2 - ambiente
Up one levelCapitolo 2 - Emilio Gerelli, Giorgio Panella - La qualità ambientale
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2.1 La qualità dell’ambiente: analisi di problemi rilevanti
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2.2 La sostenibilità dei centri urbani
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2.3 La qualità dell’aria
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2.4 Un volume crescente dei rifiuti
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2.5 La tutela delle risorse idriche e la bonifica dei siti contaminati
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2.6 L’inquinamento acustico
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2.7 L’inquinamento elettromagnetico e le radiazioni ionizzanti
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2.8 Le aree protette in Lombardia
Estratto
2.1 - La qualità dell’ambiente: analisi di problemi rilevanti
La qualità dell’ambiente nella regione Lombardia, è principalmente
influenzata da due componenti, almeno in parte contrastanti: sul lato
positivo sta la politica ambientale, attuata con il contributo della
Regione nel quadro nazionale e soprattutto in quello, sempre più
rilevante, dell’Unione europea. Sul lato tendenzialmente negativo si
trova l’impatto di breve andare della crescita economica che, quando
non fondata su mutamenti tecnologici filo-ambientali, tende ad
accrescere gli effetti ecologici negativi (pur ricordando che, nel
medio-lungo periodo, la crescita fornisce anche i mezzi per finanziare
gli interventi di protezione ambientale). Scopo di questo breve
rapporto non è, ovviamente, offrire un catalogo completo dei molteplici
aspetti della realtà ambientale lombarda. Vorremmo invece fornire un
sintetico quadro dei suoi principali aspetti, tanto per valutare
l’azione ambientale già realizzata, quanto per fornire una base di
orientamento sul quella futura.
Ricordiamo anzitutto che, fra le regioni italiane, la Lombardia è stata fra le prime a partecipare al “risveglio” ambientalista, maturato nei Paesi avanzati negli anni Settanta. Ad esempio, si manifestano in Lombardia le prime importanti esperienze di parchi regionali, con quello del Ticino.
Quanto alla VI e VII legislatura, l’evento più significativo è senza dubbio il rinnovato irrompere sulla scena delle questioni ambientali in tutte le loro declinazioni. A questo riguardo va ricordato che numerose materie ambientali sono tra quelle oggetto di trasferimento ad opera del decreto legislativo 112/98 che, sul finire della VI legislatura, ha profondamente trasformato l’assetto delle competenze e dei ruoli. Questo processo faticoso, pur in qualche modo ricondizionato dal novellato Titolo V della costituzione, ha trovato incoraggiamento nell’orientamento dell’Alta Corte nell’affermare la condivisione delle tematiche ambientali tra Stato centrale e Regioni. Un ruolo importante, dal punto di vista normativo, hanno giocato le direttive europee contribuendo alla complessità del quadro di riferimento ma anche alla responsabilizzazione degli attori istituzionali.
Un momento assai delicato ha visto il passaggio delle competenze di controllo dalle ASL ad ARPA la cui costituzione ha segnato un importante punto a favore della razionalizzazione e dell’uniformità dei controlli.
Quale conseguenza concreta di quanto accennato, è importante osservare che, nel suo complesso, il “sistema Lombardia”, nelle sue diverse articolazioni pubbliche (1546 Comuni, 11 Province, Regione) e private, regge il compito di mantenere una accettabile qualità ambientale in modo piuttosto soddisfacente, tenuto conto delle ingenti pressioni che vi si manifestano.
Ricordiamo anzitutto che, fra le regioni italiane, la Lombardia è stata fra le prime a partecipare al “risveglio” ambientalista, maturato nei Paesi avanzati negli anni Settanta. Ad esempio, si manifestano in Lombardia le prime importanti esperienze di parchi regionali, con quello del Ticino.
Quanto alla VI e VII legislatura, l’evento più significativo è senza dubbio il rinnovato irrompere sulla scena delle questioni ambientali in tutte le loro declinazioni. A questo riguardo va ricordato che numerose materie ambientali sono tra quelle oggetto di trasferimento ad opera del decreto legislativo 112/98 che, sul finire della VI legislatura, ha profondamente trasformato l’assetto delle competenze e dei ruoli. Questo processo faticoso, pur in qualche modo ricondizionato dal novellato Titolo V della costituzione, ha trovato incoraggiamento nell’orientamento dell’Alta Corte nell’affermare la condivisione delle tematiche ambientali tra Stato centrale e Regioni. Un ruolo importante, dal punto di vista normativo, hanno giocato le direttive europee contribuendo alla complessità del quadro di riferimento ma anche alla responsabilizzazione degli attori istituzionali.
Un momento assai delicato ha visto il passaggio delle competenze di controllo dalle ASL ad ARPA la cui costituzione ha segnato un importante punto a favore della razionalizzazione e dell’uniformità dei controlli.
Quale conseguenza concreta di quanto accennato, è importante osservare che, nel suo complesso, il “sistema Lombardia”, nelle sue diverse articolazioni pubbliche (1546 Comuni, 11 Province, Regione) e private, regge il compito di mantenere una accettabile qualità ambientale in modo piuttosto soddisfacente, tenuto conto delle ingenti pressioni che vi si manifestano.
