introduzione
Gian Carlo Blangiardo
Qualsiasi iniziativa volta ad interpretare le dinamiche e le
trasformazioni di una Società del nostro tempo non può prescindere da
una attenta ricognizione di ciò che forma la materia prima di ogni
organizzazione sociale: l’universo delle persone che ne fanno parte e
l’insieme delle forme di aggregazione che esse instaurano attraverso la
vita di relazione. Identificando queste ultime con l’ampio ventaglio di
interazioni tra individui, che va dall’istituzione familiare -sodalizio
naturale chiamato da sempre a svolgere l’insostituibile ruolo di
garante della continuità degli equilibri nelle società degli uomini-
alle altre molteplici e mutevoli esperienze di associazione o di
collaborazione legate alle finalità ed alle motivazioni più diverse.
Nel caso specifico della società lombarda, dalla ricognizione della sua “materia prima” -con le modalità di analisi di cui ci si occuperà nelle pagine che seguono- si ha modo di riconoscere ai poco più di 9 milioni di individui che popolano il territorio regionale, ai quasi 4 milioni di nuclei familiari che vi risiedono stabilmente e alle migliaia di entità che formano la galassia del così detto “privato sociale”, un ruolo attivo e determinante nei processi di crescita e di innovazione dell’organizzazione sociale. Di fatto, l’insieme di tutti coloro che vivono ed operano entro uno spazio comune che non è solo il territorio lombardo, ma è anche la condivisione di valori e l’impegno a mantenere in vita una cultura del fare e del saper fare1, e che hanno saputo tessere un efficiente sistema di reti -nelle relazioni e nelle organizzazioni del terzo settore- identificano un capitale umano ed un capitale sociale che ancora oggi rappresentano la vera grande ricchezza della Lombardia. Si tratta di due componenti che, seppur non manchino anche in altre realtà regionali, nel contesto lombardo hanno da sempre dimostrato di poter interagire con particolare efficacia e forse (più di recente) anche con modalità nuove, grazie alla crescente sensibilità che in questi anni è andata formandosi attorno al valore e alle potenzialità del terzo settore come vero e proprio agente di sviluppo.
Ciò spiega, almeno in parte, un’altra delle caratteristiche riconosciute alla Società lombarda: la grande capacità di adattamento al cambiamento e, ove necessario, di pronto “recupero” delle posizioni dopo fasi di stasi o di parziale regresso. Capacità testimoniata sia dalla persistente forza attrattiva che la Lombardia mantiene nel quadro dei processi di mobilità dal resto del Paese, così come dall’estero, sia dai favorevoli differenziali di sviluppo e di benessere che tuttora contraddistinguono la realtà lombarda.
Con tali premesse, se è vero che la popolazione, le famiglie e le espressioni del mondo associativo lombardo sono indiscutibilmente un patrimonio acquisito e fruttuoso, è altrettanto vero che tale patrimonio va conservato (auspicabilmente anche accresciuto) e deve comunque formare oggetto di monitoraggio, rispetto alle sue trasformazioni ed alle problematiche, reali o prospettiche, che ad esse si accompagnano.
Le pagine che seguono sono per l’appunto dedicate all’esame ed alla valutazione delle tendenze e dei cambiamenti in atto nella società lombarda, con particolare attenzione ai punti che prospettano situazioni di criticità e che lasciano intendere tanto l’esistenza di questioni aperte quanto la possibilità di immaginare appropriate azioni di intervento.
Gli attori ed il contesto della Società lombarda
Il percorso che si propone di approfondire la conoscenza della Società lombarda nelle sue componenti e nelle sua varie espressioni ha come spunto di avvio l’esame della dinamica demografica, un tema di cui in questi anni si è spesso trattato con toni drammatici che prefiguravano per la Lombardia, così come per quasi tutte le realtà più economicamente sviluppate (italiane e non), segni e realistiche prospettive di preoccupante regresso.
In effetti, nel corso dell’ultimo quinquennio la popolazione lombarda sembra aver riconquistato una certa vivacità demografica, sia attraverso l’apporto migratorio, sia mediante un’azione di recupero (quand’anche in extremis e spesso limitato al primogenito di coppie non più giovanissime) delle scelte riproduttive.
Nel complesso, valutando le più recenti manifestazioni dei fenomeni demografici, l’impressione di fondo è che la popolazione lombarda abbia reagito alle tendenze regressive degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta agendo lungo due direttrici. Ha attivato al suo interno un processo di recupero della componente naturale -contrastando ulteriori cadute della fecondità e proseguendo nell’allungamento della speranza di vita anche in corrispondenza delle età senili- e ha saputo valorizzare anche in chiave demografica apporti di popolazione giovane provenienti dallo spazio extraregionale. In particolare, la gestione del fenomeno migratorio in termini di monitoraggio costante e di efficace intervento nelle situazioni di crisi e di emergenza ha consentito l’inserimento nel sistema demografico lombardo di una componente straniera sempre più di tipo familiare, normalmente riconosciuta come funzionale al suo sviluppo (soprattutto economico ma sempre più anche socio-demografico) e raramente problematica.
L’universo dei giovani, risorsa rara e strategica in una società che è chiamata a convivere con un forte processo di invecchiamento della popolazione, ha formato oggetto di riflessione in questa sede sia rispetto ai valori, ai comportamenti ed alle problematiche del vivere quotidiano, sia nell’ottica dell’investimento nel futuro attraverso i percorsi di formazione e di transizione all’età adulta.
In particolare, dall’esame del sistema valoriale dei giovani lombardi sembrano uscire confermate alcune trasformazioni, per altro generalizzabili all’intero Paese, intervenute nell’arco degli ultimi venti anni: dal rafforzamento del peso della famiglia nelle scelte di vita, al calo dell’impegno sociale e religioso; dalla crescita dell’importanza dell’amicizia e, in generale, delle relazioni primarie, al maggior interesse per lo svago ed il tempo libero.
Ma ciò che più caratterizza i giovani lombardi è l’accentuazione o, in alcuni casi, l’anticipazione di trasformazioni che coinvolgono i loro coetanei di altre regioni. È quanto è stato definito “evasione” e “rifugio nel privato” e che contraddistingue i giovani di questo nuovo secolo. Il lavoro ha ancora il suo peso, ma non è più uno dei punti centrali nella costruzione dell’identità e, ciò che più conta, esso rende più sfumata ed incerta la progettualità tra le nuove generazioni.
Lo stesso fenomeno della “famiglia lunga”, ossia della prolungata permanenza dei figli adulti nella famiglia di origine si giustifica, oltre che come autodifesa entro luogo della sicurezza degli affetti, come appoggio ad una rete di sostegno: un supporto economico che consente di fronteggiare le precarietà del lavoro e di affrontare con relativa serenità i periodi di disoccupazione o inoccupazione, senza il pericolo (assai paventato dalle giovani generazioni) di abbassare i propri standard di vita o ridurre il livello dei consumi.
Ma se tale strategia permette di resistere alle difficoltà ed alle incertezze del mercato del lavoro, essa introduce nell’ottica del sistema sociale due elementi di criticità. Da un lato, la nicchia familiare si rivela essere un potente freno alla formazione di nuove famiglie, dall’altro, la sicurezza di un appoggio materiale da parte dei genitori spinge i giovani alla ricerca di quelle entrate che consentano non solo di mantenere livelli di vita giudicati appaganti, ma anche di soddisfare bisogni di consumo in larga misura indotti dai modelli proposti dal sistema dei media, e spesso ciò comporta l’entrata nel mondo del lavoro, con conseguente abbandono precoce degli studi. Ne deriva che, se i tassi di occupazione dei giovani lombardi sono decisamente superiori a quelli del resto dell’Italia, anche come risultante di un mercato del lavoro decisamente più vivace, i tassi di scolarità non sono certo quelli di una regione che intende misurarsi con l’Europa e spesso sono inferiori a quelli di altre aree del Paese.
