Skip to content.
Sections
You are here: Home » Area Sociale » contesto » 9 - esclusione
Autori

Giancarlo Rovati

Professore ordinario
di Sociologia presso
la facoltà di Scienze
politiche, Università
Cattolica di Milano.
Iscritto all’Albo dei
valutatori dell’Unione
Europea. Presiede la
Commissione nazionale
di Indagine sulla
esclusione sociale del
Ministero del welfare per
il triennio 2002-2005.
 

9 - esclusione

Up one level
Capitolo 9 - Giancarlo Rovati - La povertà e l’esclusione sociale in Lombardia: tra rischio e realtà
9 - esclusione 9.1 Povertà, esclusione, vulnerabilità: vecchie e nuove sfide alla coesione sociale
9 - esclusione 9.2 La povertà economica come fattore di esclusione sociale
9.2 premessa
9.2 9.2.1 Le dinamiche regionali della povertà nel contesto nazionale
9.2 9.2.2 La combinazione tra povertà “oggettiva” e “soggettiva"
9 - esclusione 9.3 Altre forme di esclusione sociale
9.3 premessa
9.3 9.3.1 Il disagio abitativo
9.3 9.3.2 L’accesso ai servizi sanitari
9.3 9.3.3 Povertà alimentare e povertà sanitaria
9.3 9.3.4 Disabilità e non autosufficienza

Estratto



9.1 - Povertà, esclusione, vulnerabilità: vecchie e nuove sfide alla coesione sociale
La strategia contro la povertà e l'esclusione sociale costituisce da sempre un’importante sfida per l'UE ed anche gli articoli 136 e 137 del Trattato di Amsterdam, entrato in vigore nel 1999, confermano che essa è parte integrante della politica sociale europea. Risale tuttavia al 1989 la prima risoluzione del Consiglio dei Ministri degli Affari sociali della Comunità Europea per «combattere l’esclusione sociale e rafforzare l’integrazione in un’Europa della solidarietà»1. Pochi anni dopo (1993) il Libro Bianco della Commissione europea Crescita, competitività e impiego – più noto come Rapporto Delors – ribadisce l’invito a combattere i processi di esclusione che polarizzano la società europea. Un passo particolarmente importante in questa direzione viene compiuto in occasione dei Consigli europei di Lisbona (marzo 2000), Nizza (dicembre 2000) e Laeken (dicembre 2001), ove gli Stati membri si sono impegnati a ridurre i rischi di povertà e di emarginazione sociale, nonché a rafforzare la coesione sociale nell'Unione nel periodo 2001-2010. In questa prospettiva è stato deciso che ciascuno governo elabori , con cadenza biennale, un proprio Piano di Azione Nazionale per l’inclusione sociale (PAN/inclusione)2.  
Insieme ai concetti di povertà e di esclusione sociale si è diffuso in tempi più recenti anche l’utilizzo del concetto di vulnerabilità che alcuni considerano come la manifestazione contemporanea della “nuova questione sociale”3. Con il termine vulnerabilità si vuole indicare una nuova configurazione del disagio sociale “segnata più dal deficit di integrazione sociale che di risorse materiali”4 5.
Più in generale, con il termine vulnerabilità si tende ad indicare la probabilità o il rischio di essere colpiti da eventi sfavorevoli (legati alle relazioni familiari, all’educazione, al lavoro, alla salute fisica e psichica, ecc.) a cui non si è in grado di far fronte con le risorse a propria disposizione e che perciò producono condizioni (più o meno gravi e permanenti) di povertà ed esclusione sociale.
Mentre nel linguaggio politico-sociale questi tre termini vengono spesso usati in modo intercambiabile per indicare l’insieme dei rischi e delle problematiche economico-sociali che contraddistinguono le nostre società avanzate6, ai fini analitici è bene non ignorare che siamo di fronte a concetti che hanno storie e significati alquanto differenziati, a cui corrispondono indicatori specifici ed altrettanto specifiche risposte politico-sociali7.
Se alle situazioni di vulnerabilità si deve rispondere con politiche di prevenzione, alle situazioni di svantaggio conclamato si deve rispondere con interventi finalizzati alla fuoriuscita dallo stato di bisogno, con azioni corrispondenti alle capacità dei soggetti coinvolti.