2.2 - La sostenibilità dei centri urbani
I rilievi effettuati dalle istituzioni pubbliche (in primis la Regione)
che investono sui sistemi di rilevamento (aria, acqua, fenomeni
naturali), sui sistemi informativi e sulle comunicazioni al pubblico
dei risultati mettono in evidenza come il grado di sostenibilità delle
città lombarde stia migliorando. Anche i rilievi effettuati da
istituzioni non regionali concordano con questa tendenza.
L’indicatore di sostenibilità (Ecosistema urbano) messo a punto da AmbienteItalia, mette in evidenza una situazione accettabile e ciò anche se i valori complessivi raggiunti dalle città si posizionano su livelli decisamente inferiori all’obiettivo di sostenibilità (92,5 punti). Cremona e Sondrio, le prime classificate superano di poco il 65%, mentre la mediana dei punteggi ottenuti dalle città considerate è di poco superiore alla metà.
Quasi tutte le città della Lombardia, fatta eccezione per Milano, hanno riportato valori che si collocano nella scala in una posizione “discreta” (tab. 2.1). Per contro, il capoluogo lombardo pur compiendo importanti e significativi progressi presenta ancora notevoli carenze soprattutto in relazione alla qualità dell’aria e alla capacità di depurazione dell’acqua.


Nel corso degli ultimi anni l’insieme delle città lombarde ha comunque mostrato un miglioramento nella gran parte dei parametri relativi alla qualità ambientale ed alla gestione, mentre sono incrementati i carichi ambientali (in particolare consumi energetici, carburanti e rifiuti). Occorre però ricordare che la complessiva “qualità ambientale” di una città include una molteplicità di fattori non sempre misurabili, per cui si possono verificare situazioni che necessitano di interventi. Ed infatti, in molte realtà, vari aspetti della qualità della vita devono ancora essere affrontati: congestione dei centri urbani, inquinamento acustico, recupero delle aree degradate, miglioramento dell’efficienza nella gestione dei servizi ambientali.
L’indicatore di sostenibilità (Ecosistema urbano) messo a punto da AmbienteItalia, mette in evidenza una situazione accettabile e ciò anche se i valori complessivi raggiunti dalle città si posizionano su livelli decisamente inferiori all’obiettivo di sostenibilità (92,5 punti). Cremona e Sondrio, le prime classificate superano di poco il 65%, mentre la mediana dei punteggi ottenuti dalle città considerate è di poco superiore alla metà.
Quasi tutte le città della Lombardia, fatta eccezione per Milano, hanno riportato valori che si collocano nella scala in una posizione “discreta” (tab. 2.1). Per contro, il capoluogo lombardo pur compiendo importanti e significativi progressi presenta ancora notevoli carenze soprattutto in relazione alla qualità dell’aria e alla capacità di depurazione dell’acqua.


Nel corso degli ultimi anni l’insieme delle città lombarde ha comunque mostrato un miglioramento nella gran parte dei parametri relativi alla qualità ambientale ed alla gestione, mentre sono incrementati i carichi ambientali (in particolare consumi energetici, carburanti e rifiuti). Occorre però ricordare che la complessiva “qualità ambientale” di una città include una molteplicità di fattori non sempre misurabili, per cui si possono verificare situazioni che necessitano di interventi. Ed infatti, in molte realtà, vari aspetti della qualità della vita devono ancora essere affrontati: congestione dei centri urbani, inquinamento acustico, recupero delle aree degradate, miglioramento dell’efficienza nella gestione dei servizi ambientali.
2.3 - La qualità dell’aria
Le rilevazioni regionali (Fonte ARPA Lombardia) evidenziano una progressiva riduzione negli anni delle concentrazioni degli inquinanti tradizionali: anidride solforosa, monossido di carbonio, ossidi di azoto e benzene (fig. 2.1). Le loro concentrazioni sono scese sotto i limiti delle normative europee, anche rispetto a quelli fissati per il 2010. In particolare, le concentrazioni di NO2 sono inferiori a quelle dei primi anni novanta e risultano ancora in diminuzione; quelle di ozono, che erano aumentate nelle zone urbane nel corso degli ultimi venti anni, appaiono ora stazionarie. Anche quelle di particolato atmosferico si sono ridotte sensibilmente negli ultimi 15 anni.
Limitando l’osservazione agli ultimi sei anni (1997 – 2003) si osservano le seguenti riduzioni delle medie annuali di concentrazioni degli inquinanti: NO2: - 20,5%; SO2: - 7,7%; CO: - 44%; PM10: - 6,1 (dal 1998 al 2003); Benzene: - 38,5%; O3: 0,0%.



A causa delle loro caratteristiche chimiche e fisiche, ozono e PM10 (fig. 2.2) tendono a mantenere livelli piuttosto uniformi in vaste aree e quindi ad interessare ampie fasce di popolazione. I due inquinanti risultano difficili da controllare perché i loro valori sono influenzati dal fattore meteorologico. Il contesto meteo-climatico della Lombardia è piuttosto sfavorevole da questo punto di vista, soprattutto nella pianura padana, dove è scarso il rimescolamento dell’atmosfera, è elevato l’accumulo di inquinanti.

