tradizionale – dalla convivenza di più generazioni adulte, ma dalla fitta rete di scambi tra famiglie adulte legate da un rapporto genitori-figli che non comporta la coabitazione. In alcuni casi, le maglie della rete appaiono troppo strette, “invischiate” appunto, ed anziché fungere da supporto positivo alla generazione più giovane, possono “soffocare” l’autonomia ed apparire come una conquista illusoria, che ha generato non un’autentica generazione, ma una transizione solo “apparente”.
Con ciò non si vuole negare il valore e l’efficacia della solidarietà tra generazioni, che oggi si sta sprigionando con particolare intensità tra famiglie giovani e famiglie d’origine, ma individuare i punti critici di un equilibrio nato dalle “secche” della famiglia lunga e che si prospetta come un allungamento della famiglia lunga oltre il “nido”.
Una ricerca sulle famiglie giovani in Lombardia (Carrà Mittini, a cura di, 1999) mostra un notevole coinvolgimento delle famiglie d’origine nell’organizzazione familiare, in particolare nella cura dei figli piccoli, quando entrambi i genitori lavorano fuori casa. È un sostegno al quale la coppia giovane pensa già al momento dell’uscita dal nucleo d’origine, visto che cerca un’abitazione nelle immediate vicinanze di quelle dei genitori. Proprio l’applicazione del modello di rischio nell’analisi dei dati ha consentito di evidenziare come la soluzione del ricorso alle famiglie d’origine per la cura dei bambini sia un ripiego, rispetto al chiaro desiderio di essere maggiormente presenti accanto ai propri figli, facendo leva su un’organizzazione più flessibile del lavoro extradomestico.
Da questo punto di vista, la consistenza del coinvolgimento dei nonni nella soluzione dei problemi familiari appare come un sintomo della difficoltà dei giovani a sganciarsi completamente dalla famiglia d’origine: quest’ultima tende a compensare con un surplus di protezione la disequità che ha caratterizzato (e caratterizza tuttora) i rapporti tra le generazioni. I giovani partono svantaggiati e le famiglie d’origine credono di risolvere il rapporto non equo prolungando la permanenza in famiglia dei figli oppure supportandoli in modo straordinario se decidono di “uscire dal nido”: li vogliono figli per sempre (Scabini, 1998).

13 Con essa infatti si vuole indicare «[…] la rete che lega famiglie giovani e famiglie d’origine. Tale intreccio di relazioni tuttavia è tale da indurre ad uscire dallo stereotipo della nuclearità per passare ad un modello più ampio e flessibile quale quello dell’ambivalenza, declinantesi come dialettica tra indipendenza e dipendenza dalle generazioni» (Carrà Mittini, 2002).



4.2.4 - In sintesi
L’applicazione del modello di rischio allo studio delle relazioni familiari si è rivelato un utile strumento per trovare i punti deboli dell’equilibrio raggiunto e individuare come si possa intervenire per sostenere la famiglia, attraverso politiche sociali adeguate che promuovano la transizione generazionale.
Nell’esplorare lo status delle relazioni familiari nella fase della coppia giovane, abbiamo potuto scoprire che l’equilibrio critico è quello tra il progetto familiare e le aspettative del sistema societario. L’ostacolo è bypassato, “adattando” l’organizzazione e le risorse familiari ai ruoli che la famiglia è chiamata ad assolvere, rassegnandosi ad un sistema normativo che la penalizza e non la valorizza come soggettività sociale. La via d’uscita sta nel fare della famiglia il “valore modale” per la società nel suo complesso.
Tuttavia, c’è un palese rischio, che la capacità della famiglia di incidere sulla società, sia giocata solo dalla terza generazione (quella delle famiglie d’origine), che, in base a quanto è emerso, è l’ago della bilancia degli equilibri sociali.
Un primo contesto in cui intervenire, dunque, può essere proprio quello dei rapporti tra le generazioni14 (con una ridistribuzione delle risorse e una programmazione politico-sociale che favorisca le generazioni giovani), in modo tale che siano anch’essi improntati sulla sussidiarietà: la generazione adulta aiuta i giovani per l’autonomia e non per prolungarne la dipendenza.
Una prima soluzione concreta ai problemi della famiglia può venire, invece, da una riorganizzazione improntata alla flessibilità dei tempi e dei percorsi lavorativi, in modo tale che la indiscutibile propensione al lavoro delle donne riesca a trovare una maggiore compatibilità con le esigenze familiari, non solo per la situazione attuale, ma anche in prospettiva futura, quando anche le nonne15, volàno dell’organizzazione delle famiglie giovani, lavoreranno a tempo pieno.

14 Questo può avvenire tuttavia solo in una presa di coscienza del ruolo strategico rivestito dalla generazione degli attuali nonni: ad essa la società chiede di essere ancora “generativa”, ma per rispondere a questa nuova sfida «[…]  deve riuscire nel difficile compito di non annullare la capacità generativa della generazione che ha generato» (Carrà Mittini, 2002).
15 E’ degno di nota l’approfondimento che fa Carrà Mittini (2002) sul ruolo delle nonne. Secondo l’autrice infatti «[…] la famiglia ammortizza la relazione problematica tra le generazioni attraverso questa figura femminile che si trova a vivere contemporaneamente due relazioni – come figlia e come madre – in cui è origine e non destinataria dell’aiuto. Se dunque le nonne vengono definite perno del supporto generazionale, l’asse verticale della relazione tra madri e figlie costituisce il perno attorno a cui ruotano gli intensi scambi nella rete primaria configurando la relazione generazionale al femminile chiave dell’appartenenza e della coesione sociale della società italiana del terzo millennio».







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