1 Il termine esclusione compare in particolare nel terzo programma di lotta contro la povertà varato dalla Commissione Europea per il quinquennio 1989/94 che faceva seguito a quello per il 1975/1980 ed il 1984/1988.
2 Come in effetti è avvenuto per la prima volta nel luglio 2001 (con validità 2001-2003), e per la seconda volta nel luglio 2003 attraverso l’invio alla Commissione Europea di un documento redatto sulla base di una griglia comune, in linea con il metodo del coordinamento aperto tra gli Stati membri per migliorare gli effetti delle proprie strategie per la protezione sociale, l'occupazione, la sanità, l’istruzione, l’abitazione.
Nel vertice di Göteborg (giugno 2001) anche i paesi candidati sono stati invitati ad ispirarsi, nelle loro politiche, all'esperienza già acquisita dagli Stati membri su queste materie.
3 Castel R., Les métamorphoses de la question sociale. Une chronique du salariat, Librairie Artheme Fayard 1995 ; Disuguaglianze e vulnerabilità sociale, in « Rassegna Italiana di Sociologia, 1, 1997, p. 41-56.
4 Si rinvia ai contributi di C. Ranci in IRER, Quattro studi sulla vulnerabilità sociale, Angelo Guerini e Associati, Milano 2001; IRER, Equilibri fragili. Vulnerabilità e vita quotidiana delle famiglie lombarde, Angelo Guerini e Associati, Milano 2003.
5 A tale situazione contribuiscono in modo rilevante nuovi orientamenti culturali e nuove forme di organizzazione sociale che in nome del desiderio di maggiori gradi di libertà e della diffusa esigenza di flessibilità finiscono per approdare a condizioni difficilmente sostenibili di “reversibilità”, “instabilità”, “precarietà”. Le manifestazioni più eloquenti di questo problematico nuovo ordine sociale sono rintracciabili nei sempre più diffusi rapporti di lavoro “atipici”, spesso discontinui e privi delle tradizionali garanzie proprie della “società salariale”, ma anche nell’ambito delle relazioni familiari, sempre meno forti e stabili, segnate da tensioni e rotture di cui fanno le spese soprattutto le parti più deboli, a cominciare dai minori.
6 Si pensi, a titolo esemplificativo, alle sfide ripetutamente segnalate in sede europea: a) la disoccupazione di lunga durata, b) la dipendenza, a lungo termine, da fonti di reddito insufficienti, c) impieghi qualitativamente inadeguati, d) bassi livelli di qualificazione e abbandono anzitempo degli studi, e) crescita in un ambiente familiare socialmente vulnerabile, f) handicap, g) stato di salute precario, h) tossicodipendenza e alcolismo, i) arretratezza, a vari livelli, dell'ambiente di vita, l) la mancanza di un tetto o precarie condizioni di alloggio, m) immigrazione, origine etnica e discriminazione razziale; n) i nuovi andamenti demografici dovuti all'aumento della longevità e al calo del tasso di natalità; o) all'orientamento crescente verso la diversità etnica, culturale e religiosa, come conseguenza dell'aumento delle migrazioni dei popoli a livello mondiale e della mobilità entro i confini dell’UE; p) alla diversa composizione delle famiglie a causa dell'aumento delle separazioni e della deistituzionalizzazione della famiglia.
7 Il problema è stato in effetti affrontato anche in sede europea attraverso la costituzione dopo il Consiglio di Nizza del gruppo di lavoro sugli “indicatori” nell’ambito del Comitato di protezione sociale, con risultati soddisfacenti, anche se ancora in progresso. Un accordo di massima è stato raggiunto su 18 indicatori, di cui 10 primari relativi alla povertà monetaria, all’occupazione, all’istruzione e 8 secondari in tema di salute, abitazione, ambiente. Vedi Eurostat, Statistics in focus, Theme 3 – 8/2003; NAP/inclusione 2001 e NAP /inclusione 2003, Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, Roma luglio 2003.



