14 - energia
Up one levelCapitolo 14 - Luigi De Paoli - Il sistema energetico lombardo
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14.1 L’evoluzione della situazione energetica in Italia
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14.2 L’evoluzione della situazione energetica in Lombardia
-
14.3 L’impegno per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico: il ruolo delle regioni
Estratto
14.1 - L’evoluzione della situazione energetica in Italia
14.1.1 - La domanda
La domanda di energia in Italia nel periodo 1994-2003 è cresciuta di
circa 30 Mtep, pari al 17%. Il tasso medio annuo di crescita è stato
dell’1,8%, un valore elevato se si considera sia che l’Italia è
fortemente dipendente dall’estero per i suoi approvvigionamenti
energetici sia che i consumi energetici sono tra le principali fonti di
emissioni di sostanze inquinanti la cui limitazione rappresenta sempre
più un elemento centrale delle politiche pubbliche. Nel medesimo
periodo il prodotto interno lordo è cresciuto del 16%, cioè in misura
molto simile all’aumento della domanda di energia. Conseguentemente
l’intensità energetica è rimasta abbastanza immutata tra il 1994 e il
2003, anche se vi sono state alcune leggere oscillazioni durante gli
anni (tra 179 e 186 tep per milione di euro a valori costanti 1995,
fig. 14.1) legate a fatti congiunturali e in primo luogo all’andamento
climatico. Questo fatto segnala la difficoltà dell’Italia ad ottenere
un aumento dell’efficienza nell’uso dell’energia, nonostante sia
continuata la tendenza alla terziarizzazione dell’economia (i servizi
hanno rappresentato il 64,7% del valore della produzione nel 2002
contro il 63,3 nel 1994) e siano intervenuti alcuni provvedimenti a
sostegno del risparmio energetico.
Per quanto riguarda la struttura della domanda energetica per fonti primarie, nel decennio considerato il petrolio, pur rimanendo la prima fonte impiegata, ha perso una quota di circa il 9 % (dal 56 al 47%). Tale quota è stata recuperata all’80% dal gas naturale, che si conferma quindi come la fonte in più forte ascesa soprattutto per i suoi vantaggi ambientali, mentre il maggior ricorso al carbone e all’importazione di energia elettrica si sono spartiti la restante quota persa dal petrolio. Vale la pena osservare che il contributo delle fonti energetiche rinnovabili (FER), nonostante le politiche di incentivazione e gli ambiziosi obiettivi di sviluppo più volte riaffermati, è rimasto praticamente invariato e quindi le FER hanno perso anch’esse di quota rispetto alla domanda energetica totale.
Se si considerano gli impieghi energetici finali, ormai da tempo si può parlare della legge di “un terzo” per indicare che i consumi finali sono suddivisi in tre parti quasi uguali tra tre settori: industria più agricoltura, settore civile (che comprende sia il residenziale che il terziario) e trasporti (tab. 14.2). Il fatto che la “legge di un terzo” sia rimasta valida nel decennio trascorso significa che la crescita dei consumi energetici nei tre settori è stata abbastanza omotetica. Da un esame più accurato dei consumi finali risulta tuttavia che industria e agricoltura tendono leggermente a perdere quota (coerentemente anche con la tendenza alla perdita di peso nel PIL a vantaggio dei servizi), il settore civile ha un andamento più irregolare in quanto risente fortemente del clima (in particolare per gli usi di riscaldamento), mentre i trasporti sono il settore che tende lentamente, ma inesorabilmente a guadagnare ancora quota.
Per quanto riguarda la struttura della domanda energetica per fonti primarie, nel decennio considerato il petrolio, pur rimanendo la prima fonte impiegata, ha perso una quota di circa il 9 % (dal 56 al 47%). Tale quota è stata recuperata all’80% dal gas naturale, che si conferma quindi come la fonte in più forte ascesa soprattutto per i suoi vantaggi ambientali, mentre il maggior ricorso al carbone e all’importazione di energia elettrica si sono spartiti la restante quota persa dal petrolio. Vale la pena osservare che il contributo delle fonti energetiche rinnovabili (FER), nonostante le politiche di incentivazione e gli ambiziosi obiettivi di sviluppo più volte riaffermati, è rimasto praticamente invariato e quindi le FER hanno perso anch’esse di quota rispetto alla domanda energetica totale.
