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Autori

Antonio Schizzerotto

Professore ordinario
di Sociologia presso la
facoltà di Sociologia,
Università degli
Studi di Milano
Bicocca; responsabile
scientifico dell’Indagine
longitudinale sulle
famiglie Italiane;
partecipa a progetti
di ricerca (DYNSOC,
CHANGEQUAL, EQUALSOC, ESS,
ESEC), è membro organismi
scientifici internazionali
(EPAG, ECSR, EPUNET).
 

3 - formazione

Up one level
Capitolo 3 - Antonio Schizzerotto - I percorsi di formazione
3 - formazione 3.1 Nodi problematici dei processi formativi in Lombardia
3 - formazione 3.2 L’istruzione secondaria superiore e la formazione professionale
3 - formazione 3.3 Orientamento e residenzialità come strumenti per innalzare la produttività degli atenei lombardi
3 - formazione 3.4 Domanda e offerta di forza lavoro qualificata

Estratto



3.1 - Nodi problematici dei processi formativi in Lombardia
Nel decennio in esame, la Lombardia, come il resto del Paese, ha fatto registrare una sostenuta dinamica espansiva dei tassi di passaggio dalle medie inferiori alle secondarie superiori e da queste all’istruzione universitaria. Questa crescita non si discosta sensibilmente dalla media nazionale nel caso della secondaria superiore, ma si pone al di sopra di tale soglia nel caso della formazione universitaria.
Analoga crescita non si è invece registrata nell’istruzione di base per la buona ragione che, da mezzo secolo a questa parte, la totalità della popolazione regionale, nella classe d’età pertinente, partecipa a questa fascia del sistema educativo. Almeno dal lato della domanda, non sembra, dunque, che la scolarità d’obbligo presenti particolari problematicità.1 Ma lo stesso può dirsi per ciò che riguarda l’offerta e il funzionamento di questo segmento del sistema formativo lombardo. Una recente indagine (IRER/IARD, 2002) consente, infatti, di sostenere che il piano regionale di dimensionamento della rete scolastica sia riuscito a razionalizzare efficacemente l’organizzazione, la numerosità e la distribuzione territoriale dei punti di erogazione dell’istruzione di base. In particolare, il provvedimento in questione si è rivelato capace di garantire rapporti pressoché ottimali e geograficamente omogenei tra la consistenza della popolazione in età d’obbligo e la quantità di scuole pertinenti.2 L’indagine sopra citata ha, inoltre, posto in luce che nella fascia dell’obbligo i fenomeni di ripetenza sono, da tempo, ridotti a livelli fisiologici, mentre gli abbandoni risultano addirittura assenti.3
Poiché la formazione di base non presenta significativi punti critici, poiché in quella che oggi si usa chiamare la società della conoscenza è, soprattutto, la disponibilità di risorse umane a media e alta qualificazione a rappresentare l’elemento di principale criticità dal punto di vista delle chance di crescita sociale ed economica e, infine, perché, sotto il profilo dell’offerta quantitativa di forza lavoro altamente istruita anche la Lombardia si trova al di sotto dei livelli medi della componente continentale e nordica dell’UE-15, sarà sull’istruzione post-obbligo che concentreremo la nostra attenzione di qui in avanti. Segnatamente, tratteremo dapprima dei rapporti tra formazione professionale e secondaria superiore, cercando di esplorare la possibilità di dar vita a un sistema di istruzione post-obbligo che coniughi tra loro il principio delle pari opportunità educative, l’esigenza di produrre forza lavoro a livelli intermedi di qualificazione e la possibilità di realizzare forme di life-long learning di carattere professionale. Sposteremo, poi, l’attenzione sull’istruzione universitaria segnalandone alcuni aspetti critici riguardanti l’orientamento e la residenzialità, ossia due presupposti cruciali per l’innalzamento dei livelli di efficacia del processo di apprendimento e per la realizzazione di una piena eguaglianza delle chance di istruzione. Considereremo, infine, la domanda di forza lavoro ai vari livelli di qualificazione emergente dal sistema economico e cercheremo di evidenziare possibili tensioni tra questa e la scelta degli indirizzi formativi da parte degli individui e delle famiglie.

1 Né pare di dover riscontrare particolari variazioni nelle dimensioni assolute dell’utenza dell’istruzione d’obbligo ché neppure la componente extra-comunitaria sembra in grado di contrastare, almeno nel breve periodo, la tendenza alla contrazione delle leve demografiche e, dunque, della popolazione scolastica.
2 Con questo, naturalmente, non si vuole negare che qualche elemento di disfunzionalità esista dal lato dell’offerta, specialmente per quel che riguarda le compatibilità tra gli orari di lavoro delle madri (e dei padri) e quelli di funzionamento delle scuole materne, elementari e medie inferiori. Si tratta, tuttavia, di problemi la cui soluzione non può essere lasciata sulle sole spalle del sistema formativo. Essa, infatti, richiede l’introduzione di significativi mutamenti anche negli orari del mondo del lavoro e, più, in generale degli schemi di funzionamento orario di imprese, uffici, negozi e servizi di trasporto.
3 Quanto sostenuto nel testo vale, certamente, per la componente autoctona dell’utenza. Indagini in corso di completamento da parte dell’ISMU parrebbero, però, evidenziare una relativa maggiore esposizione dei figli di immigrati a rischi di irregolarità formativa anche nella scuola di base. Ciò non toglie che la capacità di accoglienza delle scuole dell’obbligo lombarde nei confronti dei soggetti in questione sia progressivamente migliorata.