Elevati valori di PM10 sono presenti nelle aree urbane perché la principale fonte di particolato fine è costituita dal traffico stradale, il quale vi contribuisce infatti per circa il 70%. Seguono l’industria, gli impianti di riscaldamento residenziale e gli impianti di produzione di energia. La distribuzione nel corso dell’anno dei superamenti del limite giornaliero del PM10 mette in evidenza che il periodo più critico è l’inverno, quando si verificano le condizioni meteorologiche maggiormente sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti e la presenza a pieno regime di tutte le possibili sorgenti di emissione (traffico, riscaldamento civile, impianti industriali).
Al di sotto della stabilità dei valori di PM10 si intravedono però tendenze di segno opposto per quanto riguarda le diverse fonti inquinanti. Così, ad esempio, nell’ultimo decennio mentre il consumo di benzina è rimasto sostanzialmente invariato, quello di gasolio per auto trazione è aumentato del 56% per effetto dell’incremento degli acquisti di auto diesel: 82% nell’arco di un decennio. Per contro, vi è stata la diminuzione della vendita di gasolio per il riscaldamento domestico in quanto le famiglie lombarde prediligono sempre più il metano. Le vendite di gasolio da riscaldamento si sono infatti più che dimezzate (-55% rispetto al 1991), con valori che variano da –85% della provincia di Bergamo a –10% di quella di Mantova. Considerando le due variazioni, una positiva e l’altra negativa, la riduzione del gasolio totale venduto in Lombardia nel periodo 1991-2002 presenta un valore prossimo al 10% .
La sostituzione del gasolio con il metano ha riguardato anche le centrali termiche obsolete grazie agli incentivi economici accordati dalle politiche regionali rivolte a questo settore. Il consumo di gasolio si è inoltre ridotto per il finanziamento della metanizzazione delle aree di montagna e gli incentivi per incrementare la disponibilità di energia prodotta da fonti rinnovabili come le biomasse, o generata in strutture ottimizzate e distribuita attraverso il teleriscaldamento che ha permesso di migliorare l’ecoefficienza del settore energetico.
La Lombardia è all’avanguardia nell’approfondimento della conoscenza del particolato atmosferico. Vari progetti promossi dalla Regione e dall’ ARPA, con la partecipazione delle università e degli enti di ricerca nazionale e comunitari, hanno permesso di approfondire le conoscenze utili sia a caratterizzare, almeno parzialmente, le tipologie di sorgenti del particolato atmosferico, sia a stimarne i relativi effetti sanitari e ambientali. In tal modo è stato possibile mettere a punto un sistema di indicatori che forniscono precise informazioni sanitarie che vanno ad integrare quelle quantitative. Non solo, la rete lombarda di rilevamento del PM10 nelle aree critiche è in linea con la legislazione europea e nazionale in materia e con le norme tecniche di attuazione, sia sotto il profilo della numerosità e della localizzazione delle stazioni, sia sotto il profilo della dotazione strumentale, per altro in fase di continuo aggiornamento.
Per quanto riguarda l’ozono, la cui formazione è strettamente legata alla presenza degli ossidi di azoto e degli idrocarburi e al verificarsi di condizioni meteorologiche caratterizzate da elevata radiazione solare e temperatura, le concentrazioni più critiche si trovano nelle zone suburbane e sottovento rispetto alle aree di emissione degli inquinanti primari (emessi direttamente in atmosfera dalle sorgenti di inquinamento) e si verificano nei mesi estivi e cioè con il verificarsi di condizioni meteorologiche caratterizzate da elevata radiazione solare e temperatura.
Responsabili delle emissioni sono vari settori: quello industriale (raffinerie, cementifici, termodistruttori di rifiuti); gli impianti termici (centrali termoelettriche e impianti termici civili); il trasporto merci e delle persone. In particolare sono i trasporti a costituire le sorgenti principali soprattutto a livello urbano. Il settore dei trasporti consuma grandi quantità di risorse energetiche (16,8% del consumo nazionale) – soprattutto da fonti non rinnovabili - causando l’immissione in atmosfera di numerose sostanze inquinanti fra cui i gas serra, le sostanze acidificanti, i precursori dell’ozono ed il particolato fine. Nell’ultimo decennio, come conseguenza dei progressi tecnologici dell’industria automobilistica e di altri fattori quali il rinnovo del parco autoveicolare, l’adozione della marmitta catalitica e misure come il bollino blu, ci si attendeva un miglioramento dell’efficienza energetica del trasporto privato (e quindi in particolare la riduzione delle emissioni di CO2). Il pur notevole miglioramento è risultato però inferiore al previsto a causa dell’aumento del numero di automobili, dei chilometri percorsi e dell’acquisto di automobili con maggiore cilindrata. Il miglioramento tecnologico, riducendo i consumi e i costi del carburante per km percorso, ha finito per incentivare l’incremento degli spostamenti (il cosiddetto effetto rebound). Nonostante il disaccoppiamento dell’andamento delle emissioni di sostanze acidificanti (ossidi di azoto, ossidi di zolfo ed ammoniaca) e di precursori dell’ozono dall’incremento della mobilità, il settore dei trasporti continua quindi a porre problemi non indifferenti che concorrono a determinare costi sociali notevoli, dovuti non solo all’inquinamento dell’aria ma anche alla congestione del traffico, all’inquinamento acustico, agli incidenti, all’intrusione visiva dei veicoli, ecc.