Se si considerano gli impieghi energetici finali, ormai da tempo si può parlare della legge di “un terzo” per indicare che i consumi finali sono suddivisi in tre parti quasi uguali tra tre settori: industria più agricoltura, settore civile (che comprende sia il residenziale che il terziario) e trasporti (tab. 14.2). Il fatto che la “legge di un terzo” sia rimasta valida nel decennio trascorso significa che la crescita dei consumi energetici nei tre settori è stata abbastanza omotetica. Da un esame più accurato dei consumi finali risulta tuttavia che industria e agricoltura tendono leggermente a perdere quota (coerentemente anche con la tendenza alla perdita di peso nel PIL a vantaggio dei servizi), il settore civile ha un andamento più irregolare in quanto risente fortemente del clima (in particolare per gli usi di riscaldamento), mentre i trasporti sono il settore che tende lentamente, ma inesorabilmente a guadagnare ancora quota.
14.1.2 - L’offerta
L’Italia è notoriamente un paese dipendente dall’estero per il suo
approvvigionamento energetico. Nel decennio considerato la situazione è
ulteriormente peggiorata come risulta dal fatto che il grado di
autosufficienza nazionale è passato dal 20% nel 1994 al 15% nel 2003
(fig. 14.2). La produzione di energia primaria in Italia non è
diminuita solo in termini percentuali, ma anche in termini assoluti.
Ciò è stato dovuto essenzialmente alla riduzione della produzione di
gas naturale (-5,4 Mtep nel periodo) mentre la produzione di
petrolio e di energia da fonti rinnovabili è leggermente aumentata
(tab. 14.3), ma, soprattutto per queste ultime, non in misura tale da
corrispondere alle aspettative.
Va anche osservato che l’Italia non è dipendente dall’estero solo per l’approvvigionamento di energia primaria, ma anche per quello dell’elettricità. Infatti, nel periodo in esame, le importazioni nette di elettricità dall’estero sono state costantemente comprese tra il 14 e il 16% della richiesta nazionale. Questo livello di dipendenza è il più alto tra i paesi industrializzati e segnala la scarsa competitività del sistema di produzione elettrica nazionale.





Va anche osservato che l’Italia non è dipendente dall’estero solo per l’approvvigionamento di energia primaria, ma anche per quello dell’elettricità. Infatti, nel periodo in esame, le importazioni nette di elettricità dall’estero sono state costantemente comprese tra il 14 e il 16% della richiesta nazionale. Questo livello di dipendenza è il più alto tra i paesi industrializzati e segnala la scarsa competitività del sistema di produzione elettrica nazionale.





14.2 - L’evoluzione della situazione energetica in Lombardia
14.2.1 - Premessa
Nell’esaminare la situazione energetica lombarda va anzitutto rilevato
la scarsa disponibilità di dati raccolti ed elaborati dalla Regione.
Per potere intervenire più tempestivamente in questo campo, sarebbe
anzitutto opportuno che la Regione si dotasse di un proprio sistema di
raccolta dati. Mancando i dati raccolti dalla Regione ed essendo quelli
raccolti a livello nazionale per le regioni elaborati e
pubblicati con notevole ritardo, sarà giocoforza limitarsi ad
esaminare il periodo 1994-2000 (salvo che per il settore elettrico per
il quale esistono dati tempestivi), coincidente perciò quasi
interamente con la passata legislatura.
Il quadro riassuntivo della situazione energetica lombarda è contenuto nel bilancio energetico, l’ultimo dei quali è disponibile per il 2000. Da tale bilancio è possibile osservare tre tratti caratteristici dell’economia energetica lombarda:

Il quadro riassuntivo della situazione energetica lombarda è contenuto nel bilancio energetico, l’ultimo dei quali è disponibile per il 2000. Da tale bilancio è possibile osservare tre tratti caratteristici dell’economia energetica lombarda:
- una fortissima dipendenza dalle forniture esterne (la produzione regionale è stata di 3.075 ktep su un consumo di 34.891 ktep, pari al 9%);
- una forte dipendenza anche dalle importazioni (dall’estero e da altre regioni) di elettricità (quasi il 40% dei consumi nel 2000);
- la preponderanza dei consumi del settore civile sul totale dei consumi energetici finali (38%), seguiti da quelli industriali (33%) e dai trasporti (27%).