A tale proposito, l’approfondimento dei percorsi di formazione rileva come, nonostante i recenti progressi nel passaggio dalla scuola secondaria inferiore a quella superiore, con tassi accresciutisi nel decennio 1995-2005 di circa 7 punti percentuali (attestandosi oltre il 90% di licenziate dalle medie inferiore durante tutto l’ultimo quinquennio)attorno al 92% dei licenziati dalle media inferiore), resta relativamente alta l’incidenza degli abbandoni in itinere (stimati tra il 6% e il 12%). Il tutto, senza che si colgano grandi ricadute su altri percorsi formativi, se è vero che le analisi mettono in luce un modesto orientamento dei giovani lombardi verso la formazione professionale. Un percorso, quest’ultimo, che si stima coinvolga non più del 5-6% della popolazione 14-19enne, un’incidenza che sembra insufficiente a rispondere ai bisogni di un tessuto produttivo ancora fortemente incentrato sulle piccole e medie imprese. D’altra parte, anche sul fronte delle formazione universitaria il fenomeno degli abbandoni –non disgiunto da quello sulla qualità degli indirizzi scelti- si prospetta come uno degli elementi di criticità del sistema. Pur in presenza di un verosimile allentamento degli abbandoni in concomitanza con il nuovo ordinamento degli studi (il modello 3+2), si stima che circa 3 studenti su 10 tra gli immatricolati nell’a.a. 2001/2002, abbiano interrotto la propria formazione universitaria entro il terzo anno di corso. In proposito, l’analisi delle cause mostra come i problemi connessi all’organizzazione didattica e logistica dei corsi di studio universitari diano conto di meno di 1/5 del fenomeno degli abbandoni. Molto più incisive si rivelano le ragioni connesse all’esercizio di attività lavorative, a vincoli di carattere economico e ad errate scelte di studio dovute a carenze informative, ossia ad insufficienze del sistema di orientamento.
In conclusione, anche alla luce di una ricognizione del sistema produttivo e dei bisogni espressi da quest’ultimo, sono da considerare elementi di riflessone sia la insufficiente produzione di laureati e il carattere prevalentemente generalista della loro formazione, sia il gap rispetto alla domanda di qualificazione professionale proveniente dal sistema economico regionale.
Dagli scenari delineati derivano almeno due importanti conseguenze operative che andrebbero affrontate con urgenza. Da un lato, emerge la necessità di rafforzare i servizi di orientamento; dall’altro l’esigenza di assegnare alla formazione professionale regionale il ruolo di strumento di trasmissione, attraverso corsi di breve durata, delle specifiche competenze professionali, richieste dal mercato del lavoro, che né la secondaria superiore licealizzata, né l’istruzione universitaria di base sembrano capaci di far acquisire.
Il protrarsi della permanenza dei giovani nella famiglia di origine, di cui si sono già rilevati vantaggi e criticità, non è che uno dei segnali che introducono –estendendo l’attenzione dall’universo giovanile al complesso della popolazione lombarda- uno dei grandi temi della realtà sociale di questi anni: le trasformazioni nei tempi, nell’intensità e nelle modalità del “fare famiglia”.
A tale proposito, la presenza di matrimoni meno frequenti e più tardivi, accompagnata dalla diffusione –per altro ancora assai modesta- delle così dette “nuove forme familiari” (famiglie ricostituite e/o non istituzionalizzate), sono segnali che, in Lombardia come altrove in Italia, evidenziano la difficoltà nell’avviare un ciclo di vita familiare. Ciclo di vita che appare altresì destinato a riposizionarsi rispetto alle sue fasi e ad adeguarsi al cambiamento nell’ambito dei fenomeni che ne caratterizzano gli sviluppi: dalla maggiore fragilità dell’unione coniugale, al ridimensionamento dei progetti di fecondità, alla persistenza di alti livelli di interruzione volontaria della gravidanza (specie tra le donne immigrate), allo stesso allungamento della sopravvivenza con l’ampliamento dell’intervallo di rientro nella vita di coppia (dopo l’uscita dei figli).
Pur in un tale contesto di profondi cambiamenti, il modello prevalente del “fare famiglia” in Lombardia è ancora centrato sulla coppia con figli, anche se, stante la continua crescita di famiglie unipersonali (spesso formate da anziani soli), tale modalità detiene ormai una quota considerevolmente inferiore alla metà delle famiglie lombarde (39,5%).
Indubbiamente, la trasformazione più rilevante di questi ultimi anni riguarda il rapporto tra le generazioni. Senza grandi scontri epocali, come quelli della fine degli anni Sessanta, gli equilibri si sono gradualmente modificati, anche se il senso e la portata di tali mutamenti possono emergere solo da analisi qualitativamente più mirate, che indaghino in profondità la natura dei legami, al di là dei trend demografici pur molto significativi.
In ogni caso, lo studio delle relazioni intergenerazionali nel mettere a fuoco i complessi equilibri che la famiglia di volta in volta costruisce nell’affrontare le transizioni familiari (la formazione della famiglia, la nascita dei figli, la loro adolescenza, giovinezza, l’uscita dal nucleo d’origine, la famiglia anziana…) offre utili suggerimenti per alcune azioni di intervento.
Un contesto entro cui intervenire è quello dei rapporti tra le generazioni (con una ridistribuzione delle risorse e una programmazione politico-sociale che favorisca le generazioni giovani), in modo tale che siano anch’essi improntati sulla sussidiarietà: la generazione adulta aiuta i giovani per l’autonomia e non per prolungarne la dipendenza.
Una concreta soluzione ai problemi della famiglia può anche derivare da una riorganizzazione, improntata alla flessibilità, dei tempi e dei percorsi lavorativi, in modo tale che la indiscutibile propensione al lavoro delle donne riesca a trovare una maggiore compatibilità con le esigenze familiari, non solo per la situazione attuale, ma anche in prospettiva futura; così da giungere preparati al tempo in cui anche le nonne, oggi nel ruolo di volàno dell’organizzazione delle famiglie giovani, lavoreranno a tempo pieno.
Il richiamo al ruolo delle nonne nell’organizzazione familiare introduce, con una visione attiva della condizione anziana e un approccio costruttivo, il fenomeno dell’invecchiamento demografico nella popolazione lombarda. Di fatto, gli attuali 400 mila anziani in più rispetto ai primi anni Novanta e gli ulteriori 300 mila che si aggiungeranno nel prossimo quinquennio possono vedersi come fonte di ulteriore aggravio delle problematiche socio-assistenziali, come motivo di tensioni nella distribuzione delle risorse o persino come rallentamento dei processi di innovazione nella società lombarda, oppure possono creare l’occasione per ripensare –quand’anche facendo di necessità virtù- una società con equilibri nuovi e a misura di invecchiamento. D’altra parte, gestire e valorizzare una società che invecchia può non essere facile, ma è certamente stimolante. Si impone con sempre maggiore convinzione l’immagine di un anziano percepito non solo come problema, ma come risorsa indispensabile in un nuovo patto di sostegno e cura fra generazioni. Un eloquente esempio in tal senso è per l’appunto rappresentato dal sostegno che gli anziani forniscono alle famiglie dei propri figli, con forme e modalità diverse di scambio. In molti casi è proprio la presenza di anziani che consente alle donne di proseguire la propria attività lavorativa, anche là dove esistono figli in tenera età. Una recente indagine svolta per conto della Regione Lombardia ha messo in evidenza come i nonni lombardi si prendano cura dei nipoti soprattutto quando i genitori lavorano (53,6%), durante il tempo libero dei genitori (38,7%), in casi di emergenza (37,8%), durante le vacanze (16,2%), quando il nipote è malato (13,5%) e quando i genitori hanno impegni occasionali (9,9%).
Ma la valorizzazione della così detta “activity” nella popolazione anziana è prospettabile –ed in buona parte è già presente- anche al di fuori del contesto delle relazioni familiari. L’anziano attivo è infatti una realtà sia nel mondo del volontariato lombardo, sia nelle iniziative di formazione, promozione della cultura, gestione del tempo libero.
Tutto ciò non distoglie naturalmente lo sguardo dalla necessità, raccolta paradigmamente in Lombardia, di trovare una soluzione nuova al bisogno di cura dell’anziano, possibilmente all’interno delle mura domestiche. Riguardo a tale sottoinsieme si rileva come il modello socio-sanitario attivato nella regione Lombardia abbia proposto un sistema di welfare in cui si afferma la centralità del ruolo della famiglia, soggetto attivo nei confronti degli anziani, secondo una prospettiva che auspica una fattiva e realistica integrazione dell’anziano all’interno del nucleo familiare. In questa operazione la famiglia viene sostenuta da strutture che non si sostituiscono ad essa ma, al contrario, la tutelano mediante l’erogazione di servizi.
La ricognizione dei protagonisti e delle problematiche della società lombarda del nostro tempo prosegue prendendo in considerazione il fenomeno dell’immigrazione straniera: i circa 600 mila soggetti provenienti da paesi in via di sviluppo o dall’est europeo che oggigiorno vivono ed operano entro i confini regionali. Oltre ad evidenziarne la forte crescita numerica e le continue trasformazioni strutturali, è significativo cogliere l’avvio di un percorso di maturazione che porta la popolazione immigrata verso una presenza sempre più di tipo familiare ed in condizioni di regolarità, fortemente radicata sul territorio e con un progetto migratorio generalmente orientato alla stabilità.