9.2 - La povertà economica come fattore di esclusione sociale
premessa
L’uso invalso all’inizio degli anni Novanta di aggiungere alla povertà economica (considerata tradizionale) le cosiddette “nuove povertà” per indicare tutte le forme di svantaggio non dovute a carenza di reddito, ma a fattori relazionali (crisi di coppia, conflitti intrafamiliari), sanitari (malattie invalidanti) o sociali (segregazione ed emarginazione di particolari gruppi) ha avuto certamente il merito di richiamare l’attenzione su fenomeni che debilitano gravemente le capacità degli individui e delle loro famiglie, ma ha anche contribuito a distogliere l’attenzione dalla persistenza di una forma di disagio che già di per sé è fonte di esclusione da una serie di chances e benefici sociali. Basti pensare, a titolo esemplificativo, agli effetti della mancanza di mezzi economici sulle carriere scolastiche dei più giovani o sulle possibilità di avere una dieta alimentare e una tutela della propria salute adeguate.
La povertà economica può essere vista contemporaneamente come una causa o come una conseguenza di vicende di diversa natura; in ogni caso, ciò che rende multidimensionale la povertà è il suo carattere cumulativo che rende più gravi le singole difficoltà e rischia di condurre ad una persistente esclusione sociale.



9.2.1 - Le dinamiche regionali della povertà nel contesto nazionale
Per valutare la consistenza della “emergenza povertà” in Lombardia non disponiamo purtroppo di serie storiche ufficiali, dato che sia l’ISTAT che la Banca d’Italia8 hanno a lungo diffuso i loro dati con disaggregazioni solo a livello macroregionale9. Questa lacuna informativa è stata colmata dall’ISTAT solo a partire dall’anno 200210, da cui apprendiamo che l’incidenza della povertà relativa è in Lombardia pari al 3,7%, un valore decisamente inferiore sia rispetto alla media nazionale (11%) sia rispetto alla media delle regioni del Nord (5%)11. Anche l’intensità della povertà (poverty gap) che misura di quanto i poveri sono mediamente al di sotto della linea della povertà segnala una situazione relativamente favorevole (18,1%) sia rispetto ai valori medi nazionali (21,4%) che alla ripartizione geografica (Nord: 19,3%). I dati relativi al 2003 confermano queste tendenze, ma segnalano l’emergere di alcune difficoltà aggiuntive proprio nelle regioni del Nord, compresa la Lombardia, mentre migliora la situazione al Centro e nel Mezzogiorno (tab. 9.1).




Nell’interpretare questi dati è opportuno ricordare che essi forniscono un’indicazione non solo sulla quantità di famiglie che vivono in condizioni svantaggiate rispetto al totale delle famiglie, ma anche una misura sintetica del grado di benessere/malessere esistente nell’intera società.
 La condizione comparativamente favorevole della Lombardia rispetto alle altre regioni viene confermata anche dall’uso di tre differenti linee di povertà12 che identificano le famiglie sicuramente povere ed appena povere (che sommate danno i valori ottenuti con la linea standard convenzionale) cui si aggiungono le famiglie quasi povere (che corrono il rischio di cadere in stato di povertà) e quelle in posizione di relativa sicurezza economica e dunque definibili sicuramente non povere (tab. 9.2).