Miglioramenti relativamente ai principali inquinanti atmosferici si sono avuti nel settore industriale lombardo. Mentre la quota dei consumi energetici dell’industria rispetto al totale regionale risulta pressoché stabile, l’intensità energetica della produzione sembra essere diminuita. Lo sviluppo del settore industriale dovrebbe quindi essere fonte di minori pressioni ambientali, ma occorre tener conto che la Lombardia sconta ancora l’effetto dell’elevata densità di insediamenti produttivi per unità di superficie e in base a tale confronto risulta meno “eco-efficace” di altre regioni dove il settore industriale è meno sviluppato.
2.4 - Un volume crescente dei rifiuti
La gestione dei rifiuti solidi urbani non presenta più la situazione di
drammatica emergenza di alcuni fa a causa della mancanza di capacità di
smaltimento. In questi ultimi anni notevoli sono stati infatti
gli sforzi compiuti dalla Regione e dalle Amministrazioni locali in
tema di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti urbani
(miglioramento della qualità dei servizi di igiene urbana, incremento
del tasso di raccolta differenziata, adeguamento degli impianti di
smaltimento ai dettami della normativa di settore, ecc).
Anche se la Regione Lombardia, per ragioni demografiche ed economiche, è quella che produce in termini assoluti più rifiuti, va osservato che si è finalmente registrata, nell’anno 2003, una riduzione della produzione di rifiuti urbani ed il contemporaneo superamento del tetto del 40% di raccolta differenziata. I principali parametri riguardanti la produzione di rifiuti urbani in Lombardia mettono in risalto i risultati positivi ottenuti (tab. 2.2).

Dopo una forte crescita della produzione totale di rifiuti urbani, negli ultimi anni il tasso di incremento è gradualmente diminuito fino a registrare nel 2003 un’inversione di tendenza: - 1,4% (fig. 2.3).

L’aumento della produzione di rifiuti è stato accompagnato dal diffondersi di alcuni comportamenti virtuosi che ne riducono la pressione ambientale. A fronte dell’aumento della produzione annua di rifiuti pro-capite la quale ha toccato i 508 kg. nel 2002 (con un incremento del 12% rispetto ai valori del 1998, si deve registrare un aumento della raccolta differenziata del 40%. Si stanno radicando con evidenza comportamenti più attenti al frazionamento del rifiuto, al recupero delle materie prime e quindi delle risorse naturali utilizzate per la produzione dei beni consumati (fig. 2.4).

La crescita costante delle iniziative di raccolta differenziata ha portata la Regione Lombardia a raggiungere con largo anticipo gli obiettivi posti dal d.lgs 22/1997. Anche la situazione delle singole province, ad eccezione di Brescia e Pavia, confermano il lusinghiero risultato ottenuto (fig. 2.5).

Resta parzialmente aperto il problema della destinazione finale dei prodotti della raccolta differenziata e delle forme di smaltimento. Dai dati relativi alla gestione dei rifiuti urbani si evidenzia come il ricorso alla discarica quale sistema di smaltimento stia progressivamente diminuendo. Nel 2000 sono state avviate direttamente in discarica circa 802.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, cioè solo il 18% della produzione totale. Nel 2003 la quantità di rifiuti urbani avviata direttamente a discarica è diminuita ulteriormente a 332.524 tonnellate e cioè al 14% del flusso dei rifiuti indifferenziati. In genere si rileva una diminuzione del conferimento diretto alla discarica a favore della termovalorizzazione che rappresenta lo smaltimento diretto preferito per il 47% del totale dei rifiuti indifferenziati prodotti. Questi risultati evidenziano lo sforzo intrapreso in Lombardia per sostituire lo smaltimento in discarica con alternative quali l’incremento della raccolta differenziata, il pre-trattamento dei rifiuti indifferenziati, la termoutilizzazione.
La Lombardia negli ultimi cinque anni ha dunque più che dimezzato l’avvio a discarica del rifiuto urbano. Ma l’obiettivo che si pone la legge regionale 26/2003 è ancora più ambizioso, in quanto impone alle province entro il 2005 una riduzione delle quantità di rifiuti urbani, calcolate sul pro capite, avviate a smaltimento in discarica, pari ad almeno il 20% rispetto a quelle avviate nel 2000.
Anche se la Regione Lombardia, per ragioni demografiche ed economiche, è quella che produce in termini assoluti più rifiuti, va osservato che si è finalmente registrata, nell’anno 2003, una riduzione della produzione di rifiuti urbani ed il contemporaneo superamento del tetto del 40% di raccolta differenziata. I principali parametri riguardanti la produzione di rifiuti urbani in Lombardia mettono in risalto i risultati positivi ottenuti (tab. 2.2).

Dopo una forte crescita della produzione totale di rifiuti urbani, negli ultimi anni il tasso di incremento è gradualmente diminuito fino a registrare nel 2003 un’inversione di tendenza: - 1,4% (fig. 2.3).

L’aumento della produzione di rifiuti è stato accompagnato dal diffondersi di alcuni comportamenti virtuosi che ne riducono la pressione ambientale. A fronte dell’aumento della produzione annua di rifiuti pro-capite la quale ha toccato i 508 kg. nel 2002 (con un incremento del 12% rispetto ai valori del 1998, si deve registrare un aumento della raccolta differenziata del 40%. Si stanno radicando con evidenza comportamenti più attenti al frazionamento del rifiuto, al recupero delle materie prime e quindi delle risorse naturali utilizzate per la produzione dei beni consumati (fig. 2.4).