La riflessione di fondo è che l’immigrazione straniera in Italia sembra destinata ad accrescersi nei prossimi anni, anche indipendentemente dai provvedimenti, di carattere locale o nazionale, messi in atto. Il territorio lombardo, in particolare, potrebbe avviarsi a raggiungere le proporzioni di stranieri già consolidate in altri paesi europei e per questa ragione è necessario che si provveda, da un lato, a potenziare e consolidare le iniziative di conoscenza e di intervento realizzate in quest’ultimo quinquennio, dall’altro, a sviluppare nuovi strumenti operativi che favoriscano il processo di integrazione e di pacifica convivenza.
Uno degli ambiti di intervento più importanti riguarda i meccanismi di controllo e di sorveglianza delle modalità di reclutamento e di impiego nel lavoro, sia perché il sistema economico ne trae vantaggio, sia perché tale regolarità è requisito irrinunciabile dell’integrazione. Un obiettivo, quest’ultimo, che va dalla costruzione di relazioni affettive, alla disponibilità economica e alle stesse opportunità di ascesa professionale e sociale.
Un secondo ambito rilevante riguarda l’attenzione verso le giovani generazioni nate o cresciute in Lombardia, che sempre più popoleranno le scuole (oggi sono circa 70 mila), i luoghi di socialità e una parte delle quali ora si presenta sul mercato del lavoro con credenziali formative spesso uguali a quelle dei giovani italiani, rischiando tuttavia un’emarginazione provocata da processi di esclusione o da trappole etniche. Se a questo si aggiungono le implicazioni psicologiche dell’appartenenza a un mondo a più culture – già ben note agli educatori e agli insegnanti - si comprende perché i prossimi anni dovranno essere dedicati alla ricerca dei migliori percorsi di integrazione nell’accezione più ampia possibile e dentro un quadro di conoscenze capaci di sfuggire ai più dannosi stereotipi.
Così come per lo studio del fenomeno dell’immigrazione straniera, rispetto al quale la Lombardia si configura come regione leader nel panorama nazionale, anche per l’analisi dei nuovi aspetti dell’identità di genere, dei progressi verso la parità e delle nuove forme di disuguaglianza la società lombarda si propone come un ricco e qualificato osservatorio. Non a caso in Lombardia si è sviluppata massicciamente la presenza femminile nel mercato del lavoro, come segno di crescente influenza sociale. Tutto il recente consistente aumento del lavoro tra le persone adulte si deve infatti alle donne. Tra il 1993 ed il 2003, su 10 donne tra i 30 e i 50 anni, quelle con un’occupazione retribuita, sono passate 5 a 6, mentre il tasso di occupazione degli adulti maschi è leggermente declinato. Le famiglie con due o più occupati sono aumentate dal 37% nel 1993 a quasi il 40% nel 2003 e tale aumento è dovuto in via pressoché esclusiva all’accresciuta occupazione delle donne adulte. In Lombardia la componente femminile è presente tra la popolazione occupata nella misura del 40,5% a fronte del 37,9% a livello nazionale e si può ancora affermare che tra il 1993 e il 2003 l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro ha investito, anche se in diversa misura, tutte le donne lombarde ultraventicinquenni in età attiva ed è stato piuttosto elevato (+14,8%). Così che il tasso di attività della popolazione femminile lombarda nel 2003 ha superato il 55%, a fronte di tassi di attività maschili pressoché stabili.
Resistono però alcuni punti di criticità che depongono per un’immagine incompleta della parità: si pensi alle diseguali possibilità di carriera, alle differenze persistenti nei compiti di cura. Per questo, è urgente la ricerca di nuove soluzioni soprattutto nel campo della conciliazione tra lavoro e cura. Volendo mettere in luce alcuni punti che chiamano in causa gli aspetti critici della parità, in una regione che è considerata la zona più modernizzata del Paese, conviene ricordare sinteticamente: la nuova stratificazione del tempo di lavoro sia con lo sviluppo del part-time e della flessibilità, sia all’interno delle zone forti del lavoro tradizionale; le persistenti o nuove difficoltà nelle carriere per le donne; la ricerca di nuove soluzioni ai problemi di conciliazione tra famiglia e lavoro, compresa l’etnicizzazione del lavoro di cura che in Lombardia, regione caratterizzata da una massiccia presenza di popolazione anziana e di donne immigrate impegnate nel così detto ruolo di “badanti”, vede uno sviluppo particolarmente significativo.
Un tema particolarmente delicato nel contesto lombardo è quello legato alla questione abitativa. Se è vero infatti che circa l’80% della popolazione possiede un alloggio, è altrettanto vero che la dinamica sociale legata all’aumento di separazioni, alla crescita dei cosiddetti “single” e all’aumento della mobilità geografica, apre scenari di sviluppo sul versante degli affitti, che nel prossimo futuro sembrano essere destinati a crescere in risposta alle nuove domande. Per contro l’affitto copre ormai meno del 20% delle abitazioni familiari. Quest’ultimo dato è indicativamente maggiore per i comuni capoluogo. In generale è superiore a quanto si osserva per la media italiana, ma è pari a meno della metà di quanto emerge per i maggiori paesi del Nord Europa.
Benché la forte presenza di abitazioni in proprietà rappresenti un’importante conquista di cui è legittimo essere fieri, non va dimenticato che per chi non è in possesso delle necessarie caratteristiche per accedere all’acquisto della casa (redditi adeguati e stabili) o al mantenimento della stessa (si pensi ai casi di instabilità familiare) l’unica strada percorribile, vista la difficoltà di accesso all’edilizia sociale, rimane quella dell’affitto. Una soluzione, resa sicuramente più gravosa dalle inadeguatezze dell’offerta, che anche se oggi riguarda solo una quota minoritaria delle famiglie lombarde, potrebbe verosimilmente estendersi in un futuro non molto lontano. L’espandersi dei processi di mobilità nel mercato del lavoro, i crescenti fenomeni di dissoluzione coniugale e di scissione del nucleo, l’ulteriore accrescimento dell’immigrazione straniera, la stessa maggiore mobilità dei giovani nel quadro della formazione universitaria, sono tutti fattori che richiedono un dinamismo e un turn over ad un settore paradossalmente ingabbiato proprio dalla esorbitante quota di abitazioni in proprietà. Il ricorso all’affitto, e tendenzialmente a costi ragionevoli, rappresenta dunque la risposta più semplice alla specifica domanda, peraltro destinata ad espandersi nel tempo, associata alle situazioni sopra descritte.
Accanto all’immagine di una regione fortemente caratterizzata da “proprietari” della loro abitazione, immagine che alimenta un distorto stereotipo di generalizzato benessere, è opportuno affiancare subito il contrasto derivante dall’analisi di quella componente sociale che si colloca oltre i confini della povertà o quanto che corre il rischio di vivere i processi di esclusione.
Attraverso l’analisi degli indicatori convenzionali utilizzati dalle fonti ufficiali per stimare la povertà relativa e l’esclusione sociale è possibile evidenziare la dimensione quantitativa di questi fenomeni in Lombardia e, di riflesso, quanto impegno si richieda per attivare le necessarie azioni di contrasto.
