3 - montagna
Up one levelCapitolo 3 - Flavio Boscacci - I mutamenti economico-territoriali della montagna
Estratto
3.1 - Una realtà in fase di miglioramento
Il 40,5% del territorio lombardo è classificato montano dalla legge
1102/1971, istitutiva delle Comunità montane, e dalle successive leggi
regionali di attuazione fino alla recente l.r. n. 6/2002 la quale, nel
definire i criteri di delimitazione delle “zone montane omogenee”,
consente anche l’inclusione di ulteriori porzioni di comuni limitrofi a
quelli montani. Si tratta di un insieme di territori morfologicamente
differenziati dalla varietà di formazioni montuose, alpine e prealpine,
con insediamenti vallivi gravitanti ed economicamente influenzati dalla
estesa area metropolitana regionale formata dalle città di Milano,
Como, Varese, Lecco, Bergamo, Brescia e dalle loro estensioni
pedemontane.
Fa parte a sé, pur essendo montano a tutti gli effetti, il territorio appenninico dell’Oltrepo’ pavese che, per la comunità residente, per un verso costituisce una risorsa (anche grazie all’ottima produzione vitivinicola), per altro verso, invece, rappresenta un problema per la sua fragilità strutturale e i conseguenti dissesti idro-geologici. Come per quelle prealpine, anche quest’area montana gravita sulla città sottostante, Pavia, e ancor più sulla vicina area metropolitana milanese.
In passato, si è discusso del dualismo metropoli-montagna come di un rapporto ineguale e depauperatore della montagna. Negli anni più recenti una visione così negativa è stata superata perché la montagna lombarda, o la parte più consistente di essa, ha manifestato in più punti la capacità di affermare un proprio sviluppo endogeno, non basato perciò sulle sole attività turistiche e di servizio per le popolazioni della pianura.
Nelle principali valli delle province di Sondrio, Brescia, Bergamo e Lecco il sistema socio-demografico si è stabilizzato sfruttando due principali risorse: la prima basata sulle diffuse attività artigianali dell’edilizia e della manifattura; l’altra, centrata sulle attività ambientali del turismo e dell’agricoltura.

Le attività “piccolo industriali e urbane” hanno attratto gran parte della popolazione verso una nuova residenza nei fondovalle, mentre le attività turistiche hanno calamitato risorse nelle “cittadelle montane” di media ed alta quota. Questi due movimenti di addensamento demografico, pur dando origine a urbanizzazioni non sempre ordinate e rispettose dell’ambiente, sono stati però funzionali a compattare i rispettivi sistemi produttivi, i quali traggono oggi vantaggio dalla densificazione delle relazioni intersettoriali.
Nell’ultimo decennio, a conferma della positività della trasformazione interna alle valli, si è assistito a importanti processi di innovazione in tutti i campi della produzione – agricoltura compresa – che accompagnano un’evoluzione generale verso la specializzazione produttiva. Il turismo, ad esempio, ha visto crescere significativamente strutture ricettive e di servizio, nonché la professionalità degli imprenditori e degli addetti. I servizi commerciali si sono modernizzati e l’agricoltura, liberatasi delle piccolissime aziende di autoproduzione familiare, ha lasciato spazio alle aziende professionali ad indirizzo specializzato: prodotti caseari, viticoltura, frutticoltura.
Anche le attività edilizie si sono specializzate ed hanno ampliato l’area di mercato, al pari delle attività manifatturiere dell’industria e dell’artigianato che spesso offrono sorprendenti esempi di commercio internazionale per i loro prodotti agro-alimentari di successo, per i prodotti della meccanica di precisione, della siderurgia e dell’industria tessile.


Le dinamiche intercensuarie (cfr. tabelle 3.1, 3.2 e 3.3) evidenziano diminuzioni nel numero di aziende agricole, alimentari e manifatturiere, ma sono diminuzioni in certo senso positive perché la fuoriuscita delle aziende di più piccola dimensione lascia maggiore spazio ad altre aziende a più elevata produttività. Inoltre, nel caso delle attività manifatturiere, la diminuzione degli addetti è modesta (-2,99), di fronte ad una consistente riduzione media regionale (-13,75), con ciò confermando una tenuta delle attività secondarie in una situazione di crisi congiunturale e strutturale, nonché di rilocalizzazione industriale a scala regionale e internazionale.
La concentrazione spaziale delle attività, la specializzazione settoriale e le crescenti relazioni intersettoriali hanno svolto un ruolo positivo per l’integrazione dei sistemi economici locali e per il dispiegamento delle migliori forze propulsive di ciascun caratteristico sviluppo endogeno. Al successo di queste trasformazioni e all’innalzamento del livello medio del reddito individuale, sono conseguiti positivi effetti sulla crescita culturale e professionale della popolazione; così come sull’arricchimento dei servizi abitativo-residenziali e, in generale, sulla qualità della vita. Con la legislazione a favore delle aree montane, inoltre, le amministrazioni locali hanno potuto investire in opere civili, per la sanità, la cultura e il patrimonio artistico e ambientale.