La crescita costante delle iniziative di raccolta differenziata ha portata la Regione Lombardia a raggiungere con largo anticipo gli obiettivi posti dal d.lgs 22/1997. Anche la situazione delle singole province, ad eccezione di Brescia e Pavia, confermano il lusinghiero risultato ottenuto (fig. 2.5).

Resta parzialmente aperto il problema della destinazione finale dei prodotti della raccolta differenziata e delle forme di smaltimento. Dai dati relativi alla gestione dei rifiuti urbani si evidenzia come il ricorso alla discarica quale sistema di smaltimento stia progressivamente diminuendo. Nel 2000 sono state avviate direttamente in discarica circa 802.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, cioè solo il 18% della produzione totale. Nel 2003 la quantità di rifiuti urbani avviata direttamente a discarica è diminuita ulteriormente a 332.524 tonnellate e cioè al 14% del flusso dei rifiuti indifferenziati. In genere si rileva una diminuzione del conferimento diretto alla discarica a favore della termovalorizzazione che rappresenta lo smaltimento diretto preferito per il 47% del totale dei rifiuti indifferenziati prodotti. Questi risultati evidenziano lo sforzo intrapreso in Lombardia per sostituire lo smaltimento in discarica con alternative quali l’incremento della raccolta differenziata, il pre-trattamento dei rifiuti indifferenziati, la termoutilizzazione.
La Lombardia negli ultimi cinque anni ha dunque più che dimezzato l’avvio a discarica del rifiuto urbano. Ma l’obiettivo che si pone la legge regionale 26/2003 è ancora più ambizioso, in quanto impone alle province entro il 2005 una riduzione delle quantità di rifiuti urbani, calcolate sul pro capite, avviate a smaltimento in discarica, pari ad almeno il 20% rispetto a quelle avviate nel 2000.
2.5 - La tutela delle risorse idriche e la bonifica dei siti contaminati
Anche per le risorse idriche il confronto dei dati rilevati nel 1992 e
nel 2002 mette in evidenza una tendenza verso la risoluzione dei
problemi del settore. L’applicazione del Piano regionale di risanamento
delle acque (PRRA) previsto dalla legge 319/76 ha contribuito a ridurre
l’inquinamento prodotto da scarichi urbani, industriali e da altre
sorgenti. Si può infatti affermare che in quest’ultimo decennio la
qualità delle acque correnti lombarde sia migliorata. Ciononostante
notevoli sono ancora i problemi da risolvere derivanti dalle pressioni
generate da una regione contraddistinta da intensità di produzione e di
consumo delle risorse e dalla elevata densità di popolazione.
In genere, l’inquinamento di tipo organico si è notevolmente ridotto: quasi tutti i parametri indicatori di inquinamento di origine civile sono migliorati. Ciò è dovuto principalmente all’azione di numerosi impianti di depurazione e all’ampliamento della rete di collettamento.
E’ risultato invece più difficile controllare la gestione delle risorse idriche da parte delle attività produttive. Le pressioni esercitate dal sistema produttivo sono fortemente diversificate per settore di attività, e quindi nel territorio, e possono risultare molto variabili nel tempo per il variare delle dinamiche economiche e delle tecniche di produzione.
In particolare, risultati meno positivi si sono realizzati nel settore agro-alimentare per ciò che concerne l’inquinamento da azoto nitrico e da fosforo – parametri caratteristici del comparto agro-zootecnico – soprattutto in quei bacini in cui tale attività è preponderante. Le pressioni sull’ambiente derivanti dal settore agro-alimentare sembrano comunque ridursi e ciò grazie al sostegno dato alla produzione integrata e biologica.
Tuttavia va evidenziato che la Regione Lombardia ha anticipato l’applicazione della Direttiva nitrati con il regolamento attuativo (1996) della l.r. n. 37/1993. Le aziende sono tenute a redigere i piani di utilizzazione agronomica di reflui zootecnici (PUA) onde evitare di immettere carico organico in surplus nel terreno: a beneficio dei suoli, delle acque superficiali e di falda e della salute dei cittadini. Si calcola che circa l’85% delle aziende abbiano consegnato il piano e buona parte (il 60%) abbiano costruito le strutture (supportate da finanziamento regionale) per lo stoccaggio dei reflui.
Di rilevante interesse è l’azione della Regione in relazione alla bonifica dei siti contaminati ed al recupero delle aree dismesse che ha prodotto esempi di particolare interesse anche a livello nazionale (bonifica dell’ex Raffineria Agip Petroli di Rho-Pero). L’elevata concentrazione di attività industriali, la notevole presenza in ambito urbano di aree dismesse e la presenza di aree interessate nel passato da smaltimenti abusivi o non corretti di rifiuti, anche dovuti alla mancanza di specifiche norme di riferimento, hanno determinato in Lombardia un numero elevato di siti contaminati.
