Antonio Schizzerotto
Capitolo 3 - I percorsi di formazione
testo completo su: www.rapportoirer2005.it/sociale/I/schizzerotto
Il contributo tratta l’istruzione post-obbligo, a partire dalla considerazione che la scolarità dell’obbligo non presenta alcuna criticità e nella convinzione che nella “società della conoscenza” la disponibilità di risorse umane qualificate è centrale per lo sviluppo. Vengono illustrati i rapporti tra formazione professionale e secondaria superiore, l’istruzione universitaria e, infine, la domanda di forza lavoro ai vari livelli di qualificazione emergente dal sistema economico.
Si può stimare che il tasso di passaggio dalla secondaria inferiore a quella superiore sia aumentato, nel decennio 1995-2005, di circa 7 punti percentuali, attestandosi attorno al 92,0% dei licenziati dalla media inferiore (tab. 3.1).
La propensione alla prosecuzione degli studi risulta più omogeneamente distribuita sul territorio di quanto non fosse all’inizio del decennio. La graduatoria delle province sembra stabile e vede ultime Bergamo e Como e prime Milano e Cremona.
I tassi medi di abbandono al primo e al secondo anno di corso delle superiori paiono fluttuare, rispettivamente, attorno al 12% e al 6% e negli ultimi quattro anni si nota una leggera ripresa.
Il tasso di partecipazione alla secondaria superiore nella popolazione lombarda in età di 14-19 anni si aggira intorno all’86% quello alla nuova formazione professionale arriverà al massimo al 10-15% (e se la propensione verso l’iscrizione all’università dovesse continuare a crescere, la stima sarebbe errata per eccesso). Potrebbero nascere due ordini di rischi: a) la riduzione delle chance di passaggio all’istruzione universitaria dei provenienti dal segmento professionalizzante, rispetto agli attuali iscritti agli istituti professionali; b) una riduzione delle conoscenze professionali presenti negli attuali curricoli degli istituti tecnici.
Un’istruzione a forti valenze generaliste come quella liceale garantisce maggiore opportunità di accesso all’università; d’altra parte, a parità di condizioni, essa rallenta l’ingresso nel primo impiego e dà origine a carriere più frastagliate. Si potrebbe pensare che la Regione inizi a favorire le transizioni dei licenziati dalle medie inferiori verso quei rami delle attuali secondarie superiori che costituiranno il segmento liceale del futuro sistema scolastico italiano e a offrire ampie opportunità di formazione professionale di breve durata a quei maturi che non intendono proseguire all’università o non hanno frequentato corsi IFTS. In tal modo sarebbe possibile innalzare i livelli formativi della popolazione giovanile lombarda e disporre di un sistema di FP “leggero”, scaricato di tutte le esigenze formative generali, e facilmente adattabile alle richieste del mercato. Tale sistema si presterebbe bene ad attività di aggiornamento e riqualificazione professionale dei quadri intermedi, sarebbe compatibile con il diritto-dovere alla formazione fino al 18° anno, e si adatterebbe perfettamente alla situazione corrente e ad essere gestito dalla Regione congiuntamente alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.
Ancora nell’a.a. 1999/00, circa il 30% degli immatricolati lombardi abbandonava gli studi universitari al primo anno e il 50% lo faceva entro il quarto anno. Il nuovo ordinamento degli studi universitari ha ridotto l’incidenza degli abbandoni, che tuttavia restano alti: circa 3 studenti universitari su 10 (immatricolati nell’a.a. 2001/02) hanno interrotto la propria formazione universitaria entro il terzo anno di corso. La consistenza del fenomeno spiega perché, a dispetto dei consistenti tassi di passaggio dalla superiore all’università in Lombardia (tab. 3.3), la quota di residenti in regione, con età tra 20 e 24 anni, iscritta a un qualche ateneo italiano risulta poco superiore ai 2/5 (tab. 3.4).