Innanzitutto, va osservato come il numero delle famiglie che sperimentano in qualche misura forme di scarsità economica che incidono in modo restrittivo sul tenore di vita varia considerevolmente a seconda della soglia di povertà che si è scelto di considerare. Al di sotto della linea standard della povertà – valida sul territorio nazionale e corrispondente per il 2002 a 823,45 euro di spesa per una famiglia di due componenti adulti (ricalcolata in 869,50 euro nel 2003)– vivono complessivamente 139 mila famiglie lombarde (pari a 350 mila persone) di cui 56 mila sicuramente povere (139 mila persone), cioè pressoché in povertà assoluta, e 83 mila appena povere (208 mila persone), cioè comprese tra la linea standard e l’80% del suo ammontare. A questi due sottogruppi vanno aggiunte altre 147 mila famiglie (pari a 354 mila persone) quasi povere, che si collocano al di sopra della soglia ufficiale di povertà ma non si possono considerare esenti dal rischio di rientrarvi. Nel complesso, pur avendo a che fare con una realtà regionale tra le meno colpite dal fenomeno della povertà nel panorama italiano, siamo comunque di fronte ad un insieme di quasi 300 mila famiglie comprendenti 700 mila persone di tutte le età. Ulteriori elaborazioni che associano la misura oggettiva del disagio economico alla percezione soggettiva dello stesso segnalano che le famiglie che sono, o che si sentono, coinvolte in forme di indigenza più o meno grave oscillano tra le 40 mila e le 400 mila unità (pari a circa 960 mila soggetti), con effetti imponenti sulle politiche regionali di contrasto della povertà che presuppongono una redistribuzione virtuosa delle risorse prodotte dalla collettività. Dovendo fare i conti con risorse scarse sarebbe ovviamente prioritario partire da chi è nella situazione oggettivamente più grave - vale a dire coloro che sono in povertà assoluta – e via via coinvolgere la parte restante. Il passaggio tuttavia dalla quantificazione del problema – che è pur sempre l’esito di una stima– alla concreta identificazione di chi è concretamente povero richiede capacità di osservazione e discernimento che solo istituzioni e soggetti presenti capillarmente nelle diverse realtà sociali possono realizzare. Ai fini della erogazione degli aiuti di vario genere un ruolo determinante spetta infatti alle procedure che consentono di arrivare ad una affidabile prova dei mezzi che – come noto – spesso non risulta agevole ed equa per mancanza di fonti informative e di controlli ricorrenti; altrettanto determinante è però l’apporto che proviene dai numerosi “centri di ascolto” e “centri di aiuto” operanti in Lombardia, gestiti da organizzazioni non profit (gruppi, associazioni, fondazioni, imprese sociali) che riescono a stabilire un rapporto diretto con chi è in stato di bisogno, anche quando risulta “invisibile”. Insieme alle istituzioni amministrative locali anche queste organizzazioni costituiscono degli interlocutori fondamentali per realizzare quel modello di welfare regionale improntato alla sussidiarietà su cui si è tanto investito nell’ultimo quinquennio.
L’importanza del terzo settore, qui richiamato nelle azioni di contrasto all’esclusione sociale, ma già identificato come una delle grandi ricchezze della regione Lombardia, trova eloquente misurazione nei dati che esprimono il numero di entità che ne fanno parte e dei soggetti che sono attivamente impegnati in esse.
Partendo da un primo esame del mondo del volontariato si stima che siano oltre 5 mila le organizzazioni operanti sul territorio regionale, con un esercito di circa 200 mila volontari (per 2/3 coinvolti in modo stabile e continuativo), ed attive prioritariamente nel settore socio-assistenziale (36,2% dei casi) o in quello sanitario (31%).
Dall’esame della gamma dei servizi erogati, appare l’immagine di un volontario ancora largamente presente in particolare nei campi della cura e dei sevizi alla persona, consolidando una tradizione di lungo periodo. I principali destinatari delle prestazioni, sono gli anziani, autosufficienti e non (37,5%), i malati (36,5%) e gli adulti in difficoltà (23,7%).
Nel complesso si evidenzia come il volontariato lombardo sia connotato in modo peculiare, nello svolgimento delle proprie attività, dal porre al centro dell’intervento la persona. La sua specificità consiste nel gestire la relazione diretta e priva di mediazioni tra azione gratuita e domanda sociale. Il volontariato in Lombardia, quindi, tende sempre più a privilegiare la relazione d’aiuto personalizzata tra care-giver e destinatario delle prestazioni e a praticare sempre meno interventi standardizzati e indifferenziati.
Altre significative realtà del mondo associativo nella società lombarda sono rappresentate dalle cooperative sociali, dall’associazionismo prosociale, dalle fondazioni prosociali. Le prime, presenti in Lombardia con circa mille entità iscritte all’albo regionale, aggregano quasi 40 mila soci e operano per lo più nell’area della disabilità fisica e psichica, del disagio psichico, della dipendenza. Importante è la vocazione al “sociale” di questa fattispecie che la qualifica anche nella denominazione: in essa avviene un superamento della dimensione della mutualità, propria della cooperativa classica, per accedere a quella della terzietà, nella quale chi beneficia dell'intervento è un soggetto terzo non necessariamente membro dell'organizzazione. La vocazione sociale è caratteristica anche del mondo cooperativistico, sempre più orientato al superamento della mutualità per giungere a un modello che si spinge risolutamente verso l’imprenditorialità sociale.
Completa il quadro del terzo settore l’associazionismo prosociale, in cui spiccano in particolare le associazioni familiari, particolarmente attive nell’erogazione di servizi di prossimità secondo una prospettiva di valorizzazione delle relazioni familiari. Nel corso del 2000 sono state rilevate 447 associazioni di solidarietà familiare di cui la quasi totalità si sono successivamente iscritte al Registro. Le associazioni familiari lombarde sono prevalentemente impegnate nell’erogazione di servizi di prossimità (più della metà ha come raggio di azione il proprio comune di riferimento) e tali servizi comprendono una vasta gamma di prestazioni che riguardano attività di sostegno rivolte alle famiglie in difficoltà, interventi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di organizzazione della rappresentanza politico-sociale degli associati, interventi formativi ed informativi. Sono questi ultimi a registrare la percentuale maggiore di diffusione (43,6%), seguiti dalle attività di advocacy (36%) –tutela dei diritti, informazione, mediazione con le istituzioni, segretariato sociale- e dall’erogazione di servizi alla persona fondati sul care (31,8%). Va altresì segnalata la presenza di prestazioni innovative quali quelle legate alla mediazione familiare (1,4%), alle banche del tempo e alle attività di mutuo aiuto tra le famiglie (2,1%). Nella maggior parte dei casi (53,8%) i destinatari delle prestazioni offerte dalle associazioni familiari sono persone in situazioni di difficoltà. Non manca, tuttavia, una spiccata propensione al sostegno della “normalità”, con particolare attenzione alla prima infanzia (49,2%), agli adolescenti/giovani (38,3%), ai genitori (27,6%).
In conclusione, l’associazionismo familiare lombardo si rivela, nel suo complesso, articolato e composito: il suo contributo distintivo, all’interno del più vasto universo dell’associazionismo prosociale e più in generale del terzo settore, è quello specifico della “familiarità”, vale a dire dell’offerta di servizi e interventi secondo una prospettiva rispettosa della famiglia e che tende a riproporne gli stili relazionali e di intervento.
L’ultima riflessione sugli attori e le condizioni di contesto della società lombarda ha per oggetto il tema della salute.
Per riassumere2, il quadro epidemiologico lombardo mostra nel periodo considerato questi tratti salienti:
1 «[…]il gusto di dimostrare la propria professionalità, il piacere di un lavoro indipendente, il gusto di una scommessa con noi stessi e con il prossimo che non si riscontra facilmente in altre regioni. E’ questo il vero marchio di fabbrica della Lombardia, insieme alla tenacia e alla pazienza: che è come dire inventarsi la vita in luogo di subirla» (Castellaneta C., Il Dizionario della Lombardia, Le Lettere, 2004)
2 La presente sintesi è stata redatta da Pietro Alberto Bertazzi.
Nel caso specifico della società lombarda, dalla ricognizione della sua “materia prima” -con le modalità di analisi di cui ci si occuperà nelle pagine che seguono- si ha modo di riconoscere ai poco più di 9 milioni di individui che popolano il territorio regionale, ai quasi 4 milioni di nuclei familiari che vi risiedono stabilmente e alle migliaia di entità che formano la galassia del così detto “privato sociale”, un ruolo attivo e determinante nei processi di crescita e di innovazione dell’organizzazione sociale. Di fatto, l’insieme di tutti coloro che vivono ed operano entro uno spazio comune che non è solo il territorio lombardo, ma è anche la condivisione di valori e l’impegno a mantenere in vita una cultura del fare e del saper fare1, e che hanno saputo tessere un efficiente sistema di reti -nelle relazioni e nelle organizzazioni del terzo settore- identificano un capitale umano ed un capitale sociale che ancora oggi rappresentano la vera grande ricchezza della Lombardia. Si tratta di due componenti che, seppur non manchino anche in altre realtà regionali, nel contesto lombardo hanno da sempre dimostrato di poter interagire con particolare efficacia e forse (più di recente) anche con modalità nuove, grazie alla crescente sensibilità che in questi anni è andata formandosi attorno al valore e alle potenzialità del terzo settore come vero e proprio agente di sviluppo.
Ciò spiega, almeno in parte, un’altra delle caratteristiche riconosciute alla Società lombarda: la grande capacità di adattamento al cambiamento e, ove necessario, di pronto “recupero” delle posizioni dopo fasi di stasi o di parziale regresso. Capacità testimoniata sia dalla persistente forza attrattiva che la Lombardia mantiene nel quadro dei processi di mobilità dal resto del Paese, così come dall’estero, sia dai favorevoli differenziali di sviluppo e di benessere che tuttora contraddistinguono la realtà lombarda.