14.2.2 - La domanda
La Lombardia è la prima regione italiana per consumi energetici con una
quota del 18-19% dei consumi nazionali. Nel periodo 1994 – 2000 il
tasso di crescita della domanda di energia primaria in Lombardia è
stato dell’1,7% m.a., sostanzialmente analogo a quello nazionale
(1,8%). Nel medesimo periodo il PIL lombardo è cresciuto a un ritmo
solo leggermente superiore. Conseguentemente l’intensità energetica
(rapporto tra energia primaria richiesta e valore della produzione) è
rimasta quasi inalterata (fig. 13.1). Anche per la Lombardia quindi non
sembrano emergere – pur se su un periodo di tempo limitato-
significative tendenze verso un uso più efficiente dell’energia. Va
anche osservato che l’intensità energetica lombarda è inferiore del
7–8% rispetto a quella italiana. Questo fatto non va interpretato come
una maggiore efficienza energetica media della Lombardia, ma è dovuto
alla minore trasformazione di energia in Lombardia
(sottodimensionamento del sistema elettrico e delle raffinerie, vedi il
bilancio energetico lombardo) che, come è noto, è un’attività
fortemente energy intensive. In effetti, se si guarda all’intensità
energetica dei consumi finali invece che a quella della domanda di
energia primaria, la situazione lombarda è pienamente allineata alla
media nazionale.
Per quanto riguarda i consumi finali per settori, la Lombardia si differenzia dalla media italiana soprattutto per il maggior peso che hanno i consumi nel settore civile (residenziale e terziario) (tab. 14.5). Ciò è dovuto principalmente al clima mediamente più rigido che nel resto del Paese e quindi ai maggiori consumi per gli usi di riscaldamento.

Per quanto riguarda i consumi finali per settori, la Lombardia si differenzia dalla media italiana soprattutto per il maggior peso che hanno i consumi nel settore civile (residenziale e terziario) (tab. 14.5). Ciò è dovuto principalmente al clima mediamente più rigido che nel resto del Paese e quindi ai maggiori consumi per gli usi di riscaldamento.

14.2.3 - L'offerta
Se l’Italia è un paese fortemente dipendente dall’estero per i suoi
approvvigionamenti energetici, la Lombardia si trova in una situazione
ancora peggiore. Infatti, come risulta dalla fig. 14.2, se l’Italia ha
prodotto nel periodo considerato dal 15 al 20% dell’energia consumata,
la Lombardia ha prodotto solo dal 7 al 9% dei propri consumi.
Se si considera la produzione per fonti (vedi tab. 14.6), si osserva che la Lombardia è molto povera di fonti fossili: la produzione di gas naturale e di petrolio è stata molto modesta in tutto il periodo. La gran parte della produzione si concentra perciò nel settore delle fonti rinnovabili e in particolare nell’idroelettrico. Infatti, circa il 90% della produzione energetica lombarda (trascurando la biomassa per la quale non si hanno statistiche attendibili) proviene da questa fonte.

Se si considera la produzione per fonti (vedi tab. 14.6), si osserva che la Lombardia è molto povera di fonti fossili: la produzione di gas naturale e di petrolio è stata molto modesta in tutto il periodo. La gran parte della produzione si concentra perciò nel settore delle fonti rinnovabili e in particolare nell’idroelettrico. Infatti, circa il 90% della produzione energetica lombarda (trascurando la biomassa per la quale non si hanno statistiche attendibili) proviene da questa fonte.

14.2.4 - La trasformazione di energia primaria
Mentre per la produzione di fonti energetiche primarie si può influire
ben poco sull’offerta in quanto ciò che conta è la localizzazione delle
risorse naturali (anche se gli incentivi e le norme possono rendere più
o meno conveniente il loro sfruttamento), diversa è la situazione per
quanto riguarda la trasformazione di fonti energetiche primarie in
secondarie. In questo caso si tratta di attività industriali che hanno
minori vincoli fisici di localizzazione. La loro localizzazione in una
regione come la Lombardia dipende infatti dalle scelte industriali dei
produttori e dall’atteggiamento delle Autorità nel rilascio delle
autorizzazioni. La trasformazione di energia, come è noto, si esplica
principalmente attraverso due attività: la raffinazione del petrolio e
la trasformazione di fonti primarie in energia elettrica. Lo situazione
lombarda per queste due attività è alquanto diversa e vale quindi la
pena di esaminarla separatamente.