Il tasso di scolarità universitaria in Lombardia è inferiore a quello europeo (52,6% nel 2000/01) e a quello nazionale (49,7% nel 2000/01). Il divario tra Lombardia e Italia riflette l’esistenza di maggiori opportunità di impiego al termine della secondaria superiore e la propensione dei residenti nelle regioni meridionali a iscriversi all’università e a permanere in essa. Rimane, però, aperto il rischio che la Lombardia (ad eccezione di alcune aree come la province di Milano, Cremona, Pavia) non riesca a produrre, nel medio periodo, quantità sufficienti di forza lavoro altamente istruita.
Le indagini campionarie (Bicocca, 2002) sulle motivazioni all’abbandono mostrano che i problemi connessi all’organizzazione dei corsi di studio universitari danno conto di meno di 1⁄5 del fenomeno. Molto più incisive si rivelano le ragioni connesse all’esercizio di attività lavorative, a vincoli economici e a errate scelte di studio, ossia a insufficienze del sistema di orientamento.
Quest’ultimo fattore produce circa _ degli abbandoni degli studi universitari e contribuisce anche ai fenomeni di sovra e sotto produzione di laureati di singole branche disciplinari rispetto alle richieste del mercato del lavoro. Adeguate attività informative sulla configurazione degli indirizzi formativi universitari costituiscono uno strumento cruciale per garantire la funzionalità individuale e collettiva degli studi accademici. Le attività facenti capo a questo sistema dovrebbero considerare, accanto alle articolazioni dell’offerta universitaria, le prospettive occupazionali.
La metà degli studenti delle università lombarde risiede fuori sede. Circa i quattro quinti degli studenti universitari fuori sede non abitano nella città sede dell’ateneo di iscrizione e, dunque, non riescono, o riescono solo irregolarmente, a partecipare attivamente alla vita di tale ateneo (Schizzerotto - Denti, 2003 e 2004). Le principali cause sono costituite dalla scarsa disponibilità di posti e dagli elevati costi. Parrebbe opportuno porre organicamente mano a questo problema cooperando alla costruzione di edifici per le abitazioni degli studenti, stipulando accordi con banche, immobiliaristi e proprietari di abitazioni. La Regione, peraltro, è già intervenuta a sostegno della residenzialità degli studenti universitari: la dotazione di posti letto nelle strutture degli ISU è, infatti, passata dalle 3.792 unità nel 1996 alle 5.610 del 2002, collocando la Lombardia tra le regioni italiane che hanno un miglior rapporto posti letto per studente (2,1 ogni cento, contro 1,7 in Italia) (CNVSU, 2003).
Gli ultimi dati (Excelsior, 2004) mostrano uno spostamento verso l’alto della domanda di forza lavoro qualificata proveniente dalle imprese lombarde, anche quelle medie e piccole. La crescita appare ovviamente più sensibile per i settori innovativi dove le imprese medie e grandi richiedono il 40% di laureati tra i nuovi assunti e le piccole il 25-30%. Nei settori maturi, invece, la quota scende al 10% per le medie e grandi imprese e allo 0,3% per le piccole. Analoghi andamenti si registrano per quanto riguarda i diplomati. La quota complessiva dei laureati di cui il sistema economico lombardo dovrebbe avere necessità nei prossimi anni potrebbe aggirarsi attorno al 15% delle nuove assunzioni e si stima che quella dei maturi si attesti attorno ai 2/5 delle medesime. Nel breve periodo, non si dovrebbero verificare particolari problemi quantitativi di offerta di forza lavoro istruita.
Nel medio periodo potrebbero, però, manifestarsi non marginali tensioni di carattere quantitativo, soprattutto se la richiesta di forza lavoro altamente qualificata proveniente dalle imprese dovesse aumentare. Se poi, come pare ragionevole, i laureati specialistici rimpiazzeranno i vecchi laureati quadriennalisti, si prospetterebbe il rischio che la produzione di laureati specialistici sia inferiore al fabbisogno. Analogamente se i laureati triennali assumeranno i ruoli occupazionali dei vecchi diplomati, si potrebbero verificare tensioni tra domanda e offerta di forza lavoro ai livelli intermedi di qualificazione, con elevati rischi di spiazzamento dei diplomati e, probabilmente, anche di coloro che hanno compiuto esperienze di IFTS.