Con tali premesse, se è vero che la popolazione, le famiglie e le espressioni del mondo associativo lombardo sono indiscutibilmente un patrimonio acquisito e fruttuoso, è altrettanto vero che tale patrimonio va conservato (auspicabilmente anche accresciuto) e deve comunque formare oggetto di monitoraggio, rispetto alle sue trasformazioni ed alle problematiche, reali o prospettiche, che ad esse si accompagnano.
Le pagine che seguono sono per l’appunto dedicate all’esame ed alla valutazione delle tendenze e dei cambiamenti in atto nella società lombarda, con particolare attenzione ai punti che prospettano situazioni di criticità e che lasciano intendere tanto l’esistenza di questioni aperte quanto la possibilità di immaginare appropriate azioni di intervento.
Gli attori ed il contesto della Società lombarda
Il percorso che si propone di approfondire la conoscenza della Società lombarda nelle sue componenti e nelle sua varie espressioni ha come spunto di avvio l’esame della dinamica demografica, un tema di cui in questi anni si è spesso trattato con toni drammatici che prefiguravano per la Lombardia, così come per quasi tutte le realtà più economicamente sviluppate (italiane e non), segni e realistiche prospettive di preoccupante regresso.
In effetti, nel corso dell’ultimo quinquennio la popolazione lombarda sembra aver riconquistato una certa vivacità demografica, sia attraverso l’apporto migratorio, sia mediante un’azione di recupero (quand’anche in extremis e spesso limitato al primogenito di coppie non più giovanissime) delle scelte riproduttive.
Nel complesso, valutando le più recenti manifestazioni dei fenomeni demografici, l’impressione di fondo è che la popolazione lombarda abbia reagito alle tendenze regressive degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta agendo lungo due direttrici. Ha attivato al suo interno un processo di recupero della componente naturale -contrastando ulteriori cadute della fecondità e proseguendo nell’allungamento della speranza di vita anche in corrispondenza delle età senili- e ha saputo valorizzare anche in chiave demografica apporti di popolazione giovane provenienti dallo spazio extraregionale. In particolare, la gestione del fenomeno migratorio in termini di monitoraggio costante e di efficace intervento nelle situazioni di crisi e di emergenza ha consentito l’inserimento nel sistema demografico lombardo di una componente straniera sempre più di tipo familiare, normalmente riconosciuta come funzionale al suo sviluppo (soprattutto economico ma sempre più anche socio-demografico) e raramente problematica.
L’universo dei giovani, risorsa rara e strategica in una società che è chiamata a convivere con un forte processo di invecchiamento della popolazione, ha formato oggetto di riflessione in questa sede sia rispetto ai valori, ai comportamenti ed alle problematiche del vivere quotidiano, sia nell’ottica dell’investimento nel futuro attraverso i percorsi di formazione e di transizione all’età adulta.
In particolare, dall’esame del sistema valoriale dei giovani lombardi sembrano uscire confermate alcune trasformazioni, per altro generalizzabili all’intero Paese, intervenute nell’arco degli ultimi venti anni: dal rafforzamento del peso della famiglia nelle scelte di vita, al calo dell’impegno sociale e religioso; dalla crescita dell’importanza dell’amicizia e, in generale, delle relazioni primarie, al maggior interesse per lo svago ed il tempo libero.
Ma ciò che più caratterizza i giovani lombardi è l’accentuazione o, in alcuni casi, l’anticipazione di trasformazioni che coinvolgono i loro coetanei di altre regioni. È quanto è stato definito “evasione” e “rifugio nel privato” e che contraddistingue i giovani di questo nuovo secolo. Il lavoro ha ancora il suo peso, ma non è più uno dei punti centrali nella costruzione dell’identità e, ciò che più conta, esso rende più sfumata ed incerta la progettualità tra le nuove generazioni.
Lo stesso fenomeno della “famiglia lunga”, ossia della prolungata permanenza dei figli adulti nella famiglia di origine si giustifica, oltre che come autodifesa entro luogo della sicurezza degli affetti, come appoggio ad una rete di sostegno: un supporto economico che consente di fronteggiare le precarietà del lavoro e di affrontare con relativa serenità i periodi di disoccupazione o inoccupazione, senza il pericolo (assai paventato dalle giovani generazioni) di abbassare i propri standard di vita o ridurre il livello dei consumi.
Ma se tale strategia permette di resistere alle difficoltà ed alle incertezze del mercato del lavoro, essa introduce nell’ottica del sistema sociale due elementi di criticità. Da un lato, la nicchia familiare si rivela essere un potente freno alla formazione di nuove famiglie, dall’altro, la sicurezza di un appoggio materiale da parte dei genitori spinge i giovani alla ricerca di quelle entrate che consentano non solo di mantenere livelli di vita giudicati appaganti, ma anche di soddisfare bisogni di consumo in larga misura indotti dai modelli proposti dal sistema dei media, e spesso ciò comporta l’entrata nel mondo del lavoro, con conseguente abbandono precoce degli studi. Ne deriva che, se i tassi di occupazione dei giovani lombardi sono decisamente superiori a quelli del resto dell’Italia, anche come risultante di un mercato del lavoro decisamente più vivace, i tassi di scolarità non sono certo quelli di una regione che intende misurarsi con l’Europa e spesso sono inferiori a quelli di altre aree del Paese.
A tale proposito, l’approfondimento dei percorsi di formazione rileva come, nonostante i recenti progressi nel passaggio dalla scuola secondaria inferiore a quella superiore, con tassi accresciutisi nel decennio 1995-2005 di circa 7 punti percentuali (attestandosi oltre il 90% di licenziate dalle medie inferiore durante tutto l’ultimo quinquennio)attorno al 92% dei licenziati dalle media inferiore), resta relativamente alta l’incidenza degli abbandoni in itinere (stimati tra il 6% e il 12%). Il tutto, senza che si colgano grandi ricadute su altri percorsi formativi, se è vero che le analisi mettono in luce un modesto orientamento dei giovani lombardi verso la formazione professionale. Un percorso, quest’ultimo, che si stima coinvolga non più del 5-6% della popolazione 14-19enne, un’incidenza che sembra insufficiente a rispondere ai bisogni di un tessuto produttivo ancora fortemente incentrato sulle piccole e medie imprese. D’altra parte, anche sul fronte delle formazione universitaria il fenomeno degli abbandoni –non disgiunto da quello sulla qualità degli indirizzi scelti- si prospetta come uno degli elementi di criticità del sistema. Pur in presenza di un verosimile allentamento degli abbandoni in concomitanza con il nuovo ordinamento degli studi (il modello 3+2), si stima che circa 3 studenti su 10 tra gli immatricolati nell’a.a. 2001/2002, abbiano interrotto la propria formazione universitaria entro il terzo anno di corso. In proposito, l’analisi delle cause mostra come i problemi connessi all’organizzazione didattica e logistica dei corsi di studio universitari diano conto di meno di 1/5 del fenomeno degli abbandoni. Molto più incisive si rivelano le ragioni connesse all’esercizio di attività lavorative, a vincoli di carattere economico e ad errate scelte di studio dovute a carenze informative, ossia ad insufficienze del sistema di orientamento.
In conclusione, anche alla luce di una ricognizione del sistema produttivo e dei bisogni espressi da quest’ultimo, sono da considerare elementi di riflessone sia la insufficiente produzione di laureati e il carattere prevalentemente generalista della loro formazione, sia il gap rispetto alla domanda di qualificazione professionale proveniente dal sistema economico regionale.
Dagli scenari delineati derivano almeno due importanti conseguenze operative che andrebbero affrontate con urgenza. Da un lato, emerge la necessità di rafforzare i servizi di orientamento; dall’altro l’esigenza di assegnare alla formazione professionale regionale il ruolo di strumento di trasmissione, attraverso corsi di breve durata, delle specifiche competenze professionali, richieste dal mercato del lavoro, che né la secondaria superiore licealizzata, né l’istruzione universitaria di base sembrano capaci di far acquisire.
Il protrarsi della permanenza dei giovani nella famiglia di origine, di cui si sono già rilevati vantaggi e criticità, non è che uno dei segnali che introducono –estendendo l’attenzione dall’universo giovanile al complesso della popolazione lombarda- uno dei grandi temi della realtà sociale di questi anni: le trasformazioni nei tempi, nell’intensità e nelle modalità del “fare famiglia”.