La raffinazione
In Lombardia sono localizzate tre raffinerie: la raffineria di Sannazzaro dell’Eni, la raffineria di Cremona della Tamoil e la raffineria di Mantova dell’IES. La loro capacità di raffinazione effettiva è 15,6 milioni di tonnellate, mentre quella nominale è di 17,6 Mt/a. Dopo la chiusura della raffineria di Rho, avvenuta nella prima metà degli anni Novanta, le tre raffinerie lombarde rimaste in esercizio hanno effettuato significativi investimenti per adeguarsi alle nuove norme qualitative riguardanti i prodotti e i nuovi limiti di emissione (per gli ossidi di zolfo e di azoto). Tutte e tre le raffinerie sono dotate di adeguati impianti di conversione, anche se l’impianto IES di Mantova non ha realizzato impianti di craking catalitico, trovandosi quindi in una situazione più arretrata rispetto alle altre due raffinerie. Recentemente invece la raffineria di Sannazzaro dell’ENI ha realizzato un moderno impianto per la gassificazione dei residui con impiego del syngas per la produzione di elettricità in un impianto cogenerativo a ciclo combinato di ultima generazione. In sintesi, la Lombardia appare dotata di un sistema di raffinazione moderno e ben bilanciato. Infatti la capacità di produzione di prodotti per autotrazione (benzine e gasoli) sono sostanzialmente in linea con i consumi regionali.
Il settore elettrico
La situazione del settore elettrico è ben diversa da quella del settore della raffinazione. La Lombardia tradizionalmente è una regione che consuma più elettricità di quanto non ne produca (fig. 14.3). Tuttavia la situazione si è notevolmente aggravata nei dieci anni oggetto di questa rassegna. Infatti, a fronte di una crescita m.a. della domanda del 2,7%, l’offerta è cresciuta meno dell’1% all’anno (0,8%) facendo così salire il deficit elettrico regionale dal 32% nel 1994 al 42% nel 2003 (vedi tab. 14.7)


L’ “emergenza elettrica” è ben presente agli organi competenti della Regione tanto che gran parte delle otto linee di intervento del Piano energetico regionale (PER) approvato nel marzo 2003il si riferiscono a questo settore. Il PER afferma infatti:
“Per raggiungere gli obiettivi strategici formulati occorre agire in modo coordinato su diverse linee di intervento:
Una tale articolazione di obiettivi e di linee, che coniugano elementi quali l’aumento di produzione di energia insieme alla riduzione delle emissioni, la crescita competitiva dell’industria con l’incremento dell’occupazione, necessita di un approccio di "Pianificazione integrata delle risorse”1.
Non è compito di questa parte del Rapporto, dedicata a valutare lo scenario più che linee di politica energetica intraprese o programmate, giudicare se un siffatto obiettivo sia da ritenersi adeguato. Tuttavia si possono avanzare due considerazioni di carattere metodologico:
2. Gli Stati membri stabiliscono i criteri di rilascio delle autorizzazioni per la costruzione di impianti di generazione sul loro territorio. Tali criteri possono riguardare:
a) la sicurezza tecnica e fisica del sistema elettrico, degli impianti e della relativa apparecchiatura;
b) la protezione della salute e della sicurezza pubblica;
c) la protezione dell'ambiente;
d) l'assetto del territorio e la scelta del sito;
e) l'uso del suolo pubblico;
f) l'efficienza energetica;
g) la natura delle fonti primarie;
h) le caratteristiche specifiche del richiedente, quali la capacità tecnica, economica e finanziaria;
i) la conformità alle misure adottate in forza dell'articolo 3”.
Pertanto l’autorità locale non può certo imporre obiettivi minimi di realizzazione di impianti elettrici, ma ha difficoltà anche a fissare tetti massimi utilizzando strumenti non coerenti con le norme comunitarie. Si tratta quindi di intendersi sul significato di IRP.
Il PER della Lombardia si spinge poi anche oltre arrivando a quantificare la nuova potenza termoelettrica “autorizzabile” così come indicato in tab. 14.8.