3.2 - L’istruzione secondaria superiore e la formazione professionale
Malgrado la carenza di dati aggiornati, si può stimare, attraverso opportune procedure proiettive, che, in Lombardia, il tasso di passaggio dalla secondaria inferiore a quella superiore sia aumentato, nel decennio 1995-2005, di circa 7 punti percentuali attestandosi attorno al 92,0% dei licenziati dalle media inferiore (tab. 3.1).




Per quanto le poche informazioni disponibili consentono di intuire, parrebbe che, nelle singole province lombarde, la crescita in questione sia avvenuta, com’era, del resto, logico attendersi, in misura inversamente proporzionale ai rispettivi punti di partenza. Si può, così, dire che, al presente, la propensione alla prosecuzione degli studi al termine dell’istruzione di base risulti più omogeneamente distribuita sul territorio regionale di quanto non fosse all’inizio del decennio considerato. Cionondimeno, la graduatoria delle varie province lombarde in termini di tassi di passaggio alla secondaria superiore sembrerebbe permanere relativamente stabile e vedere alla sua base ancora le province di Bergamo e di Como e al suo vertice, come sempre, quelle di Milano e Cremona4.
Naturalmente non tutti coloro che si iscrivono alla secondaria superiore portano a conclusione il proprio processo formativo in essa. Non pochi, com’è noto, l’abbandonano dopo una breve permanenza nelle sue aule. Per quel che riguarda la Lombardia, si può ricordare che, nel corso del decennio, i tassi medi di abbandono al primo e al secondo anno di corso delle superiori paiono fluttuare, rispettivamente, attorno al 12,0% e al 6,0% benché, negli ultimi quattro anni scolastici, si sia notata una leggera ripresa del fenomeno (tab. 3.2). Si può, pertanto, asserire che il tasso di partecipazione alla secondaria superiore nella popolazione lombarda in età di 14-19 anni si aggiri attualmente sull’86,0% (tab. 3.3).







Anche assumendo che quanti non si iscrivono alla media superiore, o la abbandonano dopo averlo fatto, si rivolgano alla formazione professionale (d’ora innanzi: FP) di base, i dati sopra esposti inducono a ritenere che questo segmento formativo post-obbligo continui a configurarsi, agli occhi degli individui e delle famiglie, come un canale di istruzione poco appetibile. In effetti i dati disponibili inducono a ritenere che la consistenza di quanti si dirigono verso la FP, una volta terminata la scuola dell’obbligo, siano in costante declino e ciò anche nelle province lombarde con i tassi di passaggio alla secondaria superiore più contenuti. Pur con la cautela dovuta alla difficoltà di sceverare, nell’ampio mare della FP, i corsi pertinenti, si può stimare che al presente non più del 5,0% - 6,0% della popolazione lombarda in età di 14-19 anni5 partecipi alla FP di base (tab. 3.3)6
Forse nel prossimo futuro il ruolo e il peso dell’istruzione professionale potrebbero subire cambiamenti di segno positivo, per effetto della cosiddetta riforma Moratti.7