La Regione Lombardia, anticipando alcuni contenuti della normativa nazionale (d.lgs n. 22/1997 e D.M. n. 471/1999), sin dal 1995 si è dotata di un piano regionale d’intervento come quadro di riferimento per la concessione di tributi per gli interventi di bonifica, nonché di norme tecniche per la realizzazione degli interventi (D.G.R. n. 6/17252 del 1 agosto 1996 “Standard di qualità dei suoli per la bonifica dei terreni contaminati sul territorio lombardo”).
Successivamente alla definizione del quadro normativo nazionale nel 1999 la Regione Lombardia ha intrapreso una revisione degli strumenti di programmazione (D.M. n. 471/1999). Il Piano stralcio di bonifica delle aree inquinate (Consiglio regionale del 17 febbraio 2004 n. 958) costituisce lo strumento di programmazione e pianificazione con cui la Regione Lombardia realizza gli interventi di bonifica.
La normativa vigente prevede che i responsabili dei processi inquinanti provvedano ad eseguire gli interventi di bonifica secondo il noto principio chi inquina paga. Tuttavia, qualora tali responsabili non siano individuabili, è previsto che gli interventi devono essere realizzati d’ufficio dal comune territorialmente competente. In questo caso, il comune si impegna ad avviare un’azione di rivalsa contro chiunque abbia concorso a causare l’inquinamento.
In genere, l’inquinamento di tipo organico si è notevolmente ridotto: quasi tutti i parametri indicatori di inquinamento di origine civile sono migliorati. Ciò è dovuto principalmente all’azione di numerosi impianti di depurazione e all’ampliamento della rete di collettamento.
E’ risultato invece più difficile controllare la gestione delle risorse idriche da parte delle attività produttive. Le pressioni esercitate dal sistema produttivo sono fortemente diversificate per settore di attività, e quindi nel territorio, e possono risultare molto variabili nel tempo per il variare delle dinamiche economiche e delle tecniche di produzione.
In particolare, risultati meno positivi si sono realizzati nel settore agro-alimentare per ciò che concerne l’inquinamento da azoto nitrico e da fosforo – parametri caratteristici del comparto agro-zootecnico – soprattutto in quei bacini in cui tale attività è preponderante. Le pressioni sull’ambiente derivanti dal settore agro-alimentare sembrano comunque ridursi e ciò grazie al sostegno dato alla produzione integrata e biologica.
Tuttavia va evidenziato che la Regione Lombardia ha anticipato l’applicazione della Direttiva nitrati con il regolamento attuativo (1996) della l.r. n. 37/1993. Le aziende sono tenute a redigere i piani di utilizzazione agronomica di reflui zootecnici (PUA) onde evitare di immettere carico organico in surplus nel terreno: a beneficio dei suoli, delle acque superficiali e di falda e della salute dei cittadini. Si calcola che circa l’85% delle aziende abbiano consegnato il piano e buona parte (il 60%) abbiano costruito le strutture (supportate da finanziamento regionale) per lo stoccaggio dei reflui.
Di rilevante interesse è l’azione della Regione in relazione alla bonifica dei siti contaminati ed al recupero delle aree dismesse che ha prodotto esempi di particolare interesse anche a livello nazionale (bonifica dell’ex Raffineria Agip Petroli di Rho-Pero). L’elevata concentrazione di attività industriali, la notevole presenza in ambito urbano di aree dismesse e la presenza di aree interessate nel passato da smaltimenti abusivi o non corretti di rifiuti, anche dovuti alla mancanza di specifiche norme di riferimento, hanno determinato in Lombardia un numero elevato di siti contaminati.
La Regione Lombardia, anticipando alcuni contenuti della normativa nazionale (d.lgs n. 22/1997 e D.M. n. 471/1999), sin dal 1995 si è dotata di un piano regionale d’intervento come quadro di riferimento per la concessione di tributi per gli interventi di bonifica, nonché di norme tecniche per la realizzazione degli interventi (D.G.R. n. 6/17252 del 1 agosto 1996 “Standard di qualità dei suoli per la bonifica dei terreni contaminati sul territorio lombardo”).
Successivamente alla definizione del quadro normativo nazionale nel 1999 la Regione Lombardia ha intrapreso una revisione degli strumenti di programmazione (D.M. n. 471/1999). Il Piano stralcio di bonifica delle aree inquinate (Consiglio regionale del 17 febbraio 2004 n. 958) costituisce lo strumento di programmazione e pianificazione con cui la Regione Lombardia realizza gli interventi di bonifica.
La normativa vigente prevede che i responsabili dei processi inquinanti provvedano ad eseguire gli interventi di bonifica secondo il noto principio chi inquina paga. Tuttavia, qualora tali responsabili non siano individuabili, è previsto che gli interventi devono essere realizzati d’ufficio dal comune territorialmente competente. In questo caso, il comune si impegna ad avviare un’azione di rivalsa contro chiunque abbia concorso a causare l’inquinamento.
2.6 - L’inquinamento acustico
L’inquinamento acustico è considerato una delle principali cause del
peggioramento della qualità della vita, soprattutto nei centri urbani.
Maggiore preoccupazione, anche a causa del suo incremento, deriva da
quello di “tipo lineare”, ovvero l’inquinamento acustico proveniente
dalle attività di trasporto (soprattutto veicolare e aeroportuale).
L’inquinamento puntiforme, causato dalle attività industriali, dagli
impianti di condizionamento, dai locali musicali, dagli esercizi
commerciali, non sembra essere aumentato, grazie all’applicazione della
normativa che lo regolamenta.