La valutazione regionale della nuova potenza necessaria per conseguire l’obiettivo indicato (-10% dei fabbisogni al 2010) si presta anch’essa ad alcuni rilievi metodologici. Anzitutto si parte da una stima di domanda di energia per dedurne un fabbisogno di potenza mentre potrebbe essere più logico partire da una richiesta di potenza di punta (con relativo margine di riserva) per dedurre se la capacità installata è in grado di far fronte all’obiettivo (teorico) indicato. In secondo luogo è abbastanza opinabile (nel senso che non viene esposto il metodo di calcolo e gli elementi oggettivi su cui si basa) ritenere che potranno essere recuperati 11 TWh di produzione da maggiore utilizzo o da repowering degli impianti termoelettrici esistenti. Anche lo stato dell’impianto di Casei Gerola, dato per certo in quanto in possesso di VIA positiva a livello regionale, non era del tutto chiaro, come emerso da decisioni successive che sono andate in senso contrario. Infine la stima dell’incremento di produzione da fonti rinnovabili è affetta anch’essa da margini di incertezza. Se ne deduce che il valore indicato di potenza ulteriore “autorizzabile” pari a 1.300 MW contiene dei margini di discrezionalità.
Per contro, da parte degli operatori, a metà 2004 erano state presentate al Ministero delle attività produttive domande di autorizzazione per complessivi 7.750 MW, cioè ben superiori a quanto indicato dal PER (tab. 14.9). Va comunque osservato che l‘esperienza degli ultimi anni mostra ormai che il “tasso di caduta” delle domande di autorizzazione è molto forte in quanto da un lato alcuni impianti non vengono autorizzati per mancanza dei requisiti richiesti e dall’altro molte iniziative vengono abbandonate dai promotori per ragioni economiche. Benché quindi, almeno teoricamente, si prospetti l’eventualità che nel giro di qualche anno la Lombardia passi da definicitaria a potenzialmente eccedentaria nel campo della produzione di elettricità, non è affatto detto che ciò accada.

Il PER individua poi cinque indicatori territoriali in base ai quali classificare la desiderabilità o meno della localizzazione di un impianto elettrico di grandi dimensioni. Tali criteri sono: a) le caratteristiche fisiche del territorio; b) il bilancio energetico d’area; la pressione ambientale; c) la prossimità alle utenze; la presenza di linee di collegamento.
In linea di massima questi criteri sono altamente condivisibili e appaiono capaci di “ordinare” secondo maggiore razionalità che non la semplice data di presentazione delle domande il rilascio delle autorizzazioni. Da un punto di vista metodologico l’ideale sarebbe però che gli indicatori fossero meglio quantificati e che fossero ammesse forme di compensazione (per es. una nuova centrale che ne sostituisce una vecchia con un minore impatto ambientale anche se di potenza maggiore dovrebbe avere la priorità. Lo stesso discorso, fatto in modo più circostanziato, potrebbe valere per la sostituzione tra attività industriali e produzione elettrica, ovvero potrebbe risultare conveniente realizzare impianti di generazione in aree industriali dimesse, fatte salve le necessarie verifiche ambientali).
Va infine osservato che la Lombardia si trova in una situazione geografica particolarmente propizia all’importazione di elettricità avendo molti chilometri di frontiera con la Svizzera. Attualmente l’importazione annua attraverso la frontiera svizzera è di circa 20 TWh, pari a poco meno di un terzo del consumo lombardo. Anche in prospettiva l’import dalla Svizzera dovrebbe rimanere elevato ed anzi dovrebbe crescere se venissero realizzate anche solo in parte le “merchant lines” che hanno fatto domanda al GRTN. Infatti, il “Piano di sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale” del GRTN rende noto che, in Lombardia, oltre alla linea S. Fiorano-Robbia (con una capacità di circa 1.500 MW), sono state proposte 12 “iniziative” per 4.710 MW2. E’ chiaro che, almeno in parte, tali eventuali sviluppi si pongono, almeno in parte, in alternativa con la realizzazione di nuovi impianti sul territorio lombardo. Dal punto di vista territoriale va comunque attentamente considerato anche l’impatto di nuovi elettrodotti (quando cioè non si possono sfruttare gli impianti esistenti per aumentarne la capacità di trasporto) che possono creare servitù non minori di quelle dovute ai nuovi impianti.