Nelle pur discutibili statistiche sulla qualità della vita in Italia che il Sole 24 Ore elabora ogni anno, alla provincia di Sondrio – l’unica completamente montana in Lombardia – viene attribuita una progressione impressionante nel ranking nazionale: essa infatti figura al terzo posto assoluto nel 1996, passa al secondo posto nel 2001 e addirittura al primo posto nel 2002. Le statistiche da sole non possono certo spiegare fenomeni tanto complessi, tuttavia questa dinamica è certamente indicativa del raggiungimento di un livello stabile di benessere di queste popolazioni.
Ovviamente, non tutti e non dappertutto i problemi sono risolti. Nella montagna lombarda restano sacche di marginalità, con bassi redditi, disoccupazione ed eccessivo invecchiamento della popolazione. Considerata l’orografia dell’area, l’esistenza di situazioni di questo genere è da considerarsi inevitabile anche se certamente gioverebbe una migliore rete di collegamenti viari e ferroviari tra queste valli e il cuore pulsante, metropolitano, della regione.
Il deficit infrastrutturale resta infatti elevato in tutta l’area e l’accessibilità stradale e ferroviaria di quasi tutte le valli alpine lombarde non è veramente migliorata, allineandosi in questo con la situazione di grave arretratezza in cui, da questo punto di vista, versa l’intero territorio regionale.
Lo scenario territoriale, mutato profondamente in conseguenza del grande processo di rilocalizzazione delle attività economiche e della residenza che ha concentrato la popolazione nei fondovalle e in alcuni comprensori turistici di montagna, ha prodotto un consistente disordine urbanizzativo e una pericolosa fragilità dei versanti abbandonati dalla popolazione. E, infatti, negli anni ottanta numerose sono state le calamità naturali che hanno colpito la montagna lombarda: frane, smottamenti, danni derivanti da eventi alluvionali. L’evoluzione in atto, pur scontando difficoltà non indifferenti dovute alla natura stessa del territorio montano e alla perdurante difficoltà di accesso per ogni tipo e per ogni direzione dei flussi di traffico, è tuttavia da considerarsi positiva sia, come si è detto per la tenuta dei sistemi economici di valle, sia anche per un recupero progressivo degli equilibri territoriali e ambientali.
Nel corso degli anni Novanta, infatti, a valle del grande dissesto provocato dalle frane e dalle alluvioni del 1984 e del 1987, il tema delle sistemazioni territoriali e ambientali viene affrontato con la forza di un intervento legislativo speciale di livello nazionale (la legge 102/1990) il quale sta generando una quantità rilevante di opere di sistemazione per la sicurezza degli abitati e per la prevenzione di ulteriori dissesti.
L’impatto degli eventi e lo sforzo in atto per superare queste crisi hanno prodotto una nuova consapevolezza dei montanari per i valori ambientali del loro territorio che, infatti, sempre più assumono una dimensione concreta e creativa nell’agire quotidiano dei residenti e nelle iniziative che impegnano le amministrazioni centrali e locali per quanto riguarda gli atti di programmazione, di realizzazione e di manutenzione delle opere pubbliche.
Fa parte a sé, pur essendo montano a tutti gli effetti, il territorio appenninico dell’Oltrepo’ pavese che, per la comunità residente, per un verso costituisce una risorsa (anche grazie all’ottima produzione vitivinicola), per altro verso, invece, rappresenta un problema per la sua fragilità strutturale e i conseguenti dissesti idro-geologici. Come per quelle prealpine, anche quest’area montana gravita sulla città sottostante, Pavia, e ancor più sulla vicina area metropolitana milanese.
In passato, si è discusso del dualismo metropoli-montagna come di un rapporto ineguale e depauperatore della montagna. Negli anni più recenti una visione così negativa è stata superata perché la montagna lombarda, o la parte più consistente di essa, ha manifestato in più punti la capacità di affermare un proprio sviluppo endogeno, non basato perciò sulle sole attività turistiche e di servizio per le popolazioni della pianura.
Nelle principali valli delle province di Sondrio, Brescia, Bergamo e Lecco il sistema socio-demografico si è stabilizzato sfruttando due principali risorse: la prima basata sulle diffuse attività artigianali dell’edilizia e della manifattura; l’altra, centrata sulle attività ambientali del turismo e dell’agricoltura.

Le attività “piccolo industriali e urbane” hanno attratto gran parte della popolazione verso una nuova residenza nei fondovalle, mentre le attività turistiche hanno calamitato risorse nelle “cittadelle montane” di media ed alta quota. Questi due movimenti di addensamento demografico, pur dando origine a urbanizzazioni non sempre ordinate e rispettose dell’ambiente, sono stati però funzionali a compattare i rispettivi sistemi produttivi, i quali traggono oggi vantaggio dalla densificazione delle relazioni intersettoriali.
Nell’ultimo decennio, a conferma della positività della trasformazione interna alle valli, si è assistito a importanti processi di innovazione in tutti i campi della produzione – agricoltura compresa – che accompagnano un’evoluzione generale verso la specializzazione produttiva. Il turismo, ad esempio, ha visto crescere significativamente strutture ricettive e di servizio, nonché la professionalità degli imprenditori e degli addetti. I servizi commerciali si sono modernizzati e l’agricoltura, liberatasi delle piccolissime aziende di autoproduzione familiare, ha lasciato spazio alle aziende professionali ad indirizzo specializzato: prodotti caseari, viticoltura, frutticoltura.