Sembra, tuttavia, arduo pensare che le attuali dinamiche della domanda di formazione superiore e universitaria siano destinate a invertirsi radicalmente di segno negli anni a venire. Ne deriva che il segmento professionalizzante del nuovo sistema scolastico disegnato dalla riforma Moratti – anche qualora si inserisca in esso tutta l’attuale istruzione professionale di secondo grado – dovrebbe riuscire a raccogliere, in Lombardia, al massimo il 15-20% dei licenziati dalle medie inferiori.8 Se, poi, la propensione verso l’iscrizione all’università dovesse continuare a crescere – come sarebbe auspicabile – con i ritmi sperimentati negli ultimissimi anni, la stima prudenziale sopra riportata risulterebbe errata per eccesso. Anche in tal caso, tuttavia, potrebbero nascere due ordini di rischi: a) la riduzione delle chance di passaggio all’istruzione universitaria dei provenienti dal segmento professionalizzante del nuovo sistema formativo secondario, rispetto alle corrispondenti opportunità degli attuali iscritti agli istituti professionali; b) una riduzione delle conoscenze professionali presenti negli attuali curricoli degli istituti tecnici che verranno, per così dire, ulteriormente licealizzati.
L’esperienza internazionale dimostra che un’istruzione secondaria superiore a forti valenze generaliste – come, appunto dovrebbe essere la futura formazione liceale – garantisce una maggiore eguaglianza di opportunità di accesso all’istruzione universitaria. D’altra parte, è noto che, a parità di situazione economica e di modelli di regolazione del mercato del lavoro, un’istruzione generalista rallenta l’ingresso nel primo impiego e dà origine a carriere più frastagliate. I fenomeni in questione sono particolarmente evidenti qualora sia elevata la consistenza di piccole imprese che non abbisognano di molta forza lavoro con elevate competenze generali e che non sono in grado di investire sulla formazione specifica del proprio personale. Ora è ben vero che in Lombardia la proporzione di imprese di medie e grandi dimensioni risulta assai più consistente di quanto non sia nel resto d’Italia; ma è anche vero che non poche sono le piccole aziende presenti sul territorio regionale. Inoltre, anche le medie e grandi imprese lombarde necessitano di quadri intermedi per i quali una vera e propria formazione universitaria si rivela sovradimensionata. Si potrebbe, allora, pensare che la Regione inizi fin d’ora a favorire le transizioni dei licenziati dalle medie inferiori verso quei rami delle attuali secondarie superiori che costituiranno il segmento liceale del futuro sistema scolastico italiano e a offrire ampie opportunità di formazione professionale di breve durata a quei maturi che non intendono proseguire all’università o non hanno frequentato corsi IFTS. In tal modo sarebbe possibile innalzare i livelli formativi della popolazione giovanile lombarda e disporre di un sistema di FP leggero, in quanto scaricato di tutte le esigenze formative generali dei suoi utenti, e facilmente adattabile, proprio perché organizzato attorno a corsi di breve durata, alle mutevoli richieste del mercato del lavoro. Sotto quest’ultimo profilo, il sistema di FP qui abbozzato, si presterebbe bene alla realizzazione di sistematiche attività di aggiornamento e riqualificazione professionale dei quadri intermedi. Si noti che il modello di rapporti tra secondaria superiore e FP che qui stiamo delineando, oltre a risultare compatibile con la possibilità di espletare il diritto-dovere alla formazione fino al 18° anno di età via segmento professionalizzante, come previsto dalla riforma Moratti, si adatta perfettamente anche alla situazione corrente. Si ricordi, infine, che il sistema di FP disegnato da tale modello si presta ad essere gestito dalla Regione congiuntamente alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali che, in più, dovrebbero intervenire anche a sostegno dei costi delle attività didattiche. In effetti da una FP capace di operare come elemento di pronta fluidificazione dei rapporti tra domanda e offerta traggono vantaggio sia i singoli, sia le aziende.

4 Non si riporta nel testo alcuna tavola riguardante la distribuzione a livello provinciale dei tassi di passaggio alla secondaria superiore perché: a) gli ultimi dati disponibili a questo livello di disaggregazione si arrestano all’a.s. 1997/98; b) essi non consentono di valutare il peso dei fenomeni di migrazione scolastica, se così si possono chiamare, da provincia a provincia; e c) in conseguenza di quanto precede, le procedure di proiezione delle serie storiche disponibili producono stime fortemente instabili. Ci limitiamo, pertanto, a dire che nell’a.s. 2003/04 la proporzione di licenziati dalla media inferiore iscritti alla secondaria superiore dovrebbe risultare pari al 95,4% nella provincia di Milano e al 97,1% in provincia di Cremona. I valori in parola si attestano, con ogni probabilità, all’82,3% a Como e all’83,5% a Bergamo.
5 Naturalmente, si potrebbe eccepire che riportare gli iscritti alla FP di base al totale della popolazione con età compresa tra 14 e 19 anni costituisce un’operazione impropria in quanto i frequentanti il segmento formativo in parola si rivolge a soggetti di 14-16 anni. In tal modo, tuttavia, non sarebbe stato possibile fornire una stima ragionevole del complesso degli scolarizzati lombardi in età di 14-19 anni. Così, invece, si può arguire che oltre i 9/10 dei ragazzi lombardi con età compresa tra 14 e 19 anni sia coinvolta in qualche processo formativo.
6 Tutt’altra questione è, naturalmente, la consistenza complessiva dei corsi di FP attivati in Lombardia, siano essi sostenuti direttamente dalla regione o finanziati via FSE e gestiti da enti accreditati, da scuole secondarie superiori, università e imprese. Includendo nelle iniziative in parola anche le attività di IFTS, si può dire che il complesso della FP lombarda abbia coinvolto, negli ultimi tempi, circa 100.000 persone all’anno. Naturalmente, la generalità di costoro è costituita da persone che stanno frequentando o hanno ultimato le secondarie superiore, da soggetti occupati con vari livelli di istruzione e da persone con età superiore ai 19 anni. Esse, dunque, non possono venire considerate nella presente analisi.
7 Com’è noto, la riforma Moratti statuisce di attribuire all’istruzione professionalizzante un peso e una valenza formativa maggiori di quelli correnti. In più essa prevede di collocare gli istituti professionali, attualmente posti nella secondaria superiore propriamente detta, entro il segmento professionalizzante della formazione post-obbligo. Si tenga, poi, conto che la riforma Moratti consente, in qualsiasi momento, il passaggio dal sistema dell’istruzione professionale a quello dell’istruzione liceale. A temperare i possibili effetti positivi di queste innovazioni sta, però, il fatto che la riforma Moratti non consente, a chi abbia ultimato il quarto anno della formazione professionale, l’iscrizione alla formazione tecnica superiore. Per meglio dire, lo consente solo a patto di transitare al quinto anno della formazione liceale e di concluderlo positivamente.
8 La stima qui richiamata si fonda sull’assunto, a ben vedere non molto realistico, come, del resto si chiarisce nel testo, che l’attuale proporzione di soggetti iscritti all’istruzione professionale – i quali all’a.s. 2001/2002 rappresentavano il 22,6% degli studenti lombardi di scuola secondaria superiore – non si riduca nel prossimo futuro.