1 Cfr PER, 6 marzo 2003, p. 58.
2 Cfr GRTN, Piano di sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale , 9 gennaio 2004, p. 34.
La raffinazione
In Lombardia sono localizzate tre raffinerie: la raffineria di Sannazzaro dell’Eni, la raffineria di Cremona della Tamoil e la raffineria di Mantova dell’IES. La loro capacità di raffinazione effettiva è 15,6 milioni di tonnellate, mentre quella nominale è di 17,6 Mt/a. Dopo la chiusura della raffineria di Rho, avvenuta nella prima metà degli anni Novanta, le tre raffinerie lombarde rimaste in esercizio hanno effettuato significativi investimenti per adeguarsi alle nuove norme qualitative riguardanti i prodotti e i nuovi limiti di emissione (per gli ossidi di zolfo e di azoto). Tutte e tre le raffinerie sono dotate di adeguati impianti di conversione, anche se l’impianto IES di Mantova non ha realizzato impianti di craking catalitico, trovandosi quindi in una situazione più arretrata rispetto alle altre due raffinerie. Recentemente invece la raffineria di Sannazzaro dell’ENI ha realizzato un moderno impianto per la gassificazione dei residui con impiego del syngas per la produzione di elettricità in un impianto cogenerativo a ciclo combinato di ultima generazione. In sintesi, la Lombardia appare dotata di un sistema di raffinazione moderno e ben bilanciato. Infatti la capacità di produzione di prodotti per autotrazione (benzine e gasoli) sono sostanzialmente in linea con i consumi regionali.
Il settore elettrico
La situazione del settore elettrico è ben diversa da quella del settore della raffinazione. La Lombardia tradizionalmente è una regione che consuma più elettricità di quanto non ne produca (fig. 14.3). Tuttavia la situazione si è notevolmente aggravata nei dieci anni oggetto di questa rassegna. Infatti, a fronte di una crescita m.a. della domanda del 2,7%, l’offerta è cresciuta meno dell’1% all’anno (0,8%) facendo così salire il deficit elettrico regionale dal 32% nel 1994 al 42% nel 2003 (vedi tab. 14.7)


L’ “emergenza elettrica” è ben presente agli organi competenti della Regione tanto che gran parte delle otto linee di intervento del Piano energetico regionale (PER) approvato nel marzo 2003il si riferiscono a questo settore. Il PER afferma infatti:
“Per raggiungere gli obiettivi strategici formulati occorre agire in modo coordinato su diverse linee di intervento:
- ridurre la dipendenza energetica della Regione, incrementando la produzione di energia elettrica e di calore con la costruzione di nuovi impianti ad alta efficienza;
- ristrutturare gli impianti esistenti elevandone l’efficienza ai nuovi standard consentiti dalle migliori tecnologie;
- migliorare e diversificare le interconnessioni con le reti energetiche nazionali ed internazionali in modo da garantire certezza di approvvigionamenti;
- promuovere l’aumento della produzione energetica a livello regionale tenendo conto della salvaguardia della salute della cittadinanza;
- riorganizzare il sistema energetico lombardo nel rispetto delle caratteristiche ambientali e territoriali e coerentemente con un quadro programmatorio complessivo;
- ridurre i consumi specifici di energia migliorando l’efficienza energetica e promuovendo interventi per l’uso razionale dell’energia;
- promuovere l’impiego e la diffusione capillare sul territorio delle fonti energetiche rinnovabili, potenziando al tempo stesso l’industria legata alle fonti rinnovabili stesse;
- promuovere lo sviluppo del sistema energetico lombardo in congruità con gli strumenti urbanistici.
Una tale articolazione di obiettivi e di linee, che coniugano elementi quali l’aumento di produzione di energia insieme alla riduzione delle emissioni, la crescita competitiva dell’industria con l’incremento dell’occupazione, necessita di un approccio di "Pianificazione integrata delle risorse”1.
Non è compito di questa parte del Rapporto, dedicata a valutare lo scenario più che linee di politica energetica intraprese o programmate, giudicare se un siffatto obiettivo sia da ritenersi adeguato. Tuttavia si possono avanzare due considerazioni di carattere metodologico:
- non è facile capire quale giustificazione vi sia dietro un deficit programmato del 10%, anche se il PER parla esplicitamente di “possibilità di modificare il suddetto riferimento”;
- vi è il rischio di conflittualità tra “pianificazione integrata delle risorse” (IRP) e liberalizzazione del settore elettrico. In effetti il settore elettrico è ormai entrato da alcuni anni (dopo la direttiva europea del 1996 e il “Decreto Bersani” del 1999) in una fase di liberalizzazione in cui sono i produttori a decidere autonomamente se e dove presentare domanda di realizzazione degli impianti elettrici. Alle autorità nazionali o locali spetta solo rilasciare le autorizzazioni sulla base di criteri oggettivi (tra cui quelli ambientali) e non discriminatori, così come stabilito dalla direttiva europea (prima la 96/98/CE ora la 2003/54/CE). I primi due commi dell’art. 6 di tale direttiva stabiliscono che:
2. Gli Stati membri stabiliscono i criteri di rilascio delle autorizzazioni per la costruzione di impianti di generazione sul loro territorio. Tali criteri possono riguardare:
a) la sicurezza tecnica e fisica del sistema elettrico, degli impianti e della relativa apparecchiatura;
b) la protezione della salute e della sicurezza pubblica;
c) la protezione dell'ambiente;
d) l'assetto del territorio e la scelta del sito;
e) l'uso del suolo pubblico;
f) l'efficienza energetica;
g) la natura delle fonti primarie;
h) le caratteristiche specifiche del richiedente, quali la capacità tecnica, economica e finanziaria;
i) la conformità alle misure adottate in forza dell'articolo 3”.