Il passaggio dai valori relativi ai valori assoluti rende più evidente quante sono le famiglie e gli individui residenti in Lombardia che quotidianamente fanno i conti con la scarsità o la vera e propria indigenza economica e quanto grande è il compito di chi deve mettere in atto le politiche per contrastarla: nel complesso si tratta di 285 mila 750 famiglie (corrispondenti a circa 704 mila persone)13 di cui 56 mila 400 sicuramente povere (142 mila persone) e dunque particolarmente bisognose di aiuti da parte della collettività (tab. 9.3).

8 Si rinvia all’ultima pubblicazioni ISTAT, La povertà in Italia nel 2002, Note Rapide, n. 2, luglio 2003, Roma e all’ultima indagine biennale della Banca d’Italia, I bilanci delle famiglie italiane, in Supplementi al Bollettino Statistico. Note metodologiche e informazioni statistiche , Anno XIV, numero12, marzo 2004.
9 Non è dunque possibile seguire gli andamenti diacronici e cogliere gli eventuali miglioramenti o peggioramenti.
10 Vedi ISTAT, La povertà e l’esclusione sociale nelle regioni italiane. Anno 2002, dicembre 2003, Roma. I primi dati relativi al 2003 sono stati resi noti nell'ottobre 2004, senza una serie di approfondimenti attualmente in corso per conto della Commissione di Indagine sulla Esclusione Sociale.
11 La povertà è stimata dall’ ISTAT sulla base dell’indagine sui consumi delle famiglie italiane tenendo conto della spesa mensile pro-capite a cui si applica una scala di equivalenza a seconda del numero dei componenti delle singole famiglie. Viene considerata povera una famiglia di due persone con una spesa mensile per consumi inferiore alla spesa media pro capite nazionale. Oltre alla povertà relativa viene stimata anche la povertà assoluta, ma i corrispondenti dati non sono disaggregati a livello regionale. Sia la povertà relativa che la povertà assoluta sono misurate in senso “oggettivo” anche se, come vedremo, sono disponibili misurazioni anche della “povertà soggettiva”. Nell’anno 2002 la soglia di povertà relativa per una famiglia di due persone è risultata pari a 823,45 euro, corrispondente alla spesa media pro-capite per consumi di quell’anno. La soglia della povertà assoluta è risultata invece pari 573,63  euro. Nel 2003 i valori della povertà relativa salgono a 869,50, mentre i valori per la povertà assoluta non sono stati stimati.
12 La linea della povertà che definisce le famiglie “appena povere” e quelle “quasi povere” è stata ottenuta abbassando ed elevando del 20 per cento i valori della linea base; le famiglie “sicuramente povere” (con consumi inferiori all’80% della linea di povertà standard) coincidono tendenzialmente con quelle in povertà assoluta . Questa procedura consente di valutare la sensitività dei risultati rispetto a possibili variazioni del livello di spesa che separa poveri e non poveri; le elaborazioni sui dati nazionali per il periodo 1997-2002 mostrano che le quattro linee forniscono indicazioni analoghe sull’evoluzione della povertà. Si veda A. Brandolini, A proposito di povertà e disuguaglianza, Servizio Studi della Banca d’Italia, Roma 2004.
13 La composizione media delle famiglie povere è in Lombardia di 2,52 persone a famiglia, superiore alla famiglia media lombarda che nello stesso anno 2002 risulta composta da 2,40 persone. Si conferma anche in questo caso che le famiglie in povertà tendono ad essere più numerose di quelle non povere. Considerando solo i valori assoluti riferiti alla linea standard il totale effettivo delle famiglie convenzionalmente definite oggettivamente povere è di 138 mila 788 unità, pari a 350 mila 336 individui.


9.2.2 - La combinazione tra povertà “oggettiva” e “soggettiva"
La rilevazione sui consumi delle famiglie italiane condotta dall’ ISTAT nell’anno 2002 offre per la prima volta la possibilità di operare un confronto diretto tra la povertà oggettiva – definita sulla base della linea standard di povertà relativa - e la povertà soggettiva, corrispondente all’autopercezione da parte degli intervistati.
Ciò che balza in primo piano da questo confronto è che la povertà soggettivamente intesa è avvertita in misura più circoscritta rispetto alla povertà oggettivamente intesa (8,7% delle famiglie a fronte dell’11%) (tab. 9.4).