3.3 - Orientamento e residenzialità come strumenti per innalzare la produttività degli atenei lombardi
È noto che in Lombardia, così come nel resto d’Italia, gli abbandoni costituiscono uno degli elementi che maggiormente rallentano la crescita della quota di soggetti in possesso di titoli di istruzione terziaria e riduce la produttività del sistema universitario. Benché manchino indagini puntuali in materia, sulla base dei dati MIUR e di quelli derivanti da rilevazioni condotte da singoli atenei della regione, si può dire che, ancora nell’a.a. 1999/00, circa 3 immatricolati lombardi su 10 abbandonassero di fatto gli studi universitari al primo anno e che 5 su 10 (della leva in questione) lo facessero entro il quarto anno di iscrizione. Il nuovo ordinamento degli studi universitari, introdotto nell’a.a. 2000/01, ossia il cosiddetto “3+2”, ha ridotto considerevolmente l’incidenza degli abbandoni. Nondimeno, anche facendo riferimento ai soli iscritti alle nuove lauree triennali, si può dire che attualmente circa 3 studenti universitari su 10, tra quelli immatricolati nell’a.a. 2001/02, abbiano interrotto la propria formazione universitaria entro il terzo anno di corso.
La consistenza dei fenomeni in parola spiega perché, a dispetto dei pur consistenti tassi di passaggio dalla secondaria superiore all’università fatti registrare dalla Regione Lombardia (tab. 3.4), la quota di residenti in regione, con età compresa tra 20 e 24 anni, iscritta a un qualche ateneo italiano risulti, per l’a.a. 2002/03, di poco superiore ai 2/5 (tab. 3.5).