Sono, tuttavia gli aspetti qualitativi, più di quelli quantitativi, a destare preoccupazioni. La scelta degli indirizzi formativi permane improntata a un certo tradizionalismo e mostra scarsi elementi di dinamicità. La secondaria sembra trascurare indirizzi formativi connessi alle esigenze tecniche delle imprese innovative, essendo prevalenti gli indirizzi formativi di stampo tecnico tradizionale (connessi alle imprese metalmeccaniche, tessili, elettriche, chimiche e simili), quelli di carattere amministrativistico e quelli collegati alle discipline pedagogiche, sociali e psicologiche.
Similmente, entro l’istruzione universitaria i corsi di laurea afferenti a indirizzi quali lettere, scienze politiche, sociologia, psicologia, giurisprudenza, economia politica paiono sovraffollati, mentre insufficienti paiono le iscrizioni ai corsi di laurea afferenti all’economia aziendale, a ingegneria e, soprattutto, alle discipline scientifiche.
Dagli scenari appena delineati derivano due importanti conseguenze operative: a) la necessità di rafforzare i servizi di orientamento; b) l’esigenza di assegnare alla FP regionale il ruolo di strumento di trasmissione, attraverso corsi di breve durata, delle specifiche competenze professionali, richieste dal mercato del lavoro, che né la secondaria superiore licealizzata, né l’istruzione universitaria di base saranno capaci di far acquisire ai soggetti che ad esse si iscrivono.
Aumenta in Lombardia sia il tasso di passaggio dalle medie inferiori alle secondarie superiori, sia quello dalle secondarie superiori all’università. Conseguentemente si accrescono, ancorchè in misura inferiore, per effetto di fenomeni di abbandono, il tasso di scolarità della popolazione in età 15-19enni e quello dei soggetti in età 20-25.
Orientamento e politiche residenziali sono fattori cruciali di miglioramento. Nel breve periodo non si dovrebbero presentare problemi di offerta di forza lavoro istruita, mentre nel lungo periodo potrebbero verificarsi tensioni di carattere quantitativo e qualitativo. Le linee di intervento necessarie fanno riferimento al potenziamento dell’orientamento e alla formazione professionale.
Il contributo tratta l’istruzione post-obbligo, a partire dalla considerazione che la scolarità dell’obbligo non presenta alcuna criticità e nella convinzione che nella “società della conoscenza” la disponibilità di risorse umane qualificate è centrale per lo sviluppo. Vengono illustrati i rapporti tra formazione professionale e secondaria superiore, l’istruzione universitaria e, infine, la domanda di forza lavoro ai vari livelli di qualificazione emergente dal sistema economico.
3.1 istruzione secondaria superiore e formazione professionale
Si può stimare che il tasso di passaggio dalla secondaria inferiore a quella superiore sia aumentato, nel decennio 1995-2005, di circa 7 punti percentuali, attestandosi attorno al 92,0% dei licenziati dalla media inferiore (tab. 3.1).
La propensione alla prosecuzione degli studi risulta più omogeneamente distribuita sul territorio di quanto non fosse all’inizio del decennio. La graduatoria delle province sembra stabile e vede ultime Bergamo e Como e prime Milano e Cremona.
I tassi medi di abbandono al primo e al secondo anno di corso delle superiori paiono fluttuare, rispettivamente, attorno al 12% e al 6% e negli ultimi quattro anni si nota una leggera ripresa.
Il tasso di partecipazione alla secondaria superiore nella popolazione lombarda in età di 14-19 anni si aggira intorno all’86% quello alla nuova formazione professionale arriverà al massimo al 10-15% (e se la propensione verso l’iscrizione all’università dovesse continuare a crescere, la stima sarebbe errata per eccesso). Potrebbero nascere due ordini di rischi: a) la riduzione delle chance di passaggio all’istruzione universitaria dei provenienti dal segmento professionalizzante, rispetto agli attuali iscritti agli istituti professionali; b) una riduzione delle conoscenze professionali presenti negli attuali curricoli degli istituti tecnici.