Questa tendenza generale è però, significativamente, contraddetta nelle regioni del Nord, nelle quali il numero delle famiglie che si considerano soggettivamente povere (7,7%) è più ampio di quelle che figurano oggettivamente povere (5%). Nel caso della Lombardia il divario è ancor più accentuato con valori che si situano tra il 7,9% e il 3,7%. In questi dati si trova la conferma che nelle regioni più ricche il sentimento di deprivazione relativa delle famiglie risulta più alto, non solo perché le loro aspettative sono più elevate, ma anche perché esse si confrontano con costi e livelli di consumo più elevati rispetto ai valori nazionali; in pratica, anche una parte di chi si trova oggettivamente al di sopra della linea di povertà nazionale fatica a mantenere gli standard medi dell’area in cui vive e dunque si considera relativamente (se non anche assolutamente) povero.




Una prima conseguenza da trarre è che in varie regioni, tra cui la Lombardia, la povertà relativa risulta sottostimata per effetto dell’uso della linea di povertà nazionale la quale non riesce a tener conto del differente costo della vita esistente tra le diverse aree economico-territoriali del nostro paese. Senza abbandonare il riferimento ad una linea standard comune - necessaria per tenere sotto controllo il grado di coesione nazionale e per effettuare i confronti tra stati – sarebbe allora opportuno adottare parametri relativi agli standard vigenti in Lombardia, sia in termini di reddito disponibile sia in termini di spesa per consumi. L’adozione di questi parametri aggiuntivi consentirebbe una stima più fedele della parte di popolazione lombarda che incontra difficoltà ad arrivare a fine mese e fornirebbe termini di confronto più realistici per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche già intraprese o in corso di realizzazione.
La combinazione tra i dati sulla povertà oggettiva con quelli sulla povertà soggettiva permette di specificare ulteriormente sia le dinamiche attraverso cui si manifesta il problema della indigenza sia la necessaria flessibilità delle misure per contrastarla. Tale combinazione dà origine a quattro situazioni tipo con famiglie:

  • oggettivamente e soggettivamente povere che possiamo definire consapevolmente povere
  • oggettivamente povere che però non si considerano soggettivamente povere e che possiamo definire inconsapevolmente povere,
  • oggettivamente non povere che però si considerano povere e che possiamo definire soggettivamente deprivilegiate.
  • né oggettivamente né soggettivamente povere.

La presenza del gruppo di famiglie che abbiamo definite soggettivamente deprivilegiate spiega le ragioni del diffuso stato di incertezza che coinvolge anche una parte dei ceti sociali che in senso oggettivo sembrerebbero al riparo dall’indigenza. Gli appartenenti a questo insieme di famiglie non rientrano normalmente nelle politiche di contrasto della povertà - che come abbiamo visto debbono essere anzitutto mirate a chi è in povertà assoluta –, si sentono dunque ignorate dai decisori pubblici e sono spinti ad alimentare forme di protesta o di apatia politica. In entrambi i casi sono protagonisti di un disagio che compromette il senso di appartenenza alla collettività e concorre al logoramento della coesione sociale.
Le famiglie oggettivamente o soggettivamente coinvolte in forme di deprivazione economica sfiorano in Lombardia le 400 mila unità, pari al 10,5% del totale (tab. 9.5); questi valori superano dunque di gran lunga le stime viste in precedenza e segnalano l’esistenza di un’area di disagio più ampia e probabilmente più realistica di quanto sia apparso in prima battuta. Adottando questo criterio di misura la situazione della Lombardia non risulta dissimile da quella media delle regioni del Nord e del Centro e perde il suo apparente vantaggio relativo14.