L’elemento che più preoccupa a questo proposito è costituito dal fatto che la dinamica della crescita nelle immatricolazioni all’università, ossia nei tassi si passaggio a quest’ultima dalla secondaria superiore, pare, in Lombardia come nella generalità del Paese, più pronunciata (tab. 3.4) della velocità di espansione del tasso di partecipazione agli studi universitari della popolazione pertinente (tab. 3.5), a testimonianza, appunto, della lentezza con cui, nel tempo, diminuiscono i fenomeni di interruzione prematura degli studi universitari. A quest’ultimo proposito va sottolineato che il tasso di scolarità universitaria della popolazione in età di 20-24 anni residente in Lombardia parrebbe essere inferiore non solo a quello medio europeo (52,6% nel 2000/01), come già ricordato in precedenza, ma anche a quello nazionale (49,7% nel 2000/01). Va da sé che, in larga misura, il divario tra Lombardia e Italia riflette la maggiore tensione del mercato del lavoro locale (ossia l’effetto dell’esistenza di più cospicue opportunità di impiego al termine della secondaria superiore) e la tradizionalmente più elevata propensione dei residenti nelle regioni meridionali a iscriversi all’università e a permanere in essa fino alla conclusione degli studi. Rimane, però, aperto il rischio che la Lombardia (ad eccezione di alcune aree come la province di Milano, Cremona, Pavia) non riesca a produrre, nel medio periodo, quantità sufficienti di forza lavoro altamente istruita entro i residenti nel suo territorio. Proprio per questo si dovrebbe osservare una particolare attenzione ai fenomeni di abbandono degli studi universitari.
Usualmente la responsabilità dell’evento in questione è imputata in toto agli atenei. In realtà, le poche indagini campionarie9 finora condotte in materia di motivazioni sottostanti all’abbandono, mostrano che i problemi connessi all’organizzazione didattica e logistica dei corsi di studio universitari danno conto di meno di 1/5 del fenomeno. Molto più incisive si rivelano le ragioni connesse all’esercizio di attività lavorative, a vincoli di carattere economico e ad errate scelte di studio dovute a carenze informative, ossia ad insufficienze del sistema di orientamento.
Si può stimare che quest’ultimo fattore produca circa 1/4 degli abbandoni degli studi universitari. Se, poi, si tiene conto che carenze di orientamento sottostanno anche ai fenomeni di sovra e sotto produzione di laureati di singole branche disciplinari rispetto alle richieste del mercato del lavoro, si deve convenire che adeguate attività informative sulla configurazione degli indirizzi formativi universitari costituiscono uno strumento cruciale per garantire la funzionalità individuale e collettiva degli studi accademici. Le attività facenti capo a questo sistema non dovrebbero rivolgersi solo gli studenti dell’anno terminale delle medie superiori e veicolare unicamente generiche informazioni sui contenuti delle varie facoltà universitarie, ma dovrebbero iniziare fin dal terzo anno della secondaria superiore, occupare almeno una ventina di ore annue, coinvolgere anche i genitori degli studenti e considerare, accanto alle articolazioni dell’offerta universitaria, le prospettive occupazionali emergenti dal mondo del lavoro e le motivazioni individuali. Vale la pena di sottolineare che il modello di orientamento qui proposto non consentirebbe solo di innalzare i livelli di produttività degli atenei e di meglio connettere l’offerta e la domanda di forza lavoro altamente qualificata, ma anche di garantire una maggiore eguaglianza di opportunità formative per effetto della riduzione delle asimmetrie informative oggi esistenti tra gli studenti delle superiori a causa della diversa appartenenza sociale e culturale.
Anche il problema della residenzialità universitaria, problema che costituisce il secondo aspetto di limitata funzionalità degli atenei lombardi (e italiani) sul quale ci è sembrato opportuno richiamare l’attenzione, è collegato al tema delle pari opportunità formative e della produttività del sistema universitario regionale. In linea di massima, infatti, sono gli studenti regolarmente frequentanti a non incorrere in fenomeni di abbandono e a presentare gli esiti migliori in termini sia di regolarità degli studi, sia di livelli di apprendimento. E gli studenti regolarmente frequentanti si trovano, notoriamente, tra quanti risiedono nella città sede dell’ateneo di iscrizione o tra coloro che lì sono riusciti a trovare un’abitazione10. Si può calcolare che circa la metà degli studenti delle università lombarde risieda fuori sede. Di questi oltre la metà vivono nella cosiddetta fascia di pendolarità, vale a dire che risiedono in comuni dai quali la città sede dell’ateneo di iscrizione può essere raggiunta solo con mezzi pubblici extra-urbani e con un viaggio di durata compresa tra 30 e 90 minuti. I rimanenti risiedono all’esterno di questa fascia e, non di rado, provengono da regioni diverse dalla Lombardia. Tra costoro poco più di un ventesimo ha cercato e trovato alloggio nella città sede dell’Ateneo. Tra i primi quasi i tre quinti. Ne deriva che circa i quattro quinti degli studenti universitari fuori sede non abitano nella città sede dell’ateneo di iscrizione e, dunque, non riescono, o riescono solo irregolarmente, a partecipare attivamente alla vita di tale ateneo, con le negative conseguenze implicitamente richiamate sopra.
Le principali cause di una così contenuta proporzione di studenti fuori sede domiciliati laddove sta la loro università sono, naturalmente, costituite, da un lato, dalla scarsa disponibilità di posti presso gli ISU, i collegi universitari, i pensionati e di abitazioni private e, dall’altro lato, dagli elevati costi della generalità di queste soluzioni e, segnatamente, delle abitazioni private. Parrebbe, dunque, opportuno che la Regione, le municipalità sede di ateneo e gli atenei stessi ponessero organicamente mano a questo problema cooperando alla costruzione di edifici per le abitazioni degli studenti; stipulando accordi con banche, immobiliaristi e proprietari di abitazioni; estendendo alcune esperienze recentemente compiute da qualche ateneo milanese (l’università che si fa garante dei fitti e dalla conservazione degli appartamenti con i privati, convivenza tra anziani ospitanti e studenti ospiti in cambio di piccoli aiuti di questo verso quelli). Peraltro vale la pena ricordare che la Regione è già intervenuta a sostegno della residenzialità degli studenti universitari: la dotazione di posti letto nelle strutture degli ISU è, infatti, passata dalle 3.792 unità nel 1996 alle 5.610 del 200211, collocando la Lombardia tra le regioni italiane che hanno un miglior rapporto posti letto per studente12; altri interventi già cantierati contribuiranno a migliorare ulteriormente l'accoglienza degli studenti fuori sede.
Occorre inoltre ricordare anche la legge regionale di riforma del diritto allo studio universitario (l. r. n. 33/2004) che prevede tra i principi ispiratori «l’identificazione dell'università quale ente di riferimento del diritto allo studio universitario sia per gli interventi (didattici e non) propri dell’Università che per quelli rivolti agli studenti capaci e meritevoli in condizioni economiche svantaggiate». Le università della Lombardia si troveranno, in prospettiva, a gestire direttamente o tramite soggetti convenzionati i servizi di accoglienza agli studenti.
Naturalmente, mettendo tra parentesi i principi di uguaglianza e di efficienza formativa ai quali si sono ispirate le notazioni che precedono, ci si potrebbe chiedere quale sia l’interesse concreto della collettività regionale per fare della complessa e costosa questione della residenza degli studenti universitari fuori sede un obiettivo di politica formativa, soprattutto quando si tratti di studenti che risiedono fuori regione. La risposta a questo interrogativo è che esistono buoni motivi per pensare che molti tra questi studenti potrebbero opportunamente accrescere le disponibilità di capitale umano della Lombardia.