La fonte principale dell’inquinamento acustico è la mobilità: il rumore generato dal traffico stradale è in assoluto la maggior fonte di disturbo per la popolazione. Purtroppo di scarsa efficacia sono state finora le misure volte ad un suo controllo. Infatti, la diversione modale nei mezzi di trasporto a favore dei mezzi pubblici, uno dei principali strumenti utili alla diminuzione dell’inquinamento acustico derivante dalla mobilità, non sembra dare risultati apprezzabili. Sebbene la percentuale degli utenti lombardi sia nettamente superiore alla media nazionale, l’utilizzo generale di mezzi pubblici è ancora molto limitato.
Un’altra fonte di inquinamento acustico che desta notevoli problemi è quella derivante dal trasporto aereo. Il trasporto aereo è alla base di fenomeni di inquinamento acustico oltre che di inquinamento atmosferico. Il sistema lombardo occupa una posizione di rilievo nel sistema aeroportuale nazionale. In Lombardia ha luogo infatti il 27% dei movimenti aerei totali sul territorio nazionale, il 29,5% del trasporto totale dei passeggeri e il 58% delle tonnellate cargo transitate negli aeroporti italiani.
L’inquinamento acustico di tipo aeronautico ha un impatto soprattutto locale con ricadute economiche sull’uso del territorio al suolo e si scontra con interessi di più ampia scala quali, per esempio, la crescente richiesta di utilizzo di questa modalità di trasporto che risulta di importanza strategica per la competitività e lo sviluppo nazionale e locale.
L’attività delle Commissioni aeroportuali finalizzata all’individuazione di procedure di mitigazione e prevenzione ha permesso di tenere sotto controllo la pressione acustica dovuta al traffico aereo, favorita anche dalla conversione delle flotte aeree con apparecchi di nuova produzione caratterizzati da certificazioni acustiche più restrittive.
La fonte principale dell’inquinamento acustico è la mobilità: il rumore generato dal traffico stradale è in assoluto la maggior fonte di disturbo per la popolazione. Purtroppo di scarsa efficacia sono state finora le misure volte ad un suo controllo. Infatti, la diversione modale nei mezzi di trasporto a favore dei mezzi pubblici, uno dei principali strumenti utili alla diminuzione dell’inquinamento acustico derivante dalla mobilità, non sembra dare risultati apprezzabili. Sebbene la percentuale degli utenti lombardi sia nettamente superiore alla media nazionale, l’utilizzo generale di mezzi pubblici è ancora molto limitato.
Un’altra fonte di inquinamento acustico che desta notevoli problemi è quella derivante dal trasporto aereo. Il trasporto aereo è alla base di fenomeni di inquinamento acustico oltre che di inquinamento atmosferico. Il sistema lombardo occupa una posizione di rilievo nel sistema aeroportuale nazionale. In Lombardia ha luogo infatti il 27% dei movimenti aerei totali sul territorio nazionale, il 29,5% del trasporto totale dei passeggeri e il 58% delle tonnellate cargo transitate negli aeroporti italiani.
L’inquinamento acustico di tipo aeronautico ha un impatto soprattutto locale con ricadute economiche sull’uso del territorio al suolo e si scontra con interessi di più ampia scala quali, per esempio, la crescente richiesta di utilizzo di questa modalità di trasporto che risulta di importanza strategica per la competitività e lo sviluppo nazionale e locale.
L’attività delle Commissioni aeroportuali finalizzata all’individuazione di procedure di mitigazione e prevenzione ha permesso di tenere sotto controllo la pressione acustica dovuta al traffico aereo, favorita anche dalla conversione delle flotte aeree con apparecchi di nuova produzione caratterizzati da certificazioni acustiche più restrittive.
2.7 - L’inquinamento elettromagnetico e le radiazioni ionizzanti
La percezione del rischio legata alla presenza di campi
elettromagnetici desta notevole preoccupazione nella popolazione,
nonostante le iniziative di corretta informazione sull’entità
degli effettivi rischi per la salute abbiano portato ad un
ridimensionamento del problema.
La base di conoscenza sulla distribuzione e localizzazione degli impianti di telefonia mobile e di radio e telediffusione è costituita dal catasto (gestito da ARPA) di questo tipo di impianti, che consente di stimare i campi elettromagnetici prodotti e le situazioni in cui si può produrre un superamento dei limiti di esposizione consentiti. Per queste situazioni, numericamente molto contenute, sono in atto piani di risanamento che vedono coinvolti tutti i soggetti pubblici interessati (Regione, Comuni, ARPA, ispettorato delle Comunicazioni, Corecom) e le emittenti.
In relazione alle linee di distribuzione dell’energia elettrica si è recentemente posta la necessità di individuare delle fasce di rispetto degli elettrodotti, che introducono vincoli all’edificabilità in prossimità delle linee elettriche. Questi vincoli spaziali non hanno ancora un supporto di certezza normativa nazionale anche se, invece, sono stati definiti in modo certo i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici generali.
Per quanto concerne le radiazioni, particolare attenzione è stata dedicata all’esposizione della popolazione alla radioattività naturale, in particolare da gas Radon, e si concluderà nel 2005 il piano di monitoraggio condotto da ARPA su tutto il territorio lombardo in collaborazione con la Direzione Generale Sanità della Regione e con le ASL lombarde.