Un’istruzione a forti valenze generaliste come quella liceale garantisce maggiore opportunità di accesso all’università; d’altra parte, a parità di condizioni, essa rallenta l’ingresso nel primo impiego e dà origine a carriere più frastagliate. Si potrebbe pensare che la Regione inizi a favorire le transizioni dei licenziati dalle medie inferiori verso quei rami delle attuali secondarie superiori che costituiranno il segmento liceale del futuro sistema scolastico italiano e a offrire ampie opportunità di formazione professionale di breve durata a quei maturi che non intendono proseguire all’università o non hanno frequentato corsi IFTS. In tal modo sarebbe possibile innalzare i livelli formativi della popolazione giovanile lombarda e disporre di un sistema di FP “leggero”, scaricato di tutte le esigenze formative generali, e facilmente adattabile alle richieste del mercato. Tale sistema si presterebbe bene ad attività di aggiornamento e riqualificazione professionale dei quadri intermedi, sarebbe compatibile con il diritto-dovere alla formazione fino al 18° anno, e si adatterebbe perfettamente alla situazione corrente e ad essere gestito dalla Regione congiuntamente alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.
3.2 Orientamento e residenzialità come strumenti per innalzare la produttività degli atenei
Ancora nell’a.a. 1999/00, circa il 30% degli immatricolati lombardi abbandonava gli studi universitari al primo anno e il 50% lo faceva entro il quarto anno. Il nuovo ordinamento degli studi universitari ha ridotto l’incidenza degli abbandoni, che tuttavia restano alti: circa 3 studenti universitari su 10 (immatricolati nell’a.a. 2001/02) hanno interrotto la propria formazione universitaria entro il terzo anno di corso. La consistenza del fenomeno spiega perché, a dispetto dei consistenti tassi di passaggio dalla superiore all’università in Lombardia (tab. 3.3), la quota di residenti in regione, con età tra 20 e 24 anni, iscritta a un qualche ateneo italiano risulta poco superiore ai 2/5 (tab. 3.4).
Il tasso di scolarità universitaria in Lombardia è inferiore a quello europeo (52,6% nel 2000/01) e a quello nazionale (49,7% nel 2000/01). Il divario tra Lombardia e Italia riflette l’esistenza di maggiori opportunità di impiego al termine della secondaria superiore e la propensione dei residenti nelle regioni meridionali a iscriversi all’università e a permanere in essa. Rimane, però, aperto il rischio che la Lombardia (ad eccezione di alcune aree come la province di Milano, Cremona, Pavia) non riesca a produrre, nel medio periodo, quantità sufficienti di forza lavoro altamente istruita.
Le indagini campionarie (Bicocca, 2002) sulle motivazioni all’abbandono mostrano che i problemi connessi all’organizzazione dei corsi di studio universitari danno conto di meno di 1⁄5 del fenomeno. Molto più incisive si rivelano le ragioni connesse all’esercizio di attività lavorative, a vincoli economici e a errate scelte di studio, ossia a insufficienze del sistema di orientamento.
Quest’ultimo fattore produce circa _ degli abbandoni degli studi universitari e contribuisce anche ai fenomeni di sovra e sotto produzione di laureati di singole branche disciplinari rispetto alle richieste del mercato del lavoro. Adeguate attività informative sulla configurazione degli indirizzi formativi universitari costituiscono uno strumento cruciale per garantire la funzionalità individuale e collettiva degli studi accademici. Le attività facenti capo a questo sistema dovrebbero considerare, accanto alle articolazioni dell’offerta universitaria, le prospettive occupazionali.
La metà degli studenti delle università lombarde risiede fuori sede. Circa i quattro quinti degli studenti universitari fuori sede non abitano nella città sede dell’ateneo di iscrizione e, dunque, non riescono, o riescono solo irregolarmente, a partecipare attivamente alla vita di tale ateneo (Schizzerotto - Denti, 2003 e 2004). Le principali cause sono costituite dalla scarsa disponibilità di posti e dagli elevati costi. Parrebbe opportuno porre organicamente mano a questo problema cooperando alla costruzione di edifici per le abitazioni degli studenti, stipulando accordi con banche, immobiliaristi e proprietari di abitazioni. La Regione, peraltro, è già intervenuta a sostegno della residenzialità degli studenti universitari: la dotazione di posti letto nelle strutture degli ISU è, infatti, passata dalle 3.792 unità nel 1996 alle 5.610 del 2002, collocando la Lombardia tra le regioni italiane che hanno un miglior rapporto posti letto per studente (2,1 ogni cento, contro 1,7 in Italia) (CNVSU, 2003).