9 Si veda, ad esempio, Nucleo di Valutazione dell’Università di Milano Bicocca, Dinamiche e motivazioni dell'abbandono degli studi universitari: l'esperienza di valutazione dell’Università di Milano Bicocca, Milano, 2002.
10 Dati aggiornati ed organici sulla consistenza degli studenti fuori sede esistono solo per le università milanesi. Si vedano in proposito: Schizzerotto, A. e Denti, F., I fabbisogni di accoglienza degli iscritti fuori sede agli atenei milanesi, Milano, MeglioMilano, 2003; Schizzerotto, A. e Denti, F., (a cura di), Gli studenti pendolari degli atenei milanesi, Milano, MeglioMilano, 2004. Le stime riportate nel testo tengono conto, oltre che dei dati appena richiamati, anche degli esiti di altre rilevazione condotte, in anni diversi, da singoli atenei lombardi.
11 Vedi Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario (CNVSU), Rapporto sullo stato del sistema universitario, 2003.
12 Rapporto numero posti letto per 100 studenti nel 2001: Lombardia (2,1), Italia (1,7); CNVSU, Rapporto 2003.



3.4 - Domanda e offerta di forza lavoro qualificata
Facendo riferimento agli ultimi dati resi pubblici dell’indagine Excelsior13 (2004), parrebbe in atto uno spostamento verso l’alto della domanda di forza lavoro qualificata proveniente dalle imprese lombarde. La crescente richiesta di soggetti in possesso di livelli di istruzione elevati non riguarda solo le aziende di grandi (vale a dire quelle con 100 dipendenti e oltre) e medie dimensioni (ossia quelle con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 99), bensì anche le piccole imprese (cioè quelle con un numero di dipendenti compreso tra 2 e 9). Naturalmente, la crescita in parola si articola anche secondo il settore di appartenenza delle imprese. Essa appare, com’è ovvio, più sensibile per le aziende operanti nei settori innovativi (quali, ad esempio, elettronica, tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, produzione di software, servizi alle imprese, attività finanziarie) e meno pronunciata per quelle afferenti ai settori tradizionali (quali, ad esempio, metalmeccanica, chimica, tessile, alimentari, distribuzione commerciale, turismo).
Muovendosi nell’ambito dell’orizzonte di breve periodo assunto dagli imprenditori interrogati dall’indagine Excelsior e utilizzando lo schema quadripartito emergente dalla combinazione tra dimensione e settore, si può, dire che, nei settori innovativi, le imprese di medie e grandi dimensioni operanti necessitino di quote consistenti di laureati14 e che lo stesso valga, ancorché in misura lievemente più contenuta per le piccole imprese.15 Nei settori maturi, invece, le grandi imprese richiedono flussi più modesti di soggetti in possesso di una formazione universitaria16 i quali, nel caso delle piccole imprese, si riducono a dimensioni francamente marginali17. Anche nei confronti dei diplomati delle scuole secondarie superiori, le grandi e medie imprese innovative fanno la parte del leone18, seguite dalle corrispondenti categorie di piccole imprese19. Nel caso di aziende operanti nei settori maturi, le quote in questione si riducono, ma in misura meno sensibile di quelle viste parlando dei laureati20. Naturalmente, per avere un’idea un po’ più realistica della configurazione della domanda complessiva di forza lavoro qualificata emergente dalle imprese lombarde, le stime appena citate vanno riportate al peso dei dipendenti presenti in ciascuna delle quattro categorie di imprese, alle quali abbiamo fatto fin qui riferimento, sul complesso dei dipendenti del settore privato. Grosso modo, si può valutare: a) che le grandi e medie imprese dei settori innovativi occupino un po’ più di un decimo dei dipendenti dal settore privato presenti in Lombardia; b) che le piccole innovative ne assorbano circa un quinto; c) che le grandi mature ne dispongano di un altro quinto circa; e che la restante metà si trovi nelle piccole imprese dei settori maturi. Ne deriva che la quota complessiva dei laureati di cui il sistema economico lombardo dovrebbe avere necessità nei prossimi anni dovrebbe aggirarsi attorno al 15% delle nuove assunzioni e che quella dei maturi si attesti attorno ai 2/5 quinti delle medesime21.
Se confrontiamo queste stime con la consistenza dei flussi di laureati e diplomati in uscita dagli atenei e dalle medie superiori lombarde, si può dire che, nel breve periodo, non si dovrebbero verificare particolari problemi quantitativi di offerta forza lavoro istruita.