La base di conoscenza sulla distribuzione e localizzazione degli impianti di telefonia mobile e di radio e telediffusione è costituita dal catasto (gestito da ARPA) di questo tipo di impianti, che consente di stimare i campi elettromagnetici prodotti e le situazioni in cui si può produrre un superamento dei limiti di esposizione consentiti. Per queste situazioni, numericamente molto contenute, sono in atto piani di risanamento che vedono coinvolti tutti i soggetti pubblici interessati (Regione, Comuni, ARPA, ispettorato delle Comunicazioni, Corecom) e le emittenti.
In relazione alle linee di distribuzione dell’energia elettrica si è recentemente posta la necessità di individuare delle fasce di rispetto degli elettrodotti, che introducono vincoli all’edificabilità in prossimità delle linee elettriche. Questi vincoli spaziali non hanno ancora un supporto di certezza normativa nazionale anche se, invece, sono stati definiti in modo certo i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici generali.
Per quanto concerne le radiazioni, particolare attenzione è stata dedicata all’esposizione della popolazione alla radioattività naturale, in particolare da gas Radon, e si concluderà nel 2005 il piano di monitoraggio condotto da ARPA su tutto il territorio lombardo in collaborazione con la Direzione Generale Sanità della Regione e con le ASL lombarde.
2.8 - Le aree protette in Lombardia
Una parte considerevole della domanda di qualità dell’ambiente e di
servizi ambientali volti al miglioramento della qualità della vita
riguarda le attività ricreative all’aperto e quindi le risorse
destinate alla loro realizzazione e cioè le aree naturali e in
particolare quelle protette.
La Regione Lombardia ha dato grande rilevanza a questo tipo di domanda provvedendo a diversificare l’offerta di aree destinate a queste attività in base a varie tipologie: parchi naturali, parchi regionali, monumenti naturali, parchi locali di interesse sovra comunale. La superficie della aree protette ha assunto dimensioni rilevanti: essa riserva circa il 22% del proprio territorio alle aree protette, pari al 21,33% del territorio regionale e al 16,73% delle aree protette a livello nazionale. Il patrimonio è costituito da un parco nazionale, 21 parchi regionali, 4 parchi naturali, 2 riserve naturali statali, 60 riserve naturali regionali, 28 monumenti naturali e 45 parchi locali di interesse sovracomunale (Fonte: ARPA Lombardia, 2004).
Importante la crescita dei Parchi Locali di Interesse Sovracomunale (art.34, l.r. n. 86/1983) attraverso i quali i comuni intraprendono azioni per la riqualificazione del loro territorio rurale oppure per valorizzare singoli ambienti di grande rilevanza ambientale. Essi si estendono per 18.173 ettari pari al 3,1% della superficie protetta lombarda ed al 0,76% del territorio lombardo. I PLIS sono diventati la principale forma di realizzazione delle nuove aree naturali istituite in ambito regionale.
E’ importante notare come accanto alle tradizionali finalità della conservazione e della fruizione collettiva a fini ricreativi gli enti parco tendono oggi a perseguire nella maggioranza dei casi l’obiettivo dello sviluppo socio-economico. Ciò è dovuto, in particolare, alla crescita delle aree protette che hanno coinvolto contesti sempre più antropizzati, con rilevanti cambiamenti nella tipologia delle are stesse. La maggior parte dei parchi ricade infatti in contesti a medio- alta e alta-pressione antropica.
La Regione Lombardia ha dato grande rilevanza a questo tipo di domanda provvedendo a diversificare l’offerta di aree destinate a queste attività in base a varie tipologie: parchi naturali, parchi regionali, monumenti naturali, parchi locali di interesse sovra comunale. La superficie della aree protette ha assunto dimensioni rilevanti: essa riserva circa il 22% del proprio territorio alle aree protette, pari al 21,33% del territorio regionale e al 16,73% delle aree protette a livello nazionale. Il patrimonio è costituito da un parco nazionale, 21 parchi regionali, 4 parchi naturali, 2 riserve naturali statali, 60 riserve naturali regionali, 28 monumenti naturali e 45 parchi locali di interesse sovracomunale (Fonte: ARPA Lombardia, 2004).
Importante la crescita dei Parchi Locali di Interesse Sovracomunale (art.34, l.r. n. 86/1983) attraverso i quali i comuni intraprendono azioni per la riqualificazione del loro territorio rurale oppure per valorizzare singoli ambienti di grande rilevanza ambientale. Essi si estendono per 18.173 ettari pari al 3,1% della superficie protetta lombarda ed al 0,76% del territorio lombardo. I PLIS sono diventati la principale forma di realizzazione delle nuove aree naturali istituite in ambito regionale.
E’ importante notare come accanto alle tradizionali finalità della conservazione e della fruizione collettiva a fini ricreativi gli enti parco tendono oggi a perseguire nella maggioranza dei casi l’obiettivo dello sviluppo socio-economico. Ciò è dovuto, in particolare, alla crescita delle aree protette che hanno coinvolto contesti sempre più antropizzati, con rilevanti cambiamenti nella tipologia delle are stesse. La maggior parte dei parchi ricade infatti in contesti a medio- alta e alta-pressione antropica.