14 Al momento non si dispone della disaggregazione di questi dati per tipo di nucleo familiare e non è dunque possibile decifrare puntualmente quali famiglie si sentano maggiormente a rischi di povertà; un’ipotesi ragionevole è che trovino conferma le tendenze generali e che dunque siano più coinvolte le famiglie più anziane e quelle con più figli minori.




9.3 - Altre forme di esclusione sociale
premessa
Alla povertà economica si associano difficoltà di accesso non solo ad alcuni consumi, ma anche ad alcuni servizi pubblici (sanitari, assistenziali, scolastici) di rilevante impatto sul costo e sulla qualità della vita. Si pensi alle caratteristiche dell’abitazione in cui si vive e alla disponibilità di beni altrettanto primari come una alimentazione equilibrata o la tutela della salute. La povertà costituisce un segnale di malessere che trae origine sia da molteplici fattori strutturali (aspetti macro) sia da percorsi biografici (aspetti micro) segnati da carenze di risorse personali (fisiche, psichiche, culturali, relazionali) o dall’incapacità di utilizzarle in modo vantaggioso. A queste forme di svantaggio – definite talora “nuove povertà” – concorrono le malattie invalidanti e le disabilità psico-fisiche, le dipendenze da sostanze e da comportamenti compulsivi, la perdita della libertà a causa della carcerazione o lo scivolamento nella grave emarginazione per chi non ha fissa dimora. Il punto di partenza non coincide necessariamente con la scarsità di risorse economiche, perchè anche chi gode di un certo benessere materiale può essere colpito da certe difficoltà. Alcune povertà tendono peraltro a sommarsi tra loro: si pensi, ad esempio, alle sofferenze psichiche che spesso si accompagnano alle dipendenze da alcol o droghe, o all’isolamento e alle malattie di chi vive senza dimora, al degrado sociale e alle deprivazioni economiche che spingono a commettere reati e finire in carcere.


9.3.1 - Il disagio abitativo
Il disagio abitativo può derivare sia dalle condizioni dell’abitazione (scarsa luminosità, infiltrazioni di acqua, infissi e pavimenti fatiscenti) sia da problemi legati alla zona di residenza (sporcizia nelle strade, criminalità, atti vandalici o di violenza, presenza in strada di persone che si drogano, ubriacano o prostituiscono). I dati della Lombardia differiscono in questo caso solo lievemente dalle tendenze riscontrabili a livello nazionale (tab. 9.6): il 13,6% delle famiglie residenti in Lombardia (e il 16,3% delle famiglie italiane) dichiara di avere almeno un problema nella sua abitazione; tale situazione è particolarmente avvertita tra le famiglie oggettivamente povere (24,6%) rispetto alle non povere (13,2%) a conferma del legame diretto con la minore o maggiore disponibilità di risorse monetarie. Il disagio legato alla zona di residenza non si associa invece strettamente alla condizione di povertà bensì all’aumentare dell’ampiezza del comune di residenza, con una incidenza particolarmente marcata nei comuni con popolazione superiore ai 200.000 abitanti.




9.3.2 - L’accesso ai servizi sanitari
Nel contesto di un sistema di welfare che voglia garantire a tutti i cittadini alcuni servizi essenziali, le difficoltà di accesso – per ragioni legate alla vicinanza fisica di tali servizi o alla loro efficienza – costituiscono una fonte di esclusione dai diritti della cittadinanza economico-sociale, specie al crescere del fabbisogno di tali servizi per ragioni di necessità.
Nel caso dell’accesso ai servizi offerti dalle ASL e/o dai pronto soccorso la povertà costituisce in Lombardia un fattore penalizzante per ragioni che sarebbe opportuno approfondire (tab. 9.7); in via di ipotesi non è irrealistico pensare che una variabile interveniente sia rappresentata dalla età anziana, visto che tra gli anziani l’incidenza della povertà è, in generale, superiore alla media, oppure al basso livello di istruzione e di conseguente capacità di informazione che pure è normalmente associato al basso reddito. Sembra in ogni caso opportuno un maggior impegno delle istituzioni regionali per ridurre il gap qui segnalato, che sembra essere stato risolto dalle regioni del Centro.