A tale proposito, la presenza di matrimoni meno frequenti e più tardivi, accompagnata dalla diffusione –per altro ancora assai modesta- delle così dette “nuove forme familiari” (famiglie ricostituite e/o non istituzionalizzate), sono segnali che, in Lombardia come altrove in Italia, evidenziano la difficoltà nell’avviare un ciclo di vita familiare. Ciclo di vita che appare altresì destinato a riposizionarsi rispetto alle sue fasi e ad adeguarsi al cambiamento nell’ambito dei fenomeni che ne caratterizzano gli sviluppi: dalla maggiore fragilità dell’unione coniugale, al ridimensionamento dei progetti di fecondità, alla persistenza di alti livelli di interruzione volontaria della gravidanza (specie tra le donne immigrate), allo stesso allungamento della sopravvivenza con l’ampliamento dell’intervallo di rientro nella vita di coppia (dopo l’uscita dei figli).
Pur in un tale contesto di profondi cambiamenti, il modello prevalente del “fare famiglia” in Lombardia è ancora centrato sulla coppia con figli, anche se, stante la continua crescita di famiglie unipersonali (spesso formate da anziani soli), tale modalità detiene ormai una quota considerevolmente inferiore alla metà delle famiglie lombarde (39,5%).
Indubbiamente, la trasformazione più rilevante di questi ultimi anni riguarda il rapporto tra le generazioni. Senza grandi scontri epocali, come quelli della fine degli anni Sessanta, gli equilibri si sono gradualmente modificati, anche se il senso e la portata di tali mutamenti possono emergere solo da analisi qualitativamente più mirate, che indaghino in profondità la natura dei legami, al di là dei trend demografici pur molto significativi.
In ogni caso, lo studio delle relazioni intergenerazionali nel mettere a fuoco i complessi equilibri che la famiglia di volta in volta costruisce nell’affrontare le transizioni familiari (la formazione della famiglia, la nascita dei figli, la loro adolescenza, giovinezza, l’uscita dal nucleo d’origine, la famiglia anziana…) offre utili suggerimenti per alcune azioni di intervento.
Un contesto entro cui intervenire è quello dei rapporti tra le generazioni (con una ridistribuzione delle risorse e una programmazione politico-sociale che favorisca le generazioni giovani), in modo tale che siano anch’essi improntati sulla sussidiarietà: la generazione adulta aiuta i giovani per l’autonomia e non per prolungarne la dipendenza.
Una concreta soluzione ai problemi della famiglia può anche derivare da una riorganizzazione, improntata alla flessibilità, dei tempi e dei percorsi lavorativi, in modo tale che la indiscutibile propensione al lavoro delle donne riesca a trovare una maggiore compatibilità con le esigenze familiari, non solo per la situazione attuale, ma anche in prospettiva futura; così da giungere preparati al tempo in cui anche le nonne, oggi nel ruolo di volàno dell’organizzazione delle famiglie giovani, lavoreranno a tempo pieno.
Il richiamo al ruolo delle nonne nell’organizzazione familiare introduce, con una visione attiva della condizione anziana e un approccio costruttivo, il fenomeno dell’invecchiamento demografico nella popolazione lombarda. Di fatto, gli attuali 400 mila anziani in più rispetto ai primi anni Novanta e gli ulteriori 300 mila che si aggiungeranno nel prossimo quinquennio possono vedersi come fonte di ulteriore aggravio delle problematiche socio-assistenziali, come motivo di tensioni nella distribuzione delle risorse o persino come rallentamento dei processi di innovazione nella società lombarda, oppure possono creare l’occasione per ripensare –quand’anche facendo di necessità virtù- una società con equilibri nuovi e a misura di invecchiamento. D’altra parte, gestire e valorizzare una società che invecchia può non essere facile, ma è certamente stimolante. Si impone con sempre maggiore convinzione l’immagine di un anziano percepito non solo come problema, ma come risorsa indispensabile in un nuovo patto di sostegno e cura fra generazioni. Un eloquente esempio in tal senso è per l’appunto rappresentato dal sostegno che gli anziani forniscono alle famiglie dei propri figli, con forme e modalità diverse di scambio. In molti casi è proprio la presenza di anziani che consente alle donne di proseguire la propria attività lavorativa, anche là dove esistono figli in tenera età. Una recente indagine svolta per conto della Regione Lombardia ha messo in evidenza come i nonni lombardi si prendano cura dei nipoti soprattutto quando i genitori lavorano (53,6%), durante il tempo libero dei genitori (38,7%), in casi di emergenza (37,8%), durante le vacanze (16,2%), quando il nipote è malato (13,5%) e quando i genitori hanno impegni occasionali (9,9%).
Ma la valorizzazione della così detta “activity” nella popolazione anziana è prospettabile –ed in buona parte è già presente- anche al di fuori del contesto delle relazioni familiari. L’anziano attivo è infatti una realtà sia nel mondo del volontariato lombardo, sia nelle iniziative di formazione, promozione della cultura, gestione del tempo libero.
Tutto ciò non distoglie naturalmente lo sguardo dalla necessità, raccolta paradigmamente in Lombardia, di trovare una soluzione nuova al bisogno di cura dell’anziano, possibilmente all’interno delle mura domestiche. Riguardo a tale sottoinsieme si rileva come il modello socio-sanitario attivato nella regione Lombardia abbia proposto un sistema di welfare in cui si afferma la centralità del ruolo della famiglia, soggetto attivo nei confronti degli anziani, secondo una prospettiva che auspica una fattiva e realistica integrazione dell’anziano all’interno del nucleo familiare. In questa operazione la famiglia viene sostenuta da strutture che non si sostituiscono ad essa ma, al contrario, la tutelano mediante l’erogazione di servizi.
La ricognizione dei protagonisti e delle problematiche della società lombarda del nostro tempo prosegue prendendo in considerazione il fenomeno dell’immigrazione straniera: i circa 600 mila soggetti provenienti da paesi in via di sviluppo o dall’est europeo che oggigiorno vivono ed operano entro i confini regionali. Oltre ad evidenziarne la forte crescita numerica e le continue trasformazioni strutturali, è significativo cogliere l’avvio di un percorso di maturazione che porta la popolazione immigrata verso una presenza sempre più di tipo familiare ed in condizioni di regolarità, fortemente radicata sul territorio e con un progetto migratorio generalmente orientato alla stabilità.
La riflessione di fondo è che l’immigrazione straniera in Italia sembra destinata ad accrescersi nei prossimi anni, anche indipendentemente dai provvedimenti, di carattere locale o nazionale, messi in atto. Il territorio lombardo, in particolare, potrebbe avviarsi a raggiungere le proporzioni di stranieri già consolidate in altri paesi europei e per questa ragione è necessario che si provveda, da un lato, a potenziare e consolidare le iniziative di conoscenza e di intervento realizzate in quest’ultimo quinquennio, dall’altro, a sviluppare nuovi strumenti operativi che favoriscano il processo di integrazione e di pacifica convivenza.
Uno degli ambiti di intervento più importanti riguarda i meccanismi di controllo e di sorveglianza delle modalità di reclutamento e di impiego nel lavoro, sia perché il sistema economico ne trae vantaggio, sia perché tale regolarità è requisito irrinunciabile dell’integrazione. Un obiettivo, quest’ultimo, che va dalla costruzione di relazioni affettive, alla disponibilità economica e alle stesse opportunità di ascesa professionale e sociale.
Un secondo ambito rilevante riguarda l’attenzione verso le giovani generazioni nate o cresciute in Lombardia, che sempre più popoleranno le scuole (oggi sono circa 70 mila), i luoghi di socialità e una parte delle quali ora si presenta sul mercato del lavoro con credenziali formative spesso uguali a quelle dei giovani italiani, rischiando tuttavia un’emarginazione provocata da processi di esclusione o da trappole etniche. Se a questo si aggiungono le implicazioni psicologiche dell’appartenenza a un mondo a più culture – già ben note agli educatori e agli insegnanti - si comprende perché i prossimi anni dovranno essere dedicati alla ricerca dei migliori percorsi di integrazione nell’accezione più ampia possibile e dentro un quadro di conoscenze capaci di sfuggire ai più dannosi stereotipi.