In effetti, sulla base della consistenza degli effettivi ai vari anni di corso della secondaria superiore in Lombardia nell’a.s. 2003/04, dei tassi di abbandono nel primo e nel secondo anno di corso e dei tassi di promozione agli esami di maturità esperiti di recente, si può valutare che nei prossimi 5 anni il sistema scolastico lombardo produrrà tra i 62.000 e i 65.000 maturi ogni anno. Assumendo un moderato incremento dei tassi di passaggio all’università, pari allo 0,8%-1,0% annuo, le cifre sopra riportate inducono a ritenere che circa 18.000-20.000 maturi saranno potenzialmente disponibili a presentarsi annualmente sul mercato del lavoro regionale, da oggi sino al 2010. Si è usata l’espressione “potenzialmente disponibili”, perché alcuni maturi, pur non iscrivendosi all’università, non iniziano neppure un’immediata ricerca del primo impiego e si iscrivono, invece, a corsi di qualificazione professionale post-diploma. Costoro, sulla base dei dati IRER riferiti al 2002, sono stimabili in circa 2000-2500 unità annue. Anche così ridotti, i flussi in questione paiono, come detto, ampiamente in grado di soddisfare la domanda di lavoro a medio livello di qualificazione nella Lombardia dell’immediato futuro.
Analoghe considerazioni sembrerebbero valere per quanto riguarda i soggetti in possesso di titoli di istruzione terziaria (laureati triennali e quinquennali). Specificamente, il flusso annuo di questi ultimi, a tassi di passaggio lievemente crescenti nella misura sopra indicata e a tassi di abbandono stabili rispetto a quelli stimati nel paragrafo precedente, dovrebbe attestarsi attorno alle 25.000-30.000 unità. Anche in questo caso vanno, poi, messi in conto coloro che, dopo il conseguimento del titolo, si iscrivono a master di primo e di secondo livello. Non siamo, attualmente, in grado di valutare con ragionevoli margini di affidabilità questa grandezza. Parrebbe, comunque, che circa i 2/5 dei laureati triennali e quinquennali lombardi frequentino master di primo o secondo livello o, in alternativa, altri corsi di perfezionamento. L’effetto di riduzione del flusso di soggetti in possesso delle nuove lauree, derivante dall’iscrizione a corsi di qualificazione post-universiaria, dovrebbe, tuttavia, essere un po’ temperato dai laureati quadriennalisti che concludono in ritardo il loro processo formativo. Parrebbe, dunque, possibile ipotizzare che la Lombardia veda affacciarsi annualmente sul mercato del lavoro tra i 15.000 e i 18.000 nuovi soggetti formati a livello universitario. Allo stato attuale, le grandezze appena citate paiono essere adeguate, come detto, alle dimensioni della domanda locale di forza lavoro con il livello di qualificazione in parola.
Ripetiamo, però, che nel medio periodo potrebbero manifestarsi non marginali tensioni di carattere quantitativo non immediatamente superabili neppure con importazioni, se così si possono chiamare, di laureati da altre regioni italiane. Ciò soprattutto se la richiesta di forza lavoro altamente qualificata proveniente dalle imprese dovesse aumentare per effetto sia di una crescita del peso di quelle afferenti ai settori innovativi, sia dell’introduzione di nuovi modelli organizzativi e gestionali nelle aziende dei settori maturi. Si è già detto, infatti, che malgrado la crescita dei tassi di passaggio dalla secondaria superiore all’università, la proporzione di soggetti in possesso di titoli di istruzione terziaria rimane, anche in Lombardia, al di sotto della media italiana ed europea. Inoltre, non è chiaro quale potrà essere la posizione di mercato dei soggetti in possesso di lauree triennali e di lauree specialistiche. Se, come pare ragionevole pensare, questi ultimi rimpiazzeranno i vecchi laureati quadriennalisti, allora non pare infondato prospettare il rischio che la produzione di laureati specialistici sia inferiore al fabbisogno e che questa situazione operi come un collo di bottiglia rispetto alle possibilità di crescita dell’economia regionale. Quanto ai destini dei possessori di lauree triennali, allo stato è poco chiaro se essi assumeranno ruoli occupazionali intermedi tra quelli degli attuali laureati e diplomati o rimpiazzeranno questi ultimi. La seconda alternativa pare la più probabile a causa del carattere fortemente credenzialistico del mercato del lavoro italiano. Se così fosse, pare ragionevole prospettare il manifestarsi, nel giro di cinque-sette anni, di non trascurabili tensioni tra domanda e offerta di forza lavoro ai livelli intermedi di qualificazione, con elevati rischi di spiazzamento dei diplomati di scuola secondaria superiore e, probabilmente, anche di coloro che hanno compiuto esperienze di IFTS.
Occorre, tuttavia, rilevare che sono gli aspetti qualitativi, più di quelli quantitativi, dell’offerta di forza lavoro istruita a destare preoccupazioni. In effetti, sia nel caso della secondaria superiore, sia in quello dell’università, la scelta degli indirizzi formativi permane improntata a un certo tradizionalismo e mostra scarsi elementi di dinamicità. Segnatamente, entro l’istruzione secondaria superiore paiono sistematicamente trascurati gli indirizzi formativi connessi alle esigenze tecniche delle imprese innovative ed ancora sproporzionatamente ricercati gli indirizzi formativi di stampo tecnico tradizionale (ossia quelli connessi alle imprese metalmeccaniche, tessili, elettriche, chimiche e simili), quelli di carattere amministrativistico e quelli collegati alle discipline pedagogiche, sociali e psicologiche (tab. 3.6)22.