9.3.3 - Povertà alimentare e povertà sanitaria
Nel corso del 2002 il 3,6% delle famiglie italiane (pari a 802 mila unità e a circa 2 milioni 330 mila persone) ha dichiarato di avere avuto “spesso” o “qualche volta” difficoltà ad acquistare beni alimentari di prima necessità (tab. 9.8). Le cifre sono imponenti e danno un'idea allarmante sia delle difficoltà sperimentate da una parte notevole dei residenti, sia del potenziale fabbisogno di aiuti (diretti e indiretti) per sovvenire a questo tipo di estremo disagio economico-sociale. A fronte della estensione quantitativa di quella che possiamo definire la povertà alimentare sperimentata dalle famiglie italiane, non è difficile concludere che le diverse forme di aiuto alimentare già oggi in atto riescono a rispondere solo alla parte emersa dell'iceberg e che pertanto necessitano di essere ulteriormente sostenute ed incrementate per essere maggiormente all'altezza della domanda effettiva e potenziale15.
In Lombardia la povertà alimentare colpisce in modo stabile o saltuario il 2,5% delle famiglie residenti pari a circa 94.000 nuclei familiari. Il dato è doppiamente sintomatico perché in Lombardia opera una fitta rete di centri di aiuto per lo più gestiti da organizzazioni non profit di tipo locale o sovralocale che per l’appunto hanno tra le loro missione quella di distribuire beni di prima necessità in modo stabile e sistematico a chiunque ne faccia richiesta. In questo senso, le famiglie che hanno sperimentato questo stato di indigenza indicano anche il bacino potenziale di utenti di questi servizi non profit che, in base alle stime della Fondazione Banco Alimentare, potrebbero potenziare la loro offerta a condizione di disporre di maggiori mezzi e di una più capillare organizzazione che le istituzioni pubbliche dovrebbero adeguatamente sostenere sul piano infrastrutturale ed economico.
Altrettanto consistente è la povertà sanitaria che interessa il 2,8% pari a 105.000 nuclei familiari. Anche in quest’ultimo caso si rivela oltremodo opportuna l’iniziativa dei centri che dispensano gratuitamente medicinali non coperti dal servizio sanitario ai quali si è unito da qualche anno il Banco farmaceutico, nato sull’esempio della già citata Fondazione Banco Alimentare.
Ancor più diffusa tra le famiglie lombarde (4,4% pari a 165 mila unità) è la difficoltà a pagare regolarmente le bollette delle spese ricorrenti (luce, gas, telefono, riscaldamento, ecc.) a cui corrispondono morosità e ricorsi a qualche prestito d’emergenza.
Le difficoltà sopra indicate non coinvolgono esclusivamente le famiglie oggettivamente povere, quest’ultime però hanno probabilità più che doppie di trovarsi in tali condizioni di necessità.




15 L’estensione del fenomeno fornisce, in particolare, una misura di quanti sono i soggetti potenzialmente interessati ad una o più delle diverse forme di aiuto alimentare erogate sul territorio nazionale dagli oltre 6500 enti non profit che - in base ai dati della Fondazione Banco Alimentare - hanno distribuito nel 2002-2003 viveri sufficienti al fabbisogno quotidiano di circa 1 milione di persone bisognose.