Così come per lo studio del fenomeno dell’immigrazione straniera, rispetto al quale la Lombardia si configura come regione leader nel panorama nazionale, anche per l’analisi dei nuovi aspetti dell’identità di genere, dei progressi verso la parità e delle nuove forme di disuguaglianza la società lombarda si propone come un ricco e qualificato osservatorio. Non a caso in Lombardia si è sviluppata massicciamente la presenza femminile nel mercato del lavoro, come segno di crescente influenza sociale. Tutto il recente consistente aumento del lavoro tra le persone adulte si deve infatti alle donne. Tra il 1993 ed il 2003, su 10 donne tra i 30 e i 50 anni, quelle con un’occupazione retribuita, sono passate 5 a 6, mentre il tasso di occupazione degli adulti maschi è leggermente declinato. Le famiglie con due o più occupati sono aumentate dal 37% nel 1993 a quasi il 40% nel 2003 e tale aumento è dovuto in via pressoché esclusiva all’accresciuta occupazione delle donne adulte. In Lombardia la componente femminile è presente tra la popolazione occupata nella misura del 40,5% a fronte del 37,9% a livello nazionale e si può ancora affermare che tra il 1993 e il 2003 l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro ha investito, anche se in diversa misura, tutte le donne lombarde ultraventicinquenni in età attiva ed è stato piuttosto elevato (+14,8%). Così che il tasso di attività della popolazione femminile lombarda nel 2003 ha superato il 55%, a fronte di tassi di attività maschili pressoché stabili.
Resistono però alcuni punti di criticità che depongono per un’immagine incompleta della parità: si pensi alle diseguali possibilità di carriera, alle differenze persistenti nei compiti di cura. Per questo, è urgente la ricerca di nuove soluzioni soprattutto nel campo della conciliazione tra lavoro e cura. Volendo mettere in luce alcuni punti che chiamano in causa gli aspetti critici della parità, in una regione che è considerata la zona più modernizzata del Paese, conviene ricordare sinteticamente: la nuova stratificazione del tempo di lavoro sia con lo sviluppo del part-time e della flessibilità, sia all’interno delle zone forti del lavoro tradizionale; le persistenti o nuove difficoltà nelle carriere per le donne; la ricerca di nuove soluzioni ai problemi di conciliazione tra famiglia e lavoro, compresa l’etnicizzazione del lavoro di cura che in Lombardia, regione caratterizzata da una massiccia presenza di popolazione anziana e di donne immigrate impegnate nel così detto ruolo di “badanti”, vede uno sviluppo particolarmente significativo.
Un tema particolarmente delicato nel contesto lombardo è quello legato alla questione abitativa. Se è vero infatti che circa l’80% della popolazione possiede un alloggio, è altrettanto vero che la dinamica sociale legata all’aumento di separazioni, alla crescita dei cosiddetti “single” e all’aumento della mobilità geografica, apre scenari di sviluppo sul versante degli affitti, che nel prossimo futuro sembrano essere destinati a crescere in risposta alle nuove domande. Per contro l’affitto copre ormai meno del 20% delle abitazioni familiari. Quest’ultimo dato è indicativamente maggiore per i comuni capoluogo. In generale è superiore a quanto si osserva per la media italiana, ma è pari a meno della metà di quanto emerge per i maggiori paesi del Nord Europa.
Benché la forte presenza di abitazioni in proprietà rappresenti un’importante conquista di cui è legittimo essere fieri, non va dimenticato che per chi non è in possesso delle necessarie caratteristiche per accedere all’acquisto della casa (redditi adeguati e stabili) o al mantenimento della stessa (si pensi ai casi di instabilità familiare) l’unica strada percorribile, vista la difficoltà di accesso all’edilizia sociale, rimane quella dell’affitto. Una soluzione, resa sicuramente più gravosa dalle inadeguatezze dell’offerta, che anche se oggi riguarda solo una quota minoritaria delle famiglie lombarde, potrebbe verosimilmente estendersi in un futuro non molto lontano. L’espandersi dei processi di mobilità nel mercato del lavoro, i crescenti fenomeni di dissoluzione coniugale e di scissione del nucleo, l’ulteriore accrescimento dell’immigrazione straniera, la stessa maggiore mobilità dei giovani nel quadro della formazione universitaria, sono tutti fattori che richiedono un dinamismo e un turn over ad un settore paradossalmente ingabbiato proprio dalla esorbitante quota di abitazioni in proprietà. Il ricorso all’affitto, e tendenzialmente a costi ragionevoli, rappresenta dunque la risposta più semplice alla specifica domanda, peraltro destinata ad espandersi nel tempo, associata alle situazioni sopra descritte.
Accanto all’immagine di una regione fortemente caratterizzata da “proprietari” della loro abitazione, immagine che alimenta un distorto stereotipo di generalizzato benessere, è opportuno affiancare subito il contrasto derivante dall’analisi di quella componente sociale che si colloca oltre i confini della povertà o quanto che corre il rischio di vivere i processi di esclusione.
Attraverso l’analisi degli indicatori convenzionali utilizzati dalle fonti ufficiali per stimare la povertà relativa e l’esclusione sociale è possibile evidenziare la dimensione quantitativa di questi fenomeni in Lombardia e, di riflesso, quanto impegno si richieda per attivare le necessarie azioni di contrasto.
Innanzitutto, va osservato come il numero delle famiglie che sperimentano in qualche misura forme di scarsità economica che incidono in modo restrittivo sul tenore di vita varia considerevolmente a seconda della soglia di povertà che si è scelto di considerare. Al di sotto della linea standard della povertà – valida sul territorio nazionale e corrispondente per il 2002 a 823,45 euro di spesa per una famiglia di due componenti adulti (ricalcolata in 869,50 euro nel 2003)– vivono complessivamente 139 mila famiglie lombarde (pari a 350 mila persone) di cui 56 mila sicuramente povere (139 mila persone), cioè pressoché in povertà assoluta, e 83 mila appena povere (208 mila persone), cioè comprese tra la linea standard e l’80% del suo ammontare. A questi due sottogruppi vanno aggiunte altre 147 mila famiglie (pari a 354 mila persone) quasi povere, che si collocano al di sopra della soglia ufficiale di povertà ma non si possono considerare esenti dal rischio di rientrarvi. Nel complesso, pur avendo a che fare con una realtà regionale tra le meno colpite dal fenomeno della povertà nel panorama italiano, siamo comunque di fronte ad un insieme di quasi 300 mila famiglie comprendenti 700 mila persone di tutte le età. Ulteriori elaborazioni che associano la misura oggettiva del disagio economico alla percezione soggettiva dello stesso segnalano che le famiglie che sono, o che si sentono, coinvolte in forme di indigenza più o meno grave oscillano tra le 40 mila e le 400 mila unità (pari a circa 960 mila soggetti), con effetti imponenti sulle politiche regionali di contrasto della povertà che presuppongono una redistribuzione virtuosa delle risorse prodotte dalla collettività. Dovendo fare i conti con risorse scarse sarebbe ovviamente prioritario partire da chi è nella situazione oggettivamente più grave - vale a dire coloro che sono in povertà assoluta – e via via coinvolgere la parte restante. Il passaggio tuttavia dalla quantificazione del problema – che è pur sempre l’esito di una stima– alla concreta identificazione di chi è concretamente povero richiede capacità di osservazione e discernimento che solo istituzioni e soggetti presenti capillarmente nelle diverse realtà sociali possono realizzare. Ai fini della erogazione degli aiuti di vario genere un ruolo determinante spetta infatti alle procedure che consentono di arrivare ad una affidabile prova dei mezzi che – come noto – spesso non risulta agevole ed equa per mancanza di fonti informative e di controlli ricorrenti; altrettanto determinante è però l’apporto che proviene dai numerosi “centri di ascolto” e “centri di aiuto” operanti in Lombardia, gestiti da organizzazioni non profit (gruppi, associazioni, fondazioni, imprese sociali) che riescono a stabilire un rapporto diretto con chi è in stato di bisogno, anche quando risulta “invisibile”. Insieme alle istituzioni amministrative locali anche queste organizzazioni costituiscono degli interlocutori fondamentali per realizzare quel modello di welfare regionale improntato alla sussidiarietà su cui si è tanto investito nell’ultimo quinquennio.
L’importanza del terzo settore, qui richiamato nelle azioni di contrasto all’esclusione sociale, ma già identificato come una delle grandi ricchezze della regione Lombardia, trova eloquente misurazione nei dati che esprimono il numero di entità che ne fanno parte e dei soggetti che sono attivamente impegnati in esse.
Partendo da un primo esame del mondo del volontariato si stima che siano oltre 5 mila le organizzazioni operanti sul territorio regionale, con un esercito di circa 200 mila volontari (per 2/3 coinvolti in modo stabile e continuativo), ed attive prioritariamente nel settore socio-assistenziale (36,2% dei casi) o in quello sanitario (31%).