3.3 Domanda e offerta di forza lavoro qualificata
Gli ultimi dati (Excelsior, 2004) mostrano uno spostamento verso l’alto della domanda di forza lavoro qualificata proveniente dalle imprese lombarde, anche quelle medie e piccole. La crescita appare ovviamente più sensibile per i settori innovativi dove le imprese medie e grandi richiedono il 40% di laureati tra i nuovi assunti e le piccole il 25-30%. Nei settori maturi, invece, la quota scende al 10% per le medie e grandi imprese e allo 0,3% per le piccole. Analoghi andamenti si registrano per quanto riguarda i diplomati. La quota complessiva dei laureati di cui il sistema economico lombardo dovrebbe avere necessità nei prossimi anni potrebbe aggirarsi attorno al 15% delle nuove assunzioni e si stima che quella dei maturi si attesti attorno ai 2/5 delle medesime. Nel breve periodo, non si dovrebbero verificare particolari problemi quantitativi di offerta di forza lavoro istruita.
Nel medio periodo potrebbero, però, manifestarsi non marginali tensioni di carattere quantitativo, soprattutto se la richiesta di forza lavoro altamente qualificata proveniente dalle imprese dovesse aumentare. Se poi, come pare ragionevole, i laureati specialistici rimpiazzeranno i vecchi laureati quadriennalisti, si prospetterebbe il rischio che la produzione di laureati specialistici sia inferiore al fabbisogno. Analogamente se i laureati triennali assumeranno i ruoli occupazionali dei vecchi diplomati, si potrebbero verificare tensioni tra domanda e offerta di forza lavoro ai livelli intermedi di qualificazione, con elevati rischi di spiazzamento dei diplomati e, probabilmente, anche di coloro che hanno compiuto esperienze di IFTS.
Sono, tuttavia gli aspetti qualitativi, più di quelli quantitativi, a destare preoccupazioni. La scelta degli indirizzi formativi permane improntata a un certo tradizionalismo e mostra scarsi elementi di dinamicità. La secondaria sembra trascurare indirizzi formativi connessi alle esigenze tecniche delle imprese innovative, essendo prevalenti gli indirizzi formativi di stampo tecnico tradizionale (connessi alle imprese metalmeccaniche, tessili, elettriche, chimiche e simili), quelli di carattere amministrativistico e quelli collegati alle discipline pedagogiche, sociali e psicologiche.
Similmente, entro l’istruzione universitaria i corsi di laurea afferenti a indirizzi quali lettere, scienze politiche, sociologia, psicologia, giurisprudenza, economia politica paiono sovraffollati, mentre insufficienti paiono le iscrizioni ai corsi di laurea afferenti all’economia aziendale, a ingegneria e, soprattutto, alle discipline scientifiche.
Dagli scenari appena delineati derivano due importanti conseguenze operative: a) la necessità di rafforzare i servizi di orientamento; b) l’esigenza di assegnare alla FP regionale il ruolo di strumento di trasmissione, attraverso corsi di breve durata, delle specifiche competenze professionali, richieste dal mercato del lavoro, che né la secondaria superiore licealizzata, né l’istruzione universitaria di base saranno capaci di far acquisire ai soggetti che ad esse si iscrivono.
Conclusioni
Aumenta in Lombardia sia il tasso di passaggio dalle medie inferiori alle secondarie superiori, sia quello dalle secondarie superiori all’università. Conseguentemente si accrescono, ancorchè in misura inferiore, per effetto di fenomeni di abbandono, il tasso di scolarità della popolazione in età 15-19enni e quello dei soggetti in età 20-25.
Orientamento e politiche residenziali sono fattori cruciali di miglioramento. Nel breve periodo non si dovrebbero presentare problemi di offerta di forza lavoro istruita, mentre nel lungo periodo potrebbero verificarsi tensioni di carattere quantitativo e qualitativo. Le linee di intervento necessarie fanno riferimento al potenziamento dell’orientamento e alla formazione professionale.