9.3.4 - Disabilità e non autosufficienza
Ciò che rende altamente problematica la condizione dei soggetti disabili non è solo la limitazione o la perdita della capacità di compiere un'attività di base (come camminare, mangiare, lavorare) nel modo o nell'ampiezza considerati normali per un essere umano, ma anche il rapporto che si instaura con l’ambiente familiare e sociale da cui dipende l’insorgere dell’handicap temporaneo o permanente. Una persona diventa "handicappata" quando incontra barriere culturali, fisiche o sociali che le impediscono l'accesso e l'adempimento di un ruolo sociale considerato normale in relazione all'età, al sesso, al contesto socio-culturale della persona. In questa accezione l'handicap corrisponde alla perdita o alla limitazione di opportunità di prendere parte alla vita della comunità allo stesso livello degli altri.
Le persone con disabilità non hanno solo disagi e problemi, ma anche risorse da potenziare; esse avvertono gli stessi bisogni delle persone normodotate, ma, data la loro situazione, le risposte a tali bisogni debbono essere fornite con modalità personalizzate e diverse dalle altre. Anche chi è disabile necessita di istruzione, di lavoro, di domicilio adatti alla sua condizione. Al bisogno di istruzione ha risposto il decreto del Ministero della Pubblica Istruzione n. 141/99 prevedendo l’inserimento nelle classi comuni di uno o al massimo due alunni disabili, seguiti da un’insegnante di supporto. In base alla l. n. 62/2000 anche le scuole non statali che vogliono ottenere la parità sono obbligate ad accogliere alunni disabili, secondo il principio di integrazione nelle classi comuni.
Tra gli studenti disabili che frequentano le scuole statali e private prevalgono le forme di ritardo mentale lieve, medio o grave, mentre i portatori di handicap fisico e sensoriale sono percentualmente minoritari. Se in questi casi la risposta al bisogno di istruzione passa principalmente attraverso l’ausilio di strumenti tecnologici, per i portatori di disabilità intellettiva sono necessari percorsi didattici personalizzati, con personale specializzato per il quale necessitano adeguati investimenti formativi ed economici. Gli sforzi intrapresi non solo non debbono essere depotenziati, ma essere intensificati; l’eredità del passato mostra che il 32% dei disabili non ha alcun titolo di studio, contro il 5,2% dei non disabili16.
L'inserimento lavorativo dei disabili è tutelato dalla legislazione nazionale con forme di collocamento obbligatorio (l. n. 68/1999). Un’importante risposta a questo bisogno arriva dal privato sociale che, tramite cooperative di tipo B, assume come forza lavoro persone disabili sia fisiche che psichiche, seguite da un personale educativo e formativo che punta a promuovere l'espressività e l’autonomia dei singoli soggetti.
Le condizioni già altamente problematiche di tutti i disabili diventano drammatiche per i disabili “fuori famiglia” o perché rimasti soli o perché non possono essere accuditi dai loro familiari. A questa problematica si collegano in particolare i progetti “dopo di noi”, nati per dare una prospettiva a chi resterà privo del supporto dei suoi familiari. Nei casi in cui vengono meno i presupposti dei servizi di assistenza domiciliare si rende necessario il ricovero in ambiti protetti che possono assumere forme diverse a seconda dell'età e del grado di non autosufficienza: centri residenziali, istituti educativo assistenziali, residenze sanitarie assistenziali, comunità alloggio, centri socio educativi, servizi di formazione all’autonomia. I dati più recenti indicano che nel territorio lombardo operano complessivamente 554 servizi residenziali e diurni, in grado di accogliere 11 mila 336 persone disabili appartenenti a varie tipologie e classi di età. I servizi con più disponibilità di posti sono i centri socio educativi (4 mila 948 unità) e i servizi di formazione all’autonomia (3 mila 296 unità) che insieme rappresentano il 73,1% dei servizi e il 72,7% degli utenti potenziali (tab. 9.9).

16 Caritas Italiana – Fondazione E. Zancan, Cittadini invisibili, Rapporto 2002 su esclusione sociale e diritti di cittadinanza, Feltrinelli, Milano, 2002.






Document Actions
 

Personal tools