Anche le attività edilizie si sono specializzate ed hanno ampliato l’area di mercato, al pari delle attività manifatturiere dell’industria e dell’artigianato che spesso offrono sorprendenti esempi di commercio internazionale per i loro prodotti agro-alimentari di successo, per i prodotti della meccanica di precisione, della siderurgia e dell’industria tessile.


Le dinamiche intercensuarie (cfr. tabelle 3.1, 3.2 e 3.3) evidenziano diminuzioni nel numero di aziende agricole, alimentari e manifatturiere, ma sono diminuzioni in certo senso positive perché la fuoriuscita delle aziende di più piccola dimensione lascia maggiore spazio ad altre aziende a più elevata produttività. Inoltre, nel caso delle attività manifatturiere, la diminuzione degli addetti è modesta (-2,99), di fronte ad una consistente riduzione media regionale (-13,75), con ciò confermando una tenuta delle attività secondarie in una situazione di crisi congiunturale e strutturale, nonché di rilocalizzazione industriale a scala regionale e internazionale.
La concentrazione spaziale delle attività, la specializzazione settoriale e le crescenti relazioni intersettoriali hanno svolto un ruolo positivo per l’integrazione dei sistemi economici locali e per il dispiegamento delle migliori forze propulsive di ciascun caratteristico sviluppo endogeno. Al successo di queste trasformazioni e all’innalzamento del livello medio del reddito individuale, sono conseguiti positivi effetti sulla crescita culturale e professionale della popolazione; così come sull’arricchimento dei servizi abitativo-residenziali e, in generale, sulla qualità della vita. Con la legislazione a favore delle aree montane, inoltre, le amministrazioni locali hanno potuto investire in opere civili, per la sanità, la cultura e il patrimonio artistico e ambientale.
Nelle pur discutibili statistiche sulla qualità della vita in Italia che il Sole 24 Ore elabora ogni anno, alla provincia di Sondrio – l’unica completamente montana in Lombardia – viene attribuita una progressione impressionante nel ranking nazionale: essa infatti figura al terzo posto assoluto nel 1996, passa al secondo posto nel 2001 e addirittura al primo posto nel 2002. Le statistiche da sole non possono certo spiegare fenomeni tanto complessi, tuttavia questa dinamica è certamente indicativa del raggiungimento di un livello stabile di benessere di queste popolazioni.
Ovviamente, non tutti e non dappertutto i problemi sono risolti. Nella montagna lombarda restano sacche di marginalità, con bassi redditi, disoccupazione ed eccessivo invecchiamento della popolazione. Considerata l’orografia dell’area, l’esistenza di situazioni di questo genere è da considerarsi inevitabile anche se certamente gioverebbe una migliore rete di collegamenti viari e ferroviari tra queste valli e il cuore pulsante, metropolitano, della regione.
Il deficit infrastrutturale resta infatti elevato in tutta l’area e l’accessibilità stradale e ferroviaria di quasi tutte le valli alpine lombarde non è veramente migliorata, allineandosi in questo con la situazione di grave arretratezza in cui, da questo punto di vista, versa l’intero territorio regionale.
Lo scenario territoriale, mutato profondamente in conseguenza del grande processo di rilocalizzazione delle attività economiche e della residenza che ha concentrato la popolazione nei fondovalle e in alcuni comprensori turistici di montagna, ha prodotto un consistente disordine urbanizzativo e una pericolosa fragilità dei versanti abbandonati dalla popolazione. E, infatti, negli anni ottanta numerose sono state le calamità naturali che hanno colpito la montagna lombarda: frane, smottamenti, danni derivanti da eventi alluvionali. L’evoluzione in atto, pur scontando difficoltà non indifferenti dovute alla natura stessa del territorio montano e alla perdurante difficoltà di accesso per ogni tipo e per ogni direzione dei flussi di traffico, è tuttavia da considerarsi positiva sia, come si è detto per la tenuta dei sistemi economici di valle, sia anche per un recupero progressivo degli equilibri territoriali e ambientali.
Nel corso degli anni Novanta, infatti, a valle del grande dissesto provocato dalle frane e dalle alluvioni del 1984 e del 1987, il tema delle sistemazioni territoriali e ambientali viene affrontato con la forza di un intervento legislativo speciale di livello nazionale (la legge 102/1990) il quale sta generando una quantità rilevante di opere di sistemazione per la sicurezza degli abitati e per la prevenzione di ulteriori dissesti.
L’impatto degli eventi e lo sforzo in atto per superare queste crisi hanno prodotto una nuova consapevolezza dei montanari per i valori ambientali del loro territorio che, infatti, sempre più assumono una dimensione concreta e creativa nell’agire quotidiano dei residenti e nelle iniziative che impegnano le amministrazioni centrali e locali per quanto riguarda gli atti di programmazione, di realizzazione e di manutenzione delle opere pubbliche.