Similmente, entro l’istruzione universitaria i corsi di laurea afferenti ad indirizzi quali lettere, scienze politiche, sociologia, psicologia, giurisprudenza, economia politica paiono sistematicamente sovraffollati, mentre insufficienti paiono le iscrizioni ai corsi di laurea afferenti all’economia aziendale, ad ingegneria e, soprattutto, alle discipline scientifiche (tab. 3.7). E anche in tal caso gli elementi di stabilità prevalgono nettamente su quelli di mutamento, anche qualora si considerino, come qui è stato fatto, le variazioni nel tempo delle sole nuove immatricolazioni (tab. 3.7).




Nel conto delle discrasie qualitative tra domanda e offerta di forza lavoro va, inoltre, messo il già richiamato rischio che la presenza dei laureati triennali riducano le chance occupazionali dei diplomati in discipline tecniche. Il carattere prevalentemente generalista della formazione ricevuta dai laureati in parola male si accorda, infatti, con le domande di qualificazione professionale specifica proveniente dal sistema economico regionale. Né a temperare questa preoccupazione vale il richiamo al previsto prossimo rafforzamento del settore della FP, ad opera della riforma disegnata dal ministro Moratti. Abbiamo detto in precedenza, infatti, che difficilmente esso riuscirà ad attrarre quote consistenti della domanda di formazione delle famiglie. Dal canto suo, il sistema dei licei dovrebbe produrre un’ulteriore drastica riduzione delle componenti tecniche presenti nella formazione secondaria superiore, a favore, ancora una volta, di quelle generaliste.
Dagli scenari appena delineati derivano due importanti conseguenze operative sulla cui urgenza ci eravamo già soffermati nei paragrafi precedenti. Si tratta: a) della necessità di rafforzare i servizi di orientamento; e b) dell’esigenza di assegnare alla FP’ regionale il ruolo di strumento di trasmissione, attraverso corsi di breve durata, delle specifiche competenze professionali, richieste dal mercato del lavoro, che né la secondaria superiore licealizzata, né l’istruzione universitaria di base saranno capaci di far acquisire ai soggetti che ad esse si iscrivono.

13 Indagine realizzata dall'Unione Italiana delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato in stretta collaborazione e con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell'Unione Europea (FSE) con l’obiettivo di analizzare le caratteristiche quantitative e qualitative della domanda e dell’offerta di lavoro.
14 Pare di poter sostenere che la domanda in questione si attesti attorno a due laureati ogni cinque nuovi assunti.
15 In questo caso sembrerebbe trattarsi di una quota variabile tra un quarto e un terzo dei nuovi assunti.
16 Si può stimare che la quota in questione sia di un laureato ogni dieci nuovi assunti.
17 Si dovrebbe trattare, approssimativamente, di poco più di un laureato su trenta nuovi occupati. Rimane, però, vero quanto sostenuto nel testo, ossia che anche le piccole imprese stanno iniziando a chiedere più laureati.
18 Esse sembrerebbero, infatti, orientate ad assumere circa un maturo ogni due nuovi dipendenti.
19 Parrebbe trattarsi, approssimativamente, di due diplomati ogni cinque nuovi assunti.
20 Le proporzioni approssimative di diplomati sembrerebbero attestarsi a due su cinque nuovi assunti, nel caso delle aziende di medie e grandi dimensioni, e a uno su tre, in quello delle imprese di piccole dimensioni.
21 Non viene qui preso in considerazione il settore pubblico a causa sia dell’assenza di indagini in materia, sia della perdurante situazione di blocco delle assunzioni. Nell’ipotesi che quest’ultima venga meno si può assumere che il fabbisogno di laureati aumenti di un paio di punti percentuali e che quello dei laureati si accresca di tre o quattro.
22 Da notare che la stabilità delle scelte formative post-obbligo dei giovani e delle famiglie lombarde si estende ben al di là dei quattro anni documentati nella tab.  3.6. L’esame delle pertinenti serie storiche permette, infatti, di asserire che esse si configuravano simili alle attuali già nella seconda metà degli anni Ottanta. Si veda IRER / IARD 2002.





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