Dall’esame della gamma dei servizi erogati, appare l’immagine di un volontario ancora largamente presente in particolare nei campi della cura e dei sevizi alla persona, consolidando una tradizione di lungo periodo. I principali destinatari delle prestazioni, sono gli anziani, autosufficienti e non (37,5%), i malati (36,5%) e gli adulti in difficoltà (23,7%).
Nel complesso si evidenzia come il volontariato lombardo sia connotato in modo peculiare, nello svolgimento delle proprie attività, dal porre al centro dell’intervento la persona. La sua specificità consiste nel gestire la relazione diretta e priva di mediazioni tra azione gratuita e domanda sociale. Il volontariato in Lombardia, quindi, tende sempre più a privilegiare la relazione d’aiuto personalizzata tra care-giver e destinatario delle prestazioni e a praticare sempre meno interventi standardizzati e indifferenziati.
Altre significative realtà del mondo associativo nella società lombarda sono rappresentate dalle cooperative sociali, dall’associazionismo prosociale, dalle fondazioni prosociali. Le prime, presenti in Lombardia con circa mille entità iscritte all’albo regionale, aggregano quasi 40 mila soci e operano per lo più nell’area della disabilità fisica e psichica, del disagio psichico, della dipendenza. Importante è la vocazione al “sociale” di questa fattispecie che la qualifica anche nella denominazione: in essa avviene un superamento della dimensione della mutualità, propria della cooperativa classica, per accedere a quella della terzietà, nella quale chi beneficia dell'intervento è un soggetto terzo non necessariamente membro dell'organizzazione. La vocazione sociale è caratteristica anche del mondo cooperativistico, sempre più orientato al superamento della mutualità per giungere a un modello che si spinge risolutamente verso l’imprenditorialità sociale.
Completa il quadro del terzo settore l’associazionismo prosociale, in cui spiccano in particolare le associazioni familiari, particolarmente attive nell’erogazione di servizi di prossimità secondo una prospettiva di valorizzazione delle relazioni familiari. Nel corso del 2000 sono state rilevate 447 associazioni di solidarietà familiare di cui la quasi totalità si sono successivamente iscritte al Registro. Le associazioni familiari lombarde sono prevalentemente impegnate nell’erogazione di servizi di prossimità (più della metà ha come raggio di azione il proprio comune di riferimento) e tali servizi comprendono una vasta gamma di prestazioni che riguardano attività di sostegno rivolte alle famiglie in difficoltà, interventi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di organizzazione della rappresentanza politico-sociale degli associati, interventi formativi ed informativi. Sono questi ultimi a registrare la percentuale maggiore di diffusione (43,6%), seguiti dalle attività di advocacy (36%) –tutela dei diritti, informazione, mediazione con le istituzioni, segretariato sociale- e dall’erogazione di servizi alla persona fondati sul care (31,8%). Va altresì segnalata la presenza di prestazioni innovative quali quelle legate alla mediazione familiare (1,4%), alle banche del tempo e alle attività di mutuo aiuto tra le famiglie (2,1%). Nella maggior parte dei casi (53,8%) i destinatari delle prestazioni offerte dalle associazioni familiari sono persone in situazioni di difficoltà. Non manca, tuttavia, una spiccata propensione al sostegno della “normalità”, con particolare attenzione alla prima infanzia (49,2%), agli adolescenti/giovani (38,3%), ai genitori (27,6%).
In conclusione, l’associazionismo familiare lombardo si rivela, nel suo complesso, articolato e composito: il suo contributo distintivo, all’interno del più vasto universo dell’associazionismo prosociale e più in generale del terzo settore, è quello specifico della “familiarità”, vale a dire dell’offerta di servizi e interventi secondo una prospettiva rispettosa della famiglia e che tende a riproporne gli stili relazionali e di intervento.
L’ultima riflessione sugli attori e le condizioni di contesto della società lombarda ha per oggetto il tema della salute.
Per riassumere2, il quadro epidemiologico lombardo mostra nel periodo considerato questi tratti salienti:
- aumenta la durata media di vita sia tra gli uomini sia tra le donne, senza differenze significative rispetto all’Italia;
- la mortalità per tutte le cause è in costante diminuzione secondo un tasso più rapido di quello nazionale;
- alcuni fattori di rischio (come l’obesità) sono in aumento, altri (come il fumo) in leggera ma non ancora stabile diminuzione;
- le malattie infettive sono in costante decremento ma tutt’altro che scomparse. L’AIDS mostra un progressivo marcato calo; tuttavia la sua incidenza rimane doppia rispetto al resto d’Italia. La TBC si è quasi dimezzata nel decennio, grazie anche all’efficacia delle misure di controllo e di terapia esistenti, ma mantiene in Regione una presenza superiore al resto d’Italia. Alcune differenze rispetto al quadro italiano (come nel caso dell’epatite A) sono spiegabili da fattori ambientali e di costume. La frequenza delle malattie infettive nel loro complesso appare particolarmente elevata nelle aree agricole e montane della Regione;
- la mortalità per tumori in Lombardia è in sensibile diminuzione negli ultimi anni, ma rimane superiore a quella nazionale. Il numero di nuovi casi di tumore (incidenza), secondo i dati del campione della provincia di Varese, appare però in diminuzione nella seconda metà degli anni Novanta contrariamente al dato nazionale che è in crescita. Se confermati, questi trend potrebbero indicare il contributo positivo sia di progressi sul piano della diagnosi e cura (diminuzione della mortalità), sia delle azioni di contenimento di fattori di rischio (diminuzione dei nuovi casi);
- tra i maschi è più elevata rispetto all’Italia la mortalità per tumori polmonari, che tuttavia mostra dalla metà degli anni Novanta una diminuzione, più spiccata che nel resto del paese; una iniziale efficace delle misure contro il fumo ne potrebbe essere tra le spiegazioni. Dalle analisi descrittive di confronto tra province e ASL, la maggior frequenza di tumore polmonare non appare interessare i grandi agglomerati urbani;
- il tumore della mammella tra le donne è più frequente in Lombardia, ma mostra una chiara diminuzione, anche se non stabile, a partire dalla fine degli anni Novanta. Le province a maggior rischio sono Milano, Como, Varese, Lodi e Mantova. La partecipazione alle campagne di screening sembra interessare una porzione ancora ridotta di donne. Ampia è invece la partecipazione alle campagne di screening per il tumore della cervice uterina che mostra in effetti, secondo i dati del campione della provincia di Varese, una incidenza inferiore a quella dei registri della altre regioni italiane;
- la mortalità per cause cardiovascolari nell’intera Regione è in diminuzione negli anni più recenti, più nettamente che nel resto del paese, in entrambe i sessi. Entro la Regione sono più colpite, in generale, le province a sud di Milano, oltre che Varese. Il sistema di sorveglianza di queste patologie attivo per la Brianza mostra una netta diminuzione della incidenza di sindromi coronariche e della mortalità per infarto miocardico. Ciò sembra spiegato sia dalla rilevanza degli interventi sui fattori di rischio per diminuire numero e gravità dei casi; sia dalla tempestività degli interventi di emergenza ed dal miglioramento delle terapie per l’infarto miocardio;
- la Lombardia è tra le regioni con gli indici più bassi di infortuni sul lavoro (anche quelli mortali). Tuttavia non si assiste ancora ad una diminuzione stabile del loro numero. Il settore agricolo appare particolarmente interessato da questo fenomeno;
- oltre a quelli già citati, il traffico, l’inquinamento ed il disagio sociale emergono come fattori di rischio di rilievo;
- il quadro epidemiologico qui riassunto sottolinea anche la rilevanza di informazioni e dati esistenti a fini di valutazione e di programmazione. La loro valorizzazione appare essenziale per gli obiettivi di miglioramento del sistema regionale della salute;
- all’interno della Regione esistono chiare differenze tra province e ASL: tali specificità vanno confermate con ulteriori indagini ma certamente rivestono importanza per la programmazione e la valutazione degli interventi e dei servizi.
1 «[…]il gusto di dimostrare la propria professionalità, il piacere di un lavoro indipendente, il gusto di una scommessa con noi stessi e con il prossimo che non si riscontra facilmente in altre regioni. E’ questo il vero marchio di fabbrica della Lombardia, insieme alla tenacia e alla pazienza: che è come dire inventarsi la vita in luogo di subirla» (Castellaneta C., Il Dizionario della Lombardia, Le Lettere, 2004)
2 La presente sintesi è stata redatta da Pietro Alberto Bertazzi.