Pertanto l’autorità locale non può certo imporre obiettivi minimi di realizzazione di impianti elettrici, ma ha difficoltà anche a fissare tetti massimi utilizzando strumenti non coerenti con le norme comunitarie. Si tratta quindi di intendersi sul significato di IRP.
Il PER della Lombardia si spinge poi anche oltre arrivando a quantificare la nuova potenza termoelettrica “autorizzabile” così come indicato in tab. 14.8.

La valutazione regionale della nuova potenza necessaria per conseguire l’obiettivo indicato (-10% dei fabbisogni al 2010) si presta anch’essa ad alcuni rilievi metodologici. Anzitutto si parte da una stima di domanda di energia per dedurne un fabbisogno di potenza mentre potrebbe essere più logico partire da una richiesta di potenza di punta (con relativo margine di riserva) per dedurre se la capacità installata è in grado di far fronte all’obiettivo (teorico) indicato. In secondo luogo è abbastanza opinabile (nel senso che non viene esposto il metodo di calcolo e gli elementi oggettivi su cui si basa) ritenere che potranno essere recuperati 11 TWh di produzione da maggiore utilizzo o da repowering degli impianti termoelettrici esistenti. Anche lo stato dell’impianto di Casei Gerola, dato per certo in quanto in possesso di VIA positiva a livello regionale, non era del tutto chiaro, come emerso da decisioni successive che sono andate in senso contrario. Infine la stima dell’incremento di produzione da fonti rinnovabili è affetta anch’essa da margini di incertezza. Se ne deduce che il valore indicato di potenza ulteriore “autorizzabile” pari a 1.300 MW contiene dei margini di discrezionalità.
Per contro, da parte degli operatori, a metà 2004 erano state presentate al Ministero delle attività produttive domande di autorizzazione per complessivi 7.750 MW, cioè ben superiori a quanto indicato dal PER (tab. 14.9). Va comunque osservato che l‘esperienza degli ultimi anni mostra ormai che il “tasso di caduta” delle domande di autorizzazione è molto forte in quanto da un lato alcuni impianti non vengono autorizzati per mancanza dei requisiti richiesti e dall’altro molte iniziative vengono abbandonate dai promotori per ragioni economiche. Benché quindi, almeno teoricamente, si prospetti l’eventualità che nel giro di qualche anno la Lombardia passi da definicitaria a potenzialmente eccedentaria nel campo della produzione di elettricità, non è affatto detto che ciò accada.

Il PER individua poi cinque indicatori territoriali in base ai quali classificare la desiderabilità o meno della localizzazione di un impianto elettrico di grandi dimensioni. Tali criteri sono: a) le caratteristiche fisiche del territorio; b) il bilancio energetico d’area; la pressione ambientale; c) la prossimità alle utenze; la presenza di linee di collegamento.
In linea di massima questi criteri sono altamente condivisibili e appaiono capaci di “ordinare” secondo maggiore razionalità che non la semplice data di presentazione delle domande il rilascio delle autorizzazioni. Da un punto di vista metodologico l’ideale sarebbe però che gli indicatori fossero meglio quantificati e che fossero ammesse forme di compensazione (per es. una nuova centrale che ne sostituisce una vecchia con un minore impatto ambientale anche se di potenza maggiore dovrebbe avere la priorità. Lo stesso discorso, fatto in modo più circostanziato, potrebbe valere per la sostituzione tra attività industriali e produzione elettrica, ovvero potrebbe risultare conveniente realizzare impianti di generazione in aree industriali dimesse, fatte salve le necessarie verifiche ambientali).
Va infine osservato che la Lombardia si trova in una situazione geografica particolarmente propizia all’importazione di elettricità avendo molti chilometri di frontiera con la Svizzera. Attualmente l’importazione annua attraverso la frontiera svizzera è di circa 20 TWh, pari a poco meno di un terzo del consumo lombardo. Anche in prospettiva l’import dalla Svizzera dovrebbe rimanere elevato ed anzi dovrebbe crescere se venissero realizzate anche solo in parte le “merchant lines” che hanno fatto domanda al GRTN. Infatti, il “Piano di sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale” del GRTN rende noto che, in Lombardia, oltre alla linea S. Fiorano-Robbia (con una capacità di circa 1.500 MW), sono state proposte 12 “iniziative” per 4.710 MW2. E’ chiaro che, almeno in parte, tali eventuali sviluppi si pongono, almeno in parte, in alternativa con la realizzazione di nuovi impianti sul territorio lombardo. Dal punto di vista territoriale va comunque attentamente considerato anche l’impatto di nuovi elettrodotti (quando cioè non si possono sfruttare gli impianti esistenti per aumentarne la capacità di trasporto) che possono creare servitù non minori di quelle dovute ai nuovi impianti.
1 Cfr PER, 6 marzo 2003, p. 58.
2 Cfr GRTN, Piano di sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale , 9 gennaio 2004, p. 34.
14.3 - L’impegno per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico: il ruolo delle regioni
Negli ultimi anni la crescente preoccupazione a livello mondiale verso
il problema dei cambiamenti climatici, cui il tema dell’energia è
strutturalmente collegato, ha impresso enfasi alle politiche di
promozione delle fonti energetiche rinnovabili e dell’efficienza
energetica, ambedue considerate pilastri chiave di una politica
energetica sostenibile, specie in considerazione dei vincoli derivati
dal Protocollo di Kyoto.
La centralità del ruolo delle rinnovabili e del risparmio energetico per la integrazione dell’ambiente nelle politiche energetiche è riconosciuto a tutti i livelli di intervento pubblico a partire da quello sovranazionale della Unione europea a quello locale/regionale
Per la realizzazione degli obiettivi di crescita della quota del contributo delle fonti rinnovabili e di riduzione della domanda di energia, in Italia un ruolo centrale è stato da sempre affidato alle regioni. Tutte le regioni italiane hanno attivato i loro programmi a tale scopo attraverso:
3 Fondo europeo di sviluppo regionale.
4 Documento unico di programmazione.
La centralità del ruolo delle rinnovabili e del risparmio energetico per la integrazione dell’ambiente nelle politiche energetiche è riconosciuto a tutti i livelli di intervento pubblico a partire da quello sovranazionale della Unione europea a quello locale/regionale
Per la realizzazione degli obiettivi di crescita della quota del contributo delle fonti rinnovabili e di riduzione della domanda di energia, in Italia un ruolo centrale è stato da sempre affidato alle regioni. Tutte le regioni italiane hanno attivato i loro programmi a tale scopo attraverso:
- l’utilizzo di Fondi strutturali europei. Per la prima volta, all'interno dei FESR3, per le aree dell’Obiettivo 1 e 2, nel periodo 2000-2006, è prevista una specifica voce per finanziare l'energia, con particolare attenzione a quelle rinnovabili o assimilate. In Regione Lombardia le misure 3.4 e 2.2 del DOCUP4 riguardano espressamente: “Iniziative per la sostenibilità ambientale della produzione e dell’uso dell’energia” e “Investimenti di carattere energetico”.
- attuazione di decreti ministeriali ; <>iniziative regionali e locali, prioritariamente nell’ambito dei Piani energetici regionali. Il Programma energetico della Regione Lombardia (delibera di giunta n.VII/12467 del marzo 2003) pone quali obiettivi della politica energetica regionale: la riduzione del costo dell’energia; la riduzione delle emissioni climalteranti ed inquinanti; la promozione della crescita competitiva delle nuove tecnologie energetiche; l’attenzione crescente agli aspetti sociali e di tutela della salute dei cittadini collegati alle politiche energetiche. Per raggiungere tali obiettivi sono previste delle linee di intervento tra cui la promozione di risparmio energetico e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili (in particolare della biomassa).
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3 Fondo europeo di sviluppo regionale.
4 Documento unico di programmazione.